Una Brigata di memoria, di cultura, di utopie,
di speranze, d'informazione, dell'uomo.

 














Il Canta-Bielle - 2
(vai all'1)



C'è solo la strada
di Gaber-Luporini

Lidia, ti amo. Lidia, ho bisogno di te. Poi la stringo e la bacio, infagottato d'amore e di vestiti. E anche lei si muove, felice della sua apparenza e del nostro amore. E la cosa continua bellissima per giorni e giorni... Una nave, con una rotta precisa che ci porta dritti verso una casa, una casa con noi due soli. Una gran tenerezza... e una porta che si chiude.

Nelle case non c'è niente di buono,
appena una porta si chiude dietro a un uomo
succede qualcosa di strano, non c'è niente da fare
è fatale
quell'uomo comincia ad ammuffire.
Basta una chiave che chiuda la porta d'ingresso
che non sei già più come prima
che ti senti depresso;
la chiave è tremenda, appena si gira la chiave
siamo dentro a una stanza:
si mangia, si dorme, si beve.

Ne ho conosciute tante di famiglie, la famiglia è più economica e protegge di più. Ci si organizza bene, una minestra per tutti, tranquillanti, aspirine per tutti, gli assorbenti, il cotone, i confetti Falqui... soltanto quattrocento lire per purgare tutta la famiglia. Un affare!... Si caga, in famiglia. Si caga bene, lo si fa tutti insieme.

Nelle case non c'è niente di buono,
appena una porta si chiude dietro a un uomo
quell'uomo è pesante e passa di moda sul posto,
comincia a marcire e a puzzare molto presto.
In casa non c'è niente di buono
c'è tutto che puzza di chiuso e di cesso:
si fa il bagno, ci si lava i denti,
ma puzziamo lo stesso.
Amore ti lascio, ti lascio...

C'è solo la strada su cui puoi contare,
la strada è l'unica salvezza;
c'è solo la voglia, il bisogno di uscire
di esporsi nella strada e nella piazza.
Perché il giudizio universale
non passa per le case,
le case dove noi ci nascondiamo,
bisogna ritornare nella strada,
nella strada per conoscere chi siamo.
C'è solo la strada su cui puoi contare
la strada è l'unica salvezza;
c'è solo la voglia, il bisogno di uscire
di esporsi nella strada, nella piazza.
Perché il giudizio universale
non passa per le case,
e gli angeli non danno appuntamenti
e anche nelle case più spaziose
non c'è spazio per verifiche e confronti.

Laura, ti amo. Laura, ho bisogno di te. Con te io ritrovo la strada, le piazze, i giovani, gli studenti. Li avevo lasciati con la cravatta... Sono molto cambiati... Le idee, sì, le idee sono cambiate, e i loro discorsi, e il modo di vestire. Gli esseri meno, gli esseri non sono molto cambiati: vanno ancora nelle aule di scuola a brucare un po' di medicina, fettine di chimica, pezzetti di urbanistica con inserti di ecologia, a ore pressappoco regolari. Ed esiste ancora il bar, tra un intervallo e l'altro... E poi l'amore, per fabbricarsi la felicità. Come noi ora. Una coppia, e ancora tante coppie...
e poi ancora una porta, ancora una casa:
ma siamo convinti che sia un'altra cosa?

Perché abbiamo esperienze diverse
non può finir male,
perché abbiamo una chiave moderna,
abbiamo una Yale.
Perché è tutto un rapporto diverso
che è molto più avanti...
ma c'è sempre una casa, con altre aspirine e calmanti.
E di nuovo mi trovo a marcire
in un'altra famiglia, la nostra, la mia;
abbracciarla guardando la porta
e la mia poesia.
Amore ti lascio, vado via.

C'è solo la strada su cui puoi contare
la strada è l'unica salvezza;
c'è solo la voglia, il bisogno di uscire
di esporsi nella strada, nella piazza.
Perché il giudizio universale
non passa per le case,
in casa non si sentono le trombe,
in casa ti allontani dalla vita,
dalla lotta, dal dolore e dalle bombe.

Anna, ti amo. Anna, ho bisogno di te... ma, per favore, in un hotel meublé.

Perché il giudizio universale
non passa per le case,
le case dove noi ci nascondiamo,
bisogna ritornare nella strada,
nella strada per conoscere chi siamo.

C'è solo la strada su cui puoi contare
la strada è l'unica salvezza;
c'è solo la voglia, il bisogno di uscire
di esporsi nella strada, nella piazza.
Perché il giudizio universale
non passa per le case,
in casa non si sentono le trombe,
in casa ti allontani dalla vita,
dalla lotta, dal dolore e dalle bombe


Hanabel

(di Giovanni Rubbiani)
Caravane de Ville


Arrivi all'improvviso
Come arriva un temporale
Un brivido, un lampo
Una tempesta ormonale

Sei carne su nervi
Su fantasie impure
Sei il rosso che acceca
Il fuoco che brucia

Donna su uomo
Donna su donna
Donna su uomo
Donna su donna

Dritto al cuore
Dritto al cuore
Colpisci
Ferisci
Hanabel

Ed è vivo pulsante strisciante su me
Il pensiero indecente
Di cedere

Sei balsamo e sangue su tutto il mio corpo
L'amore, il sudore che
Mi fanno tremare

Donna su uomo….


Jamila

Figlia, figlia
Piccola bambina
Giovane fiore
Fiore di ciclamino
Ciclamino

Perla, perla
Gioiello del deserto
Piccola perla
Liscia da accarezzare

Acqua, acqua
Sorgente che rinfresca
Come oasi
Come un miraggio che aspetta

Jamila (4v)

Figlia, figlia
Piccola bambina
Giovane fiore
Fiore di ciclamino
Ciclamino

Donna, donna
Donna da maritare
Giovane sposa
Sposa felice da amare

Jamila (4v)


Casbah

Ahid - Nuvole d'incenso
Ahid - Odore di tè alla menta
E spezie, cardamomo
Curry e misto kebab
Curry e misto kebab

Ahid - Montagne di ciclamini
Ahid - Datteri e cumino
È dolce il vapore qui intorno
È un oppio che avvinghia
Oppio che stordisce

Nella casbah, casbah
Casbah, casbah - Giro e mi perdo qui giù nella
Casbah, casbah
E il fumo dà le vertigini (2v)

Ahid - Girano le voci
Ahid - Corrono veloci
Di bocca in bocca in bocca
Di mercante in mercante in mercante

Ahid - Dicono gli anziani
Ahid - Dicono i sapienti
Tempesta
Tempesta all'orizzonte

Nella casbah, casbah
Casbah, casbah - Giro e mi perdo qui giù nella
Casbah, casbah
E il fumo dà le vertigini (2v)



Mai Mai Mai Valentina
(Testa - Colonnello)
Giorgio Gaber

Mai, mai, mai
amerò
qualcun'altra dopo te,
Valentina,
Valentina...

Mai, mai, mai
troverò
occhi belli come i tuoi,
come gli occhi
di Valentina...

E tu sarai Coro: sarai, sarai
felice con me con me, con me
solo se saprai
volermi bene
e così così, così
se tu mi vorrai vedrai, vedrai
io sarò sempre
con Valentina.

Mai, mai, mai
amerò
qualcun'altra dopo te,
Valentina,
lo sai.



Celia de la Serna
di Roberto Vecchioni

Non scrivi più, e non ti sento più,
so quel che fai e un po' ho paura, sai.
Son senza sole le strade di Rosario,
fa male al cuore
avere un figlio straordinario:
a saperti là sono orgogliosa e sola,
ma dimenticarti... è una parola...

Bambino mio, chicco di sale,
sei sempre stato un po' speciale,
col tuo pallone, nero di lividi e di botte,
e quella tosse, amore,
che non passava mai la notte;
e scamiciato,
davanti al fiume ore e ore,
chiudendo gli occhi,
appeso al cuore.

O madre, madre,
che infinito, immenso cielo
sarebbe il mondo se assomigliasse a te!
Uomini e sogni come le tue parole,
la terra e il grano come i capelli tuoi.

Tu sei il mio canto,
la mia memoria,
non c'è nient'altro
nella mia storia;
a volte, sai, mi sembra di sentire
la "poderosa" accesa nel cortile:
e guardo fuori: "Fuser, Fuser è ritornato!",
e guardo fuori, e c'è solo il prato.

O madre, madre,
se sapessi che dolore!
Non è quel mondo che mi cantavi tu:
tu guarda fuori,
tu guarda fuori sempre,
e spera sempre
di non vedermi mai;
sarò quel figlio
che ami veramente,
soltanto e solo
finché non mi vedrai.

1 aprile 1965
di Angelo Branduardi

Padre da molto tempo non scrivevo più...
sai che un vagabondo
oggi è qui e domani là.
Già dieci anni fa io vi scrivevo addio...
per una volta ancora riprendo il mio cammino.
Padre da molto tempo non scrivevo più...
gli anni sono passati
ma io non sono cambiato.
Forse qualcuno potrà chiamarmi avventuriero,
fino alla fine andrò dietro le mie verità.
Padre da molto tempo non scrivevo più...
la morte non l'ho mai cercata,
ma questa volta forse verrà.
Vorrei farvi capire che io vi ho molto amato...
per voi non sarà facile, ma oggi credetemi.
Padre da molto tempo non scrivevo più...
mi sento un poco stanco
mi sosterrà la mia volontà
Abbraccio tutti voi, un bacio a tutti voi
e ricordatevi di me ed io ci riuscirò.


Ma chi ha detto
che non c'é?

di Gianfranco Manfredi

Sta nel fondo dei tuoi occhi
Sulla punta delle labbra,
sta nel corpo risvegliato
nella fine del peccato
Nella curva dei tuoi fianchi
Nel calore del tuo seno
Nel profondo del tuo ventre
Nell'attendere il mattino.
Sta nel sogno realizzato,
sta nel mitra lucidato.
Nella gioia e nella rabbia,
nel distruggere la gabbia
Nella morte della scuola,
nel rifiuto del lavoro
Nella fabbrica deserta,
nella casa senza porta
Sta nell'immaginazione,
nella musica sull'erba,
sta nella provocazione,
nel lavoro della talpa,
nella storia del futuro ,
nel presente senza storia,
nei momenti di ubriachezza,
negli istanti di memoria.
Sta nel nero della pelle,
nella festa collettiva,
sta nel prendersi la merce,
sta nel prendersi la mano,
nel tirare i sampietrini,
nell'incendio di Milano,
nelle spranghe sui fascisti
nelle pietre sui gipponi
Sta nei sogni dei teppisti
e nei giochi dei bambini,
nel conoscersi del corpo,
nell'orgasmo della mente,
nella voglia più totale,
nel discorso trasparente.
Ma chi ha detto che non c'è.
Sta nel fondo dei tuoi occhi
Ma chi ha detto che non c'è.
Sulla punta delle labbra
Ma chi ha detto che non c'è.
Sta nel mitra lucidato
Ma chi ha detto che non c'è.
Nella fine dello Stato
C'è, sì c'è
Ma chi ha detto che non c'è.



Primo maggio di festa
di Claudio Lolli

Primo maggio di festa
oggi nel Viet-Nam
e forse in tutto il mondo,
primo maggio di morte
oggi a casa mia
ma forse mi confondo.
E che titolo rosso
oggi sul Viet-Nam
e che sangue
negli occhi della mia gente,
e che cosa da niente
oggi essere lì
e morire
senza il sole del Viet-Nam.
Che sapore di morte
oggi dal Viet-Nam
ma forse è mio padre,
mi confondo.

Che sapore di sole
oggi dal Viet-Nam
ma forse è proprio il sole, qui,
mi confondo.
E confondo la testa
col mondo e col Viet-Nam
e confondo i miei occhi con i tuoi,
e che titolo rosso
oggi sul Viet-Nam
ma forse è il tuo sangue,
mi confondo.

Ho visto degli zingari felici
di Claudio Lolli

E' vero che dalle finestre
non riusciamo a vedere la luce
perché la notte vince sempre sul giorno
e la notte sangue non ne produce,
è vero che la nostra aria
diventa sempre più ragazzina
e si fa correre dietro
lungo le strade senza uscita,
è vero che non riusciamo a parlare
e che parliamo sempre troppo.

E' vero che sputiamo per terra
quando vediamo passare un gobbo,
un tredici o un ubriaco
o quando non vogliamo incrinare
il meraviglioso equilibrio
di un'obesità senza fine,
di una felicità senza peso.
E' vero che non vogliamo pagare
la colpa di non avere colpe
e che preferiamo morire
piuttosto che abbassare la faccia, è vero
cerchiamo l'amore sempre
nelle braccia sbagliate.

E' vero che non vogliamo cambiare
il nostro inverno in estate,
è vero che i poeti ci fanno paura
perché i poeti accarezzano troppo le gobbe,
amano l'odore delle armi
e odiano la fine della giornata.
Perché i poeti aprono sempre la loro finestra
anche se noi diciamo che è
una finestra sbagliata.

E' vero che non ci capiamo,
che non parliamo mai
in due la stessa lingua,
e abbiamo paura del buio e anche della luce, è vero
che abbiamo tanto da fare
e non facciamo mai niente.
E' vero che spesso la strada ci sembra un inferno
e una voce in cui non riusciamo a stare insieme,
dove non riconosciamo mai i nostri fratelli,
è vero che beviamo il sangue dei nostri padri,
che odiamo tutte le nostre donne
e tutti i nostri amici.

Ma ho visto anche degli zingari felici
corrersi dietro, far l'amore
e rotolarsi per terra,
ho visto anche degli zingari felici
in Piazza Maggiore
ubriacarsi di luna, di vendetta e di guerra.

Ma ho visto anche degli zingari felici
corrersi dietro, far l'amore
e rotolarsi per terra,
ho visto anche degli zingari felici
in Piazza Maggiore
ubriacarsi di luna, di vendetta e di guerra.

(finale)

Siamo noi a far ricca la terra
noi che sopportiamo
la malattia del sonno e la malaria
noi mandiamo al raccolto cotone, riso e grano,
noi piantiamo il mais
su tutto l'altopiano.
Noi penetriamo foreste, coltiviamo savane,
le nostre braccia arrivano
ogni giorno più lontane.
Da noi vengono i tesori alla terra carpiti,
con che poi tutti gli altri
restano favoriti.

E siamo noi a far bella la luna
con la nostra vita
coperta di stracci e di sassi di vetro.
Quella vita che gli altri ci respingono indietro
come un insulto,
come un ragno nella stanza.
Ma riprendiamola un mano, riprendiamola intera,
riprendiamoci la vita,
la terra, la luna e l'abbondanza.

E' vero che non ci capiamo
che non parliamo mai
in due la stessa lingua,
e abbiamo paura del buio e anche della luce, è vero
che abbiamo tanto da fare
e che non facciamo mai niente.
E' vero che spesso la strada ci sembra un inferno
o una voce in cui non riusciamo a stare insieme,
dove non riconosciamo mai i nostri fratelli.
E' vero che beviamo il sangue dei nostri padri,
che odiamo tutte le nostre donne
e tutti i nostri amici.




Canzone per il Che
di Francesco Guccini

Un popolo può liberare se stesso
dalle sue gabbie di animali elettrodomestici,
ma all'avanguardia d'America
dobbiamo far dei sacrifici
verso il cammino lento della piena libertà.
E se il rivoluzionario
non trova altro riposo che la morte,
che rinunci al riposo e sopravviva
niente o nessuno lo trattenga
anche per il momento di un bacio
o per qualche calore di pelle o prebenda.

I problemi di coscienza interessano tanto
quanto la piena perfezione di un risultato;
lottiamo contro la miseria,
ma allo stesso tempo contro la sopraffazione.
Lasciate che lo dica
ma il rivoluzionario quando è vero
è guidato da un grande sentimento d'amore,
ha dei figli che non riescono a chiamarlo,
mogli che fanno parte di quel sacrificio;
suoi amici sono i compañeros della revolución.

Addio vecchi
oggi è il giorno conclusivo,
non lo cerco ma è già tutto nel mio calcolo.
Addio Fidel,
oggi è l'atto conclusivo
sotto il mio cielo
della gran patria di Bolívar,
la luna di Higueras è la luna di Playa Girón.
Sono un rivoluzionario cubano,
sono un rivoluzionario d'America.
Signor colonnello
sono Ernesto "Che" Guevara.
Mi spari,
tanto sarò utile da morto,
come da vivo.

Stagioni
di Francesco Guccini


Quanto tempo è passato da quel giorno d'autunno
di un ottobre avanzato, con il cielo già bruno,
fra sessioni di esami, giorni persi in pigrizia,
giovanili ciarpami, arrivò la notizia...

Ci prese come un pugno, ci gelò di sconforto,
sapere a brutto grugno che Guevara era morto:
in quel giorno d'ottobre, in terra boliviana
era tradito e perso Ernesto "Che" Guevara...

Si offuscarono i libri, si rabbuiò la stanza,
perché con lui era morta una nostra speranza:
erano gli anni fatati di miti cantati e di contestazioni,
erano i giorni passati a discutere e a tessere le belle illusioni...

"Che" Guevara era morto, ma ognuno lo credeva
che con noi il suo pensiero nel mondo rimaneva...
"Che" Guevara era morto, ma ognuno lo credeva
che con noi il suo pensiero nel mondo rimaneva...

Passarono stagioni, ma continuammo ancora
a mangiare illusioni e verità a ogni ora,
anni di ogni scoperta, anni senza rimpianti:
"Forza Compagni, all'erta, si deve andare avanti!"

E avanti andammo sempre con le nostre bandiere
e intonandole tutte quelle nostre chimere...
In un giorno d'ottobre, in terra boliviana,
con cento colpi è morto Ernesto "Che" Guevara...

Il terzo mondo piange, ognuno adesso sa
che "Che" Guevara è morto, mai più ritornerà,
ma qualcosa cambiava, finirono i giorni di quelle emozioni
e rialzaron la testa i nemici di sempre contro le ribellioni...

"Che" Guevara era morto e ognuno lo capiva
che un eroe si perdeva, che qualcosa finiva...
"Che" Guevara era morto e ognuno lo capiva
che un eroe si perdeva, che qualcosa finiva...

E qualcosa negli anni terminò per davvero
cozzando contro gli inganni del vivere giornaliero:
i Compagni di un giorno o partiti o venduti,
sembra si giri attorno a pochi sopravvissuti...

Proprio per questo ora io vorrei ascoltare
una voce che ancora incominci a cantare:
In un giorno d'ottobre, in terra boliviana,
con cento colpi è morto Ernesto "Che" Guevara...

Il terzo mondo piange, ognuno adesso sa
che "Che" Guevara è morto, forse non tornerà,
ma voi reazionari tremate, non sono finite le rivoluzioni
e voi, a decine, che usate parole diverse, le stesse prigioni,

da qualche parte un giorno, dove non si saprà,
dove non l'aspettate, il "Che" ritornerà,
da qualche parte un giorno, dove non si saprà,
dove non l'aspettate, il "Che" ritornerà!


La città vecchia
di Fabrizio De André

Nei quartieri dove il sole del buon Dio non dà i suoi raggi
ha già troppi impegni per scaldar la gente d'altri paraggi,
una bimba canta la canzone antica della donnaccia
quello che ancor non sai tu lo imparerai solo qui tra le mie braccia.

E se alla sua età le difetterà la competenza
presto affinerà le capacità con l'esperienza
dove sono andati i tempi di una volta per Giunone
quando ci voleva per fare il mestiere anche un po' di vocazione.

Una gamba qua, una gamba là, gonfi di vino
quattro pensionati mezzo avvelenati al tavolino
li troverai là, col tempo che fa, estate e inverno
a stratracannare a stramaledire le donne, il tempo ed il governo.

Loro cercan là, la felicità dentro a un bicchiere
per dimenticare d'esser stati presi per il sedere
ci sarà allegria anche in agonia col vino forte
porteran sul viso l'ombra di un sorriso tra le braccia della morte.

Vecchio professore cosa vai cercando in quel portone
forse quella che sola ti può dare una lezione
quella che di giorno chiami con disprezzo pubblica moglie.
Quella che di notte stabilisce il prezzo alle tue voglie.

Tu la cercherai, tu la invocherai più di una notte
ti alzerai disfatto rimandando tutto al ventisette
quando incasserai dilapiderai mezza pensione
diecimila lire per sentirti dire "micio bello e bamboccione".

Se ti inoltrerai lungo le calate dei vecchi moli
In quell'aria spessa carica di sale, gonfia di odori
lì ci troverai i ladri gli assassini e il tipo strano
quello che ha venduto per tremila lire sua madre a un nano.

Se tu penserai, se giudicherai
da buon borghese
li condannerai a cinquemila anni più le spese
ma se capirai, se li cercherai fino in fondo
se non sono gigli son pur sempre figli
vittime di questo mondo.



I Pess
Sulutumana

(tratto dal tradizionale Los Peces)

Cascada d'or su la rciena
in man un petin d'argent
e intant che ul su la petena
ul vent al giuga cui tend

Prova spia cuma noan i pes in d' l'acqua ciara
cun la buca maian bevan, la dervan e la saran.
Noan e noan da scima fin in fund
i pes in d'l'acqua ciara cuntent de ves al mund

Le la narà da per le
smorta, luntana, pinina
penser e pass e sentee
cul bagaiett a manina

Prôva spia....

Una viòla fiurida
su i so bei tet frut maruu
ul so spus l'era catada
per le...la mam de Gesù

Prôva spia....

panei e fass e patei
gutinan dal rusmarin
bei net ca paran gna quei
dorman la mam e ul bambin

Prôva spia....

La canzone preferita
Sulutumana

Bambine splendide escono sui balconi
in braccio ai loro padri scendono nel cortile
le chiama il sole d'aprile vestite d'altri mondi
più grandi e popolati dell'America
e parlano una musica che viene d'altrove
parlano una musica che viene d'altrove

Da sotto il volume si alza improvviso sulla canzone preferita
becco d'uccello punta di matita
e le campane calci in culo al tempo
schiaffi in faccia al silenzio

E le bambine sono voci lontane
sono occhi aperti aperti dappertutto
discendono i raggi del sole in picchiata con la bicicletta
ora le vedi uscire dalle nuvole
bagnate fradice di meraviglia
squilla una voce al telefono
verdure a fette cadono in pentola
acque salate bollono in pentola

Da sotto il volume si alza improvviso sulla canzone preferita
becco d'uccello punta di matita
e le campane calci in culo al tempo
schiaffi in faccia al silenzio

Il sole ha promesso alle bambine che domani tornerà

Niente da capire
di Francesco De Gregori


Le stelle sono tante, milioni di milioni,
la luce dei lampioni, si riflette sulla strada lucida.
Seduto o non seduto, faccio sempre la mia parte,
con l'anima in riserva e il cuore che non parte.
Però Giovanna io me la ricordo,
ma è un ricordo che vale dieci lire,
e non c'è niente da capire.
Mia moglie ha molti ha molti uomini,
ognuno è una scommessa,
perduta ogni mattina, nella specchio del caffè.
Io amo le sue rughe, ma lei non lo capisce,
ha un cuore da fornaio e forse mi tradisce.
Però Giovanna è stata la migliore,
ma è un ricordo che vale dieci lire,
e non c'è niente da capire.
Se tu fossi di ghiaccio, ed io fossi di neve,
che freddo amore mio, pensaci bene a far l'amore.
E' giusto quel che dici, ma i tuoi calci fanno male,
io non ti invidio niente e non ho niente di speciale.
Ma se i tuoi occhi fossero ciliegie,
io non ci troverei niente da dire,
e non c'è niente da capire.
E' troppo tempo amore, che noi giochiamo a scacchi,
mi dicono che stai vincendo e ridono da matti.
Ma io non lo sapevo, che era una partita,
posso dartela vinta, tenermi la mia vita
Però se un giorno tornerai da queste parti,
riportami i miei occhi e il tuo fucile,
e non c'è niente da capire.


Cercando un altro Egitto

di Francesco De Gregori

Era mattina presto, mi chiamano alla finestra
mi dicono: "Francesco, ti vogliono ammazzare".
Io domando "chi"? Loro fanno "cosa"?
Insomma prendo tutto e come San Giuseppe,
mi trovo a rotolare per le scale,
cercando un altro Egitto.
Li fuori tutto calmo, la strada era deserta,
mi dico "meno male, è tutto uno scherzetto"
Sollevo gli occhi al cielo e vedo sopra a un tetto,
mia madre inginocchiata in equilibrio su un camino,
la strada adesso è piena di persone,
mia madre è qui vicino.
Un uomo proprio all'angolo vestito da poeta,
vende fotografie virate seppia.
Ricordo della terra prima della caduta,
e al posto del posto dove va il francobollo,
c'è un buco per appenderle "dove"? dico io,
intorno al collo.
E adesso per la strada la gente come un fiume,
il terzo reparto celere controlla.
Non c'è nessun motivo di essere nervosi,
ti dicono agitando i loro sfollagente
e io dico: "non può essere vero"
e loro dicono: "non è più vero niente".
Lontano, più lontano degli occhi del tramonto,
mi domando, come mai non ci sono i bambini.
L'ufficiale uncinato che mi segue da tempo,
mi indica col dito, qualcosa da guardare.
le grandi gelaterie di lampone, che fumano lente
e i bambini, i bambini sono tutti a giocare.
Un amico di infanzia, dopo questa canzone,
mi ha detto: "benissimo, è un incubo riuscito,
ma dimmi sogni spesso le cose che hai scritto,
oppure le hai inventate solo per scandalizzarmi".
Amore, amore, naviga via,
devo ancora svegliarmi.

Curva sud
di Claudio Lolli

Senti, un rumore lontano, più forte di un tuono
che scoppia e rimbomba da oltre Trieste
nelle nostre teste e non si ferma più
guarda, una macchia di rosso colora il canale
del bene e del male, il colore del mare
che sembra virare più al nero che al blu,
e poi la lingua che si secca e balbetta
nella fretta della nuova verità...

tocca il mio cuore discreto che si alza e rimbalza
su costole rotte, e toccami il corpo
che freme di rabbia e di malinconia,
annusa il profumo del fango, la polvere bianca,
la guerra che avanza in facce tagliate,
oscurate dal sogno di un'altra etnia,
e poi la lotta che si staglia e si affretta
la battaglia della nuova bugia...

Mangiati questo dolore, gustati il succo
di questa impotenza a capire l'amore
che sembra il domani di questa città,
pensa, ti sembrano sensi, e ti sembrano cinque,
o ti sembrano sogni, oppure è un ricordo
più forte che vero dell'ambiguità
questo presente rosso sangue,
questo ritorno di barbarie-novità...

Senti che aria di fasci stasera, stanotte,
stasera mi lasci, lo so, non potrò
io lo so, non potrò più dormire con te...

L'Italia è un aliante sospeso nel troppo
silenzio si un cielo confuso, una scritta
rèclame che ci osserva dal blu, ed è dipinta di blù
si apre uno stadio fantasma, una luce
accecante, ma senza notturna, si sentono
i cori, bestemmie infelici, della curva Sud,
e i disperati stanno male, soli
e lontani anche dalle parole...

L'Italia è una macchina calda che va fuori
strada, un processo alla moda, da un tempo
lontano un saluto romano, un bambino di Napoli
che salta e che ride, che urla e che dice
che 'Duce', che 'Duce', che 'Duce', tu sei la mia
luce, tu sei proprio l'unica luce che ho,
una dolce grandissima luce vera...
e che aria, che aria, che aria, che aria stasera...

Stasera c'é aria di nebbia, neanche la luna
uno straccio di luna, o un'ombra di stelle
un paracadute che mi tenga su,
l'Italia è una macchina pazza, che aria di fasci,
stanotte, stasera, stanotte mi lasci, lo so
che non posso dormire con te...

Senti che aria di fasci, esta hora, stasera
stanotte mi lasci, lo so non potrò, io lo so,
non potrò più dormire con te...

Canzone di bassa lega

Adesso
che hanno costruito tutte quelle macchine,
milioni di automobili,
che oggi riempiono tutte le piazze
di un'Italia ristrutturata dalle banche,
le grandi banche che hanno capitalizzato i frutti
della vendita di tutte quelle macchine,
milioni di automobili,
adesso
li rimandano al sud,
adesso
li rimandano al sud.

E' una canzone di bassa lega,
è una canzone che fa pietà.
E' una canzone di bassa lega,
è una canzone che fa pietà.

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