| Ecco
un libro che non mi è piaciuto. Non perché sia scritto
male o incompleto o non si riesca a capire la tesi di fondo. Anzi,
il problema è che si capisce anche troppo la tesi e che non
la si condivida ma nemmeno per ipotesi. Michele Bovi scrive un libro
che risente del passato, di una visione passatista della realtà,
in cui il diritto d'autore sembra avere un marchio magico di preminenza
su tutto. Basterebbe dire che dodici in totale sono le note e che
le si assembla in genere per intervalli di terza o di quinta, quindi
le possibilità di combinazione sono limitate. E' pertanto
inevitabile che le canzoni si somiglino.
Da qui a sostenere che ogni lavoro è praticamente
il plagio di un altro ce ne dovrebbe passare tanto! Ma non è
solo questo: è la presunzione che il tema possa ancora rivestire
una qualche e qualsiasi importanza in un'epoca di riproducibilità
totale, in un'epoca cominatoria ed assemblatoria come l'attuale,
in un'epoca in cui sono forti le spinte verso il copyleft, di cui
la nostra testata si fa alfiere convinta. Insomma, oggi, un libro
sulla difesa del copyright mi sembra anacronistico.
Peraltro Bovi non riesce ad uscire da una contraddizione che lui
stesso solleva: il "diritto d'autore" e la ricerca esasperata
del "plagio" sono venuti a consistere soprattutto nell'ultimo
secolo. Prima tutti copiavano con grande piacere e senza remore:
copiavano, citavano, si autocitavano e vivevano felici e contenti.
Da cui il titolo. Ora invece siamo in mano ai legulei, agli spaccacapelli
in quattro, a personaggi che sentenziano trombonisticamente che
"4 battute si può, 5 no", stabilendo fragili e
fragilissimi steccati entro i quali bisogna stare. Ma quali sono
i confini veri, in realtà nessuno lo sa dire. Ancora oggi
si dibatte del plagio di Michel Jackson su Al Bano (dove in realtà
non dovrebbero esserci grossi dubbi. Nonostante l'inverosimiglianza
della situazione, i due brani sono quasi identici) o di quello di
Bacalov su Endrigo (quasi certo), ma le uniche condanne sono quelle
dove un autore ammette il plagio (George Harrison per "My sweet
Lord").
Ciò detto, leggendo il libro (a parte un inutile sproloquio
del prezzemolino Pasquale Panella, che peraltro sostiene l'appropriazione
di materiale eterogeneo) si viene resi edotti, in modo ragionieristico,
di tutte le possibili somiglianze tra le canzoni. Anche a livello
di testo (e questo, signori miei, mi fa scompisciare dal riso! C'è
chi ritiene di avere la proprietà della parola o della frase!
Ma siamo scemi o facciamo solo finta? Siamo, o meglio sono, scemi)!
Compare anche a un certo punto la lista dei brani di un Festival
di Sanremo dove una canzone, che taccio per carità, sarebbe
il risultato combinatorio di altre quattro melodie. Ora dico io,
se lo ha fatto davvero è un genio e andrebbe premiato più
che perseguito. Purtroppo qui torniamo al livello puramente fisico
dell'ascolto, al microframmento, alla nota estrapolata dal concetto.
E se mi danno fastidio quelli che fanno le citazioni letterarie
per difendere il loro debole pensiero, mi danno ancora più
fastidio quelli che riescono a estrapolare singoli insiemi di note,
per definire un lavoro.
Non a caso l'esperto citato da Bovi per studiare le somiglianze
è un campione di "Sarabanda", ossia quella trasmissione
mostruosa per cui decerebrati multipli al primo squillo di tromba
schiacciano un pulsante e ti declinano l'albero genealogico dell'interprete
compreso il gruppo sanguigno. Non credo che questo abbia niente
a che vedere con la musica. Oltre a non ritenere il "plagio"
ossia la citazione o l'ispirazione un disvalore. E allora cosa avremmo
dovuto fare di Battiato con "Bandiera bianca" che era
tutto un gioco di citazioni? E "La forza dell'amore" di
Eugenio Finardi, una delle sue più belle canzoni, è
tutta da gettare perché ha il titolo di un brano di Jannacci
e dentro canta "O mare nero, mare nero, mare ne..."?
O vogliamo parlare della geniale arte combinatoria di Fabrizio De
André che gli amici definivano un "metteur en siem",
gioco di parole tra "regista" ossia "metteur en scene"
in francese e "assemblatore". Ma prendete solo i testi
(per parlare di materiale minore) di "Caro amore" e di
"Aranjuez la tua voce", entrambi sulle musiche del concerto
per Aranjuez di Rodrigo, la prima di De André, non autorizzata
(e il brano è stato ritirato) e la seconda autorizzata. Vedete
voi. O guardate ancora cosa De André ha fatto con il concerto
di Telemann in Re maggiore per tromba, archi e continuo. Lo ha trasformato
in una canzone indimenticabile come "Canzone dell'amore perduto",
dove c'è la frase "l'amore che strappa i capelli"
che Endrigo riprenderà in "Le mie notti" che è
stata a sua volta plagiata dalla colonna sonora del postino di "Bacalov".
Sembra un gioco di scatole cinesi, ma a me piace Telemann, De André,
Endrigo e (massì!) anche la colonna del postino!
Cosa
resta allora? Qualche curiosità. Come il fatto che "Una
donna per amico" di Lucio Battisti è stata plasmata
sul tempo di uno stornello romano (provate per credere a cantarla
a stornello. Funziona!), che Zucchero copia a man salva (ma questo
lo si sapeva), ma lo fa a ragion veduta e, in fin dei conti, paga
per quello che copia. Che Minghi è uno che ricorre molto
all'ispirazione esterna. Che Ricky Gianco negherebbe anche l'evidenza
come "Celeste" (da "Atlantis" di Donovan) o
"Pietre" (da "Rainy day woman #12,35, quella che
inizia con "They'll stone you, when you're trying to be so
good" ossia "se sei buono ti tirano le pietre") o
"Il vento dell'est" (da "Noth country fair"
di Dylan. Avete presente il verso "E fa che i suoi capelli
/ siano sempre più lunghi"? Leggete questo: "Please
see for me if her hair hangs long"), ma è pronto a ricordare
che Walter Chiari gli ha fatto notare che "Raindrops keep fallin'
on my hat" ha qualcosa in comune con "Ora sei rimasta
sola". Anedotti, curiosità, spunti divertenti. Ma che
sulla base di questi, vivaddio, non si pensi ai tribunali!
Michele
Bovi
"Anche Mozart copiava"
Cover, somiglianze, plagi e cloni
Auditorium Edizioni Milano - Pag 241- Euro 12,50
Finito di stampare nel novembre 2004
Nelle librerie
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aggiornamento il 22-11-2005
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