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BiELLE EVENTI
 
Una notte all'Ariston: quinta serata
I Sulutumana emozionano

di
Silvano Rubino

E veniamo all ultima serata. Finale in crescendo, era legittimo aspettarselo. Lo spettacolo perfettamente rodato nei tempi e un offerta musicale davvero eccellente. I migliori? Siamo di parte, su Bielle, ormai si sa. Ma i Sulutumana hanno ancora una volta dato prova di essere una delle realtà più belle del nostro panorama. Solo due canzoni, ma capaci di ipnotizzare il pubblico, di suscitare un applauso a scena aperta, di farli votare dagli spettatori del teatro nel referendum lanciato da Rete 180, una radio locale. Sono stati gli unici tra i selezionati dalla commissione a entrare nella cinquina dei più votati, in compagnia di Afterhours, Modena City Ramblers, Pippo Pollina e Antonella Ruggiero.

A proposito: anche l ex cantante dei Matia Bazar è stata protagonista di un esibizione memorabile, in cui ha messo in risalto le sue doti vocali, ma non solo, il suo encomiabile lavoro di ricerca nelle tradizioni musicali più disparate (dalla musica sacra all etnica alla popolare), accompagnata da un un gruppo (archi e percussioni) davvero fenomenale. Continuando sul fronte delle eccellenze, non si può non parlare di Pippo Pollina: un cantautore maturo, che aspetta solo di essere scoperto da una fascia più ampia di pubblico. E di Giorgio Conte, che ha incantato con il suo stile leggero leggero.

Questi sono i nostri dieci e lode, ma la media, in questa ultima serata, è stata comunque altissima. I Ratti della Sabina, E-Zezi e la Famiglia Rossi hanno alzato il volume della serata, portando una dose massiccia di folk, ironia e impegno. Marco Castelli ha dischiuso invece la porta di uno swing raffinato e retrò, impeccabile ed elegante. Ricky Gianco ha aperto una piccola parentesi revival.

E Massimo Bubola ha chiuso la serata con una bella esibizione, da vecchio leone della musica d'autore, con una canzone dal suo nuovo album ( La sposa del diavolo , ballata dal sapore popolare) e l intramontabile Cielo d?Irlanda. Che, si sa, è un oceano di nuvole e luce , mentre quello di Mantova, ieri notte, mentre il pubblico di un finalmente gremitissimo Ariston sfollava, era gonfio di nubi. Si preparavano alla nevicata di questa mattina, una pioggia di coriandoli candidi per festeggiare questo bel neonato pronto a muovere altri passi.

La pagella (su Bielle un sei politico non si nega a nessuno)

Antonella Ruggiero 10
E Zezi 6 ½
Giorgio Conte 9
I Ratti della Sabina 7
La Famiglia Rossi 7
Marco Castelli 8
Massimo Bubola 8
Pippo Pollina 9
Sulutumana 10
Ricky Gianco 9


Una notte all'Ariston: quarta serata
Alla platea piace la tradizione

di
Silvano Rubino

La quarta tappa del viaggio intorno alla musica proposto a Mantova lo ha confermato: al pubblico dell’Ariston piace la musica tradizionale. O meglio, piacciono i gruppi che quella tradizione riprendono, fanno propria e rielaborano in maniera originale. E infatti, l’ideale applausometro del teatro Ariston (di nuovo con troppi posti vuoti in platea) ha fatto registrare il suo picco sul finale, tributando convinti consensi ai Tancaruja, gruppo sardo la cui anima è Pino Martini (ex Stormy Six). Il loro repertorio pesca a piene mani nella tradizione isolana, contaminata e ricucinata per la gioia delle orecchie.

Ma siccome anche nella terza serata il viaggio ha avuto confini molto dilatati, i luoghi toccati sono stati i più diversi: il Veneto in salsa raggae di Sir Oliver Skardy (ex Pitura Fresca), la Puglia un po’ “caciarona” dei Folkabbestia, la Milano cantautoriale di Claudio Sanfilippo e di Carlo Fava. Fava ha proposto un frammento del suo teatro canzone fatto di monologhi e buona musica e il confronto con Gaber viene naturale.

Confronto che regge, Fava può senza dubbio essere considerato un legittimo erede del grande signor G. Manuel Agnelli e Marco Parente hanno presentato il loro esperimento di ricerca comune, Pino Marino la sua canzone ironica e surreale, i Tetes de bois parole e suoni catturati dalla quotidianità. Spazio anche per una vecchia gloria come Fausto Amodei, graffiante e ironico seppure un po’ “acciaccato”.

Insomma, di nuovo un’offerta musicale di alta qualità, capace di accontentare palati dai gusti molto diversi, in uno spettacolo che sta sempre più mettendo a punto gli ingranaggi. La quarta serata ha funzionato a livello di ritmo, la presenza (un po’ opprimente) della tv si è fatta sentire molto meno (nota di demerito per il disturbante carrello sul palcoscenico), si è riusciti a chiudere entro mezzanotte, scongiurando l’odioso sfollamento in corso d’opera verificatosi nei giorni scorsi. E le irruzioni di Dario Vergassola sono state davvero irresistibili. La quinta e ultima serata, andrà ancora meglio, ne siamo certi. E l’anno prossimo tutto sarà perfetto. Magari d’estate.


Una notte all'Ariston: terza serata
Un invito al viaggio

di
Silvano Rubino

E’ un invito al viaggio, quello proposto dalla terza serata del Mantova Musica Festival. In un teatro Ariston ancora non completamente pieno (i prezzi non proprio popolari hanno scoraggiato più d’uno) si sono percorse distanze enormi, geografiche e musicali. Si apre con Gino Paoli l’acrobata, saltato qui da Sanremo. Per lui due canzoni e un duetto con Ricky Gianco.

Poi uno dei momenti più intensi della serata, dalle montagne al confine tra Piemonte e Francia da cui provengono i Marlevar, da quelle valli in cui si parla ancora la lingua degli antichi trovatori, il provenzale. Due sole canzoni, ma da brivido: un’ovazione per le acrobazie vocali della cantante del gruppo.

Addirittura una standing ovation per Fausto Cigliano, un altro punto dell’immaginaria cartina geografico musicale tracciata dal Festival, Napoli e la sua tradizione, che anche in questo profondo nord ammaliano e conquistano. Il bis a grande richiesta viene interrotto per l’avvio del tg di Odeon. Ahi, la diretta televisiva! Che costringe a lunghe pause pubblicitarie, in cui il pubblico del teatro viene praticamente ignorato, come se fosse un accessorio della scenografia. Ehi, ci siamo anche noi, veniva da gridare ogni tanto… Così lo spettacolo diventa inesorabilmente lungo, troppo lungo e, ad esempio, Lalli si trova ad esibire le sue grandi doti vocali a mezzanotte e mezza, col teatro mezzo vuoto e la stanchezza negli occhi. Forse sarebbe da riconsiderare il peso da dare ai media.

Ma sono piccole pecche, sassolini nella scarpa di un viaggio musicale davvero unico di questi tempi. Che tocca la Bologna delle Siluet, gruppo tutto al femminile specializzato in contaminazioni e le Marche dei Macina Gang, folk e rock insieme, sulle radici della memoria e sulle ali della fantasia. Fisarmoniche, archi, mandolini, ma anche sintetizzatori, con le incursioni nella musica elettronica di Raiz e Ash, uniti dalla sigla Wops o il rock dei Terzobinario da Sermide, che giocano in casa o lo sperimentalismo un po’ ardito della Scraps Orchestra. Spazio anche per Stefano Giaccone, italiano trapiantato in Inghilterra, ma con le radici ben salde nella nostra musica d’autore.

Evviva Mantova, quindi. Abbiamo già la valigia pronta, per un nuovo viaggio, stasera.

La pagella (un sei politico se lo meritano tutti…)

Fausto Cigliano 9
Gino Paoli 7
Lalli 7
Macina-Gang 8
Marlevar 10
Wops 6
Scraps Orchestra 6
Siluet 6 e 1/2
Stefano Giaccone 7
Terzo Binario 7


Una notte all'Ariston: seconda serata
Soprattutto Tesi, MCR e Sirianni

di Giorgio Maimone

La seconda serata striscia senza sorprese, simulando solo sensazioni che la sera precedente stimolava e che la sera successiva suggerirà. Simbolo dello stallo Suso, succedaneo poco significativo di signore showgirl di stazza superiore, solo studiante, ma a stento assimilate. Serata stanca senza sfarzi, senza strappi o solitarie stelle sopra l’assito del palco. Speriamo in Sirianni!

E con Federico Sirianni la serata si rianima: presente la classiche tre canzoni: “Vesna”, “Caldo da impazzire” e “Navigante” e si sente che la stoffa è superiore a quelli di Gigi Marras, incerto e un po’ anonimo, della sunnonlodata Suso (che per giunta canta su ritmi dance canzoni per metà in inglese), dei La Crus, un po’ sottotono e penalizzati da una resa sonora (proprio della voce) pessima. Un problema eminentemente tecnico che però impedisce di gustarsi appieno la serata.

Prima Bruno Lauzi e il suo Parkinson eran stati un altro momento struggente, dopo Jannacci nel pomeriggio. Ma la statura di Lauzi (e non c’è nessuna ironia sul fisico) non è paragonabile a quella di Jannacci. La cosa più bella che ci regala è una poesia sulla sua “mano farfalla”. Le canzoni sono: “Il poeta” (“il mio maggiore successo, e purtroppo anche il primo. Quindi sono 42 anni che vado peggiorando!”), “L’ufficio in riva al mare” e “Ho incontrato Dio sulla spiaggia di Rio” (“da “Cioccolatino” che sarà il mio prossimo album, dedicato alla musica brasiliana”.

La serata era partita con la grazia di Alice, bella e brava: “Come un sigillo” di Battiato, “La bellezza stravagante” di Fossati e “Non insegnate ai bambini” di Giorgio Gaber. Grandi nomi, esito sicuro.

Ad alternarsi tra un cantante e l’altro (ma più che altro tra un rientro da nero tv e un altro) i siparietti comici di Marco Carena che inizialmente non scaldano il pubblico, ma che salgono di quota con una cattivissima “Buonanotte” che stimola l’ilarità generale. Ilarità che suscita a cascata Flavio Oreglio quando viene trasmessa in sala la registrazione della sua “La stella del Moulin Rouge”. Risate e applausi al filmato.

Finale bellissimo all’Ariston mercoledì: dopo Sirianni, Riccardo Tesi (e il grande Maurizio Geri) con “Thapsos”, uno strumentale e un “Maggio” toscano da applausi scroscianti (l’applausometro personale li mette al secondo posto dopo i Vallanzaska per apprezzamenti dalla platea).

Chiudono i Modena City Ramblers ed è un gran bel chiudere: “La legge giusta” da Radio Rebelde, “Ebano” da “Viva la vida, muera la muerte” e “In un giorno di pioggia” da “Riportando tutto a casa”. Nel pomeriggio, in versione Modena City Busker”, come si è autodefinito Stefano Cisco Bellotti, ai tavolini di un bar del centro di Mantova i Modena avevano tenuto un concerto estemporaneo all’aperto, con grande gioia di tutti. Musica nel senso pieno della parola e nel senso giusto, quello di avere gioia di suonare e voglia di diffonderla. Come dovrebbe davvero essere un festival diverso. Grazie Modena.

Ascoltare musica è bello, anche dopo 4 ore seduto in platea. Fa bene alla pelle. Dicevano i nativi d’America che danza e canto fossero un mezzo di comunicazione col cielo. A Mantova in questi giorni il cielo è alto ed è un cielo di sole e di gelo. Ma dentro il cuore resta il sole. Il gelo no. Viene fermato dai molteplici strati del corpo, un corpo a onde. Una millefoglie di resistenza alle offese del mondo. Vola la panna, vola lo zucchero a velo, resta la crema.

E la musica ci gira intorno nei bar, sul lungolago, nelle vie con i canali, sotto l’ombra dei palazzi antichi. Musiche che disegnano a colori. Note rosse, note blu malinconia, note rose da notti buone e note gialle da notti insane. Note stondate, aguzze, a stiletto, solide e fluide, di marzapane, di ciambella e piadina. Da riempire coi sogni che trovi.


Una notte all'Ariston: prima serata
Si vola con Mauro Pagani e Paolini
di Giorgio Maimone

La confusione è grande sotto il cielo. Entriamo in teatro alle 20,40 (dove iniziare alle 21) e Elio è già a metà del suo show. Esigenze televisive. La partenza è fredda e frenata. Pamela Villoresi, presentatrice delle serate dell'Ariston è clamorosamente fuori posto, ma bianca e bella come un angelo (il sesso degli angeli, ora lo so, è femminile!). Fuori il vento taglia a fettine le facce dei pochi coraggiosi (150 paganti - quorum ego) e la temperatura è sotto lo zero. Ma al Palazzo della ragione, dove è in corso il Dopofestival in gradi non sono di molto superiori allo zero. Lo stanzone è enorme e non riscaldato. Lidia Ravera e i suoi ospiti tremano in diretta televisiva, coprendosi di piumini. Pamela Villoresi, invece, all'Ariston è quasi nuda, ma legge cose di cui capisce poco, pochissimo.

Poca gente in sala, un poco di più al freddo e al gelo del Tora Tora Tora dove, al primo pomeriggio, su un palco all'aperto, musicisti in cappotto e piumino suonano per un pubblico altrettanto intabarrato e riscaldato dalle fiatate alcoliche ci qualcuno. L'atmosfera è bella al Tora Tora Tora, più che all'Ariston, ma il freddo è belluino e la scomodità manifesta. Il collegamento col Palazzo della Ragione, con la presentazione degli ospiti (Franco Fabbri, Giorgia Fazzini, Deborah Petrina, Piero Vivarelli e un filmato di Franca Valeri di ricordi assortiti su Sanremo) toglie ancora mordente alla serata. Meno male che arriva la musica e non è musica di poco conto. Mauro Pagani! Parte la magia: il mio festival inizia lì.

Mauro, dopo un prologo sul necessario ottimismo per resistere al mondo che abbiamo intorno ci strega con “Occhi grandi”, affonda il colpo con una seconda canzone che potrebbe essere “Sarà vero” (ma non la presenta) e chiude con il colpa da KO di “Domani”. Troppo bello per chiudere lì. C’è ancora voglia di Mauro e Pamela Villoresi lo spinge a restare il tempo di un’altra canzone (sarà l’unico bis dei primi due giorni): “Davvero davvero”, manca De Andrè, ma non manca la poesia. Mauro da solo con l’ausilio di un partner alle tastiere, domina la scena.

Lo stacco è brusco: dopo Pagani, entra Rosybyndy: “ho scelto questo nome perché mi sento sfigato come una 50enne vergine: L’inferno è già qui”. Le parole sono dure, ma l’immagine anche: Rosybyndy arriva su una carrozzella motorizzata. E’ “diversamente abile” come si dice ora, ma credo che lui direbbe handicappato. La sua musica è dura come un pugno, la sua voce forte: “Il coro e la pena” e “Dogma” sono le due canzoni. Sotto altri aspetti ricorda Bertoli, ma con un umore di fondo molto più nero. Un rock esistenzialista post-nucleare, beckettiano, come pure personaggio beckettiano sembra lui in scena. Non posso dire che mi piaccia. Però colpisce.

Solo il tempo di respirare e tocca all’evento più bello della prima giornata (ma anche della seconda): Marco Paolini e i Mercanti di Liquore. Marco ha carisma e carica. Occupa il palco con fare sciuro e presenta due canzoni tratte o ispirate a testi di Rodari e di Mario Rigoni Stern. Una si chiama infatti “Il sergente nella neve”, bellissima. L’altra non lo so. La terza canzone è una cannonata: “Chi gha dà gha dà gha dà, chi g’avù, g’avù, g’avù” (non so se sia il titolo, ma è il tormentone con cui parte e con cui finisce, aggiornamento veneto del detto napoletano “chi ha dato, ha dato ha dato, chi ha avuto ha avuto ha avuto”. I Mercanti montano sul loro cavallo sonoro e galoppano un ritmo e una canzone in “secondo piano” su cui si inserisce la parte recitata di Paolini. Grande momento di teatro, grande musica, grande spettacolo. Paolini e i Mercanti sono sulla strada per incidere un cd dalla loro recente collaborazione, iniziata il 25 aprile dello scorso anno sul palco dell’ex ospedale psichiatrico Paolo Pini di Milano alla celebrazione della Resistenza.

La serata ormai lievita a non si ferma più: emozioni a raffica e il piacere di essere a Mantova a guardare il momento esatto in cui qualcosa di nuova sta nascendo. Qualcosa destinato ad affermarsi e a restare. Il tessuto c'è, la speranza anche e, seppure con molti passi incerti, la locomotiva è partita.

Eugenio Finardi passa dal palco dell'Ariston a mostrare le piccole oasi di spiritualità laica esplorate ne "Il silenzio e lo spirito". Il viatico lo fornisce De André con "Il ritorno di Giuseppe", si prosegue con Leonard Cohen di "Land of plenty" e si chiude con "Ave Maria fadista". Tre gioielli. La sorpresa è appena fuori dalla porta dell'uscio ed è un ragazzo di vent'anni (appena dopo l'esibizione a Mantova è tornato a Milano per la visita di leva) dal sorriso aperto e dai capelli spettinati: Stefano Vergani, assoluto non professionista che ha inviato un demo alla commissione selezionatrice, è stata valutato e preso. Ed è stato un gran bel prendere: "Personal bar", "Una volta prendevo treni" e "Il rumore di un treno lontano", pur non proponendo sconvolgimenti epocali nel panorama musicale italiano, si attestano come canzoni solide, ben cantate e ben suonate (ottimo il supporto della Pontirolli band, messa assieme per l'occasione). Bravo! Si fanno i nomi di Capossela e GianMaria Testa. Si esagera, ma il ragazzo c'è.

I Vallanzaska non sono una sorpresa, sono in giro da quasi 10 anni e anche molto apprezzati e amati nel giro giovanile. Però sono pochissimo usurati, bravi e simpatici. "Sì sì sì, no, no, no" (che sarà anche iltitolo del loro nuovo album", "Cime" e il cavallo di battaglia "Cheope" sono i tre pezzi proposti. Nelle chiacchiere del dopofestival figureranno per la maggior parte della gente come la sorpresa maggiore.

Sorvoliamo sui Razzo, anzi, passiamoci sopra a razzo. Gruppo hip hop che non si capisce come sia stato scelto e cosa c'entri con una selezioni sostanzialmente d'autore e chiudiamo in bellezza con l'altra sorpresa, per chi ancora non li conosceva, degli Acustimantico, che in realtà sono da qualche anno una delle migliori realtà della canzone d'autore romana, trascinati dalla voce affascinante di Raffaella Misiti. Si esibiscono che sono le due di notte! I bar hanno già chiuso, gli alberghi pure, l'ultima carrozza rotolando se n'è andata e i nostri passi stanchi e affamati, dopo 5 ore di Teatro Ariston battono inutilmente il pavè di Mantova alla ricerca di qualcosa da mangiare. Ricerca vana. Ma il Festival è partito. Ci siamo. E siamo qui per starci.

Mantova Musica Festival 06-03-2004

   
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