| E'
universalmente ritenuto come il miglior libro su Lucio Battisti.
Ed ha altri pregi. E' uscito con Battisti ancora in vita (due anni
e mezzo prima della sua morte), è uscito in un periodo di
oscuramento mediatico di Lucio, in cui già iniziava a spegnarsi
la memoria dello splendido cantore dell'altra metà degli
anni '70, comprende tutta l'opera musicale e discografica di Lucio,
arrivando fino a Hegel, ultimo lavoro con Panella, ed è rimasto
insuperato da tutti i volumi un po' incensatori usciti dopo la scomparsa
di Lucio.
Luciano
Ceri fa quello che bisognerebbe sempre fare in una biografia critica.
Si documenta, ci fornisce un libro pieno di pareri, di indicazioni,
di indiscrezioni (è lui il primo a parlare del grande amore
di Lucio per Bob Dylan e dell'influenza che Bob ha avuto sullo stile
di composizione dell'eroe di Poggio Bustone) e ci fornisce un quadro
esaustivo dell'opera dell'autore disco per disco, 45 giri per 45
giri a partire dal '66 fino ad arrivare al '94, ultimo lavoro pubblicato.
Per non essere da meno di nessuno conclude con un'esauriente spiega
sugli inediti (pochi) in circolazione, che poi, bene o male sono
usciti negli anni successivi alla morte (tre raggruppati ne "Le
avventure di Lucio Battisti e Mogol). Insomma un lavoro esaustivo.
Non vorrei
consumare il resto dello spazio a parlare bene di Luciano Ceri,
ma ho come la sensazione che mi toccherà: il libro è
effettivamente fatto bene, scritto anche con una prosa assolutamente
scorrevole e interessante. E lo dico ormai alla terza rilettura,
perché, avendo comprato il libro al momento dell'uscita,
l'ho riletto nei periodi successivi alla morte di Lucio e l'ho dovuto
sfogliare nuovamente ora per scrivere queste note, trovando, se
possibile ancora motivi di interesse.
Pure la parte
iconografica, per quanto limitata a un bianco e nero e a carta assolutamente
normale è ricca e completa per quanto riguarda le copertine
di tutti i dischi, anche i meno conosciuti ("Non è Francesca"
suonata dai Balordi con una copertina incongrua tutta Flower Power
qualcuno l'ha mai visto in giro? E Milena Cantù che interpeta
"Che importa a me"?). Veniamo così a scoprire che
la prima incisione in assoluto è stata "Se rimani con
me", eseguita da Dik Dik nel lontanissimo giugno 1965, quando
Lucio aveva 22 anni (nasce infatti a Poggio Bustone, Rieti, il 5
marzo 1943, potenza dei numeri, solo un giorno dopo l'altro celebre
Lucio, ossia Dalla e muore il 9 settembre 1998, 20 giorni prima
e 20 anni dopo una delle sue più celebri canzoni "29
settembre").
Tra le piccole
chicche anche alcuni chiarimenti: "Adesso sì",
la canzone di Endrigo NON è di Lucio Battisti. Battisti si
limitò ad inciderne una versione all'interno di una compilation
della Ricordi dedicata a Sanremo '66, perché, come si usava
allora, le case discografiche pubblicavano un cd con le canzoni
di Sanremo, dove i propri cantanti eseguivano la canzone portata
a Sanremo e gli altri venivano "coverti" da voci di scuderia.
E così "Adesso sì" fu l'esordio in voce
di Lucio, la più antica prova audio della sua esistenza.
Sempre restando su Sanremo, all'apice della fama, Lucio (che di
suo ha fatto solo un Sanremo in coppia con Wilson Pickett, cantando
"Un'avventura") ha composto, ma non firmato, due canzoni
per Little Tony: "La folle corsa" (in coppia con la Formula
tre) e "La spada nel cuore" (l'altra cantante era Patty
Pravo).
Tutto molto
interessante, anche perché Ceri è estremamente chiaro
nel raccontare le fasi di studio, le scelte musicali, gli arrangiamenti,
non limitandosi alle sue intuizioni personali, ma andando a cercare
direttamente i protagonisti del lavoro, fosse anche la singola canzone.
Bellissima ad esempio è la storia della lunga coda finale
di "Non è Francesca": un minuto e 23" quasi
l'equivalente del pezzo cantato. Roba che in quegli anni facevano
solo i Beatles con "Hey Jude",
uscita solo sei mesi prima, per dire della rapidità con cui
il ragazzo Battisti prendeva gli spunti che giravano per l'aria.
Tra le cose più interessanti c'è il modo di lavorare
in studio di Lucio. Per primo interruppe la tradizione di lavorare
solo sugli spartiti: faceva sentire come prima cosa la canzone alla
chitarra e poi discuteva con i singoli strumentisti il ruolo del
loro strumento sulla base delle intuizioni che aveva in testa. In
particolare la sua passione e la sua attenzione era sulla batteria,
gli stacchi, le rullate, le figure ritmiche da cui poi doveva derivare
la canzone. Altra passione la chitarra acustica, a volte anche a
12 corde.
Insomma un lavoro da artigiano che portava a risultati di eccellenza,
con ben piantati nella testa gli schemi della musica nera, del rock
e del folk alla Dylan, oltre alla tradizione armonica del melodramma
all'italiana. Un genio? "Quel gran genio del mio amico",
come ebbe a cantare anni dopo? Non lo so (e non lo sa neppure Ceri).
Forse uno molto furbo, molto bravo a fiutare l'aria, comunque un
musicista da conoscere e da non relegare alla musica diffusa degli
studi dentistici. E Luciano Ceri in questo ci aiuta. Gran bel libro!
Luciano
Ceri
"Lucio Battisti - Pensieri e parole"
Tarab - pp.302 - Euri 16,00 (32.000 lire)
Finito di stampare nel maggio 1996
Di difficile reperibilità nelle librerie
Ultimo
aggiornamento il 05--09-2005
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