|
|
|
BiELLE
LIBRI |
|||
| Francesco
Guccini: Cittanova Blues |
|||
|
“Cittànova blués” si presenta, da un lato, come prosieguo naturale di quella biografia principiata in su le falde appenniniche delle pavanesi “Croniche epafaniche”. Ed al mutar dell’epoca, corrisponde mutar di prospettiva, soggettiva differente, come se l’occhio d’infante ch’osservava il comporsi della vita, avesse presto lasciato posto a quello adolescenziale della “Vacca d’un cane”, ed infine, avesse trovato spunto d’umore giovanile, per le goliardiche vie d’una Bologna anni sessanta, naia hippy e fricchettoni, mitologici personaggi da bar in infradito e terribili bermudoni, centoscudi, colli ed osterie, quelle che Guccini- il cantautore, ‘stavolta- ha cantato e nomato da quarant’anni almeno. Se questo- per ora- ultimo capitolo della saga, perde forse un poco della magica atmosfera che sapeva trasmettere l’osservazione del mondo tramite le parole del bambino, sa in ogni modo toccare il cuore a spazi regolari, come per ricordarci che siamo ancora vivi. Sotto questa cenere di showgirl hamburger e Mac di vario lignaggio, sotto la supermercatanza, romanzoni al 20% di sconto, il carrello pieno (ma di prodotti sempre meno costosi, archetipo del vorrei ma non posso), sotto una televisione di Stato che regala fabulosi milioni ad extraterrestri con attività cerebrali pari a quelle di una triglia, che chiamano in trasmissione con la presenza di spirito di chi ha sbagliato numero. Sotto tutto questo, Guccini ci ricorda che siamo, infondo, ancora vivi. Ci ricorda le illusioni “dei vent’anni o giù di lì”. E quando lo fa, è come una foglia d’oro zecchino, una lamina che ricopre capitelli barocchi, con uno stile che si avvita alla perifrasi come i tornanti su per le Alpi, o il suo mai dimenticato Appennino. Guccini ci ricorda che siamo ancora vivi, ce lo ricorda nel suo sempiterno spirito dell’invito a carpire il diem, a gior dell’attimo fuggevole, del suo odore e della piccolezza delle cose le più piccole. Così,
quando pensi che non t’abbia regalato altro che scorcio di un’Italia
mai vista, solo sognata nel cinema di quegli anni, o nei racconti di tuo
padre, ecco comparire il Guccini d’oggi, quello meditabondo e a
tratti melanconico, quando già stai per serrare il libro con un
semplice sorriso, ecco spuntarla, la proverbiale lacrima. Si fanno i conti
col passato, e col presente, l’ultimo Guccini, quello già
sulla sessantina, guarda lo sdrucciolarsi delle stagioni, e le accarezza
ad una ad una, con la dolcezza che soltanto, non i poeti, né gli
scrittori, o i cantanti o i musici, ma gli uomini, sanno spremere dalla
vita. Ultimo
aggiornamento il 21-07-2004 |
|||