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54 è uno spettacolo assolutamente affascinante, che prende la musica
degli Yo Yo Mundi, la intreccia alle parole di Wu Ming e ti catapulta
in un viaggio dove molti degli straordinari protagonisti dell'opera prendono
voce e vita e si raccontano accompagnati dai suoni che vanno dal travolgente
al suadente al malinconico. Le immagini proiettate sullo sfondo si rincorrono
e si sfumano, mescolandosi a quel che succede in scena. I musici interagiscono
con gli attori e gli applausi si scatenano.
Con gli occhi ancora pieni di questa meraviglia incontro Paolo Archetti
Maestri al bar del teatro e, davanti ad un’aromatica tazza di tisana
inizio a tartassarlo di domande…
54 si può definire una forma la di arte nuova, una specie
di mondo sonoro di grande impatto. Ci sono le musiche che impregnano l'atmosfera
e le voci degli attori che disegnano le trame e raccontano le storie in
un insieme davvero molto suggestivo. Ma siete così geniali voi,
o il libro era già così bello pronto all'uso che sono bastati
pochi tocchi di musica per arrivare a questo risultato?
Beh… grazie. Intanto grazie. Invece di rispondere direttamente alla
domanda, che mi è praticamente impossibile senza essere troppo
presuntuoso, ma non vorrei proprio, non sarebbe giusto, mi piacerebbe
di più raccontare come è nato il progetto.
Che era la seconda domanda...
Bene, tutto nacque così: Stefano Tassinari, scrittore, ideatore
e agitatore di una rassegna dal titolo bellissimo che è “La
parola immaginata” - proprio dove la musica incontra la parola e
dove dialoga riproponendosi sotto una luce nuova - dopo aver sentito la
sonorizzazione di Sciopero ci invitò a sonorizzare 54 di Wu Ming.
Onestamente noi non avevamo ancora letto il libro; conoscevamo l'avventura
di Wu Ming perché ci interessava molto, per mille motivi che poi
sono stati quelli che ci hanno fatto riconoscere, dopo esserci un po'
annusati come dei cagnolini e prima di diventare amici e complici. Però
avevamo letto Q, sotto firma Luther Blisseth project, meraviglioso, poi
io sono di origine valdese, per cui erano argomenti che mi segnavano ancora
di più, mi intrigavano molto perché li avevo sentiti raccontare
da mia nonna... e riviverli in questo racconto così avventuroso,
così coinvolgente, era stato davvero toccante.
Abbiamo avuto pochissimo tempo, abbiamo letto immediatamente 54: è
stata una lettura febbrile a cui ha fatto seguito una scrittura febbrile.
Non abbiamo voluto utilizzare delle musiche semplici, di sottofondo- magari
riciclando qua e là tra i nostri brani strumentali- perché
sfogliando questo libro ci abbiamo trovato questa musica che è
uscita fuori, ha chiesto di essere suonata. Forse la risposta può
essere anche una risposta poetica, però noi le musiche di 54 le
abbiamo proprio trovate tra le pagine del libro. Il taglio cinematografico-
da sceneggiatura- che è tipico della scrittura del collettivo Wu
Ming c'è stato molto d'aiuto da questo punto di vista, così
come il trait d’union tra un lavoro apparentemente molto distante
che è Sciopero- la nostra sonorizzazione del film di Eisenstein.
Questa è stata la prima lettura scenica, poi da lì c'è
stato l'incontro con Wu Ming, lo scoprire di avere tante cose in comune:
cinque loro cinque noi- la più banale- bottega artigiana noi bottega
artigiana loro. Ma cosa che ci ha fatto conoscere e riconoscere, nel vero
senso della parola, è stato soprattutto il lavoro fatto sulla memoria,
il cercare di metterla sulla catapulta della nostra creatività
e di lanciarla tra le le persone che ci ascoltano.
Così da quel momento in poi in due anni, vuoi per le immagini di
Dario Berveglieri, il fotografo ferrarese recentemente scomparso cui abbiamo
dedicato lo spettacolo, vuoi proprio per questo lavorare su diversi piani,
che è tipico di 54, siamo andati a scandagliare, ad esplorare temi
differenti della nostra cifra stilistica. Anche se poi abbiamo scoperto
che ormai non riusciamo a toglierci di dosso il nostro suono... grazie
al cielo.
Ora tu mi chiedi se in tutto questo ci sia della genialità. Spero
che ci sia, perché comunque è una ricerca creativa che porta
a questo incontro di arti e di modi pur somiglianti però differenti
che ha generato germogli, scintille, intrecci che hanno prodotto quel
qualcosa che per noi è differente rispetto a quello che avevamo
fatto fino ad ora e che voi avete definito nuovo. Se è davvero
nuovo evvviva, ne siamo contentissimi.
Come avete selezionato il materiale, questi ventuno
quadri che avete smontato, ricostruito e rimontato?
Inizialmente
la lettura scenica della parola immaginata era basata su brani molto più
lunghi- sei precisamente- e la musica per gioco forza aveva più
un ruolo di sottofondo anche se tra un pezzo e l'altro noi ci scatenavamo
con dei pezzi più liberi dalle parole.
Andando avanti nel lavoro abbiamo capito che non era quello che volevamo
fare, che non poteva funzionare su disco, così abbiamo lavorato
di cesello e scalpello insieme a Stefano Tassinari e a Wu Ming. Abbiamo
chiesto loro di intervenire sui testi, di cercarne altri all'interno del
romanzo individuando momenti, atmosfere, personaggi che potevano in qualche
modo, sotto forma di spot, raccontare molto del romanzo senza raccontarlo
ovviamente tutto. In quel momento abbiamo scelto anche di utilizzare più
voci. Fabrizio Passerella che hai sentito stasera, nostro collaboratore
da parecchi anni, giovane attore emergente- come si dice- (ride) e poi
voci più conosciute come quella di Giuseppe Cederna che era ideale
per Cary Grant, per il paperotto, veramente stacoinvolgente la sua interpretazione
sul disco, Marco Baliani che aveva fatto con noi la prima lettura scenica
a Ferrara e che volevamo coinvolgere perché ci piaceva questo suo
rigore e Francesco di Bella che invece è stato tirato dentro per
i capelli in una cosa che non aveva mai fatto in vita sua... L'abbiamo
truffato un po', gli abbiamo detto vieni, vieni che ti facciamo cantare,
invece poi gli abbiamo fatto fare lo scugnizzo che si difende della tarantella
della deposizione spontanea. In quel momento esatto abbiamo deciso che
la musica non poteva più essere sottofondo e abbiamo chiesto loro
di essere i nostri cantanti anche se senza cantare e di immaginarsi come
due ballerini di tango che si guardano negli occhi o guardano entrambi
il passo successivo. Questo perché da una parte un ballerino doveva
essere la parola e dall'altra parte l'altro ballerino doveva essere la
musica. Così anche in "Niente comunismo don Salvatore"
dove non c'è la musica, la musica in realtà c'è.
Non l'abbiamo messa perché già c'era.
54 ha moltissimo del film, c’è questo
taglio cinematografico, tanto che quando abbiamo ascoltato il disco ci
è capitato di chiudere gli occhi e vedere le immagini che si formavano
davanti a noi. Avete utilizzato anche voi un immaginario filmico? E se
si, a che tipo di film avevate pensato?
Che bello... In realtà no, non siamo partiti da lì, ma questa
cosa l'abbiamo scoperta dopo. Ossia abbiamo scoperto che lavorando in
questo modo avevamo generato una sorta di vera e propria colonna sonora
che si intrecciava alla storia della vicenda. Pensiamo che questo sia
anche la fortuna di 54: molte persone che hanno comprato il disco non
avevano letto il libro e l'hanno comprato immediatamente dopo. E’
stato come proporre un lungo trailer, accompagnato da musiche che in qualche
modo ritornano, come il tema di 54. E ha funzionato anche per quelli che
il libro l’avevano già letto: lì è stato come
lasciare in bocca il sapore di quello che è la colonna sonora che
un film ha sui titoli di coda. Per cui anche se per qualcuno rappresenterà
solo ed esclusivamente alcuni momenti di quel libro che gli è piaciuto
molto, in realtà questa musica che può essere riascoltata
o perché no, canticchiata, può funzionare come l'ultimo
momento di una colonna sonora di un film che ti è piaciuto e che
hai lasciato dietro alle spalle nel cinema, ma che dentro continua a girare.
Mi definisci esattamente sonorizzare?
E'l'intreccio di due corpi che si amano.
Il
rapporto con Wu Ming mi sembra molto fruttuoso e creativo. Avrà
un seguito? Ci avete già pensato?
Beh, intanto è un vero work in progress, perché come hai
sentito il bis non è nel disco... perché è nato dopo.
Sai, ci abbiamo tutti preso gusto in questa esperienza. Non so, certo
che a noi piacerebbe molto.
Speriamo che qualcuno si accorga di 54 e che diventi un film... Quella
potrebbe essere una grande idea, ma sicuramente le nostre strade si incroceranno
ancora.
Avete cominciato sonorizzando Sciopero che è
un film e avete continuato con 54 che è un libro. La prossima volta
toccherà ad un quadro?
Che bella domanda! Ma sai, in realtà è già così.
Anni fa abbiamo deciso - e questo l'abbiamo pagato dal punto di vista
del posizionamento degli Yo Yo Mundi nel mondo musicale italiano - di
essere un gruppo che vive in provincia e che non si comporta da rockstar
di periferia, ma da persone che amano il mestiere che fanno e lo propongono
in modo naturale e spontaneo, cosa molto difficile in Italia perché
sembra che tirarsela o avere un altro tipo di atteggiamento ti faccia
salire qualche scalino in più. Però se abbiamo rinunciato
a qualcosa, in cambio abbiamo avuto la meraviglia della provincia, che
è quella di rimanere amici, di rimanere quindici anni insieme nella
formazione. Un caso assolutamente unico in Italia, perché continuiamo
ad essere noi dall'inizio. Fabio, il fisarmonicista, aveva quindici anni,
adesso ne ha 30, io ne avevo 25 ed ora sono 40... Siamo i due cardini
del gruppo dal punto di vista cronologico... La domanda era se la prossima
volta sarà un quadro... ecco adesso ci arrivo, l'altra cosa che
abbiamo fatto è stato l'aver sempre messo al centro del tavolo
tutte le nostre passioni: l'essere animalisti, la lav, la memoria. Questo
probabilmente ci ha fatto perdere qualche posizione o ci ha fatto vedere
in un modo un po' nebuloso, confuso dal pubblico, perchè c'è
chi ci considera un gruppo di combat folk, chi ci considera un gruppo
che fa della ricerca culturale o lavora sulla memoria e via dicendo, poi
alla fine si scopre che siamo l'uno, l'altro e qualcos'altro ancora. Ecco,
noi abbiamo lavorato su questo, per cui dentro la nostra musica ci sono
le nostre passioni, ci sono i dipinti che abbiamo visto, i libri che abbiamo
letto, i vestiti a cui siamo affezionati e poi c'è anche tanta
musica che ascoltiamo e che abbiamo catturato qua e là. Questa
è una cosa che ci permettiamo anche di consigliare ai gruppi nuovi
che ci chiedono di dar loro qualche suggerimento per andare avanti; la
musica non può corrispondere semplicemente all'ascolto di altra
musica, perché sennò ti ripieghi su te stesso. No, dev'essere
un ventaglio che si apre e in questo ventaglio ci dev'essere tutto: l'amore
che stai vivendo o che non hai più e tutte le altre cose. Per cui
ci saranno anche dei dipinti. Magari in futuro ci saranno, ecco. Avevamo
scritto una canzone anni fa su Egon Shiele, però poi non l'abbiamo
mai pubblicata. E un'altra su Modigliani, poi però ci pensò
Vinicio Capossela prima di noi, così lasciammo perdere. Si intitolava
Les Italiens, è una canzone dell'89.
Voi siete veramente vulcanici, ho sentito che
avete presentato uno spettacolo intitolato "Musiche per un naufragio"
di cosa si tratta esattamente?
Ne so poco anch'io! In realtà un'amica cara che si chiama Stefania
Amodeo ha ideato una quattro giorni per la provincia di Vercelli intitolata
"Panoramica" composta da colpi d'occhio e visioni d'insieme
su problemi legati all'ambiente. Per questa occasione, lei mi ha domandato
di realizzare qualcosa che potesse essere avvicinato a uno splendido documentario
intitolato "Nunca mais" sul naufragio della Prestige sulle coste
della morte della Galizia. Il documentario è di Stefano Lorenzi
e mi fa piacere che venga citato perché lui e i ragazzi hanno realizzato
un lavoro meraviglioso. Sono 40 minuti di flash strappati ai telegiornali
immediatamente successivi alla tragedia. È un modo per fotografare
un disastro ecologico devastante e tutte le falsità di un governo,
tutte le falsità di un mondo mediatico che non vuole dire la verità
alle persone, insomma che mantiene un'intercapedine di vergogna, di censura,
di violenza. Noi abbiamo realizzato la musica, abbiamo cercato in Internet
dei testi, abbiamo chiesto alla scrittrice Giovanna Carboni che ha pubblicato
un romanzo per Arcana Fiction intitolato "Hai presente Seattle"
un paio di anni fa, di scrivere un testo inedito che potesse essere musicato
per questo lavoro intitolato Princeton, anche in questo caso una nave
petroliera che smette di fare il suo sporco lavoro distruggendosi e distruggendo
una grossa porzione di mare e di esseri umani. In totale sono tre momenti
di musica: una canzone intitolata Naufragio- una musica sul testo di Giovanna
Carboni-, un brano di un naufragio sventato che è quello con cui
concludiamo lo spettacolo di Alvaro Mutis tratto da "La neve dell'ammiraglio"
e un messaggio nella bottiglia che abbiamo trovato nel grande mare della
rete Web, altrettanto inquinato però anche altrettanto foriero
di frutti, scritto da una ragazza volontaria che racconta la sua devastante
esperienza quando arriva per lavorare sulla costa della morte. Non so
se "Musiche per un naufragio" avrà un seguito, perché
è stata una vera copia unica, ma ci hanno già domandato
di portarlo in giro. Per cui speriamo che possa accadere.
Poi
c'è "La casa del freddo"...
Sì, mamma mia, anche La casa del freddo... La
casa del freddo è una canzone da La bellezza dei margini.
Quindici anni fa io lessi questo romanzo - inedito fino a poco fa - scritto
da un amico bolognese. A quel tempo io frequentavo il Dams a Bologna e
questo studente di medicina - attualmente diventato pediatra - per tutta
una serie di intrecci strani, lui bolognese ambientò il suo libro
nelle nostre zone, a Prasco precisamente, perché aveva avuto la
suggestione da Enzo Facelli- attuale sindaco di Prasco - di questa casa
dove il freddo non aveva origine. A me piaceva, a noi piace lavorare sul
verosimile - oltre che sulla memoria - sulle cose strane. Mi sono chiesto
se le cose avrebbero potuto funzionare al contrario, se scrivendo una
canzone sul libro che non è stato pubblicato magari a qualcuno
sarebbe venuta la voglia di pubblicarlo o quantomeno di leggerlo. E così
è accaduto. Con l'Editrice Impressioni Grafiche, anche molto interessata
al fatto che loro sono di Acqui, il romanzo è ambientato lì
e noi, un gruppo acquese avesse dedicato una canzone al romanzo stesso,
abbiamo fatto questa nuova cosa. Inoltre, per rendere più appetibile
"La casa del freddo" abbiamo realizzato cinque brani originali
e li abbiamo messi in un mini cd allegato al progetto. Addirittura uno
di questi brani certifica i cambiamenti nel frattempo maturati: è
quasi un singolo radiofonico, una cosa che noi era da anni che non avevamo...
Nel
frattempo oltre alle cose nuove sono stati ristampati alcuni vostri lavori
vecchi; quindi l'attività discografica è notevole. Cos'è
che la stimola? E dà frutti essere presenti sul mercato in questo
modo così diversificato?
Noi abbiamo scelto una strada orizzontale sul posizionamento del nome
e dell'idea musicale Yo Yo Mundi.
Abbiamo un buon pubblico sparso in tutt'Italia e stiamo cominciando ad
averlo anche in altri paesi europei. Lavoriamo mandando dischi, contattando
radio e adesso abbiamo avuto una proposta interessante: per il terzo anno
consecutivo ci hanno invitato in Russia. Speriamo di poterlo fare perché
ci piacerebbe molto, ma c'è sempre qualche problema tecnico.
A settembre poi saremo a Londra per una serie di show-case in cui presenteremo
Sciopero che verrà distribuito in Gran Bretagna
da un'etichetta discografica inglese. C'è ancora qualche virgoletta
da rivedere, però contiamo di poter dar presto questa notizia in
modo ufficiale. Ma posso anticipare che Sciopero verrà distribuito
quasi certamente e probabilmente anche alcuni altri degli nostri dischi.
Non si sa come però sembra che la lingua non crei problemi. Ovviamente
Sciopero no perché è strumentale. Oltretutto in questi tempi
viene stampato anche 54 e c'è anche già un'idea per fare
una versione inglese di 54 con attori inglesi per cui, lo vedi, c'è
tanta verdura al fuoco. Verdura alla griglia, perché carne al fuoco
non mi piace.
Avendo quindi scelto questa cosa orizzontale e non verticale, a noi non
importa uscire con un disco, lavorarci un anno e vedere fin dove arriviamo
nella lotteria delle classifiche. Con Sciopero abbiamo venduto veramente
tanti dischi, ma vendendoli in libreria e soprattutto al prezzo politico
di 8 euro. E questo è meraviglioso. Per 54 poi abbiamo un'etichetta
- la Mescal - e noi saremo anche cocciuti e abbiamo insistito, ma loro
sono stati molto attenti alle nostre politiche e al nostro modo di fare
musica perché hanno deciso di fare insieme a noi questo disco e
di venderlo a 8 euro. Quindi anche con loro abbiamo trovato un buon connubio.
Vedi, questo a noi interessa: che chi segue la nostra musica possa avere
sempre nuovo materiale, possa sempre interessarsi a quello che ne facciamo
tramite nuove pubblicazioni o ri-pubblicazioni. A maggio è uscita
La diserzione degli animali del circo e fra poco finalmente
verrà ristampato Bande rumorose. Sono dischi che
sono stati molto amati da ragazzi che ora hanno trent'anni ma ne avevano
quindici quando sono usciti... Per cui continueremo nel fare questo tipo
di lavoro, così come continueremo con la Sciopero Records che è
la nostra etichetta con la quale produciamo altri gruppi. Non so se hai
domande sulla Sciopero records...
No,
ma rimedio subito. E che mi dici della Sciopero Records?
Sono stati appena pubblicati due dischi: i Figli di Iubal
con il lavoro omonimo e il Gruppo spontaneo di musica moderna. I primi
sono un gruppo sardo di musicisti venti-ventiduenni veramente molto bravi.
È un gruppo... come si può definire la loro musica... Paolo
Conte e Bregovic che vanno in un pub irlandese e decidono di suonare e
bere tutti insieme. E magari ci trovano in un angolino Vinicio Capossela
o qualche cantore dell'isola del vento. È un incrocio di musiche
veramente interessatissimo.
Poi c'è Fino a dire mai basta del Gruppo
spontaneo di musica moderna che innanzitutto ha questo bellissimo
nome... pensa che noi abbiamo nello slogan della Sciopero Records la frase
"tracce di musica spontanea" perché ci piaceva l'idea
di recuperare tracce di questo tipo nel panorama italiano. Cose buttate
in qualche angolo da qualche discografico alla ricerca di nuovi fenomeni
commerciali senza prestare attenzione a nuovi fenomeni dal punto di vista
della grazia nel porgere la musica, della bellezza compositiva e delle
altre sensazioni che possono venire date dalla musica che non sono semplicemente
quelle di piacere e vendere e ancora vendere per poi essere buttati via,
insomma. Finalmente stanno buttando via i discografici italiani... speriamo
che cambino le cose anche se non ci credo molto.
Nel prossimo futuro della Sciopero Records ci sono due mini Cd che sono
Jean Fabrì, un gruppo folle di Forlì con
il titolo Punk mentale e poi Paolo Bonfanti,
uno dei più celebri bluesmen italiani che abbiamo convinto a scrivere
e a cantare per noi in italiano e in genovese. Come vedi anche qui sapaziamo
decisamente tra i diversi territori musicali.
Tema che sta cuore a Bielle. Come fare a farsi
conoscere. Concerti? Passa parola? Internet? O con qualcosa d'altro ancora?
Credo che come sempre a un gruppo può riuscire più una cosa
rispetto ad un'altra, ma farsi conoscere non è la cosa prioritaria.
La cosa fondamentale è conoscersi e riuscire a incontrare le persone
giuste con cui suonare, guardarsi negli occhi e vedere che quando si parla
di musica e di voglia di suonare gli occhi brillano. Da quella magia poi
passa tutto il resto. E il resto viene via facile, per cui secondo me
bisogna uscire da quei binari di logiche altre, che non appartengono alla
musica. Quelle del tipo "faccio il pezzettino commerciale, poi lo
metto in Internet in MP3 e poi spedisco questa cosa a tutti gli indirizzi
che trovo". Trovo tutto sciocco, non produttivo. La musica nasce
dall'incontro di persone e le persone è suonando che si fanno conoscere.
Girano, e allargando il giro il battito delle loro ali diventa sempre
più ampio e in quel momento non è più importante
come farsi conoscere, perché già sei conosciuto. Intanto
sei qualcosa di vero, di importante di altro e tutto quello che viene
è sequenziale. Allora ci sarà qualcuno che prenderà
il tuo brano lo metterà in Internet e qualcun altro che scriverà
dicendo: "ragazzi, io li ho visti dal vivo e sono qualcosa che mi
ha fatto battere il cuore, che mi ha emozionato, che mi ha dato di più".
Anni fa avevo letto "dieci modi per non pubblicare un libro";
si dovrebbe scrivere "dieci modi per non pubblicare un disco"...
Intanto spedire il disco così a casaccio è una cosa sbagliatissima.
Ad esempio, il gruppo di gothic-metal - niente contro la musica figuriamoci,
che m'interessa anche- che spedisce il demo a noi e non ascolta nè
la nostra musica, nè quella dei gruppi della Sciopero Records è
la dimostrazione del fatto che sta perdendo tempo e denaro.
Poi va bè, ovvio che si deve cominciare ad ascoltare musica, ad
amare la musica, la cultura, l'arte. E quando dico cultura, mi riferisco
anche a quella di stampa alternativa, da mille lire, quella con cui siamo
venuti su noi, perché non potevamo permetterci altro.
Lo stesso vale per il discorso politico: bisogna tornare a parlare con
le parole più semplici del mondo e a fare musica con i modi più
semplici e sinceri. È così che ci saranno nuovi colori,
ci saranno nuove forme d'incontro, ci saranno nuovi germogli, nuovi intrecci
soprattutto fuori da quelle logiche fottute di tirarsela, di pensare di
essere migliori degli altri, di non collaborare, di non compare i dischi
degli amici, di non ascoltare la musica degli altri, di parlare male di
questo e dell'altro... Che schifo, basta. Quella non è vita, quello
è essere tutti dei piccoli Berlusconi.
Recentemente Max Manfredi ci ha detto che secondo
lui non ha senso parlare del futuro della musica, perché siamo
nel periodo del gerundio della musica. Yo Yo mundi già dal nome
sembra un po' un gerundio; cosa ne pensi della situazione attuale della
musica?
Beh, intanto faccio gli scongiuri, ma devi sapere che i ragazzi del gruppo
mi prendono in giro e dicono che semmai un giorno mi toccherà un
epitaffio, sotto la fotografia sulla mia lapide ci sarà scritto
"fottuto ottimista". Io sono fatto così, vedo così
le cose. E credo che questo si veda anche dalla musica degli Yo Yo Mundi,
che sanno essere malinconici e sanno essere allegri. Sanno raccontare
di disastri, ma trovano sempre uno spiraglio di speranza e di futuro.
Io sono fiducioso, amo la musica, l'ascolto, la compro, mi faccio catturare
e non faccio mai un ragionamento quantitativo. Cioè se anche in
un anno ne escono tre di dischi belli, non dico che sono solo tre dischi
belli, ma dico."Ecco, tre dischi belli in più"! Non dico
che è un anno negativo rispetto al precedente in cui ce n'erano
dieci. Non dimentichiamoci che i capolavori non si sfornano su scala industriale
e che Fabrizio de André ci regalava un disco ogni cinque anni.
Ma quanto l'aspettavamo quel disco! E purtroppo non ne avremo più...
Però nei cinque anni successivi quel disco continuava a suonare.
Il problema quindi è non entrare nella logica del consumo. Ma stiamo
scherzando? Negli anni '70 noi ascoltavamo ancora Sergeant Pepper, no?
E ne sono passati di anni dall'uscita di Sergeant Pepper e lo ascoltiamo
ancora. Bisogna veramente uscire da questa logica, avere la capacità
di guardare contemporaneamente il domani e il futuro cullandosi quello
che di bello è stato basilare per la nostra crescita. Non dicendo
questo è stato migliore o quello che ho dietro le spalle è
irraggiungibile. No, no, assolutamente. Io ho molta speranza, ripongo
molta fiducia della musica e nell'arte. E se non sarà musica sarà
qualcos'altro. George Bernad Shaw- mi sembra, non vorrei citarlo a sproposito-
diceva che la specializzazione è una cosa stupida come lavarsi
un dente soltanto. Per cui, voglio dire... (ride)
A proposito di musica: amici e nemici. A chi
vi sentite di somigliare e da chi invece distate anni luce?
L'assomigliare è una di quelle cose più riferite a chi ti
ascolta che a te stesso. Per i più distratti assomigliamo a tantissimi
gruppi, le persone un po' più attente scoprono al contrario che
abbiamo raggiunto una sonorità e un'identità che ci rende
quello che siamo, cioè gli Yo Yo Mundi. Per i distratti bè
pazienza, voglio dire è un problema loro non nostro. E oggi essere
distratti è molto pericoloso perché ci perdiamo molto e
soprattutto facciamo il gioco del potere che è proprio "siate
distratti e lasciate fare a noi". Quindi, visto che questo mondo
sta andando sempre peggio, i distratti sono complici del potere.
Poi in realtà possiamo assomigliare a mille cose. Voglio dire l'abbiamo
anche fatto della dichiarazione d'intenti. Nel momento in cui si collabora
con Ivano Fossati o si realizza- timidamente, eh, perché non è
la nostra opera più riuscita- il tributo, perché non mi
piace chiamarlo cover, ecco, l'omaggio che abbiamo fatto a Fabrizio De
André con Creuza de mà e non siamo riusciti a trasformarla
perché vogliamo bene quel pezzo, ne eravamo un po' in soggezione
e l'abbiamo rifatto quasi così com'è, quasi filologicamente,
con tutto il rispetto. Questo già dice molto così come la
collaborazione con le Violent Femmes nel primo disco, con Michael Brook,
con i Thin white rope, con alti artisti di un certo tipo di musica di
frontiera americana che ci ha sempre molto interessato.
Ma posso dire anche Camper Van Beethoven, Stan Ridgeway o altri gruppi
con i quali non abbiamo mai collaborato ma ci piacerebbe molto farlo.
Per cui insomma, una certa qual musica d'autore italiana e un certo tipo
di sonorità americane, appunto. Musica dal deserto alle frontiere
come Calexico, Giant Sand, Lisa Germano.
Poi nel nostro gruppo ascoltiamo Nick Cave, David Sylvian, certa musica
classica contemporanea, la musica balcanica. Non ci facciamo mancare nulla.
E ancora i Massimo volume è un gruppo che amiamo antissimo. Ma
veramente tante altre cose… e in questo momento Lalli, Lalli! Probabilmente
sono ingiusto per gli artisti che non sto citando, che non ricordo, ma
sono veramente tanti e di molti di loro vorremmo davvero che ci dicessero,
vabbè, un po’ ci assomigliate. Perché no?
Al di là di questo io credo che la bravura di un gruppo che lavora
tanto sulla composizione e sul melange sia proprio questa: tenere nascoste
le somiglianze. È come quando dicono: ma in questa canzone tu racconti
di una tua storia d'amore. Si capisce che hai passato un brutto periodo,
ma ti riferivi a qualcuno in particolare? E tu in realtà ci pensi
e poi dici di no. Tu cosa ci hai sentito in questa canzone? Ma io ci ho
sentito questo e quest'altro. Ecco, è lì, è quello.
È inutile che io ti spieghi chi era lei o quale è l'ingrediente.
Non è questo, è come è il palato: quando ascolti
musica è come assaggiare un dolce. Poi se vuoi provare a cucinare
con me ci mettiamo insieme e lo facciamo, però è inutile
che io ti dica gli ingredienti; è quello che ci sentì tu
dietro, i retrogusti è quello che ti dà in quel momento,
la vista di quello che stai mangiando, la meraviglia del tatto, del profumo,
dei sensi in festa. La musica è questo ed è anche, secondo
me, quelle che sono le ispirazioni che stanno dentro la musica, dentro
le canzoni. Sono queste. Se tu ci senti qualcosa, benissimo vienimelo
a raccontare. Magari io non ci ho proprio pensato, però può
essere.
Si dice che statte lavorando a un nuovo disco
che dovrebbe uscire tra non molto...
Aiuto! Ci sono un po' di canzoni… credo che alla fine sarà
una strana cucciolata. Questa volta invece di fare una cucciolata unica
di canzoni- a noi piace immaginare appunto una volta un grappolo d'uva
un'altra volta la cucciolata, perché si scrivono canzoni in un
periodo, poi ti nascono questi cagnolini tutti uguali, che ti guardano
con questi occhioni teneri… Poi uno ha una macchia scura, uno ha
il pelo più lungo, però sono tutti molto simili. Questa
volta invece abbiamo deciso che il prossimo disco sarà una cucciolata
di orfani. Andremo in un canile a scegliere questi cucciolotti abbandonati
e li metteremo insieme. Sarà un po' una scommessa perché
magari portremo un po' fuori strada ancora una volta i nostri ascoltatori,
però ci piace l'idea. in fondo va di pari passo rispetto alle nostre
passioni: in questo caso animaliste. Così andremo in cerca di canzoni
abbandonate e le metteremo insieme. Chissà cosa ne verrà
fuori…
L'ultima domanda si riferisce all'impegno politico.
Ti sei candidato alle elezioni europee nel collegio Nord-Ovest. Che cosa
ti ha spinto a questa presa di posizione attiva, a scendere in campo?
In realtà non è Paolo Enrico Archetti Maestri ad essere
candidato, ma sono gli Yo Yo Mundi che si sono visti riconosciuti un lavoro
politico e sociale di impegno, non soltanto nell'essere presenti a una
manifestazione o suonare per, ma bensì a livello di scrittura,
senza magari cavalcare certe facili tigri, anche se abbiamo fatto anche
noi ogni tanto delle canzoncine semplici - Sciopero su tutte - che cantiamo
ai concerti, però in realtà c'è anche altro, e 54
è questo. La parte su Marzabotto di 54 o bandito dell'Acqui in
materiale resistente è cantare qualcosa che era sperduto, nascosto
e riproporlo. Non qualcosa che gia c'è e riproporlo con un altro
taglio.
Poi Rifondazione ha fatto dei grossi passi avanti sia nell'operazione
della nascita della sinistra europea, sia in apertura verso il mondo ambientalista,
verso quei movimenti che noi ci sentiamo di rappresentare. Noi ci sentiamo
pienamente parte di quell'arcipelago meraviglioso di idee, di sogni, di
desideri e che vuole mettere in atto tutte quelle procedure di democrazia
spontanea che porteranno a un mondo migliore.
Gli Yo Yo Mundi hanno cantato queste cose, e le hanno cantate con sincerità.
Non sta a me dirlo, ma ce l'abbiamo messa tutta. Così abbiamo pensato
che potevamo scendere attivamente in campo con me come portavoce essendo
stato consigliere comunale per una lista ambientalista.
Credo che si possono fare delle cose importanti, ma comunque vada gli
Yo Yo Mundi si sono scelti la parte e andremo avanti su questa strada,
a seguire questa linea dell'orizzonte che si sposta ad ogni passo e che
da una ragione ai nostri passi.
Intervista
effettuata il 28 maggio 2004
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