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BiELLE LIBRI
Steve Earle : "Le rose della colpa"
di Franco Senia

"Le rose della colpa", così le chiama Bobby nel racconto omonimo. E le rose della colpa sono quelle che si vendono, avvolte nel cellophane, alle casse degli autogrill e servono a scusare gli uomini che tornano a casa troppo tardi, dopo aver dimenticato, mai abbastanza a lungo, un compleanno, un anniversario. "Doghouse roses", è l'originale. Chissà cosa avrà mai voluto farsi perdonare Steve Earle, con questo splendido mazzo di rose? Quali promesse non mantenute e, soprattutto, a chi?

Vien da chiederselo. Come mi è venuto da chiedere se stavo comprando un disco in meno, o un disco in più, mentre facevo la fila alla cassa di Feltrinelli (non ci sono rose della colpa alla cassa di Feltrinelli!).

"Quando si metteva a cantare, tu gli credevi", dice un personaggio di un racconto, riferendosi alle esibizioni di una giovane stella del country, ed aggiungendo un tassello in più alla teoria dei "tre accordi e la verità". Ed è facile credere nelle storie che ci racconta Earle, qui e sul rigo musicale delle sue canzoni. È facile credergli, ed amarlo, mentre canta e racconta le sue storie.

Mentre ci racconta la "sua" America. Fra guerra del Vietnam e droghe, fra frontiera messicana e pena di morte.

"Mamma mi ha detto anche fai quel che ti pare ma non andare a Taneytown" - si legge nell'unico racconto che è anche una canzone nel suo "El corazon". Una storia dove un ragazzo nero scende giù in città, si trova nei guai e, per difendersi, uccide un ragazzo bianco. Riesce a scappare, mentre gli abitanti della città trovano un colpevole nero da linciare al posto suo.

Storie sbagliate, storie di un'America sbagliata, raccontate da uno splendido cantautore, o meglio uno "storyteller", un c(a/o)ntastorie.

No, non è uno scrittore Steve Earle.

Perché come dice Anna la rossa (Anna di Francia?), a Parigi - "mai innamorarsi di uno scrittore, chéri, specie se di talento. Gli scrittori si vantano delle loro imprese amorose, in pubblico come in privato. Vai a letto con uno di loro, e tutti i suoi amici verranno a fare la fila alle sue spalle. Se poi ti innamori di lui, come prima cosa ti spezzerà il cuore, e quindi trasformerà il tuo dolore in inchiostro per macchina da scrivere. A quel punto comincerai a vivere nel terrore del giorno in cui verrà pubblicato. Conviene di più amare un pessimo scrittore, che si porterà i suoi segreti nella tomba. O, meglio ancora, un rivoluzionario. I rivoluzionari sì che sanno mantenere i segreti. Devono. Per loro è questione di vita o di morte".

Già, una questione di vita o di morte. Così come lo è, questione di vita o di morte, per parecchi dei personaggi che popolano le storie di Earle. Ma è anche questione di vita o di morte che queste storie vengano raccontate, cantate. È questione di vita o di morte che siano la verità.
(Franco Senia)

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Ps: per chi non sapesse chi è Steve Earle (ma è possibile che qualcuno legga qui e non sappia chi è Steve Earle?): da giovane country-rocker americano poteva essere definito una promessa. Siamo nell'86 e se ne esce, a soli 21 anni, con un "Guitar Town" immaturo, ma pieno di grinta e calore. Chitarre in evidenza e ritmiche vivaci, ma una solida base da story-teller per il giovane Steve, nato in Virginia, sotto il segno del capricorno come Gesù Cristo, ma cresciuto in Texas e da sempre identificato come texano. Le canzoni sono tutte sue e i Dukes, che lo accompagnano, mettono in mostra anche pedal steel e mandolino, oltre alla normale strumentazione rock. In precedenza, il suo vero debutto su vinile è comunque in un disco storico: il mitico "Old n.1" di Guy Clark, registrato a Nashville, dove suona la chitarra e fa da seconda voce. Vista la sua permanenza in Tennessee in quel periodo, rientra anche nel film "Nashville" di Altman, dove però è solo uno tra la folla. "Exit O" e "Copperhead Road" (1987 e 1988) confermano il buono che si dice di lui, anche se "Copperhead road" segna una decisa svolta verso il rock per il ragazzo che, a quel punto, ha venduto oltre un milione di copie dei suoi dischi, ha avuto 4 nomination ai Grammy's ed è stato scelto come artista country dell'anno da Rolling Stones per il 1986. La svolta rock di Steve fa meno rumore di quella di Bob Dylan. Anche l'album successivo, "Hard Way" del 1990, già dal titolo tradisce la sua deriva rock. Poi iniziano i problemi con la droga che lo portano alla rottura del contratto discografico con la MCA che l'ha prodotto fin lì, a una lunga crisi creativa durata quattro anni e a varcare la soglia della prigione per detenzione di stupefacenti, da cui saraà rilasciato nel '94, sulla parola, dopo aver partecipato a un programma di riabilitazione. Dobbiamo aspettare fino al 1995 per celebrarne la resurrezione artistica, ma (sorpresa!) il rocker non c'è più. O meglio, c'è ma in fondo. "Train A comin'" è un album di soffici ballate avvolgenti, acustiche, più vicino al folk contemporaneo, all'americana che al country, edito da una piccola etichetta. E' cambiata anche la voce, più calda, più scura. I brani sono sempre suoi tranne un tributo a Lennon-McCartney ("I'm looking through you"), uno a Townes Van Zandt ("Tecumseh Valley") e la vecchia "River of Babylon". Da lì in poi una serie di dischi capolavoro, uno dopo l'altro, con pochissime sbandate, tutti editi per la propria neonata casa discografica, la E-squared: "I feel alright", "El corazon", "The Mountain" (un disco di bluegrass con la Del McCoury Band), "Trascendental blues" (questo non è tra i miei preferiti), "Jerusalem" e "The revolution stars ... now", questi ultimi due sono invece due pietre miliari. Nel 2001 esce il suo primo libro, "Doghouse roses", tradotto quest'anno in italiano ... (GM)

Steve Earle
"Le rose della colpa"

traduzione di Matteo Colombo
Pag. 224 - Euro 13,00
Finito di stampare nel giugno 2005
Nelle librerie

Ultimo aggiornamento il 02--02-2005

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