
A Sanremo si cantan canzoni d’autore
di
Giorgio Maimone
“A Mantova, a Mantova, a
Mantova” si sente urlare da ogni parte, parafrasando “Le
tre sorelle” di Checov e a Mantova andiamo. Ma, mentre siamo
sulla strada, forse varrebbe anche la pena di fermarsi un attimo
a riflettere. Sì, perché, come dice il titolo, a
Sanremo si cantano canzoni d’autore. Spulciando gli annali
del Festival, ma proprio tutte le 53 edizioni e i partecipanti
sia tra i “big” che tra le nuove proposte, si viene
a formare una selezione d’elite degna di essere considerata.
I grandi nomi ci sono tutti, in un modo o nell’altro, ad
eccezione di Francesco De Gregori, sono passati
tutti di qui. Persino Guccini ha mandato una
canzone (“Storia d’amore”) che doveva essere
cantata dalla Caselli, ma che è stata
scartata (e successivamente ha messo le mani nel rimaneggiamento
di “Ma piano” di Gianni Meccia, presentata al festival
e poi ripresa dai Nomadi). Ivano Fossati ha partecipato
in proprio coi Delirium (“Jesahel”)
e come autore per Mia Martini (“E non finisce
mica il cielo”) e Fiorella Mannoia (“Le
notti di maggio”). Fabrizio De Andrè?
Più presente di quanto sembri: in primo luogo perché
al Festival c’è andata tutta la sua famiglia (Dori
Ghezzi e Cristiano, ripetutamente) e
in secondo luogo perché, in tempi e modi diversi e senza
mai apparire ha messo le mani sia in “Margherita non lo
sa” di Dori. sia in "Pitzinos in sa gherra" dei
Tazenda che in “Faccia di cane” dei
New Trolls, canzone con la quale ha anche vinto il premio
della critica, pur avendola scritta, come suggerisce Deregibus,
con la mano sinistra. Ma la lista dei protagonisti della canzone
d’autore che hanno partecipato a Sanremo (e delle belle
canzoni che hanno portato) è ancora lunga: Lucio
Dalla con 4/3/43 e “Piazza grande” (scritta
assieme a Ron), Luigi Tenco
con la fatale “Ciao amore ciao”, Sergio Endrigo
con “Canzone per te”, ma anche "Lontano dagli
occhi e "L'arca di Noè", Domenico Modugno
con “Nel blu dipinto di blu” e “Piove”,
Roberto Vecchioni con “L’uomo che
si gioca il cielo a dadi”, Giorgio Gaber
con “Benzina e cerini” e "Mai mai Valentina",
Enzo Jannacci con “Se me lo dicevi prima”,
Pierangelo Bertoli con “Spunta la luna
dal monte”, Gino Paoli con “Ieri
ho incontrato mia madre”, Nicola Arigliano
con “Venti chilometri al giorno”, Vasco Rossi
con “Vita spericolata” e "Vado al massimo",
Zucchero con “Donne”, Mario
Castelnuovo con “Nina”, Elio e le
Storie Tese con “La terra dei cachi”, Ricky
Gianco e Gian Pieretti con “Pietre”, Eugenio
Finardi, Alberto Camerini, Sergio Cammariere.
E poi come dimenticare Adriano Celentano con
due brani epocali come “Il ragazzo della via Gluck”
e “24.000 baci”? O Patty Pravo con
“Per una bambola” o “Dimmi che non vuoi morire”
(di Vasco Rossi)? O Caterina Caselli con “Bisognerebbe
non pensare più a te” e addirittura Bocelli
con “Con te partirò” che sembra una romanza,
ma è stata scritta da Lucio Quarantotto.
In ordine sparso ci sono stati anche Paola Turci
con “Bambini”, Rudy Marra con "Gaetano"i
Pitura Freska con “Papa Nero”, Lucio
Battisti con “Un’avventura”, Rino
Gaetano con “Gianna”, Alice
con “Per Elisa” (di Franco Battiato),
Anna Identici con “Era bello il mio ragazzo”
e, in anni più recenti, i Quintorigo con
“Bentivoglio Angelina”, gli Avion Travel
con “Sentimento”, Eduardo De Crescenzo
con "Ancora" e Daniele Silvestri con
“Salirò”. Senza contare che Giorgio
Conte ha scritto "Deborah" cantata da Wilson
Pickett. Non c’è che dire, fa un’ottima hit
parade e un fiore di compilation! Non solo, ma se ci fate caso,
molti dei personaggi citati sono a Mantova al Festival della Musica
(oltre a quella faccia di tolla di Gino Paoli che partecipa a
entrambi i Festival) e, tra i brani quantomeno dignitosi presentati
negli anni a Sanremo, ce n’è anche uno che si chiama
“Il posto mio”, cantato da Modugno e dall’autore:
un buon brano “sono lo scendiletto / su cui cammini tu /
cammini a piedi nudi/ fin da quando ti svegli al mattino/ Vorrei
vedere un altro al posto mio … Ma no non ne parliamo / il
posto è mio / anzi ti chiedo scusa / mi sono sfogato un
po’ / ma sai che al posto mio io resterò”.
L’autore? Beh … è Tony Renis!
 
Giorgio
Conte: Sanremo? Come uno psicofarmaco
di Giorgio Maimone
"Sanremo l'ho visto anche se non volevo, perché c'è
sempre una riserva mentale: sarà la solita cosa, che balle,
non finirà mai. E poi, invece è come una tradizione.
E magari 'porta male' non vederlo!". Inizia così,
sul filo dell'ironia la nostra chiacchierata con Giorgio Conte
sul Festival di Sanremo.
Giorgio Conte, cantautore astigiano, al festival
ha conosciuto qualche anno fa un grosso successo con "Deborah"
cantata in coppia da Fausto Leali e Wilson Pickett nel 1968. Fausto
Leali nel 2003 è ancora tra i protagonisti, Giorgio Conte
è invece, per una giornata, il nostro "osservatore
privilegiato".
"Se devo dire il vero ho trovato Pippo Baudo
meno stucchevole del solito, le ragazze brillantissime, fin troppo
volgare la Littizzetto. Però, tutto sommato, guardabile.
Sarà perché ormai mi sentivo come nei regimi totalitari,
dove il pubblico viene tenuto buono sotto l'effetto degli psicofarmaci",
ironizza Conte.
Ma parlando dei cantanti? Cosa ti è
piaciuto o dispiaciuto?
"La Zanicchi mi è piaciuta. Ho trovato la canzone
molto bella, molto raffinata. E lei era aderente a quanto cantava.
Evidentemente ho visto giusto, visto che è arrivata ultima".
"Alex Britti mi può anche essere simpatico, il rhythm
& blues è li in agguato, con l'aggiunta di quella frase
"schifosetta" sull'onanismo che si poteva anche risparmiare.
Cammariere lo conosco bene, siamo amici. Posso dire che ho sofferto
con lui la paura del track degli esami. Devo dire però
che si è salvato, è andato anche al di là
delle aspettative. Non ha una canzone gridata. Ricorda un po'
alcune cose di Luigi Tenco".
E poi? Enrico Ruggeri?
"Ruggeri butta lì sempre un po' di marpioneria
però credo sia convinto di quello che sta facendo. Il principio
può essere un po' quello di "andiamo a scioccare,
non con la solita canzone, ma portando un tema un po' forte".
Oggi forse i tempi sono più aderenti a questo tipo di temi.
Anche se mi sembra un fuori luogo come argomento in un Sanremo".
Ma la musica che non ti piace? Quella
che proprio non reggi?
"La Unz-music! Sai quella che fa unz-unz-unz. Anche
Peter Gabriel mi è parso un po' legato alla sua icona ma
non mi ha dato "nessuna vibra" come direbbero Elio e
le Storie Tese. In generale direi che non c'è nessuna canzoncina
da canticchiare, nessun ritornello come ci si poteva aspettare.
Sarà l'effetto degli psicofarmaci..."
Il tuo rapporto personale con Sanremo
come è stato? Hai mai pensato di parteciparci?
"Guarda, in realtà sono stato al limite più
volte. Quando incidevo per la Ricordi c'è stato un anno
che avevo un pezzo che poteva anche andare bene per Sanremo, che
avrebbe fatto piazza pulita degli altri motivetti. Ma poi non
ce l'ho fatta. Anche quest'anno avevo una canzone interessante
che è stata lì lì per essere scelta, cantata
da altri, ma poi ... non è successo".
"Io ci starei lì in mezzo? Ci ho pensato. Di sicuro
non vestito da cantante, non in piedi davanti al microfono, ma
con il mio gruppetto di musicisti e con un regista clemente che
mi riprendesse dal lato giusto potrei anche fare la mia figura.
Sì, potrei starci".

Vecchioni:
non è colpa del festival
di Arabella Marconi
Intervista del 10 marzo 2003
"Molte reti con molte alternative non affatto
spregevoli da vedere come Zelig o film e programmi vari. E non
tutti di conseguenza vedono Sanremo" E' questo secondo il
cantautore, Roberto Vecchioni il motivo principale del calo di
interesse del pubblico nei confronti del Festival di Sanremo,
ma non solo.
"Sta calando - afferma Vecchioni - anche
quella che era la tipica attrattiva del festival per le famiglie
cioè riunirsi mamma , papà, fratelli tutti insieme
e seguire e commentare il festival. E forse è proprio questo
che ha influito sulla diminuzione di interesse nei confronti del
Festival. E' il concetto della "famiglia che sta insieme"
che si affievolisce sempre di più. Il sabato sera ognuno
se ne va per i fatti suoi. E poi, ormai il festiva è diventato
un'abitudine è da tanto che si vede ed è venuta
a mancare la novità. E' una manifestazione stanca"
E la qualità della musica?
"Io credo che quello che importi di meno alla gente del Festival
sia la musica, gli spettacoli, gli ospiti e i presentatori quello
che conta è il fatto. E' il fatto di Sanremo lo straordinario.
Non è importante nemmeno che ci sia un cast imponente di
persone che cantano o delle bellissime canzoni, quello che conta
è la gara, il mettersi insieme, vedere chi ride di più,
chi piange di più o chi è cambiato nel tempo, chi
ha 60 anni come se ne avesse 20 o chi ne ha 20 come se ne avesse
60. Queste sono le cose che destano l'interesse della gente, quindi
la musica non credo abbia influito più di tanto".
"Inoltre quest'anno - sottolinea il cantautore milanese -
ma già anche lo scorso anno, la sezione dei big si è
proposta con delle buone canzoni e delle belle linee melodiche.
Anche quest'anno ci sono canzoni abbastanza coraggiose come quella
di Ruggeri o come quella di Nino D'Angelo che mi sembrano due
canzoni nuove e fuori dai soliti schemi sempre nel rispetto della
melodia e del ritornello "ricordabile" che è
tipico di Sanremo. Il più bello melodicamente poi è
quello di Cammariere".
Nel 1985 Fabbrizio De Andrè rilascio
una dichiarazione mitica sul Festival: "Quello che mi disturba
del Festival è che non serve quasi mai ad aiutare un talento,
ma troppo spesso a fabbricare illusioni"
"Era abbastanza esatta come definizione - dice Roberto
Vecchioni - però poi, anche se raramente, qualche talento
viene fuori. Pausini, Bocelli, Ramazzotti sono venuti fuori da
Sanremo. Ma è la seconda parte di questa dichiarazione
che è importante".
"Questo mondo è come nel film "Bellissima"
di Anna Magnani con le mamme che sperano e trepidano per le figlie.
Purtroppo il 90% di quelli che hanno cantato tra i giovani queste
sere non avranno una carriera musicale non avranno un prosieguo,
perché tutto si sta complicando in maniera eccezionale.
E poi le case discografiche hanno privilegiato il pezzo più
che il personaggio. Hanno fatto cantare pezzi di facile ascolto
per vendere almeno il pezzo perché secondo loro il personaggio
non dura più di tanto".
Nel 1973 lei partecipò al Festival
portando una bella canzone dal titolo "l'uomo che si gioca
il cielo a dadi".
"Non lo ricordo più - risponde divertito Vecchioni
- ero un ragazzo anche un po' esaltato. Poi era una canzone molto
particolare di grande amore per il padre in un momento in cui
invece la figura del padre veniva molto attaccata, perché
era in un momento politico fortissimo".
"Il mondo che vedevo intorno a me era un modo a cui già
pensavo di non appartenere del tutto. Io appartengo ad un mondo
più ritirato, nemmeno più intellettuale, solo più
di ricerca e di attenzione letteraria a quello che faccio, poi
naturalmente anche le cosiddette canzonette fanno parte della
mia vita. Le ascolto perché anche queste parte della cultura
italiana e di conseguenza della mia cultura, ma a latere"
Cosa si potrebbe fare, visti i risultati
di quest'ultima edizione, per avvicinare di più il pubblico
a Sanremo?
"Bisognerebbe vedere che tipo di target ha il Festival.
So che molti giovani quest'anno non l'hanno seguito e questa è
una grave perdita. D'altra parte gran parte delle canzoni avevano
addosso "un'aria vecchia". C'erano solo un paio di gruppi
in questa edizione che potevano interessare i giovani: i Negrita
e gli Eiffel 65. Non credo quindi che si possa fare niente - conclude
il cantautore - Sanremo deve rimanere una tradizione per una fascia
di età trasversale. Non può puntare solamente ai
giovani, perché altrimenti si chiamerebbe in un altro modo
e non sarebbe più Sanremo".

Claudio Lolli: Sanremo?
Non l'ho proprio visto!
di Arabella Marconi
Intervista del 10 marzo 2003
"Mi dispiace moltissimo ma non ho visto
neanche un'immagine di quest'ultimo festival di Sanremo, non mi
prenda per uno snob!". Si scusa, simpaticamente, Claudio
Lolli.
Cantautore, intellettuale e poeta italiano,
conosciuto negli anni 70 come il cantante del Movimento del '77
e "Maestro" della canzone d'autore, Lolli ha preferito
costruire il proprio percorso artistico lontano dai riflettori
ma attraverso centinaia di concerti tenuti in tutta Italia insieme
al suo fedele chitarrista Paolo Capodacqua.
"Qualche volta l'ho seguito un po' per mestiere
un po' per curiosità - spiega il cantautore - e può
anche essere divertente, ma questa volta proprio non ne ho avuto
il tempo"
Alla domanda se si vedrebbe in un'eventuale
esperienza sanremese risponde con la solita ironia: "Ho
avuto un'esperienza non proprio sanremese, ma simile. Nel 1981
sono stato coinvolto dalla mia casa discografica ad Azzurro che
in quell'anno si svolgeva a Bari, una sorta di gara tra squadre.
Sono stato quattro giorni in una camera d'albergo e se non mi
sono ammazzato quella volta non credo che mi ammazzerò
più. Non ne ho tratto una grande linfa vitale quindi non
credo proprio che ce la farei a partecipare a Sanremo".
Ci tiene a precisare che "quello e' un altro mestiere,
con tutto il rispetto per quelli che lo fanno, io faccio altre
cose, forse peggiori ma comunque differenti".
Secondo il cantautore questo tipo di manifestazioni
non sono più in grado di parlare alla gente, soprattutto
ai giovani: "Vedo che non c'è un grande interesse.
Tutti i giovani ascoltano moltissima musica, dalla mattina alla
sera, ma nonostante questo non mi sembra che se ne parli molto,
quindi può essere che da un punto di vista strutturale
questo tipo di presentazione della musica commerciale italiana
sia arrivato ad un punto in cui dovrebbe interrogarsi su se stesso,
perché è evidente che i giovani ascoltano altre
cose"
Ma cos'è che non piace di questa manifestazione
e che non sta funzionando?
"Forse è una manifestazione che è invecchiata
molto insieme ai suoi conduttori. La musica è un prodotto
che ha un target molto giovanile - questo non è molto positivo
ma è così - e probabilmente c'è uno scollamento.
I ragazzi ascoltano molta musica, ma probabilmente non riconoscono
più questo contenitore come un'emittente di musica interessante
per loro. Non è sufficiente chiamare un gruppetto di giovani
per rendere una manifestazione veramente "giovane" è
tutto il contenitore che ormai è troppo tradizionale".
Claudio Lolli partecipa al Mantova Musica Festival
2004
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CIAO AMORE CIAO
di Luigi Tenco
(febbraio 1967)
La solita strada, bianca come il sale
il grano da crescere, i campi da arare.
Guardare ogni giorno
se piove o c'e' il sole,
per saper se domani
si vive o si muore
e un bel giorno dire basta e andare via.
Ciao amore,
ciao amore, ciao amore ciao.
Ciao amore,
ciao amore, ciao amore ciao.
Andare via lontano
cercare un altro mondo
dire addio al cortile,
andarsene sognando.
E poi mille strade grigie come il fumo
in un mondo di luci sentirsi nessuno.
Saltare cent'anni in un giorno solo,
dai carri nei campi
agli aerei nel cielo.
E non capirci niente e aver voglia di tornare da te.
Ciao amore,
ciao amore, ciao amore ciao.
Ciao amore,
ciao amore, ciao amore ciao.
Non saper fare niente in un mondo che sa tutto
e non avere un soldo nemmeno per tornare.
Ciao amore,
ciao amore, ciao amore ciao.
Ciao amore,
ciao amore, ciao amore ciao.
(vedi
"Ciao amore ciao" dagli archivi Rai)
PIAZZA
GRANDE
di Lucio Dalla e Ron
Santi che pagano il mio pranzo non ce n'è
sulle panchine in Piazza Grande,
ma quando ho fame di mercanti come me qui non ce n'è.
Dormo sull'erba e ho molti amici intorno a
me,
gli innamorati in Piazza Grande,
dei loro guai dei loro amori tutto so, sbagliati e no.
A modo mio avrei bisogno di carezze anch'io.
A modo mio avrei bisogno di sognare anch'io.
Una famiglia vera e propria non ce l'ho
e la mia casa è Piazza Grande,
a chi mi crede prendo amore e amore do, quanto ne ho.
Con me di donne generose non ce n'è,
rubo l'amore in Piazza Grande,
e meno male che briganti come me qui non ce n'è.
A modo mio avrei bisogno di carezze anch'io.
Avrei bisogno di pregare Dio.
Ma la mia vita non la cambierò mai mai,
a modo mio quel che sono l'ho voluto io
Lenzuola bianche per coprirci non ne ho
sotto le stelle in Piazza Grande,
e se la vita non ha sogni io li ho e te li do.
E se non ci sarà più gente come
me
voglio morire in Piazza Grande,
tra i gatti che non han padrone come me attorno a me
(vedi
"Piazza Grande" dagli archivi Rai)
(Vedi
"Mi va di cantare" di Louis Armstrong dagli archivi
Rai)
FESTIVAL
di Francesco De Gregori
Nella la città dei fiori disse chi lo vide
passare
che forse aveva bevuto troppo ma per lui era normale.
Qualcuno pensò fu problema di donne,
un altro disse proprio come Marylin Monroe.
Lo portarono via in duecento,
peccato fosse solo quando se ne andò.
La notte che presero il vino e ci lavarono la strada.
Chi ha ucciso quel giovane angelo che girava senza spada?
E l'uomo della televisione disse:
"Nessuna lacrima vada sprecata, in fin dei conti cosa
c'è di più bello della vita, la primavera è
quasi cominciata".
Qualcuno ricordò che aveva dei debiti,
mormorò sottobanco che quello era il motivo.
Era pieno di tranquillanti, ma non era un ragazzo cattivo.
La notte che presero le sue mani
e le usarono per un applauso più forte.
Chi ha ucciso il piccolo principe che non credeva nella morte?
E lontano lontano si può dire di tutto,
non che il silenzio non sia stato osservato.
L'inviato della pagina musicale scrisse:
"Tutto è stato pagato".
Si ritrovarono dietro il palco,
con gli occhi sudati e le mani in tasca,
tutti dicevano "Io sono stato suo padre!",
purchè lo spettacolo non finisca.
La notte che tutti andarono a cena
e canticchiarono "La vie en rose".
Chi ha ucciso il figlio della portiera,
che aveva fretta e che non si fermò?
E così fù la fine del gioco,
con gli amici venuti da lontano,
a deporre una rosa sulla cronaca nera,
a chiudere un occhio, a stringere una mano.
Alcuni lo ricordano ancora mentre accende una sigaretta,
altri ne hanno fatto un monumento
per dimenticare un pò più in fretta.
La notte che presero il vino e ci lavarono la strada.
Chi ha ucciso quel giovane angelo che girava senza spada?
Nel blu dipinto
di blu
di Domenico Modugno
Penso che un sogno così non ritorni mai più;
mi dipingevo le mani e la faccia di blu,
poi d’improvviso venivo dal vento rapito
e incominciavo a volare nel cielo infinito…
Volare… oh, oh!…
Cantare… oh, oh, oh, oh!
Nel blu, dipinto di blu,
felice di stare lassù.
E volavo, volavo felice più in alto del sole ed ancora
più su,
mentre il mondo pian piano spariva lontano laggiù,
una musica dolce suonava soltanto per me…
Volare… oh, oh!…
Cantare… oh, oh, oh, oh!
Nel blu, dipinto di blu,
felice di stare lassù.
Ma tutti i sogni nell’alba svaniscon
perché,
quando tramonta, la luna li porta con sé.
Ma io continuo a sognare negli occhi tuoi belli,
che sono blu come un cielo trapunto di stelle.
Volare… oh, oh!…
Cantare… oh, oh, oh, oh!
Nel blu, dipinto di blu,
felice di stare quaggiù.
E continuo a volare felice più in alto del sole ed
ancora più
su,
mentre il mondo pian piano scompare negli occhi tuoi blu,
la tua voce è una musica dolce che suona per me…
Volare… oh, oh!…
Cantare… oh, oh, oh, oh!
Nel blu, dipinto di blu,
felice di stare quaggiù.
Nel blu degli occhi tuoi blu,
felice di stare quaggiù,
con te!
Ascolta"Nel
blu dipinto di blu" di Modugno dagli archivi Rai)
24.000 BACI
di Adriano Celentano
Amami,
ti voglio bene !
Con 24000 baci oggi saprai perché l'amore
vuole ogni istante mille baci,
mille carezze vuole all'ora.
con 24000 baci felici corrono le ore,
d'un giorno splendido, perché
ogni secondo bacio te.
Niente bugie meravigliose,
frasi d'amore appassionate,
ma solo baci chiedo a te
ye ye ye ye ye ye ye ye !
Con 24000 baci così frenetico e' l'amore
in questo giorno di follia
ogni minuto e' tutto mio.
Niente bugie meravigliose,
frasi d'amore appassionate,
ma solo baci chiedo a te
ye ye ye ye ye ye ye ye !
Con 24000 baci felici corrono le ore
d'un giorno splendido perché
con 24000 baci tu m' hai portato alla follia.
Con 24000 baci ogni secondo bacio te !
(Vedi
"24 Mila baci" di Celentano dagli archivi RaI)


Una grande Festa della Musica
di Lidia Ravera - MicroMega
Brutto, spesso bruttissimo, il festival di
San Remo. Brutto da vedere, con quell’estetica da nuoveaux
riches, tutta ceroni e lustrini, marmi e strascichi. Noioso,
ormai noiosissimo, con tutti quei salamelecchi e quelle formule
stremate dall’uso. Vecchio, più vecchio di noi,
che tutto siamo fuorché giovani. Musicalmente dimenticabile
con tutte quelle canzoni a melodia unica, omogeneizzate in
una poetica della ripetizione, vuote di senso e sentimento,
ovvie, conformi, fiacche. Culturalmente inesistente, non per
assenza di “ musica seria” ma per assenza di serietà
nel ricercare buona musica. Da una decina d’anni a questa
parte perfino commercialmente fallimentare: chi corre a comprare
“ il disco” primo classificato, come ai gloriosi
tempi del vinile? Chi canticchia sotto la doccia o al semaforo
le canzoni in gara? Sfumano una nell’altra, si confondono,
sbiadiscono nel già detto, già cantato, già
masticato, digerito ed espulso. Non ti si appiccica all’inconscio
canterino del dormiveglia nemmeno un ritornello.
È nata così, l’idea di
fare un festival contro…un po’ per celia, un po’
per non morir.
È nata dal fastidio per l’ennesima
candidatura sporca, ma anche da anni di estraneità
ad un festival che non ci piace, che non racconta la musica,
che racconta e mette in scena l’Italietta delle Poltrone.
È nata dalla voglia di far musica
in strada, come a Parigi, come si fa teatro a Edimburgo, dalla
voglia di scendere dai tacchi a spillo, di levarsi maschere
e costumi, per ritrovare la vitalità sepolta del cantare
e del suonare e del ballare, È nata per dare una possibilità
a chi non ha voglia di piegarsi al rituale cerimonioso di
far conoscere lo stesso la sua voce.È nata dalla voglia
di risentire voci decretate pensionabili, voci scomode, voci
vecchie e fuori-trend, voci nuove e meno conformi ai canoni
prescritti, è nata dalla voglia di mandare per aria
regole imposte, rigidità, etichette e altre galere.
È nata dalla necessità di riprenderci e offrire
all’orecchio la molteplicità del musicale. Jazz
elettronica etnica folk. Musica sacra. Cantastorie. È
nata dall’urgenza di sentire i giovani, anche quelli
che non sognano una carrierina di canterini di regime e non
sono disposti a chiudersi nel ritiro di Mogol per imparare
a essere come gli altri( o come Mogol). Eì nata dalla
voglia di riempire le piazze di gente che usa la musica come
forma di comunicazione, di espressione artistica, gente che
condivide un ritmo perché la musica è una grande
cerimonia collettiva che semina gioia selvaggia, non è
soltanto merce, non è soltanto prodotto-spettacolo.
La scelta della città palcoscenico,
la città da proporre all’invasione pacifica dei
musici e dei cantori, non è stata difficile: Mantova.
Bella, una città in cui i capolavori
del passato emanano una tale forza e perfezione da commuovere
tutti, anche i più distratti anche i più disarmati
di storia.
La scelta del programma è stata festosa:
in un teatro, che per ironia si chiama Ariston, si avvicenderanno
cantanti giovani , selezionati da un comitato artistico fra
centinaia e centinaia di proposte, e cantanti affermati (non
segue elenco per non sottoporli a linciaggio preventivo e
tentativi di dissuasione). In un teatro che si chiama Bibbiena,
che è stato inaugurato da un ragazzino di nome Mozart,
si susseguiranno concerti jazz, spettacoli teatrali. Nelle
piazze, riscaldate da fungoni stufa si esibiranno gruppi rock
e pop. Nelle Chiese si suonerà musica sacra. In ogni
angolo, in ogni caffè, sulle scalinate, nei vicoli
si snoderà un tappeto costante di musica dal vivo.
Di musica viva. Nel cinema si proietterà una rassegna
di film musicali, ogni giorno tre film, due antichi film-canzone
(“Innamorarsi alla mia età” con Julio Iglesias)
e un classico del musical o un film musicale contemporaneo,
a cura della cineteca di Bologna. Nelle scuole si terranno
lezioni di musica, musicisti e cantanti a insegnare come nasce
una canzone, come si scrive, raccontare a storia della musica
(Franco Fabbri, ex Stormy Six e professore condurrà
un seminario intitolato “Da Shubert ai Beatles”).
In un tendone si presenteranno libri di musica e libri di
musicisti, da Vecchioni a Manu Chao. Fioriranno jam session
e improvvisazioni, i menestrelli gestiranno gli angoli più
suggestivi, circoleranno bande disarmate forti di fiati e
percussioni, ci sarà musica da ballo alla Bocciofila
e disco dopo mezzanotte in discoteca, folk a Palazzo Ducale
e musica da film al Bibiena…ci sarà musica nei
caffè e nei cortili e tutta la città sarà
percorsa da questa allegra infezione.
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Sulla strada verso Mantova: una città per cantare
di Enzo Gentile (Diario, venerdì 13 febbraio 2004)
Un’idea contagiosa: liberare la canzone da volgarità,
piattezza e grigiore sanremesi. E così un gruppo di
musicisti, critici, insegnanti ha iniziato ad incontrarsi
per organizzare
Quando si parla di Festival di Sanremo a
molti di noi, a chi si occupa di musica, o anche semplicemente
la ascolta, viene una specie di orticaria del corpo e dello
spirito. Solo a evocare quella manifestazione che per una
settimana blinda la città e, ben peggio, i palinsesti
televisivi, le cronache dei giornali, si produce un’irritazione
in quanti amano le canzoni e la musica, anche poco più
che per hobby. Da anni non è più in sintonia
con l’aria che tira, quei dischi non vanno in classifica,
di rado, molto di rado, finiscono per entrare nel costume
popolare, non appartengono più al comune sentire delle
persone normali che al massimo osservano con sussiego fatalista
quella grande agitazione mediatica che all’indomani
della finale, puff!, si sgonfia come un soufflè sbagliato.
(Vai
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Cammariere: dalle colonne sonore al palco
dell'Ariston
Di Alfredo Ranavolo.
Intervista del 3 marzo 2003, vigilia dello scorso Festival di
Sanremo
Immancabile come l'influenza, arriva anche quest'anno
Il festival di Sanremo. La rassegna canora più famosa d'Italia,
che parte martedì 3 marzo, pare legata a doppio filo, quest'anno,
ai virus. Lo conferma anche Sergio Cammariere, crotonese, nome
nuovo della musica d'autore, anche se non proprio di primo pelo
(ha 43 anni).
Sergio Cammariere. Ma è vero che
a Sanremo siete tutti influenzati?
Vero, sono stato proprio ora in farmacia per
prendere il necessario "alla sopravvivenza". Molti altri
stanno male, siamo al picco dell'epidemia. Preferisco comunque
questa all'epidemia di Bush.
In che senso?
Che sono contrario alla guerra di Bush. Siamo
tutti per un mondo di pace, no? Anche la mia canzone a Sanremo
sarà un inno alla pace.
Ci parli di "Tutto quello che un
uomo".
Castaldo di Repubblica mi ha considerato un outsider
del Festival. Si tratta di una canzone raffinata, in linea con
il mio repertorio. È una dichiarazione d'amore a una donna,
ma non rivolta a una persona in particolare. Mi piace considerarla
un inno di pace.
Facciamo un passo indietro. L'impressione
che si può avere spulciando i nomi dei big di quest'anno
è che l'Italia si dividerà in due categorie leggendo
il nome di Sergio Cammariere. La prima è quella di chi
dirà "e chi è?".
Lo scopriranno martedì sera. Comunque
sono un figlio di contadini calabresi che, per amore della musica
ha lasciato presto casa, affetti, il mare. Ho portato la musica
pura in giro per il mondo. I cantautori francesi, quelli brasiliani,
la scuola genovese proponendo Luigi Tenco.
E poi?
Dieci anni fa mi sono detto che era ora di decidere cosa volessi
fare della mia vita. Ma sembrava tutto chiuso, ho sbarcato il
lunario con le colonne sonore. "Uomini senza donne",
"Quando eravamo repressi". Ho avuto anni davvero difficili.
Se gli sproporzionati aumenti di prezzo per l'euro si fossero
verificati qualche anno fa, sarei finito in mezzo a una strada.
Per forza poi mi schiero dalla parte di Bertinotti.
Un'altra parte degli italiani si chiedera
"e che ci fa Cammariere a Sanremo?".
Quando il direttore della mia casa discografica
me lo propose io dissi immediatamente di no. Non mi interessava.
Insistettero, dicevano che Sanremo poteva farmi fare il grande
salto dalle 24.000 copie vendute al disco d'oro o addirittura
di platino. Alla fine ho accettato, ma imponendo di portare la
canzone che sentivo più mia.
Lei sente comunanza con i cantautori
dell'ultima ondata?
Per niente. In comune con Vinicio Capossela ho
che facciamo i musicisti tutti e due. Ma io sono innanzitutto
un pianista. Ai miei concerti suono Beethoven e Thelonius Monk.
La musica che suono è molto più grande delle mie
canzoni.
Com'è arrivato Cammariere al successo,
seppur di nicchia?
Col premio Tenco e con la mia partecipazione
al primo maggio 2002, sarò anche al prossimo. A proposito
del Tenco. È uno scandalo che la Rai non abbia ancora mandato
in onda le riprese dell'ultima edizione. Nemmeno a notte fonda,
al posto dell'America's cup che non guarda nessuno.
Sergio Cammariere è uno spettatore
del Festival di Sanremo?
Lo sono sempre stato. Perché dentro il
calderone qualcosa di buono c'è sempre. Penso a Sergio
Endrigo, per esempio, che nel 1968 vinse con una canzone bellissima
(Canzone per te ndr). Ecco, io mi sento più vicino a Endrigo,
uno dei nostri più grandi cantautori, che non a Conte e
Capossela.
E negli ultimi anni?
Negli ultimi anni decisamente meno, l'appiattimento
dovuto alle Major, non solo nella musica, ma in tutte le forme
d'arte, ha tolto qualità al Festival.
Quest'anno, però, sul palco ritroverà
un suo amico, che il Festival lo ha bazzicato negli ultimi anni:
Alex Britti. Un amico che, però, ha seguito strade diverse
dalle sue in questi anni.
Alex è un amico vero, che mi ha aiutato
molto nei momenti di maggiore difficoltà. Le nostre differenze
artistiche? Lui è un bluesman, io un jazzman. Per questo
siamo diversi.
Lei è senz'altro uno dei nomi
più accreditati per la vittoria del premio della critica.
Per me è già una vittoria essere
qui, dopo gli anni 'bui'. Certo il premio della critica non potrebbe
che farmi piacere. Ma, ripeto, concentro le mie aspettative soprattutto
sul desiderio di vivere in un mondo di pace.
Cosa pensa della querelle scoppiata fra
Baudo e Sgarbi sul Dopofestival?
Ho trovato in Pippo Baudo una persona molto competente.
Il Festival è una sua creatura e, insieme a lui, c'è
gente che ci ha lavorato per undici mesi. Sgarbi non può
arrivare e stravolgere tutto all'ultimo istante. È giusto
che sia Baudo a decidere chi devono essere gli ospiti.
Cosa farà Sergio Cammariere dopo
il Festival?
Partirò con un tour teatrale di 50 date
e poi mi chiuderò in studio a registrare il nuovo disco
insieme ai musicisti che mi accompagnano anche all'Ariston: Amedeo
Ariano, Luca Bulgarelli e Fabrizio Bosso. Per me è una
grande soddisfazione suonare nei più bei teatri d'Italia.
È finita l'epoca dei salotti. Ho suonato anche in quello
di Marcello Dell'Utri, dove ho incontrato anche il nostro presidente
del Consiglio. Ben prima che decidesse di entrare in politica...


Maurizio Camardi:
Sanremo, cartina tornasole dell'Italia
di Giorgia Fazzini
Intervista rilasciata il 6 marzo 2003
"Ogni anno stupisco sempre gli altri musicisti che per la
maggior parte, soprattutto nell'ambiente del jazz, rifiutano di
vedere Sanremo per partito preso. Perché io, se posso ritagliarmi
una sera, Sanremo lo guardo". Il sassofonista padovano Maurizio
Camardi ci commenta il suo Festival dei fiori, fra disillusione
ed uno storico dubbio che rimane e che, per quanto ci riguarda,
è destinato a rimanere.
"Sanremo è una bella città,
c'è il mare... e poi c'è il Festival, di cui appunto
cerco di farmi un'idea ogni anno, perché nel bene e nel
male è cartina tornasole di una certa Italia".
Di queste prime due serate c'è
qualcuno che ti ha colpito?
"Sergio Cammariere ha presentato un arrangiamento
interessante, nobilitato dagli interventi di Fabrizio Bosso, un
grandissimo trombettista che scandalosamente non è nemmeno
stato mai inquadrato. Le risposte della tromba alle pause del
parlato mi sono piaciute molto. Ecco, il pezzo di Cammariere è
abbastanza sanremese senza essere stupido, oppure: è sufficientemente
intelligente eppure a Sanremo ci può stare".
"E poi il blues alla vecchia maniera di
Alex Britti che è sempre un gran chitarrista, peccato che
i testi non riescano ad essere all'altezza della musica".
Sei un "viaggiatore per musica",
uno che ha lavorato spesso all'estero, in zone calde come Nicaragua,
la ex Jugoslavia, la Republica araba Saharawi. Se dovessi raccontare
lo spettacolo circense della settimana del Festival cosa diresti?
"Racconterei di un prodotto sempre uguale
a sé stesso, pregio e difetto, il cui problema artistico
sta in questo suo essere un meccanismo talmente collaudato sul
versante commerciale, che tutto ciò che arriva, anche se
da circuiti esterni, diventa canzonetta".
"È successo ai Negrita quest'anno,
ad esempio. A quei continenti così colorati e vitali, racconterei
che da questa parte del mondo c'è una vetrina che mette
in vetrina sé stessa e non quello che gira intorno, perché
appunto qualsiasi cosa salga su quel palco vi si ricoordina fagocitata.
Ed è per questo che non cerco al Festival gli artisti che
io vorrei sentire, perché sono quelli che non vorrei sentire
lì".
Detto di questa edizione, so che hai
un ricordo particolare che ti lega ad un'altra ormai in là
nel tempo. Se non ricordo male, te ne ho sentito parlare la scorsa
estate anche con Giorgio Conte.
"Sì, c'è un dubbio su cui
mi tormento da anni e che pongo a chiunque del settore mi capiti
di incontrare. Non riesco a ricordare chi dei quattro Ricchi e
Poveri fosse effettivamente benestante e chi realmente povero.
Mi ci dibatto da sempre, chi mi conosce sa di questo mio tarlo.
Eppure - e ciò è inquietante – nessuno ha
mai saputo rispondermi con certezza".
Qualcuno può raccogliere l'appello di
Camardi? Chi era il "ricco" dei Ricchi e Poveri? Maurizio
Camardi, sassofonista e musicista padovano, viaggiatore e filosofo
ha pubblicato due dischi a nome suo: "La frontiera
scomparsa" e "Nostra patria il mondo
intero", numerose collaborazioni, tra gli altri
con Ricky Gianco e Cochi e Renato, Ermanno Mauro Giovanardi dei
La Crus, Lella Costa. In questo periodo si occupa soprattutto
di spettacoli teatral-musicali tratti da lavori di autori come
Carlo Lucarelli o Massimo Carlotto.
Particolarmente stretto il legame con Carlotto
tanto che Camardi è diventato uno dei "personaggi"
di Carlotto nei libri dedicati alle vicende dell'Alligatore, un
investigatore privato amante del blues e del calvados.
Acustimantico: Sanremo, un'occasione
sprecata
di Giorgia Fazzini
Intervista del 7 marzo 2003
Mancanza di coraggio nei giovani, non rappresentatività
delle canzoni e un apparente senso di inadeguatezza e arrendevolezza
nelle esibizioni dei big. Tre ingredienti che per Raffaella Misiti,
voce dei romani Acustimantico, fanno della settimana del Festival
di Sanremo un'occasione sprecata.
"Guardo il Festival di Sanremo prima di
tutto per motivi di lavoro... Insegno a ragazzi che spesso capita
vogliano poi cantarne le canzoni, e quindi volente o nolente devo
metterci mano. E poi non ascoltando radio commerciali, mi faccio
una sorta di "ripassone" in questi giorni per poi sapere
più o meno cosa trasmetteranno quelle stazioni di qui all'estate!"
Raffaella Misiti, funambolica cantante degli
Acustimantico, ha incentrato sulla voce il suo lavoro quotidiano.
Che idea ti sei fatta degli artisti in gara quest'anno?
"Ho notato quasi un imbarazzo da parte dei
big, un senso di inadeguatezza all'esser lì, come se dovessero
fare quello che stavano facendo per forza, "perché
bisogna". Insomma, nella generale mancanza di cavalli di
razza, i nomi che potevano distinguersi per talento son rimasti
incastrati in questo cattivo senso di autocollocazione, quel "vabbé
lo faccio ma vorrei stare da un'altra parte". Parlo dei vari
Ruggeri e Mirò, Cristiano De André, Giuni Russo...
Quasi come se si fossero arresi".
E fra i giovani hai invece scorto qualche proposta
interessante?
"Anche in loro poco coraggio, ma qui è
sempre difficile: è talmente chiaro che per la maggior
parte si tratta di ragazzi confezionati apposta per la manifestazione.
Ed è questo che trovo un peccato: perché ogni anno
so che alla fine della settimana moltissimi spariranno, non mi
rimarrà nulla, non ne avrò ricordi; il che dà
un senso di vuoto pazzesco. Il Festival di Sanremo sa di inutilità,
non riesco proprio a vederne la progettualità".
Non trovi, quindi, Sanremo sufficientemente rappresentativo
dell'attuale situazione che vive la canzone italiana.
"Pochissimo, e sicuramente non di una certa
parte della canzone. Basta appunto prendere in considerazione
gli artisti conosciuti, perché in loro per primi è
un fatto evidente: il brano che uno porta su quel palco, una volta
che sa che andrà al Festival, quasi mai è scelto
perché ritenuto il migliore di quelli che si han pronti.
E trovo assurdo che non siano la qualità e la rappresentatività,
i criteri secondo cui decidere quale pezzo portare davanti a così
tanta gente. Però si sa, il Festival è questo, è
noiosamente questo".
Acustimantico partecipa al Mantova Musica Festival
2004


E se uno volesse ... farsi una compilation d'autore
su Sanremo? Vi spiego come suona la mia:
Ciao amore ciao - Luigi Tenco
Vita spericolata - Vasco Rossi
Gianna - Rino Gaetano
Canzone per te - Sergio Endrigo
Il ragazzo della via Gluck- Celentano
Le notti di maggio - Fiorella Mannoia
Per Elisa - Alice
Bisognerebbe non pensare ... - Caselli
Donne - Zucchero
Volare - Mimmo Modugno
L'uomo che si gioca il cielo ...- Vecchioni
La terra dei cachi - Elio e Storie Tese
4/3/1943 - Lucio Dalla
Mai mai Valentina - Giorgio Gaber
Un'avventura - Lucio Battisti
E non finisce mica il cielo - Mia Martini
Spunta la luna dal monte - Bertoli
Margherita non lo sa - Dori Ghezzi
La musica è finita - Ornella Vanoni
Jesahel - Delirium
Dimmi che non vuoi morire - Patty Pravo
Ci sta su un cd da 80 minuti. Un vero piacere all'ascolto
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