Una Brigata di memoria, di cultura, di utopie,
di speranze, d'informazione, dell'uomo.


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Claudio Lolli

Il CantaLolli


Dalla parte del torto

E quando proverete a ridere del vostro dolore
con quei denti bellissimi che vostra madre vi ha dato
Quando avrete bisogno di trattenere il fiato
per qualche miracolo o un disastro di più.
E quando riuscirete a piangere per uno stupido amore
con quegli occhi bellissimi che il mio amore vi ha dato
quando avrete una valigia con un bel sogno sciupato
da uno sguardo cattivo, una cattiveria di più.
Venitemi a trovare correte a perdifiato
per voi ci sarà sempre il mio cuore incantato
venitemi a cercare nel mio arcobaleno privato
tra il colore del futuro e quello del passato.
E quando avrete voglia di ascoltare una storia
con quelle orecchie bellissime che vostra madre vi ha dato
una storia che forse io ho dimenticato
ma è lo stesso comunque io la racconterò
E' la storia dell'uomo che scriveva il suo amore
con quelle dita bellissime che il mio amore vi ha dato
la scriveva nel mondo come una canzone
con quell'unica voce, quella voce che c'è.
Rimanete con me non scappate a perdifiato
per voi ci sarà sempre il mio cuore incantato
rimanete con me nel mio arcobaleno privato
tra il colore del futuro e quello del passato.
E quando proverete a stare dalla parte del torto
con quella voce bellissima che vostra madre vi ha dato
insieme a tutti quelli che non hanno giocato
neanche la prima mano né una mano di più.
E quando graffierete come cuccioli ribelli
con quelle unghie bellissime che il mio amore vi ha dato
In un giorno dorato, in un giorno fatato
leccando una ferita, una ferita di più.
Venitemi a trovare, correte a perdifiato
per voi ci sarà sempre il mio cuore incantato
venitemi a cercare nel mio arcobaleno privato
tra il colore del futuro e quello del passato.
E quando vi siederete dalla parte del torto
perché ogni altro posto sarà già stato occupato
con quel culo bellissimo che la mia donna vi ha dato
con quel culo che io non ho mai visto di più
Venitemi a svegliare e bussate a perdifiato
per voi ci sarà sempre il mio cuore incantato
forse malinconico ma mai rassegnato
una carezza alla luna alle stelle
e un pallone sul prato.

L'amore al tempo del fascismo

Guardare bene dove mettere i piedi
Per non calpestare le righe,
Contare sempre da uno a dieci
Prima di far saltare le dighe
Guardare in alto, a destra, a sinistra,
Come se fosse una cosa importante
Aspettare fumando per più di due ore,
Maledicendo una donna intrigante
E due bonghisti neri
E due carabinieri
Che li guardano come
Se fossero stranieri...
Non è rabbia per niente
E neanche cinismo
E' il cielo di Bologna
Questo, questo è l'amore ai tempi del fascismo.

Farsi scoppiare tutto il tempo tra le mani
Per paura di non riuscire a fare niente
Per ritrovarsi in una specie di domani
Pieno di persone che sembrano "gente",
Mettere in fila dei pensieri colorati
E tenerli insieme con parole di cristallo,
Poi il mio cappotto
Che ha gli angoli slabbrati
E il tuo tramonto che diventa troppo giallo
E due lavavetri polacchi
Che lavano nel niente,
Nei tuoi figli, nelle tue mogli,
Nel tuo respiro indifferente...
Non è rabbia davvero
E nemmeno arrivismo
E' il freddo di Bologna
Questo è l'amore ai tempi del fascismo.

Vedere poi tutti i paesi illuminati
Più dall'orgoglio che dalla luce,
Le case bianche figlie delle colline,
di una piacevole assenza di voce,
In cui andiamo a ricoverarci
Come malati allo stadio terminale
Quei letti bianchi, i pochi ospedali
In cui è possibile almeno stare male
E i due bonghisti neri,
E venti carabinieri
Che battono il piede assorti
Nei loro pensieri...
Non è rabbia per niente
E non è più leninismo
E' il ritmo di Bologna
Questo è l'amore ai tempi del fascismo.

Accarezzare la poesia con le tue dita
Per inghiottire
Lunghi giorni di silenzio,
Riccioli biondi incatenati ad una vita,
Piombo d'argento
In fondo a lacrime d'assenzio...
E due zingari slavi
Costretti dalle chiavi
A chiudere per sempre il violino
Con i suoni che tu amavi
Non è disperazione
E neanche dolore
E' il vento di Bologna,
Questo è il fascismo
Al tempo dell'amore

Io ti racconto

Io ti racconto lo squallore di una vita vissuta a ore, di gente che non sa più far l'amore.
Ti dico la malinconia di vivere in periferia, del tempo grigio che ci porta via.
Io ti racconto la mia vita il mio passato il mio presente, anche se a te, lo so, non importa niente.
Io ti racconto settimane, fatte di angosce sovrumane, vita e tormenti di persone strane.
E di domeniche feroci passate ad ascoltar le voci, di amici reclutati in pizzeria.
Io ti racconto tanta gente che vive e non capisce niente alla ricerca di un po' d'allegria.

Io ti racconto il carnevale, la festa che finisce male, le falsità di una città industriale.
Io ti racconto il sogno strano di inseguire con la mano un orizzonte sempre più lontano.
Io ti racconto la nevrosi di vivere con gli occhi chiusi, alla ricerca di una compagnia.
Ti dico la disperazione di chi non trova l'occasione per consumare un giorno da leone.
Di chi trascina la sua vita, in una mediocrità infinita con quattro soldi stretti tra le dita.
Io ti racconto la pazzia che si compra in chiesa o in drogheria, un po' di vino un po' di religione.

Ma tu che ascolti una canzone, lo sai che cos'e' una prigione? Lo sai a che cosa serve una stazione?
Lo sai che cosa è una guerra? E quante ce ne sono in terra? A cosa può servire una chitarra?
Lo sai che siamo tutti morti e non ce ne siamo neanche accorti, e continuiamo a dire e così sia.
Lo sai che siamo tutti morti e non ce ne siamo accorti, e continuiamo a dire così sia.





Angoscia metropolitana

Dentro a un cielo nato grigio, si infilzano le gru
ricoperte dalle case, le colline non si vedon più.
Sulle antenne conficcate nella crosta della terra
corron nuvole frustate, come va un esercito alla guerra.
E la voce che mi esce, si disperde tra le case,
sempre più lontana, se non la conosci, è l'angoscia metropolitana.

Le baracche hanno lanciato, il loro urlo di dolore,
circondando la città, con grosse tenaglie di vergogna.
Ma il rumore delle auto, ha già asfissiato ogni rimorso,
giace morto sul selciato, un bimbo che faceva il muratore.
E la voce che mi esce, si disperde tra le case,
sempre più lontana, se non la conosci, è l'angoscia metropolitana.

Nelle case dei signori, la tristezza ha messo piede,
dietro gli squallidi amori, l'usura delle corde ormai si vede.
Come pere ormai marcite, dal sedere troppo tondo,
le fortune ricucite, mostrano i loro vermi al mondo.
E la voce che mi esce, si disperde tra le case,
sempre più lontana, se non la conosci, è l'angoscia metropolitana.

Fai un salto alla stazione, per cercare il tuo treno,
troverai disperazione, che per venire qui lascia il sereno.
Fai un salto alla partita, troverai mille persone,
che si calciano la vita, fissi dietro un unico pallone.
E la voce che mi esce, si disperde tra le case,
sempre più lontana, se non la conosci, è l'angoscia metropolitana.

La campagna circostante, triste aspetta di morire,
per le strade quanta gente, è in fila per entrare o per uscire.
Chiude l'ultima serranda, poi la luce dice addio,
la città si raccomanda, la sua sporca anima a dio.
E la voce che mi esce, si disperde tra le case,
sempre più lontana, se non la conosci, è l'angoscia metropolitana.

Curva sud

Senti, un rumore lontano, più forte di un tuono
che scoppia e rimbomba da oltre Trieste
nelle nostre teste e non si ferma più
guarda, una macchia di rosso colora il canale
del bene e del male, il colore del mare
che sembra virare più al nero che al blu,
e poi la lingua che si secca e balbetta
nella fretta della nuova verità...

tocca il mio cuore discreto che si alza e rimbalza
su costole rotte, e toccami il corpo
che freme di rabbia e di malinconia,
annusa il profumo del fango, la polvere bianca,
la guerra che avanza in facce tagliate,
oscurate dal sogno di un'altra etnia,
e poi la lotta che si staglia e si affretta
la battaglia della nuova bugia...

Mangiati questo dolore, gustati il succo
di questa impotenza a capire l'amore
che sembra il domani di questa città,
pensa, ti sembrano sensi, e ti sembrano cinque,
o ti sembrano sogni, oppure è un ricordo
più forte che vero dell'ambiguità
questo presente rosso sangue,
questo ritorno di barbarie-novità...

Senti che aria di fasci stasera, stanotte,
stasera mi lasci, lo so, non potrò
io lo so, non potrò più dormire con te...

L'Italia è un aliante sospeso nel troppo
silenzio si un cielo confuso, una scritta
rèclame che ci osserva dal blu, ed è dipinta di blù
si apre uno stadio fantasma, una luce
accecante, ma senza notturna, si sentono
i cori, bestemmie infelici, della curva Sud,
e i disperati stanno male, soli
e lontani anche dalle parole...

L'Italia è una macchina calda che va fuori
strada, un processo alla moda, da un tempo
lontano un saluto romano, un bambino di Napoli
che salta e che ride, che urla e che dice
che 'Duce', che 'Duce', che 'Duce', tu sei la mia
luce, tu sei proprio l'unica luce che ho,
una dolce grandissima luce vera...
e che aria, che aria, che aria, che aria stasera...

Stasera c'é aria di nebbia, neanche la luna
uno straccio di luna, o un'ombra di stelle
un paracadute che mi tenga su,
l'Italia è una macchina pazza, che aria di fasci,
stanotte, stasera, stanotte mi lasci, lo so
che non posso dormire con te...

Senti che aria di fasci, esta hora, stasera
stanotte mi lasci, lo so non potrò, io lo so,
non potrò più dormire con te...



I musicisti di Ciampi

I musicisti di Ciampi non gli volevano bene
lo accompagnavano così, senza passione,
e mentre lui cantava e moriva
loro facevano la loro professione

i musicisti di Ciampi non lo amavano,
una persona troppo strana e distruttiva,
loro, i computers che in testa gli giravano,
pensavano ai turni ai soldi, alla domenica sportiva,

così la senti la distanza d'emergenza
tra quella voce che fa finta di provarci,
e quelli dietro che hanno fretta di finire,
e che non sanno cos'è amarsi, cos'è amarci,

e poi li vedi e sembra un film di Fellini,
uno che ride e ripone lo strumento,
e Piero è lì, con un bicchiere in mano,
e sa che avrà da fare ancora con il vento,
lui sa, che avrà da fare ancora con il vento.




Donna di fiume

Credo di avere provato l'amore, almeno una volta, è stato un brivido di buio in una stanza d'affitto, è stato trovare il fondo di una morte felice e la disperata allegria di non servire a niente, e lacrime e risate e l'intenso di carezze più pure.
Credo di avere provato l'amore, almeno una volta, con una donna travolta da correnti di fiume, bianca e moribonda come una prima comunione, libera e buia come i miei occhi tra le dita, feroce e dolorosa come la rabbia dell'inferno.
Credo per un'amore così non ci sia che una volta, perchè è allora che il buio si scava la sua ultima tana e la confessione dipana le paure di sempre, in un interminabile abbraccio di donna di fiume, nella sua corrente di vita e di stanchezza.
Credo che un amore così sia negato ai beati, perchè è la fiamma di un fuoco che tramanda la morte, perchè i beati non sanno le stanze d'affitto, hanno paura del buio e delle parole, perchè le donne di fiume non son mai beate.
Credo che un amore così non si perda per strada, gli occhi degli altri per quanto ti frughino non sanno capire, che la dolcezza preziosa che nascondi tra i denti è la ridicola e meravigliosa discesa, di un uomo che impara a non morire da solo.



Compagni a venire

Potrò mai perdonare
a te che giri in casa
con la vestaglia unta
di macchie di dolore
di avermi allattato
al fiume del tuo male
stampandomi sul viso
l'angoscia e il suo colore.

Potrò mai perdonare
a te che giri casa
fiero nei tuoi ricordi
di libertà passata
di avere contrastato
la mia spina dorsale
per paura che io
non ti venissi uguale

Potrò mai perdonare
al vostro amore stanco
il piacere segreto
di una notte lontana
che mi ha sbattuto
in un mondo extravaginale
senza nemmeno chiedersi
se preferissi nascere
o la morte gloriosa
di un aborto illegale.

Potrò mai perdonare
a te ragazzo magro
tutti i pugni sul muso
che mi hai dato per noia
o per aiutarmi a crescere
o per raddrizzarmi il naso
o per vedermi piangere
proprio nel mio cortile.

Potrò mai perdonarti
amico per sei anni
di avermi ascoltato
con un orecchio solo
il tuo tradimento nero
fine del nostro mondo
con cui sei diventato
un bel fascista biondo.

Potrò mai perdonarvi
amici tutti quanti
l'amore e l'amicizia
che non mi avete dato
e questo mio sangue fragile
il mio povero disastro
la colpa ed il dolore
di non esser mai stato
per nessuno di voi
nemmeno un fratellastro.

Potrò mai perdonare
a te ragazza piccola
il bacio che hai preferito
gettare dal balcone
quel bacio che non mi hai
voluto regalare
nemmeno il giorno prima
della rivoluzione.

Potrò mai perdonare
a te ragazza grande
di avermi adoperato
per le tue gelosie
a te e alla tua città
quel tramonto di vento
in cui sono partito
felice di bugie.

Potrò mai perdonare
a voi mie poche donne
di avermi sempre usato
solo per stare bene
come un unguento dolce
che asciuga una ferita
aperta di paura
come un liquore amaro
che è però digestivo
e digerisce la vita.

Potrò mai perdonare
al Dio che non esiste
di avere rovinato
la mia adolescenza
Seduto su una pila
immensa di riviste
di donne nude prova
della sua inesistenza.

Potrò mai perdonare
alla gente per bene
di avere amareggiato
le mie bandiere rosse
e di avere deriso
sui muri della mia gioia
l'immagine di lenin
che parla alla sua gente

Potrò mai perdonare
a me stesso la mia rabbia
immensa e tempestosa
crudele come un mare
che travolga le navi
e affoghi i pescatori
che trovino il coraggio
di volerlo tentare
un mare che le loro donne
non sapran perdonare.

Potrò mai ringraziarti
compagno sconosciuto
per il vino che hai offerto
senza chiedermi il nome
senza informarti troppo
di dove ero venuto
di quanto sangue usciva
dalla mia situazione.

Potrò mai ringraziare
a te compagno negro
per il "who love you?"
che mi hai voluto regalare
come una sicurezza
che la nostra differenza
era un motivo in più
per doverci parlare.

Potrò mai ringraziarvi
compagni sconosciuti
disponibili sempre
ad offrire amore e vino
sperduti in questo mondo
non a grandezza d'uomo
e nemmeno di donna
e neanche di bambino
provincia di una vita
che dovrà pur finire.

Potrò mai ringraziarvi
compagni a venire.

Dita

Ci sono le dita di Dio stamattina nel cielo
e ti stanno disegnando una buona giornata
in cui ci sarò, ci sarai, ci saremo
e ci potremo toccare chiedendo: com'è andata?
Ci sono le dita di Dio stamattina nel cielo
e ti stanno accendendo una bella luce
in cui ti muoverai bella come sei,
sulla musica intensa di questa voce.

Ci sono le dita di un postino oggi in Italia
che si prenderanno cura delle mie parole.
Potessi farti anch'io una carezza da lontano,
potessi avere anch'io un poco del tuo sole.
Ci sono le dita di un postino oggi nel mondo
che ci faranno sentire più vicini del vero:
potessi essere io ancora un bambino, e volare
come una lettera magica nel tuo cielo straniero.

Ci sono le mie dita oggi sulla chitarra
ed ognuna di loro ti vuole bene,
abbiamo sempre voglia di toccare la terra,
tocchiamo sempre quello che non ci appartiene.
Ci sono le mie dita oggi sulla chitarra
ti stanno ricordando di un'altra giornata,
e toccando arpeggiando, come quella notte
in cui Roma pagana era una rima baciata,
in cui a Roma eravamo come una rima baciata.

Aspettando Godot

Vivo tutti i miei giorni aspettando Godot, dormo tutte le notti aspettando Godot.
Ho passato la vita ad aspettare Godot.
Nacqui un giorno di marzo o d'aprile non so, mia madre che mi allatta è un ricordo che ho, ma credo che già in quel giorno però invece di poppare io aspettassi Godot.
Nei prati verdi della mia infanzia, nei luoghi azzurri di cieli e acquiloni, nei giorni sereni che non rivedrò io stavo già aspettando Godot.
L'adolescenza mi strappò di là, e mi portò ad un tavolo grigio, dove fra tanti libri però, invece di leggere aspettavo Godot.
Giorni e giorni a quei tavolini, gli amici e le donne vedevo vicini, io mi mangiavo le mani però, non mi muovevo e aspettavo Godot.
Ma se i sensi comandano l'uomo obbedisce, così sposai la prima che incontrai, ma anche la notte di nozze però, non feci nulla aspettando Godot.
Poi lei mi costrinse ed un figlio arrivò, piccolo e tondo urlava ogni sera, ma invece di farlo giocare un po', io uscivo fuori ad aspettare Godot.
E dopo questo un altro arrivò, e dopo il secondo un altro però, per esser del tutto sincero dirò, che avrei preferito arrivasse Godot.
Sono invecchiato aspettando Godot, ho sepolto mio padre aspettando Godot, ho cresciuto i miei figli aspettando Godot.
Sono andato in pensione dieci anni fa, ed ho perso la moglie acquistando in età, i miei figli son grandi e lontani però, io sto ancora aspettando Godot.
Questa sera sono un vecchio di settantanni, solo e malato in mezzo a una strada, dopo tanta vita più pazienza non ho, non posso più aspettare Godot.
Ma questa strada mi porta fortuna, c'è un pozzo laggiù che specchia la luna, è buio profondo e mi ci butterò, senza aspettare che arrivi Godot.
In pochi passi ci sono davanti, ho il viso sudato e le mani tremanti, e la prima volta che sto per agire, senza aspettare che arrivi Godot.
Ma l'abitudine di tutta una vita, ha fatto si che ancora una volta, per un momento io mi sia girato, a veder se per caso Godot era arrivato.
La morte mi ha preso le mani e la vita, l'oblio mi ha coperto di luce infinita, e ho capito che non si può, coprirsi le spalle aspettando Godot.
Non ho mai agito aspettando Godot, per tutti i miei giorni aspettando Godot, e ho incominciato a vivere forte, proprio andando incontro alla morte, ho incominciato a vivere forte, proprio andando incontro alla morte.

Ignazio

Ma dove vai a scopare, Ignazio,
quando viene la sera,
dopo la tua giornata morbida e pesante
come la crema pasticcera,
con queste donne che sembrano più giovani
della loro età,
oppure quelle che sembrano più vecchie
almeno in sincerità...

Ma dove vai a scopare, Ignazio,
con quale affetto, quale nostalgia,
dopo la tua giornata morbida e pesante
come una pasticceria,
con queste donne che non la danno
o se la danno la danno per forza,
tu così dolce e così preoccupato
di non ferire nemmeno la scorza,

ma dove vai a scopare, Ignazio,
alla sera, chiuso il negozio,
quando ti senti cadere addosso il mondo
e anche il lavoro ti sembra un ozio,
e resti lì davanti alla porta
chiusa nel tuo monolocale,
dov'è che vai a resuscitare, Ignazio,
quando stai troppo male...

E dove vai a scopare, Ignazio,
dimmi da quale puttana,
oppure hai proprio una donna fissa
qualche fine settimana...
E poi quel cielo che sembra piombo,
quel freddo che non finisce più,
quelle pantofole con Topolino
la stufa davanti alla tv,

ma dove è andata a finire, Ignazio
tutta quella dinamite,
quella vita pensata, sognata sui libri,
tutte le tue altre vite,
ma dove è andata a finire Ignazio
quella tua voglia di dolcezza,
di dolci adesso ne assaggi anche troppi
ci infili le dita senza tenerezza

e dove vai a scopare, Ignazio,
la tua puttana ti vuole almeno un po' di bene?
Tanto è chiaro che tu non sei suo
e lei per nulla ti appartiene,
come le paste dentro al vassoio,
i bambini impazziscono di gioia,
ma di là nel forno c'è quel vecchio sdentato
che si ammazza di seghe e di noia...

e dove vai a scopare, Ignazio,
tu così solo sai certo un po' di mondo,
fammi venire una volta con te,
buttiamoci insieme in quel pozzo profondo,
per ritrovarci insieme, poi una mattina
davanti a un benzinaio ancora chiuso,
io come te, io più fesso di te,
la nostra amicizia che si tiene il muso,

e dove vai a scopare, Ignazio,
con quella voglia di vita negli occhi,
ma rassegnato disincantato ormai,
senza nessuno più che abbocchi...
perché è dura scopare, Ignazio,
se non riusciamo a volerci bene,
e non riusciamo a dimenticarci,
di questa guerra che viene, che viene...
che viene, che viene, che viene..

Un uomo in crisi
.
Hai notato come sono rari e fievoli i sorrisi, sulla bocca stralunata di un uomo in crisi, come guarda sempre in basso, come cerca protezione, come evita a ogni passo di attirare l'attenzione. Sui suoi occhi stanchi e bui, senza più salde certezze, come cerca con le mani sempre nuove sicurezze.

Hai notato com'è facile sentirselo un po' amico, quando con l'aspetto gracile e con gesto antico, si avvicina alla tua anima, cerca in te i suoi dubbi, poi con fare indifferente fugge avvinto d'allorgoglio, fino a che non riconosce i suoi timidi sorrisi, sul tuo volto stralunato in perenne crisi.

Ho visto anche degli zingari felici

E' vero che dalle finestre
non riusciamo a vedere la luce
perché la notte vince sempre sul giorno
e la notte sangue non ne produce,
è vero che la nostra aria
diventa sempre più ragazzina
e si fa correre dietro
lungo le strade senza uscita,
è vero che non riusciamo a parlare
e che parliamo sempre troppo.

E' vero che sputiamo per terra
quando vediamo passare un gobbo,
un tredici o un ubriaco
o quando non vogliamo incrinare
il meraviglioso equilibrio
di un'obesità senza fine,
di una felicità senza peso.
E' vero che non vogliamo pagare
la colpa di non avere colpe
e che preferiamo morire
piuttosto che abbassare la faccia, è vero
cerchiamo l'amore sempre
nelle braccia sbagliate.

E' vero che non vogliamo cambiare
il nostro inverno in estate,
è vero che i poeti ci fanno paura
perché i poeti accarezzano troppo le gobbe,
amano l'odore delle armi
e odiano la fine della giornata.
Perché i poeti aprono sempre la loro finestra
anche se noi diciamo che è
una finestra sbagliata.

E' vero che non ci capiamo,
che non parliamo mai
in due la stessa lingua,
e abbiamo paura del buio e anche della luce, è vero
che abbiamo tanto da fare
e non facciamo mai niente.
E' vero che spesso la strada ci sembra un inferno
e una voce in cui non riusciamo a stare insieme,
dove non riconosciamo mai i nostri fratelli,
è vero che beviamo il sangue dei nostri padri,
che odiamo tutte le nostre donne
e tutti i nostri amici.

Ma ho visto anche degli zingari felici
corrersi dietro, far l'amore
e rotolarsi per terra,
ho visto anche degli zingari felici
in Piazza Maggiore
ubriacarsi di luna, di vendetta e di guerra.

Ma ho visto anche degli zingari felici
corrersi dietro, far l'amore
e rotolarsi per terra,
ho visto anche degli zingari felici
in Piazza Maggiore
ubriacarsi di luna, di vendetta e di guerra.

Anna di Francia /2

Non sarò per te un orologio,
il lampadario che ti toglie il reggiseno,
quando è tardi, è notte e tu sei stanca
e la tua voglia come il tempo manca.
Non sarò per te un esattore
di una lacrima ventuno volte al mese,
non conterò i giorni alle tue lune
per far l'amore senza rimborso spese.
Non sarò per te solo lo specchio
di una faccia che non cambia mai vestito,
non sarò il tuo manico di scopa
travestito da amante o da marito.
Non sarò quel cielo grigio quel mattino,
il dentrificio che fa a pugni con il vino,
non sarò la tua consolazione,
e neanche il padre del tuo prossimo bambino.
Per questa volta almeno sarò la tua libertà,
per questa volta almeno solo la tua libertà,
per questa volta almeno la nostra libertà
e la piazza calda e dolce di questa città.

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