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BiELLE LIBRI
 

Giandomenico Curi: "Chiedo scusa se parlo di Gaber"
Ma allora è possibile non essere supini?
di Leon Ravasi

Ho sempre pensato che i libri non si giudichino a peso, ma a peso specifico. E per questo motivo non ho sorriso più di tanto al lancio del primo libro di Vinicio Capossela basato sul prezzo al chilo del libro. Infatti il libro di Capossela, al di là delle piaggerie obbligatorie vale solo per il peso. Questo volume invece non supera i 30 grammi, costa 7 euro e allinea 113 paginette ma scritte fitte fitte. Quello che più conta è un ottimo libro, forse il migliore che sia stato scritto su Giorgio Gaber e dintorni. Con l’aria cheta e senza far mostra di voler chiosare definitivamente il fenomeno Gaber e teatro canzone connesso, Giandomenico Curi svolge le sue tesi con grande capacità espositiva, senza rinunciare a distanze critiche verso questo o quel lavoro del cantautore milanese.

La chiave scelta è quella cronologica e per lavoro. Tirata via veloce la parte puramente biografica (“Gaberschick”) viene data una bella rilevanza alla prima fase tra rock e passioni jazz del chitarrista Gaber, che infatti nasce prima strumentista e poi si scopre cantante e analizzata con molta attenzione la componente “musica” di un artista che siamo sempre stati pronti a interpretare più per le parole (che, peraltro, raramente ha scritto lui.

Molto documentato e accompagnato da 171 note a margine raggruppate a fondo libro che fa capire quanto lungo e minuzioso sia stato il lavoro preparatorio. E il risultato è lì da vedere, o meglio da leggere. Credo che il miglior risultato che un libro di musica possa ottenere sia quello di far venire voglia di ascoltare la musica di cui parla. Risultato ottenuto: se dopo aver letto il libro di Curi non vi venisse voglia di farvi “il pieno” di Gaber sarà difficile che vi venga mai.

Tra tutte le notazioni riportate, molte dirette dello stesso Gaber rilasciate a vari organi di stampa, due meritano di essere lette con più attenzione. La prima è sul rapporto tra Gaber e la sua chitarra: “Devo dire che per me la chitarra ha sempre avuto una duplica funzione. Oltre al momento in cui tu scrivi i pezzi (e io, non suonando il pianoforte uso ancora oggi la chitarra), la chitarra mi rimane comunque come amore, nel senso che io, ritornando a casa la notte, non è che prendo in mano la chitarra solo perché devo scrivere una nuova canzone, la prendo anche perché me la godo, perché è uno strumento intimo, perché non potrei mettermi al pianoforte a quell’ora di notte .,.. E in conclusione questo fatto che ti trovi da solo, con la chitarra, a provare le tue cose, è una roba di grande amore con lo strumento … Insomma, è un gusto autonomo, come se non c’entrasse la professione. Tutto sommato, in questo senso, la chitarra è uno strumento personale e, in definitiva, legato alla tua solitudine. Per quanto riguarda poi la chitarra nel momento compositivo direi che ha un ruolo fondamentale. Io riesco a fare canzoni quando dalla mia voce e dalla chitarra raggiungo l’intuizione di un fatto emotivo … Un compositore vero direbbe: “Beh, adesso così, solo con la chitarra il pezzo viene male, poi verrà benissimo”. La verità è che, secondo me, con la sola chitarra viene benissimo”.

Il secondo tema è collegato al primo: la scrittura delle canzoni. “La rima è molto specifica del mestiere di fare canzoni. Anche se è vero che la poesia nella maggiore parte dei casi l’ha abbandonata da tempo ... Invece, secondo me, la canzone è più vicina a una bella frase di prosa che non al ritmo della poesia … Io credo che per essere bravi musicisti autori di canzoni bisogna avere una preparazione musicale abbastanza limitata. Prendiamo per esempio Paoli: conosceva quattro accordi e su questi quattro accordi ha fatto canzoni bellissime. Ne avesse conosciuti 25 probabilmente avrebbe incontrato delle difficoltà a ritrovare quella semplicità. Ed è la stessa semplicità che io ho sempre cercato di ritrovare anche nelle mie prime canzoni. Tieni presente che io venivo da Charlie Parker e poi ho scritto Porta Romana; cioè ho dovuto eliminare tutta una parte del mio bagaglio musicale. E questo è un lavoro tutto di testa. Se invece avessi conosciuto solo Do e Sol7 Porta Romana mi sarebbe venuta come logica conseguenza”.

Bellissimi temi e addirittura toccante il quadro che emerge del suo rapporto con lo strumento. Limiti del libro? Non ci sono fonti dirette, tutto è riportato da situazioni già edite e manca un po’ di cura nella correzione delle bozze (troppi errori di battitura sfuggiti!). Ma direi che sono difetti veniali. Un pregio in più invece nel titolo: "Chiedo scusa se parlo di Gaber" che, pur riecheggiando il titolo della canzone, propone un approccio garbato al tema che non sarebbe spiaciuto al Nostro.

Da leggere, invece, con particolare attenzione il momento del travaglio derivante dal passaggio tra “Libertà obbligatoria” del 1976 quando Gaber dichiara ancora: “A me interessa scuotere la gente che sento più vicina, la gente che amo, in cui una parte di me si riconosce” (e parlava del pubblico di sinistra) e “Polli di allevamento” del 1978 in cui il taglio è netto. "Gaber è diventato misantropo - scrive Riccardo Piferi, citato nel libro - e ha sostituito le unghie graffianti, affilate come la sua figura, con la carta vetrata”. Il Gaber che poi avrà sempre più spazio negli ultimi anni. Quello che meno ha avuto da dire.


Giandomenico Curi
"Chiedo scusa se parlo di Gaber"

Arcana Musica- pag 127– 7€
Finito di stampare nel gennaio 2003
Nelle librerie

Ultimo aggiornamento il 10-06-2004

   
 

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