| Parlerò
bene di Franco Fabbri e in particolare di questo libro di Franco
Fabbri. In primo luogo perché Fabbri è uno dei pochi
autori che scrivono di musica che la musica ha provato a farla,
in secondo luogo perché ne scrive bene: ossia, con competenza,
con passione e con estrema gradevolezza. Parlerò bene di
Franco Fabbri e proprio per questo mi posso permettere di partire
dalle critiche, anche perché lo stesso Fabbri in questo volume
ne ha un po' per tutti: dagli "antipatizzanti" Area, ai
venditori di dischi, all'ideatore della confezione del cd, ai dirigenti
della radio di stato, agli scrittori di libri di musica, ai critici
etc. E allora facciamo le pulci anche al grande Fabbri!
In primo luogo, è mai possibile che un libro di critica musicale
non possa mai essere (e dico mai! Soprattutto nel caso dei libri
di Franco Fabbri) tutto materiale originale? E quindi congruente?
E quindi in grado di svolgere una tesi dall'inizio alla fine? E'
possibile (e qui vorrei davvero sapere qual è lo strano meccanismo
di mercato che lo impone) che si debba sempre trattare della "raccolta
di saggi scritti in periodi differenti"? Ma perché?
Se sono stati già scritti e già pubblicati è
probabile che siano anche stati già letti! E perché
devo pagare due volte per leggere ancora un saggio su De André
che ho già letto, pagando, su un altro libro? Perché
così i soldi vanno all'autore e non al curatore? Già,
ma ai soldi del lettore non pensa mai nessuno? In secondo luogo
che senso ha pubblicare una serie di articoli di giornale, usciti
in tempi differenti, e impaginarli senza riportare la data di pubblicazione
(la data è riportata solo a fine volume, ma separata dal
corpo dell'articolo)? Oppure ancora, perchè lasciare all'interno
di questi, alcuni articoli superati dai fatti?
Ma
io parlerò bene di questo libro: me lo sono proposto e ci
credo. E' solo la rabbia (passeggera) per vedere trattare male un
così bel materiale. E allora mi soffermerò sull'ultima
perla in negativo: abbiamo a disposizione 293 pagine, abbiamo scelto
di riempirle con materiale d'archivio (e diciamo così, perché
"riciclato" suona brutto), ma se proprio non si sapeva
come arrivare al metraggio cercato perché limitarsi a una
frase come questa: siamo nel capitolo "Serve la musica
alle canzoni", dove Franco, parte dalla contestazione
di una frase di Paolo Jachia (come sempre contestabilissima)
che sostiene che la musica delle canzoni d'autore, essendo funzionale
al testo, sarebbe meno interessante del testo medesimo, soprattutto
per il critico. Fabbri ha buon gioco nello smantellare la tesi di
Jachia (basta citare "Volare" o "Sapore di sale"
e chiedersi se le frasi musicali siano così poco importanti
o se l'arrangiamento di Morricone del brano di Paoli non abbia poi
contribuito al suo successo), ma alla fine arriva alla frase che
non condivido: "Peccato: un libro su questi popolarissimi
oggetti musicali sonori (le canzoni dei cantautori - ndr) che
li prenda in considerazione come tali, resta ancora da scrivere".
E mi lasci così? E finisci lì il capitolo? Ma io ti
rincorro con la scopa come faceva la mia nonna! Hai tempo, hai cultura,
hai spazio, hai un libro a disposizione, se non scrivi qualcosa
tu, perché lo dovrebbe scrivere qualcun altro?
Parliamo ora dei pro che sono tanti e lasciamo perdere le scope.
Fabbri ha le qualità di scrittura e di cultura necessarie
a fare sì che la lettura di un suo libro sia sempre affascinante,
anche nella frammentazione data da un insieme di saggi e articoli
come questa. Non solo, ma di Fabbri mi piace anche la volontà
di non mettersi in secondo piano rispetto all'argomento trattato,
ma anzi di accentuare la sua presenza e partecipazione al mondo
della musica, a quello della critica militante, a quello della cultura
tout court. Quindi Franco Fabbri diventa sia "commentatore"
dei fatti di questo mondo, sia "protagonista" e artefice.
Come
naturale difende quelli che sono ormai punti fissi del suo percorso
saggistico e che qualsiasi suo lettore può riconoscere all'impronta:
il termine "popular music" (volutamente non tradotto)
per indicare il campo di studio che non è quello della musica
"colta" oppure la viscerale passione per la musica greca
che Franco riesce a fare rientrare nei modi più impensati
in diversi e differenti argomentare. Sono due stilemi del Fabbri
saggista che evidentemente è convinto del sistema "batti
e ribatti qualcosa rimane", ossia chi mi legge prima o poi
un disco di musica greca in mano se lo ritrova per forza. Ed è
vero! (anche se confesserò di non condividere fino in fondo
tale passione).
Ci vorrebbe lo spazio di un'ulteriore recensione (e lo spazio in
realtà ce l'abbiamo. Tutto lo spazio del mondo sul web! Il
tempo invece meno) per parlare dei singoli temi: andiamo per titoli.
"Quattro anni da leggere, e da ascoltare", oltre
alla bizzarria della virgola prima della "e", offre un
piano dell'opera che si sviluppa giustapponendo i materiali scritti
in quattro anni. "L'ascolto tabù",
il capitolo, è forse la parte più interessante del
libro, oltre che una delle più recenti (sono gli atti di
un convegno del 2003): dall'ascolto in macchina, all'ascolto distratto,
alle musiche per fare l'amore ("The Dark side of the moon"
guiderebbe l'ipotetica classifica). Gradevole il capitolo dedicato
a "La scena: gente che balla" e interessante,
anche se acido la "critica al fallacismo musicologico"
(sì, da Oriana Fallaci").
Restano
molto interessanti i capitoli dedicati a "Studiare
la popolar music in Italia", con una critica ragionata
e ragionevole agli errori ed orrori formali della stagione dei "Cantacronache"
in Italia e della critica militante correlata (becera? E' un termine
accettabile? Diciamo "anelastica" per carità di
patria) e ancor di più quella dedicata a "rock
pop e mediterraneo", dove un Franco Fabbri col sorriso
sulle labbra fa le pulci alle nuove correnti di musica "mediterranea"
da "Creuza de ma" in poi. Musica mediterranea un po' come
il Cavaliere Inesistente di Calvino suggerisce Fabbri. In parte
si può essere non d'accordo con lui, ma il capitolo è
tutto da gustare.
Si parla poi di "Musiche del mondo" e
de "Il cielo in una stanza" (uno dei
capitoli migliori. Fabbri analizza la singola canzone come nessuno
fa). "Mettere in musica la poesia" l'avevo
già letto (e pagato) su "L'anima
dei poeti" pubblicato dal Club Tenco, per un convegno del
quale era stato scritto, "Il cantautore con due voci e molte
mani" viene da "Accordi
Eretici" curato da Giuffrida e Bigoni (già letto
e già pagato anche quello) . I pezzi sul Festival di Mantova
li avevo già letti (e pagati) su "Se
non ora quando", libro pubblicato dal MMF lo scorso anno.
I pezzi tratti dall'Unità li avevo già letti (e pagati)
con il giornale e francamente, almeno la metà sono prescindibili.
Molto belli invece i pezzi sulla radio che chiudono il libro.
Senza fatica "L'ascolto tabù" si
impone come il miglior libro di argomento musicale uscito nel 2005
(e difficilmente sarà superato da altri) ma resta il rimpianto
che, con un po' di lavoro in più poteva anche essere più
bello, approfondito e divertente: tutte qualità che non mancano
nemmeno ora.
Franco
Fabbri
"L'ascolto tabù"
Il Saggiatore - Pag 293- Euro 18,00
Finito di stampare nel febbraio 2005
Nelle librerie
Ultimo
aggiornamento l'01-06-2005
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