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BiELLE LIBRI
Franco Fabbri: "L'ascolto tabù"
di Giorgio Maimone

Parlerò bene di Franco Fabbri e in particolare di questo libro di Franco Fabbri. In primo luogo perché Fabbri è uno dei pochi autori che scrivono di musica che la musica ha provato a farla, in secondo luogo perché ne scrive bene: ossia, con competenza, con passione e con estrema gradevolezza. Parlerò bene di Franco Fabbri e proprio per questo mi posso permettere di partire dalle critiche, anche perché lo stesso Fabbri in questo volume ne ha un po' per tutti: dagli "antipatizzanti" Area, ai venditori di dischi, all'ideatore della confezione del cd, ai dirigenti della radio di stato, agli scrittori di libri di musica, ai critici etc. E allora facciamo le pulci anche al grande Fabbri!

In primo luogo, è mai possibile che un libro di critica musicale non possa mai essere (e dico mai! Soprattutto nel caso dei libri di Franco Fabbri) tutto materiale originale? E quindi congruente? E quindi in grado di svolgere una tesi dall'inizio alla fine? E' possibile (e qui vorrei davvero sapere qual è lo strano meccanismo di mercato che lo impone) che si debba sempre trattare della "raccolta di saggi scritti in periodi differenti"? Ma perché? Se sono stati già scritti e già pubblicati è probabile che siano anche stati già letti! E perché devo pagare due volte per leggere ancora un saggio su De André che ho già letto, pagando, su un altro libro? Perché così i soldi vanno all'autore e non al curatore? Già, ma ai soldi del lettore non pensa mai nessuno? In secondo luogo che senso ha pubblicare una serie di articoli di giornale, usciti in tempi differenti, e impaginarli senza riportare la data di pubblicazione (la data è riportata solo a fine volume, ma separata dal corpo dell'articolo)? Oppure ancora, perchè lasciare all'interno di questi, alcuni articoli superati dai fatti?

Ma io parlerò bene di questo libro: me lo sono proposto e ci credo. E' solo la rabbia (passeggera) per vedere trattare male un così bel materiale. E allora mi soffermerò sull'ultima perla in negativo: abbiamo a disposizione 293 pagine, abbiamo scelto di riempirle con materiale d'archivio (e diciamo così, perché "riciclato" suona brutto), ma se proprio non si sapeva come arrivare al metraggio cercato perché limitarsi a una frase come questa: siamo nel capitolo "Serve la musica alle canzoni", dove Franco, parte dalla contestazione di una frase di Paolo Jachia (come sempre contestabilissima) che sostiene che la musica delle canzoni d'autore, essendo funzionale al testo, sarebbe meno interessante del testo medesimo, soprattutto per il critico. Fabbri ha buon gioco nello smantellare la tesi di Jachia (basta citare "Volare" o "Sapore di sale" e chiedersi se le frasi musicali siano così poco importanti o se l'arrangiamento di Morricone del brano di Paoli non abbia poi contribuito al suo successo), ma alla fine arriva alla frase che non condivido: "Peccato: un libro su questi popolarissimi oggetti musicali sonori (le canzoni dei cantautori - ndr) che li prenda in considerazione come tali, resta ancora da scrivere". E mi lasci così? E finisci lì il capitolo? Ma io ti rincorro con la scopa come faceva la mia nonna! Hai tempo, hai cultura, hai spazio, hai un libro a disposizione, se non scrivi qualcosa tu, perché lo dovrebbe scrivere qualcun altro?

Parliamo ora dei pro che sono tanti e lasciamo perdere le scope. Fabbri ha le qualità di scrittura e di cultura necessarie a fare sì che la lettura di un suo libro sia sempre affascinante, anche nella frammentazione data da un insieme di saggi e articoli come questa. Non solo, ma di Fabbri mi piace anche la volontà di non mettersi in secondo piano rispetto all'argomento trattato, ma anzi di accentuare la sua presenza e partecipazione al mondo della musica, a quello della critica militante, a quello della cultura tout court. Quindi Franco Fabbri diventa sia "commentatore" dei fatti di questo mondo, sia "protagonista" e artefice.

Come naturale difende quelli che sono ormai punti fissi del suo percorso saggistico e che qualsiasi suo lettore può riconoscere all'impronta: il termine "popular music" (volutamente non tradotto) per indicare il campo di studio che non è quello della musica "colta" oppure la viscerale passione per la musica greca che Franco riesce a fare rientrare nei modi più impensati in diversi e differenti argomentare. Sono due stilemi del Fabbri saggista che evidentemente è convinto del sistema "batti e ribatti qualcosa rimane", ossia chi mi legge prima o poi un disco di musica greca in mano se lo ritrova per forza. Ed è vero! (anche se confesserò di non condividere fino in fondo tale passione).

Ci vorrebbe lo spazio di un'ulteriore recensione (e lo spazio in realtà ce l'abbiamo. Tutto lo spazio del mondo sul web! Il tempo invece meno) per parlare dei singoli temi: andiamo per titoli. "Quattro anni da leggere, e da ascoltare", oltre alla bizzarria della virgola prima della "e", offre un piano dell'opera che si sviluppa giustapponendo i materiali scritti in quattro anni. "L'ascolto tabù", il capitolo, è forse la parte più interessante del libro, oltre che una delle più recenti (sono gli atti di un convegno del 2003): dall'ascolto in macchina, all'ascolto distratto, alle musiche per fare l'amore ("The Dark side of the moon" guiderebbe l'ipotetica classifica). Gradevole il capitolo dedicato a "La scena: gente che balla" e interessante, anche se acido la "critica al fallacismo musicologico" (sì, da Oriana Fallaci").

Restano
molto interessanti i capitoli dedicati a "Studiare la popolar music in Italia", con una critica ragionata e ragionevole agli errori ed orrori formali della stagione dei "Cantacronache" in Italia e della critica militante correlata (becera? E' un termine accettabile? Diciamo "anelastica" per carità di patria) e ancor di più quella dedicata a "rock pop e mediterraneo", dove un Franco Fabbri col sorriso sulle labbra fa le pulci alle nuove correnti di musica "mediterranea" da "Creuza de ma" in poi. Musica mediterranea un po' come il Cavaliere Inesistente di Calvino suggerisce Fabbri. In parte si può essere non d'accordo con lui, ma il capitolo è tutto da gustare.

Si parla poi di "Musiche del mondo" e de "Il cielo in una stanza" (uno dei capitoli migliori. Fabbri analizza la singola canzone come nessuno fa). "Mettere in musica la poesia" l'avevo già letto (e pagato) su "L'anima dei poeti" pubblicato dal Club Tenco, per un convegno del quale era stato scritto, "Il cantautore con due voci e molte mani" viene da "Accordi Eretici" curato da Giuffrida e Bigoni (già letto e già pagato anche quello) . I pezzi sul Festival di Mantova li avevo già letti (e pagati) su "Se non ora quando", libro pubblicato dal MMF lo scorso anno. I pezzi tratti dall'Unità li avevo già letti (e pagati) con il giornale e francamente, almeno la metà sono prescindibili. Molto belli invece i pezzi sulla radio che chiudono il libro.

Senza fatica "L'ascolto tabù" si impone come il miglior libro di argomento musicale uscito nel 2005 (e difficilmente sarà superato da altri) ma resta il rimpianto che, con un po' di lavoro in più poteva anche essere più bello, approfondito e divertente: tutte qualità che non mancano nemmeno ora.

Franco Fabbri
"L'ascolto tabù"

Il Saggiatore - Pag 293- Euro 18,00
Finito di stampare nel febbraio 2005
Nelle librerie

Ultimo aggiornamento l'01-06-2005

 

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