Una Brigata di memoria, di cultura, di utopie,
di speranze, d'informazione, dell'uomo.


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Il Canta-Bielle -1 (Vai al 2)



La Fontana e la domenica
di Massimo Bubola

Ti ho incontrata una mattina
mentre andavi alla fontana
con il vento che girava a tramontana.
Il mio cuore è andato a pezzi
come un calice di ghiaccio
che si stacca e cade giù da una grondaia.

Dimmi se ti posso dire,
se ti posso accompagnare,
la tua cesta di lenzuola da portare.
E se posso poi sperare
di vederti sola sola
senza gli occhi di tua madre sulla schiena.

Ma il lunedì ho da pulire
martedì devo cucire
mercoledì ho tre fratelli d'accudire
giovedì ho da lavare
venerdì devo stirare
mentre sabato ho i capelli da tagliare
E la domenica, domenica
la domenica mi devo riposare.
E la domenica, domenica
la domenica mi devo riposare.

Alla messa in terza fila
dalla parte delle donne
c'era un angelo con le ali e con le gonne.
Di profilo la vedevo
che cantava sotto il velo
non riuscivo più a seguire né a pregare.

Dimmi se ti posso dire,
se ti posso accompagnare
verso casa in bicicletta lungo il fiume.
E se posso poi sperare
di poterti rivedere
in un posto che si possa ragionare.


Ma il lunedì ho da pulire
martedì devo cucire
mercoledì ho tre fratelli d'accudire
giovedì ho da lavare
venerdì devo stirare
mentre sabato ho i capelli da tagliare.
E la domenica, domenica
la domenica mi devo riposare.
E la domenica, domenica
la domenica mi devo riposare.

Ti ho incontrata una mattina
mentre andavi alla fontana
con il vento che girava a tramontana.
I capelli color rame
i tuoi occhi fiordalisi
e la bocca da Madonna dei Ciliegi.

Ma il lunedì ho da pulire
martedì devo cucire
mercoledì ho tre fratelli d'accudire
giovedì ho da lavare
venerdì devo stirare
mentre sabato ho i capelli da tagliare.
E la domenica, domenica
la domenica mi devo maritare.
E poi domenica, domenica
poi domenica mi devo maritare.


Il Navigante

di Federico Sirianni

Capitano se io penso a casa mia
Se ci penso mi vien voglia di tornare
Perchè sogno già un silenzio d'osteria
E un destino rosso e forte da ubriacare.

Capitano se ci penso vado via
Camminando come Cristo sopra il mare
Sui sentieri tra Romagna e Albania
Capitano se ci penso lo so fare.

Capitano si avvicina la tempesta
E solleva i desideri delle onde
Sento un'eco di sirene nella testa
Ossessivo come un suono di ghironde.

Capitano la bufera agita il mare
E ci spinge verso l'ultima deriva
Non abbiamo più nemmeno da mangiare
Solo l'ombra della morte nella stiva.

Capitano se io penso a casa mia
Se ci penso mi vien voglia di morire
In un atomo di incenso e sagrestia
In un abbaglio di candele d'accecare.

Capitano se ci penso volo via
Come un aquila reale sopra il mare
Tra basilico e ardesia, terra mia
Spento all'ombra di una donna da abbracciare.

Capitano si avvicina la tempesta
E solleva i desideri delle onde
Sento un'eco di sirene nella testa
Ossessivo come un suono di ghironde.

Capitano la bufera agita il mare
E ci spinge verso l'ultima deriva
Non abbiamo più nemmeno da mangiare
Solo l'ombra della morte nella stiva.

Capitano se ci penso volo via...

Neve
di Federico Sirianni

Guarda fuori quanta neve si è posata sopra i rami
E' l'inverno che ha deciso, tu non devi andare via
Sarà meglio che ti siedi, sarà meglio che rimani
A scaldare questo inverno della vita mia.

Senti fuori come il vento sta gridando il suo dolore
Porta il pianto senza fine degli spiriti del Nord
Forse è meglio che mi abbracci, forse è meglio far l'amore
Per mandare via la notte e per scaldarci un po'.

Passeremo notti insonni, qui davanti al fuoco acceso
Poi verrà la primavera ad accenderti il sorriso
E festeggeremo insieme quel momento tanto atteso
Ruberò gocce di pioggia per posartele sul viso

Rideremo del dolore perché il dolore non fa male
E poi voleremo in alto, due gabbiani sopra il mare
Sulla luce delle stelle, scriveremo il nostro nome
Metteremo in tasca i giorni e li spenderemo qua.

Rideremo della morte, perché la morte non fa male
Fuggiremo dalla guerra, fuggiremo il temporale
E sui giorni da venire, scriveremo il nostro nome
Metteremo in tasca i sogni ed invecchieremo qua.

Guarda fuori quanta neve si è posata sopra i rami
E' l'inverno che ha deciso... tu non devi andare via.



L'uomo a metà
di Enzo Jannacci

Sotto la pioggia è inutile il freno
Passano i giorni ci si parla sempre di meno
Finisce il lavoro non c'entra l'età
di un uomo pulito diviso a metà

Chissà se da giovane ha avuto un amore
Chissà se qualcuno gli ha spezzato il cuore
Ah, la memoria ha dei risvolti curiosi
Più dentro ci vai più niente viene di fuori

Dopo i temporali non viene più il sereno
C'è poca minestra,va beh, ne faremo a meno
Poterla spartire con qualcuno che sai
C'è anche il telefono... non si sa mai

La vita si aggiusta ma non ci saremo
Ore su ore a tirare quel freno
E arrivi tardi a una porta sbagliata
La pasta va bene, anche un po' riscaldata

E certo che da giovane ha avuto un amore
Per forza qualcuno gli avrà spezzato il cuore
Ah, la memoria ha dei risvolti curiosi
Più dentro ci vai, più niente viene di fuori

Adesso è sera e l'uomo è da solo
balla su un disco di musica a nolo
Verrebbe da ridere con gli anni che ha
Come tutti quegli uomini divisi a metà

Dai temporali ormai non piove nemmeno
là dietro l'angolo non c'è più neanche il sereno
Poco più in alto c'è l'aeroplano
Puzza di guerra neanche tanto lontano

Guarda più in alto se c'è l'aeroplano
Puzza di guerra
Per molti niente di strano...




Ramblers blues
Modena City Ramblers

C’è bisogno di aguzzare la vista
per capire quali sono gli amici
bisognerebbe restare svegli
per scoprire tutti i nemici

ci vorrebbe un paio di scarpe nuove
per partire, scappare lontano
E poi seguire una traccia sbagliata
perdersi meglio e non tornare più indietro
Non c’è bisogno di una foto ingiallita
per vedere quanto siamo cambiati
non c’è bisogno.

Bisognerebbe fermarsi in tempo
non aver fretta, ma rallentare”.
Bisognerebbe solo ascoltare
O, ancora meglio, cambiar canale

C’è bisogno di stare attenti
nell’osservare la nostra storia
guardarsi indietro e poi capire
che c’è bisogno di più memoria
Sì, c’è bisogno!

Ci vorrebbe una muta di corde nuove
per suonare sempre scordati
C’è bisogno di nuove canzoni
con parole per sognare più forte
bisognerebbe fare sogni grandiosi
oltre la noia e le nevrosi
Avere cura, aver pazienza
di tutta quanta l’intelligenza
si c’è bisogno
c’è bisogno!
Sì, c’è bisogno!

Deriva
di Francesco De Gregori

Così gentile e inafferrabile padrona e schiava della verità
Impermeabile alla volgarità, che non saluta quando se ne va
E ancora vado alla deriva e ancora canto
Dovunque io sarò, dovunque lei sarà, sarà al mio fianco
Dalle colline d'Africa fino alla polvere delle città
Potrà pensarmi quando capita, potrò sognarla dove sarà
E ancora vado alla deriva e ancora canto
Dovunque io sarò, dovunque lei sarà, sarà al mio fianco
E se avrò freddo mi scalderà e nel deserto mi confesserà
E nel deserto sarò acqua per lei, acqua che canta
E ancora vado alla deriva e ancora canto
Dovunque io sarò, dovunque lei sarà, sarà al mio fianco
Per ogni strada che prenderà e perderà ogni volta
Per ogni volta che tornerà, starò alla porta
E ancora vado alla deriva e ancora canto
Dovunque io sarò, dovunque sarà, sarò al suo fianco

Canzone per l'estate
di De Gregori/De André

Con tua moglie che lavava i piatti in cucina e non capiva
Con tua figlia che provava il suo vestito nuovo e sorrideva
Con la radio che ronzava per il mondo cose strane
E il respiro del tuo cane che dormiva
Coi tuoi santi sempre pronti a benedire
i tuoi sforzi per il pane
Con il tuo bambino biondo a cui hai donato
una pistola per Natale
Con il letto in cui tua moglie non ti ha mai saputo amare
E gli occhiali che fra un po' dovrai cambiare
Com'è che non riesci più a volare
Con le tue finestre aperte sulla strada
e gli occhi chiusi sulla gente
Con la tua tranquillità, lucidità, soddisfazione permanente
La tua coda di ricambio, le tue vergini in affitto
E le rondini di guardia sotto al tuo tetto
Con il tuo francescanesimo a puntate
e la tua dolce consistenza
Le tue onde regolate in una stanza
Col permesso di trasmettere e il divieto di parlare
E ogni giorno un altro giorno da scontare
Com'è che non riesci più a volare
Con i tuoi entusiasmi lenti precisati da ricordi stagionali
E una bella addormentata che si sveglia
a tutto quel che le regali
Con il tuo collezionismo di parole complicate
La tua ultima canzone per l'estate
Con le tue mani di carta per avvolgere altre mani normali
Con lo scemo in giardino ad isolare le tue rose migliori
Col tuo freddo di campagna e il divieto di sudare
E più niente per poterti vergognare
Com'è che non riesci più a volare

 

I musicanti
di Francesco De Gregori

I musicanti accordano il violino
stasera suoneranno sulla luna
e non gli importa niente
se la gente del caffé
non capirà la loro anima:
i musicanti non piangono mai.

 


Porte dell'Ovest

di Giovanni Rubbiani
(Caravane de ville)

Nona strada e Sesta
Venti caldi si infilano nel Village
Pressione alta con precipitazioni scarse
Tempo buono
La radio dice stasera
Nona strada e Sesta
Camicie indiane e gonne lunghe in vetrina
Lampioni accesi e auto incolonnate
Limo bianche per Broadway
Limo bianche per Broadway Limo bianche per Broadway


Messicani Egiziani Cingalesi Ebrei Italiani
Polacchi Finlandesi Pakistani
Come milioni
Come milioni
Come milioni
Come milioni

A vincere o crepare
A vendere o comprare
O aspettare alle porte dell'Ovest
A scommettere o pregare
A mangiare merda
O a sognare alle porte dell'Ovest

Nona strada e Sesta
Sirene azzurre e marciapiedi affollati
Qualcuno corre
Qualcuno suona per una moneta
Per due monete
Per tre monete

Messicani Egiziani Cingalesi Ebrei Italiani
Polacchi Finlandesi Pakistani
Come milioni
Come milioni

A vincere o crepare
A vendere o comprare
O aspettare alle porte dell'Ovest
A scommettere o pregare
A mangiare merda
O a sognare alle porte dell'Ovest
A sognare alle porte dell'Ovest



Cantico dei drogati

di Fabrizio De Andrè

Ho licenziato Dio
gettato via un amore
per costruirmi il vuoto
nell'anima e nel cuore
Le parole che dico
non han più forma né accento
si trasformano i suoni
in un sordo lamento
mentre fra gli altri nudi
io striscio verso un fuoco
che illumina i fantasmi
di questo osceno giuoco
Come potrò dire a mia madre
che ho paura?
Chi mi riparlerà di domani luminosi dove i muti canteranno
e taceranno i noiosi
quando riascolterò
il vento tra le foglie
sussurrare i silenzi
che la sera raccoglie
Io che non vedo più
che folletti di vetro
che mi spiano davanti
che mi ridono dietro
Come potrò dire a mia madre
che ho paura?
Perché non hanno fatto
delle grandi pattumiere
per i giorni già usati
per queste ed altre sere
e chi, chi sarà mai
il buttafuori del sole
chi lo spinge ogni giorno
sulla scena alle prime ore
e soprattutto chi
e perché mi ha messo al mondo dove vivo la mia morte
con un anticipo tremendo?
Come potrò dire a mia madre
che ho paura?
Quando scadrà l'affitto
di questo corpo idiota
allora avrò il mio premio
come una buona nota
mi citeran di monito
a chi crede sia bello
giocherellare a palla
con il proprio cervello
cercando di lanciarlo
oltre il confine stabilito
che qualcuno ha tracciato
ai bordi dell’infinito
Come potrò dire a mia madre
che ho paura?
Tu che m'ascolti insegnami
un alfabeto che sia
differente da quello della mia vigliaccheria

Smisurata preghiera
di Fossati/De André

Alta sui naufragi dai belvedere delle torri
china e distante sugli elementi del disastro
dalle cose che accadono al disopra delle parole
celebrative del nulla
lungo un facile vento
di sazietà di impunità
Sullo scandalo metallico di armi in uso e in disuso
a guidare la colonna di dolore e di fumo
che lascia le infinite battaglie
al calar della sera
la maggioranza sta
la maggioranza sta
recitando un rosario di ambizioni meschine
di millenarie paure di inesauribili astuzie
coltivando tranquilla l'orribile varietà delle proprie superbie
la maggioranza sta
come una malattia
come una sfortuna
come un'anestesia
come un'abitudine
Per chi viaggia in direzione ostinata e contraria
col suo marchio speciale di speciale disperazione
e tra il vomito dei respinti muove gli ultimi passi
per consegnare alla morte una goccia di splendore
di umanità
di verità
Per chi ad Aqaba curò la lebbra con uno scettro posticcio
e seminò il suo passaggio di gelosie devastatrici
e di figli con improbabili nomi di cantanti di tango
in un vasto programma
di eternità
Ricorda Signore questi servi disobbedienti alle leggi del branco non dimenticare il loro volto che dopo tanto sbandare
è appena giusto che la fortuna li aiuti
come una svista
come un'anomalia
come una distrazione
come un dovere




Piazza Alimonda
di Francesco Guccini

Genova, schiacciata sul mare, sembra cercare
respiro al largo, verso l'orizzonte.
Genova, repubblicana di cuore, vento di sale, di anima forte
Genova che si perde in centro nei labirintici vecchi carrugi,
parole antiche e nuove sparate a colpi come di archibugi.
Genova, quella giornata di luglio, d’un caldo torrido d’Africa nera.
Sfera di sole a piombo, rombo di gente, tesa atmosfera.
Nera o blu l’uniforme, precisi gli ordini, sudore e rabbia
Facce e scudi da Opliti, l’odio di dentro come una scabbia.
Ma poco più lontano, un pensionato e un vecchio cane
Guardavano un aeroplano che lento andava macchiando il mare,
una voce spezzava l’urlare estatico dei bambini.
Panni distesi al sole, come una beffa dentro ai giardini.

Uscir di casa a vent’anni è quasi un obbligo, quasi un dovere,
piacere di incontri a grappoli, ideali identici, essere e avere,
la grande folla chiama, canti e colori, grida ed avanza.
Sfida il sole implacabile, quasi incredibile passo di danza.
Genova chiusa da sbarre, Genova soffre come in prigione.
Genova marcata a vista attende un soffio di liberazione.
Dentro gli uffici uomini freddi discutono la strategia
E uomini caldi esplodono un colpo secco, morte e follia.
Si rompe il tempo e l’attimo, per un istante resta sospeso,
appeso al buio e al niente, poi l’assurdo video ritorna acceso;
marionette si muovono, cercano alibi per quelle vite
dissipate e disperse nell’aspro odore della cordite.

Genova non sa ancora niente, lenta agonizza, fuoco e rumore,
ma come quella vita giovane spenta, Genova muore.
Per quanti giorni l’odio colpirà ancora a mani piene.
Genova risponde al porto con l’urlo alto delle sirene.
Poi tutto ricomincia come ogni giorno e chi ha la ragione
Dico nobili uomini, danno implacabile giustificazione,
come ci fosse un modo, uno soltanto, per riportare
una vita troncata, tutta una vita da immaginare.
Genova non ha scordato perché è difficile dimenticare
C’è traffico, mare e accento danzante e vicoli da camminare.
La Lanterna impassibile guarda da secoli gli scogli e l’onda.
Ritorna come sempre, quasi normale, piazza Alimonda.

La “salvia spendens” luccica copra un’aiuola triangolare,
viaggia il traffico solito scorrendo rapido e regolare.
Dal bar, caffè e grappini, verde un’edicola vende la vita.
Resta, amara e indelebile, la traccia aperta di una ferita.

Dall'ultima galleria
di Alessio Lega


E poi dall'ultima galleria
sembra mai più poter riaprirsi il sole
e quando luccica dal fondale
sopra la rugginosa ferrovia

dalle budella della grande vedova
diritto in faccia ad un muro alto
Porta Principe in un sussulto
ti vomita addosso a Genova...

Io quando tornerò a Genova per prima cosa col caffè di rito
nel piazzale della stazione, dal baracchino il passo addormentato
lo muoverò per riconquistare la dignità di me stesso al mondo
ed il dovere di camminare a testa alta guardando il fondo

guardare in fondo, guardare il mare, guardare il punto fermo sull'abisso
vedere tutto tornare, urlare, fronte spezzata da un chiodo fisso
fronte spaccata, fronte diviso, fonte che annega al pozzo San Patrizio
il mare rosso del nostro sangue plebeo che soffoca nel precipizio

Quando ritorneremo a Genova ritorneremo sopra la criniera
bianca dell'onda che si frange al frangiflutti che mangia la sera
e sfiora il senso del presente, della memoria che si schianta
quando Genova ritornerà quella del giugno del sessanta

Quando ritorneremo a Genova, quando Genova sarà tornata
quando torno, torno al nostro inverno la resistenza sarà dichiarata
quando in tutto quest'inferno ritroveremo i nostri sentimenti
verremo in braccio alla natura, verremo sopra i quattro elementi...

Chi siamo noi? Ora siamo il mare, il mare nero che si scatena
che si rovescia sopra al porto, sopra al porco che lo avvelena
il mare più salato che ci avete fatto lacrimare
date un bacio ai vostri candelotti, giusto prima di affogare

Chi siamo noi? Ora siamo il vento che non potete più fare ostaggio
aria libera dai mulini, dalla catena di montaggio
il vento che ti spazzerà via, cancellerà l'orma dei tuoi passi
che schianterà muri e sbarre scatenandosi per Marassi

Chi siamo noi? Ora siamo il fuoco che non avete mai domato
quello che brucia in fondo agli occhi di questo triste supermercato
quello che cortocircuita i fili dell'allarme e del divieto
mentre noi spargeremo sale sulle rovine di Bolzaneto

Chi siamo noi? Ora siamo la notte, la luna persa dei disperati
dice il poeta "Quande cade un uomo si rialzano i mercati"
e per quest'uomo di eterna notte, per questa luce che se ne muore
aspettiamo che il sole sciolga il blocco nero che portiamo in cuore...

E così torneremo a Genova, così ritorneremo a Genova
così libereremo Genova, così saremo liberi a Genova...

Quando ritornerò a Genova dal baracchino del caffè di rito
l'antico samovar della tristezza, che sta bollendomi dentro al fiato
questo dolore che mi ha tradito l'enorme sagoma del lutto
il mio tormento che ho malcelato e queste lacrime che tengo stretto

e in una Genova liberata, senza chiusura, senza sgomento
senza sott'occhio la via di fuga, senza furore, senza spavento
avrà senso cadere in ginocchio, alzare e prendersi le mani
piangere in piazza Alimonda...pardon in Piazza Carlo Giuliani...


Pontelandolfo
di Franco Fabbri (Stormy Six)

Era il giorno della festa del patrono
E la gente se ne andava in processione
L’arciprete in testa ai suoi fedeli
Predicava che il governo italiano era senza religione
Ed ecco da lontano
Un manipolo con la bandiera bianca
Intima d'inneggiare a re Francesco
Ed ecco tutti quanti lì a gridare
Poi si corre furibondi al municipio
E si bruciano gli archivi
E gli stemmi dei Savoia

Pontelandolfo la campana suona per te
Per tutta la tua gente
Per i vivi e gli ammazzati
Per le donne ed i soldati
Per l’Italia e per il re.

Per sedare disordine al paese
Arrivano quarantacinque soldati
Sventolando fazzoletti bianchi
In segno di pace, ma non trovano nessuno.
Poi mentre si preparano a mangiare
Il rumore di colpi di fucile
Li spinge ad uscire allo scoperto
E son presi tutti quanti prigionieri
Poi li portano legati sulla piazza
E li ammazzano a sassate,
Bastonate e fucilate.

Pontelandolfo la campana suona per te
Per tutta la tua gente
Per i vivi e gli ammazzati
Per le donne ed i soldati
Per l’Italia e per il re.

La notizia arriva al comando
E immediatamente il generale Cialdini
Ordina che di Pontelandolfo
Non rimanga pietra su pietra
Arrivano all’alba i bersaglieri
E le case sono tutte incendiate
Le dispense saccheggiate, le donne violentate,
Le porte della chiesa strappate , bruciate
Ma prima che un infame piemontese
Rimetta piede qui, lo giuro su mia madre,
Dovrà passare sul mio corpo.

Pontelandolfo la campana suona per te
Per tutta la tua gente
Per i vivi e gli ammazzati
Per le donne ed i soldati
Per l’Italia e per il re.

La ballata del Pinelli

Quella sera a Milano era caldo,
ma che caldo che caldo faceva.
Brigadiere apra un pò la finestra
e ad un tratto Pinelli cascò.
Commissario io ce l'ho già detto,
le ripeto che sono innocente.
Anarchia non vuol dire bombe
ma eguaglianza nella libertà.
Poche storie indiziato Pinelli,
il tuo amico Valpreda ha parlato.
È l'autore di questo attentato,
e il suo socio sappiamo sei tu.
Impossibile, grida Pinelli,
un compagno non può averlo fatto,
tra i padroni bisogna cercare
chi le bombe ha fatto scoppiare.
Altre bombe verranno gettate
per fermare la lotta di classe.
I padroni e i burocrati sanno
che non siam più disposti a trattare.
Ora basta indiziato Pinelli,
Calabresi nervoso gridava,
tu LoGrano apri un po'la finestra,
quattro piani son duri da far.
A Milano quella sera era caldo,
ma che caldo, che caldo faceva.
E' bastato aprir la finestra,
una spinta e Pinelli cascò.
Dopo giorni eravamo in tremila,
in tremila al suo funerale,
e nessuno può dimenticare
quel che accanto alla bara giurò.
T'hanno ucciso spezzandoti il collo,
sei caduto ed eri già morto
Calabresi ritorna in ufficio,
però adesso non è più tranquillo.
Ti hanno ucciso per farti tacere,
perchè avevi capito l'inganno.
Ora dormi non puoi più parlare,
ma i compagni ti vendicheranno.
Progressisti e recuperatori,
noi sputiamo sui vostri discorsi,
per Pinelli, Valpreda e noi tutti
c'è soltanto una cosa da fare.
Gli operai nelle fabbriche e fuori
stan firmando la vostra condanna,
il potere comincia a tremare
la giustizia verrà giudicata.
Calabresi con Guida il fascista
si ricordi che gli anni son lunghi:
prima o poi qualche cosa succede
che il Pinelli farà ricordare.
Quella sera a Milano era caldo,
ma che caldo che caldo faceva.
Brigadiere apra un pò la finestra
e ad un tratto Pinelli cascò.



Piccola veliera
Sulutumana

Naviga verso l'incantato scoglio la piccola veliera,
sui bianchi fiotti tremola la prora, contro l'ignoto va,
all'occhio esperto è un segno che non erra il corso delle nuvole.

L' approdo è ritagliato nella roccia tra il lauro e la ginestra,
profumo di gigli e di gardenie dal lido e dal giardino,
profumo di bosso e biancospino, vecchie barche ed ulivi.

Lentamente muovendo dalla riva salgono i pescatori,
mercato grande oggi, non manca pesce: lucci, alborelle, anguille;
il pigo si dibatte nella fiocina, dagli forte col remo!

Fiori cogliero': viole, non ti scordar di margherite d'oro e neve,
gigli bianchi, rose ardenti, mi fan bella per lui…
fiori cogliero': viole, pensieri di dolcezza, inanellati sospiri,
margherite d'oro e neve, rose, rose, rose…

Questa terra è fuoco nelle vene, questo cielo è sorriso,
questo giglio sul petto, mio Signore, è promessa d'amore.
Innocente fanciulla, son poeta e vivo di chimere.

Io cerco un nido profumato e pieno di palpiti d'amore,
spegnere non potrò per la mia vita questa voce che sento,
che dice che per te mi ha fatto Dio e in questo lago brucio.

Un orsa mi ha allevato nei dirupi al perversar dei venti,
le notti vegliarono l'offesa dei famelici lupi,
tra fiore e fiore la speranza muore…impossibile amore.

Fiori cogliero': viole, non ti scordar di margherite d'oro e neve,
gigli bianchi, rose ardenti, mi fan bella per lui…
fiori cogliero': viole, pensieri di dolcezza, inanellati sospiri,
margherite d'oro e neve, rose, rose, rose…

Libertà fremente di catene, libertà bugiarda,
per lei, con lei, sui nuguli di fuoco dammi libero volo,
sul chiarore cristallo dei nevai, sulla bella città.

Col sorriso sul labbro mi sembrasti bella come la gioia,
tu puoi gioire, puoi soffrire, fremere, tu puoi dimenticare;
a me resta il ricordo di un amore, cicatrice sul cuore.

Mi fosti cara, Piccola Veliera, ti ricordi l'approdo
tra rose in fiore e gigli immacolati in un mattino d'oro?
Tacendo vai, portando il sogno avvolto in questa triste sera,
non sia lontano il dì ch'io ti raggiunga, mia Piccola Veliera.

Fiori cogliero': viole, non ti scordar di margherite d'oro e neve,
gigli bianchi, rose ardenti, mi fan bella per lui…
fiori cogliero': viole, pensieri di dolcezza, inanellati sospiri,
margherite d'oro e neve, rose, rose, rose…

Il volo di carta
Sulutumana

La carta di scorta nel sacco,
incoscienza e fortuna,
pane, vino e tabacco.

La sciarpa sul collo che il freddo
anche in casa si vede,
fa vapor respirando.

Lo so, tu speri tanto che piova
sopra i tetti e sui campi,
sui miei sogni alla prova;
negli angoli di strada e alla piazza
che una folla mi aspetta,
mi deride e sghignazza.

Venghino signori venghino, si vede l'uomo volante sul foglio gigante, che e' un numero sensazionale!!!

Sei metri quadrati di pazzia,
cinque figli magri
di un suonato in balìa

E teste abbassate e bocche mute,
piedi dentro la neve
fino su alla "salute"

Figlioli forza, ce l'abbiam fatta,
qui si scivola bene
qui la neve e' compatta;
il vento soffia forte e' il momento
di tentare la sorte
senza ripensamento.

Quassu' con una mano sto toccando il paradiso,
con l'altra invece asciugo le mie lacrime dal viso
che l'aria e' cosi' fredda come non l'ho mai sentita
e taglia la mia pelle e non fa muovere le dita

Ma calcoli sbagliati non sostengono il mio peso,
precipitando in fretta gia' di molto sono sceso
e vedo solamente, vedo l'acqua avanti a me
e il tempo passa, tempo non ce n'e'.

I piedi nell'acqua bollente
e un berretto di lana
su un ingenuo innocente

Il caldo del fuoco e del vino,
dagli abissi del lago
qui davanti al camino

E adesso tutti voglion sapere
se ho veduto caimani o fortezze straniere
e mentre accendo una sigaretta dico:
- mah, non saprei, sai…andavo di fretta…

Sette Fratelli
di Gianni Rodari
(Marco Paolini e
Mercanti di Liquore)

C'erano sette fratelli
che andavano per il mondo:
sei erano sempre allegri,
il settimo sempre giocondo.

Sei andavano a piedi
perché non avevano fretta,
il settimo invece perché
non aveva la bicicletta.

La leggenda dirà
dell'ultima battaglia:
dove cantò la cicala
abbaia la mitraglia.

Una muta di cani
la notte ha circondata,
il fumo leccai muri
della casa incendiata.
Ma quando li portarono
alla crudele morte,
non eri tu, fucile,
il più fermo, il più forte.

C'erano sette fratelli
che andavano per il mondo:
sei erano sempre allegri,
il settimo sempre giocondo.

Sei andavano a piedi
perché non avevano fretta,
il settimo invece perché
non aveva la bicicletta .

Nella nebbia dell'alba
si nascosero i cani,
e chiusero gli occhi
per non vedersi le mani.
Negli occhi dei sette Cervi
l'aurora si specchiò,
dagli occhi fucilati
il sole si levò.

Vecchio, tenero padre,
olmo dai sette rami,
nella vuota prigione
per nome ancora li chiami,

C'erano sette fratelli
che andavano per il mondo:
sei erano sempre allegri,
il settimo sempre giocondo.

Sei andavano a piedi
perché non avevano fretta,
il settimo invece perché
non aveva la bicicletta .

E a notte fra le sbarre
fin dove soffia il vento
intatte vedi splendere
sette stelle d'argento.

Sette stelle dell'Orsa
come sette sorelle.
I cani non potranno
fucilare le stelle.

Sette stelle dell'Orsa
come sette sorelle.
I cani non potranno
fucilare le stelle.

Dita
di Claudio Lolli

Ci sono le dita di Dio stamattina nel cielo
e ti stanno disegnando una buona giornata
in cui ci sarò, ci sarai, ci saremo
e ci potremo toccare chiedendo: com'è andata?
Ci sono le dita di Dio stamattina nel cielo
e ti stanno accendendo una bella luce
in cui ti muoverai bella come sei,
sulla musica intensa di questa voce.

Ci sono le dita di un postino oggi in Italia
che si prenderanno cura delle mie parole.
Potessi farti anch'io una carezza da lontano,
potessi avere anch'io un poco del tuo sole.
Ci sono le dita di un postino oggi nel mondo
che ci faranno sentire più vicini del vero:
potessi essere io ancora un bambino, e volare
come una lettera magica nel tuo cielo straniero.

Ci sono le mie dita oggi sulla chitarra
ed ognuna di loro ti vuole bene,
abbiamo sempre voglia di toccare la terra,
tocchiamo sempre quello che non ci appartiene.
Ci sono le mie dita oggi sulla chitarra
ti stanno ricordando di un'altra giornata,
e toccando arpeggiando, come quella notte
in cui Roma pagana era una rima baciata,
in cui a Roma eravamo come una rima baciata.

I musicisti di Ciampi
di Claudio Lolli

I musicisti di Ciampi non gli volevano bene
lo accompagnavano così, senza passione,
e mentre lui cantava e moriva
loro facevano la loro professione

i musicisti di Ciampi non lo amavano,
una persona troppo strana e distruttiva,
loro, i computers che in testa gli giravano,
pensavano ai turni ai soldi, alla domenica sportiva,

così la senti la distanza d'emergenza
tra quella voce che fa finta di provarci,
e quelli dietro che hanno fretta di finire,
e che non sanno cos'è amarsi, cos'è amarci,

e poi li vedi e sembra un film di Fellini,
uno che ride e ripone lo strumento,
e Piero è lì, con un bicchiere in mano,
e sa che avrà da fare ancora con il vento,
lui sa, che avrà da fare ancora con il vento.

Un uomo in crisi
di Claudio Lolli

Hai notato come sono rari e fievoli i sorrisi, sulla bocca stralunata di un uomo in crisi, come guarda sempre in basso, come cerca protezione, come evita a ogni passo di attirare l'attenzione. Sui suoi occhi stanchi e bui, senza più salde certezze, come cerca con le mani sempre nuove sicurezze.

Hai notato com'è facile sentirselo un po' amico, quando con l'aspetto gracile e con gesto antico, si avvicina alla tua anima, cerca in te i suoi dubbi, poi con fare indifferente fugge avvinto d'allorgoglio, fino a che non riconosce i suoi timidi sorrisi, sul tuo volto stralunato in perenne crisi.

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