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stano come certe idee nei libri siano a volte ricorrenti. Forse
meno strano del previsto, considerando che gli archetipi letterari
si possono contare sulle dita delle mani. E allora diciamo che è
stato imbattersi a pochi mesi di distanza in due storie che, scritte
a chilometri e ad anni di distanza, percorrono le stesse strade
o strade molto simili. Ed è quindi strano, per chiudere questa
lunga parentesi, quanto il tema dominante di duesto romanzo, "Quanto
mi dai se mi sparo?" , scritto da Sergio Endrigo nel 1995,
sia simile a "Non buttiamoci giù", scritto da Nick
Hornby nel 2005.
Ovviamente i due erano totalmente inconsapevoli l'uno dell'altro.
Endrigo per aver scritto una decina di anni prima e Hornby perché
il libro scritto da Endrigo e pubblicato da una piccola casa editrice
svizzera, era totalmente irreperibile da anni, fino alla ripubblicazione,
nel maggio dello scorso anno, per i tipi di Stampa Alternativa.
Protagonisti, questi ultimi, di un'operazione assolutamente meritoria,
a seguito della quale si trovano a disposizione un libro forse destinato
alla fama postuma. Questo per dire che le buone azioni a volte vengono
premiate.
Lo stesso tema, si diceva: personaggi che, arrivati
a un punto di crisi nella vita, decidono di farla finita e che capiscono
(o capita) che la morte ormai, nella società dello spettacolo
o nella società che si è andata spettacolarizzando,
è diventata un buon affare, un evento per il quale reti televisive,
giornali e altri media sono disposti a pagare cifre ingenti.
Il cinismo è negli occhi di chi guarda? O
di chi sfrutta? O, ancora, di chi cerca di girare la situazione
a proprio vantaggio? Al di là del tema, dell'assunto di fondo,
i due romanzi poi divergono: quello di Nick Hornby sceglie la strada
del paradossale e di una latente comicità di fondo, quello
di Endrigo volge a volte se non sul tetro, sul depresso spinto.
Inoltre l'inglese costruisce un romanzo polifonico (sono quattro
gli aspiranti suicidi che vengono in contatto tra loro e formano
una sorta di "squadra"), mentre l'istriano persegue lo
"One-man-show" fino alle estreme conseguenze. Ed entrambi
vincono la loro scommessa: due ottimi libri.
Ma noi, qui, parleremo del solo Endrigo, alle prese,
se non vado errato, con la sua unica opera letteraria. Sostanzialmente
è la storia di Joe Birillo, nome d'arte
di Giovanni Birillieri, un cantante anni'60, di una certa fama,
in grado di vendere dischi, avere passaggi tv, essere considerato
sia dalle case discografiche che dai critici che dal pubblico, il
quale, passata la boa dei '50 si accorge che la sua stagione è
finita: il pubblico lo segue solo per nostalgia, vuole sentire solo
i vecchi successi e non è interessato alle nuove canzoni,
neanche a quelle che sono all'altezza del passato repertorio o forse
addirittura superiori.
Da qui inizia una vita da facciata B: trasmissioni
tv solo di mattina (e solo per cantare vecchi successi), un giro
di serate che dai teatri, anche importanti, dell'epoca d'oro scende
alle balere e alle sale con solo 7-8 persone in sala. Dai cachet
milionari si torna a vedere quelle poche lire e dalla grasnde orchestra
di accompagnamento ci si riduce a girare con un chitarrista e le
basi registrate. Tutto il resto è uno squallido giro di autostrade,
motel, stazioni di servizio, anonime camere d'albergo e, per giunta,
a casa, a Roma, una moglie con cui non c'è più nessun
dialogo dopo 25 anni di matrimonio e un figlio tardo adolescente
che non ti apprezza e non ti ammira.
A sufficienza per cascare dritti nella crisi dei cinquantanni.
Cosa a cui non sfugge Joe Birillo, ma alzi la mano e poi vada a
nascondersi chi tra voi non ha ancora capito che si sta parlando
dello stesso Sergio Endrigo. La casa discografica ha in mano un
disco nuovo, già registrato, ma non vuole farlo uscire, perché
valuta che le spese di promozione, per quanto minime, saranno superiori
a quanto potrà incassare. Peraltro gli agenti che pure gli
hanno organizzato quel ciarpame di tournée di cui si è
detto, ci hanno rimesso venti milioni. Cosa può fare un'artista
di fronte a una situazione così di stallo? Mettersi l'anima
in pace? Non è atteggiamento da artista!
Infatti Joe Birillo, in accordo con un avvocato napoletano (ah,
i luoghi comuni!) organizza il suo suicidio al termine di un ultimo
grnade concerto e i soldi fioccano. Si separa dalla moglie e dal
figlio e vive un ultimo mese alla grande, tra ripresa di interesse
da parte di ogni fonte, in attesa dell'evento. Si segnala anche
un Silvio Berlusconi che gli offre un programma da condurre in prima
serata purché non si spari. Più di questo non vi narro:
il resto, se volete, è piacevolissima lettura.
Endrigo scrive con mano sicura e con prosa sciolta. Ha qualche piccolo
difetto, ma decisamente di quelli minori per essere un "non
addetto ai lavori". Buon uso dell'aggetivazione,
sintassi corretta e piacevole, trama avvolgente e ben congegnata,
un giusto ricorso ai ricordi d'infanzia. C'è qualche caduta
fuori dal "politically correct", quando parla di donne,
ma lui è un uomo del '33, uno che aveva già 35 anni
nel '68 e che quindi appartiene a una generazione precedente a quella
che ha dovuto fare i conti con rapporti diversi tra uomo e donna.
La donna, per Endrigo, è sempre un po' o puttana o rompicoglioni.
Ma è più un vezzo d'epoca che altro. In generale si
tratta di un libro da consigliare a occhi chiusi e non solo adesso.
E non solo perché Endrigo non c'è più.
Sergio
Endrigo
"Quanto mi dai se mi sparo"
Stampa alternativa- pp.174 - Euro 10,00
Finito di stampare nel maggio 2004
Nelle librerie
Ultimo
aggiornamento il 24-09-2005
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