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Le BiELLE INTERVISTE
 
Paolo Enrico Archetti Maestri (Yo Yo Mundi):
un approccio orizzontale
di Lucia Carenini

54 è uno spettacolo assolutamente affascinante, che prende la musica degli Yo Yo Mundi, la intreccia alle parole di Wu Ming e ti catapulta in un viaggio dove molti degli straordinari protagonisti dell'opera prendono voce e vita e si raccontano accompagnati dai suoni che vanno dal travolgente al suadente al malinconico. Le immagini proiettate sullo sfondo si rincorrono e si sfumano, mescolandosi a quel che succede in scena. I musici interagiscono con gli attori e gli applausi si scatenano.
Con gli occhi ancora pieni di questa meraviglia incontro Paolo Archetti Maestri al bar del teatro e, davanti ad un’aromatica tazza di tisana inizio a tartassarlo di domande…


54 si può definire una forma la di arte nuova, una specie di mondo sonoro di grande impatto. Ci sono le musiche che impregnano l'atmosfera e le voci degli attori che disegnano le trame e raccontano le storie in un insieme davvero molto suggestivo. Ma siete così geniali voi, o il libro era già così bello pronto all'uso che sono bastati pochi tocchi di musica per arrivare a questo risultato?
Beh… grazie. Intanto grazie. Invece di rispondere direttamente alla domanda, che mi è praticamente impossibile senza essere troppo presuntuoso, ma non vorrei proprio, non sarebbe giusto, mi piacerebbe di più raccontare come è nato il progetto.

Che era la seconda domanda...
Bene, tutto nacque così: Stefano Tassinari, scrittore, ideatore e agitatore di una rassegna dal titolo bellissimo che è “La parola immaginata” - proprio dove la musica incontra la parola e dove dialoga riproponendosi sotto una luce nuova - dopo aver sentito la sonorizzazione di Sciopero ci invitò a sonorizzare 54 di Wu Ming.
Onestamente noi non avevamo ancora letto il libro; conoscevamo l'avventura di Wu Ming perché ci interessava molto, per mille motivi che poi sono stati quelli che ci hanno fatto riconoscere, dopo esserci un po' annusati come dei cagnolini e prima di diventare amici e complici. Però avevamo letto Q, sotto firma Luther Blisseth project, meraviglioso, poi io sono di origine valdese, per cui erano argomenti che mi segnavano ancora di più, mi intrigavano molto perché li avevo sentiti raccontare da mia nonna... e riviverli in questo racconto così avventuroso, così coinvolgente, era stato davvero toccante.
Abbiamo avuto pochissimo tempo, abbiamo letto immediatamente 54: è stata una lettura febbrile a cui ha fatto seguito una scrittura febbrile. Non abbiamo voluto utilizzare delle musiche semplici, di sottofondo- magari riciclando qua e là tra i nostri brani strumentali- perché sfogliando questo libro ci abbiamo trovato questa musica che è uscita fuori, ha chiesto di essere suonata. Forse la risposta può essere anche una risposta poetica, però noi le musiche di 54 le abbiamo proprio trovate tra le pagine del libro. Il taglio cinematografico- da sceneggiatura- che è tipico della scrittura del collettivo Wu Ming c'è stato molto d'aiuto da questo punto di vista, così come il trait d’union tra un lavoro apparentemente molto distante che è Sciopero- la nostra sonorizzazione del film di Eisenstein.
Questa è stata la prima lettura scenica, poi da lì c'è stato l'incontro con Wu Ming, lo scoprire di avere tante cose in comune: cinque loro cinque noi- la più banale- bottega artigiana noi bottega artigiana loro. Ma cosa che ci ha fatto conoscere e riconoscere, nel vero senso della parola, è stato soprattutto il lavoro fatto sulla memoria, il cercare di metterla sulla catapulta della nostra creatività e di lanciarla tra le le persone che ci ascoltano.
Così da quel momento in poi in due anni, vuoi per le immagini di Dario Berveglieri, il fotografo ferrarese recentemente scomparso cui abbiamo dedicato lo spettacolo, vuoi proprio per questo lavorare su diversi piani, che è tipico di 54, siamo andati a scandagliare, ad esplorare temi differenti della nostra cifra stilistica. Anche se poi abbiamo scoperto che ormai non riusciamo a toglierci di dosso il nostro suono... grazie al cielo.
Ora tu mi chiedi se in tutto questo ci sia della genialità. Spero che ci sia, perché comunque è una ricerca creativa che porta a questo incontro di arti e di modi pur somiglianti però differenti che ha generato germogli, scintille, intrecci che hanno prodotto quel qualcosa che per noi è differente rispetto a quello che avevamo fatto fino ad ora e che voi avete definito nuovo. Se è davvero nuovo evvviva, ne siamo contentissimi.

Come avete selezionato il materiale, questi ventuno quadri che avete smontato, ricostruito e rimontato?
Inizialmente la lettura scenica della parola immaginata era basata su brani molto più lunghi- sei precisamente- e la musica per gioco forza aveva più un ruolo di sottofondo anche se tra un pezzo e l'altro noi ci scatenavamo con dei pezzi più liberi dalle parole.
Andando avanti nel lavoro abbiamo capito che non era quello che volevamo fare, che non poteva funzionare su disco, così abbiamo lavorato di cesello e scalpello insieme a Stefano Tassinari e a Wu Ming. Abbiamo chiesto loro di intervenire sui testi, di cercarne altri all'interno del romanzo individuando momenti, atmosfere, personaggi che potevano in qualche modo, sotto forma di spot, raccontare molto del romanzo senza raccontarlo ovviamente tutto. In quel momento abbiamo scelto anche di utilizzare più voci. Fabrizio Passerella che hai sentito stasera, nostro collaboratore da parecchi anni, giovane attore emergente- come si dice- (ride) e poi voci più conosciute come quella di Giuseppe Cederna che era ideale per Cary Grant, per il paperotto, veramente stacoinvolgente la sua interpretazione sul disco, Marco Baliani che aveva fatto con noi la prima lettura scenica a Ferrara e che volevamo coinvolgere perché ci piaceva questo suo rigore e Francesco di Bella che invece è stato tirato dentro per i capelli in una cosa che non aveva mai fatto in vita sua... L'abbiamo truffato un po', gli abbiamo detto vieni, vieni che ti facciamo cantare, invece poi gli abbiamo fatto fare lo scugnizzo che si difende della tarantella della deposizione spontanea. In quel momento esatto abbiamo deciso che la musica non poteva più essere sottofondo e abbiamo chiesto loro di essere i nostri cantanti anche se senza cantare e di immaginarsi come due ballerini di tango che si guardano negli occhi o guardano entrambi il passo successivo. Questo perché da una parte un ballerino doveva essere la parola e dall'altra parte l'altro ballerino doveva essere la musica. Così anche in "Niente comunismo don Salvatore" dove non c'è la musica, la musica in realtà c'è. Non l'abbiamo messa perché già c'era.

54 ha moltissimo del film, c’è questo taglio cinematografico, tanto che quando abbiamo ascoltato il disco ci è capitato di chiudere gli occhi e vedere le immagini che si formavano davanti a noi. Avete utilizzato anche voi un immaginario filmico? E se si, a che tipo di film avevate pensato?
Che bello... In realtà no, non siamo partiti da lì, ma questa cosa l'abbiamo scoperta dopo. Ossia abbiamo scoperto che lavorando in questo modo avevamo generato una sorta di vera e propria colonna sonora che si intrecciava alla storia della vicenda. Pensiamo che questo sia anche la fortuna di 54: molte persone che hanno comprato il disco non avevano letto il libro e l'hanno comprato immediatamente dopo. E’ stato come proporre un lungo trailer, accompagnato da musiche che in qualche modo ritornano, come il tema di 54. E ha funzionato anche per quelli che il libro l’avevano già letto: lì è stato come lasciare in bocca il sapore di quello che è la colonna sonora che un film ha sui titoli di coda. Per cui anche se per qualcuno rappresenterà solo ed esclusivamente alcuni momenti di quel libro che gli è piaciuto molto, in realtà questa musica che può essere riascoltata o perché no, canticchiata, può funzionare come l'ultimo momento di una colonna sonora di un film che ti è piaciuto e che hai lasciato dietro alle spalle nel cinema, ma che dentro continua a girare.

Mi definisci esattamente sonorizzare?
E'l'intreccio di due corpi che si amano.

Il rapporto con Wu Ming mi sembra molto fruttuoso e creativo. Avrà un seguito? Ci avete già pensato?
Beh, intanto è un vero work in progress, perché come hai sentito il bis non è nel disco... perché è nato dopo. Sai, ci abbiamo tutti preso gusto in questa esperienza. Non so, certo che a noi piacerebbe molto.
Speriamo che qualcuno si accorga di 54 e che diventi un film... Quella potrebbe essere una grande idea, ma sicuramente le nostre strade si incroceranno ancora.

Avete cominciato sonorizzando Sciopero che è un film e avete continuato con 54 che è un libro. La prossima volta toccherà ad un quadro?
Che bella domanda! Ma sai, in realtà è già così. Anni fa abbiamo deciso - e questo l'abbiamo pagato dal punto di vista del posizionamento degli Yo Yo Mundi nel mondo musicale italiano - di essere un gruppo che vive in provincia e che non si comporta da rockstar di periferia, ma da persone che amano il mestiere che fanno e lo propongono in modo naturale e spontaneo, cosa molto difficile in Italia perché sembra che tirarsela o avere un altro tipo di atteggiamento ti faccia salire qualche scalino in più. Però se abbiamo rinunciato a qualcosa, in cambio abbiamo avuto la meraviglia della provincia, che è quella di rimanere amici, di rimanere quindici anni insieme nella formazione. Un caso assolutamente unico in Italia, perché continuiamo ad essere noi dall'inizio. Fabio, il fisarmonicista, aveva quindici anni, adesso ne ha 30, io ne avevo 25 ed ora sono 40... Siamo i due cardini del gruppo dal punto di vista cronologico... La domanda era se la prossima volta sarà un quadro... ecco adesso ci arrivo, l'altra cosa che abbiamo fatto è stato l'aver sempre messo al centro del tavolo tutte le nostre passioni: l'essere animalisti, la lav, la memoria. Questo probabilmente ci ha fatto perdere qualche posizione o ci ha fatto vedere in un modo un po' nebuloso, confuso dal pubblico, perchè c'è chi ci considera un gruppo di combat folk, chi ci considera un gruppo che fa della ricerca culturale o lavora sulla memoria e via dicendo, poi alla fine si scopre che siamo l'uno, l'altro e qualcos'altro ancora. Ecco, noi abbiamo lavorato su questo, per cui dentro la nostra musica ci sono le nostre passioni, ci sono i dipinti che abbiamo visto, i libri che abbiamo letto, i vestiti a cui siamo affezionati e poi c'è anche tanta musica che ascoltiamo e che abbiamo catturato qua e là. Questa è una cosa che ci permettiamo anche di consigliare ai gruppi nuovi che ci chiedono di dar loro qualche suggerimento per andare avanti; la musica non può corrispondere semplicemente all'ascolto di altra musica, perché sennò ti ripieghi su te stesso. No, dev'essere un ventaglio che si apre e in questo ventaglio ci dev'essere tutto: l'amore che stai vivendo o che non hai più e tutte le altre cose. Per cui ci saranno anche dei dipinti. Magari in futuro ci saranno, ecco. Avevamo scritto una canzone anni fa su Egon Shiele, però poi non l'abbiamo mai pubblicata. E un'altra su Modigliani, poi però ci pensò Vinicio Capossela prima di noi, così lasciammo perdere. Si intitolava Les Italiens, è una canzone dell'89.

Voi siete veramente vulcanici, ho sentito che avete presentato uno spettacolo intitolato "Musiche per un naufragio" di cosa si tratta esattamente?
Ne so poco anch'io! In realtà un'amica cara che si chiama Stefania Amodeo ha ideato una quattro giorni per la provincia di Vercelli intitolata "Panoramica" composta da colpi d'occhio e visioni d'insieme su problemi legati all'ambiente. Per questa occasione, lei mi ha domandato di realizzare qualcosa che potesse essere avvicinato a uno splendido documentario intitolato "Nunca mais" sul naufragio della Prestige sulle coste della morte della Galizia. Il documentario è di Stefano Lorenzi e mi fa piacere che venga citato perché lui e i ragazzi hanno realizzato un lavoro meraviglioso. Sono 40 minuti di flash strappati ai telegiornali immediatamente successivi alla tragedia. È un modo per fotografare un disastro ecologico devastante e tutte le falsità di un governo, tutte le falsità di un mondo mediatico che non vuole dire la verità alle persone, insomma che mantiene un'intercapedine di vergogna, di censura, di violenza. Noi abbiamo realizzato la musica, abbiamo cercato in Internet dei testi, abbiamo chiesto alla scrittrice Giovanna Carboni che ha pubblicato un romanzo per Arcana Fiction intitolato "Hai presente Seattle" un paio di anni fa, di scrivere un testo inedito che potesse essere musicato per questo lavoro intitolato Princeton, anche in questo caso una nave petroliera che smette di fare il suo sporco lavoro distruggendosi e distruggendo una grossa porzione di mare e di esseri umani. In totale sono tre momenti di musica: una canzone intitolata Naufragio- una musica sul testo di Giovanna Carboni-, un brano di un naufragio sventato che è quello con cui concludiamo lo spettacolo di Alvaro Mutis tratto da "La neve dell'ammiraglio" e un messaggio nella bottiglia che abbiamo trovato nel grande mare della rete Web, altrettanto inquinato però anche altrettanto foriero di frutti, scritto da una ragazza volontaria che racconta la sua devastante esperienza quando arriva per lavorare sulla costa della morte. Non so se "Musiche per un naufragio" avrà un seguito, perché è stata una vera copia unica, ma ci hanno già domandato di portarlo in giro. Per cui speriamo che possa accadere.

Poi c'è "La casa del freddo"...
Sì, mamma mia, anche La casa del freddo... La casa del freddo è una canzone da La bellezza dei margini. Quindici anni fa io lessi questo romanzo - inedito fino a poco fa - scritto da un amico bolognese. A quel tempo io frequentavo il Dams a Bologna e questo studente di medicina - attualmente diventato pediatra - per tutta una serie di intrecci strani, lui bolognese ambientò il suo libro nelle nostre zone, a Prasco precisamente, perché aveva avuto la suggestione da Enzo Facelli- attuale sindaco di Prasco - di questa casa dove il freddo non aveva origine. A me piaceva, a noi piace lavorare sul verosimile - oltre che sulla memoria - sulle cose strane. Mi sono chiesto se le cose avrebbero potuto funzionare al contrario, se scrivendo una canzone sul libro che non è stato pubblicato magari a qualcuno sarebbe venuta la voglia di pubblicarlo o quantomeno di leggerlo. E così è accaduto. Con l'Editrice Impressioni Grafiche, anche molto interessata al fatto che loro sono di Acqui, il romanzo è ambientato lì e noi, un gruppo acquese avesse dedicato una canzone al romanzo stesso, abbiamo fatto questa nuova cosa. Inoltre, per rendere più appetibile "La casa del freddo" abbiamo realizzato cinque brani originali e li abbiamo messi in un mini cd allegato al progetto. Addirittura uno di questi brani certifica i cambiamenti nel frattempo maturati: è quasi un singolo radiofonico, una cosa che noi era da anni che non avevamo...

Nel frattempo oltre alle cose nuove sono stati ristampati alcuni vostri lavori vecchi; quindi l'attività discografica è notevole. Cos'è che la stimola? E dà frutti essere presenti sul mercato in questo modo così diversificato?
Noi abbiamo scelto una strada orizzontale sul posizionamento del nome e dell'idea musicale Yo Yo Mundi.
Abbiamo un buon pubblico sparso in tutt'Italia e stiamo cominciando ad averlo anche in altri paesi europei. Lavoriamo mandando dischi, contattando radio e adesso abbiamo avuto una proposta interessante: per il terzo anno consecutivo ci hanno invitato in Russia. Speriamo di poterlo fare perché ci piacerebbe molto, ma c'è sempre qualche problema tecnico.
A settembre poi saremo a Londra per una serie di show-case in cui presenteremo Sciopero che verrà distribuito in Gran Bretagna da un'etichetta discografica inglese. C'è ancora qualche virgoletta da rivedere, però contiamo di poter dar presto questa notizia in modo ufficiale. Ma posso anticipare che Sciopero verrà distribuito quasi certamente e probabilmente anche alcuni altri degli nostri dischi. Non si sa come però sembra che la lingua non crei problemi. Ovviamente Sciopero no perché è strumentale. Oltretutto in questi tempi viene stampato anche 54 e c'è anche già un'idea per fare una versione inglese di 54 con attori inglesi per cui, lo vedi, c'è tanta verdura al fuoco. Verdura alla griglia, perché carne al fuoco non mi piace.
Avendo quindi scelto questa cosa orizzontale e non verticale, a noi non importa uscire con un disco, lavorarci un anno e vedere fin dove arriviamo nella lotteria delle classifiche. Con Sciopero abbiamo venduto veramente tanti dischi, ma vendendoli in libreria e soprattutto al prezzo politico di 8 euro. E questo è meraviglioso. Per 54 poi abbiamo un'etichetta - la Mescal - e noi saremo anche cocciuti e abbiamo insistito, ma loro sono stati molto attenti alle nostre politiche e al nostro modo di fare musica perché hanno deciso di fare insieme a noi questo disco e di venderlo a 8 euro. Quindi anche con loro abbiamo trovato un buon connubio. Vedi, questo a noi interessa: che chi segue la nostra musica possa avere sempre nuovo materiale, possa sempre interessarsi a quello che ne facciamo tramite nuove pubblicazioni o ri-pubblicazioni. A maggio è uscita La diserzione degli animali del circo e fra poco finalmente verrà ristampato Bande rumorose. Sono dischi che sono stati molto amati da ragazzi che ora hanno trent'anni ma ne avevano quindici quando sono usciti... Per cui continueremo nel fare questo tipo di lavoro, così come continueremo con la Sciopero Records che è la nostra etichetta con la quale produciamo altri gruppi. Non so se hai domande sulla Sciopero records...

No, ma rimedio subito. E che mi dici della Sciopero Records?
Sono stati appena pubblicati due dischi: i Figli di Iubal con il lavoro omonimo e il Gruppo spontaneo di musica moderna. I primi sono un gruppo sardo di musicisti venti-ventiduenni veramente molto bravi. È un gruppo... come si può definire la loro musica... Paolo Conte e Bregovic che vanno in un pub irlandese e decidono di suonare e bere tutti insieme. E magari ci trovano in un angolino Vinicio Capossela o qualche cantore dell'isola del vento. È un incrocio di musiche veramente interessatissimo.
Poi c'è Fino a dire mai basta del Gruppo spontaneo di musica moderna che innanzitutto ha questo bellissimo nome... pensa che noi abbiamo nello slogan della Sciopero Records la frase "tracce di musica spontanea" perché ci piaceva l'idea di recuperare tracce di questo tipo nel panorama italiano. Cose buttate in qualche angolo da qualche discografico alla ricerca di nuovi fenomeni commerciali senza prestare attenzione a nuovi fenomeni dal punto di vista della grazia nel porgere la musica, della bellezza compositiva e delle altre sensazioni che possono venire date dalla musica che non sono semplicemente quelle di piacere e vendere e ancora vendere per poi essere buttati via, insomma. Finalmente stanno buttando via i discografici italiani... speriamo che cambino le cose anche se non ci credo molto.
Nel prossimo futuro della Sciopero Records ci sono due mini Cd che sono Jean Fabrì, un gruppo folle di Forlì con il titolo Punk mentale e poi Paolo Bonfanti, uno dei più celebri bluesmen italiani che abbiamo convinto a scrivere e a cantare per noi in italiano e in genovese. Come vedi anche qui sapaziamo decisamente tra i diversi territori musicali.

Tema che sta cuore a Bielle. Come fare a farsi conoscere. Concerti? Passa parola? Internet? O con qualcosa d'altro ancora?
Credo che come sempre a un gruppo può riuscire più una cosa rispetto ad un'altra, ma farsi conoscere non è la cosa prioritaria. La cosa fondamentale è conoscersi e riuscire a incontrare le persone giuste con cui suonare, guardarsi negli occhi e vedere che quando si parla di musica e di voglia di suonare gli occhi brillano. Da quella magia poi passa tutto il resto. E il resto viene via facile, per cui secondo me bisogna uscire da quei binari di logiche altre, che non appartengono alla musica. Quelle del tipo "faccio il pezzettino commerciale, poi lo metto in Internet in MP3 e poi spedisco questa cosa a tutti gli indirizzi che trovo". Trovo tutto sciocco, non produttivo. La musica nasce dall'incontro di persone e le persone è suonando che si fanno conoscere. Girano, e allargando il giro il battito delle loro ali diventa sempre più ampio e in quel momento non è più importante come farsi conoscere, perché già sei conosciuto. Intanto sei qualcosa di vero, di importante di altro e tutto quello che viene è sequenziale. Allora ci sarà qualcuno che prenderà il tuo brano lo metterà in Internet e qualcun altro che scriverà dicendo: "ragazzi, io li ho visti dal vivo e sono qualcosa che mi ha fatto battere il cuore, che mi ha emozionato, che mi ha dato di più".
Anni fa avevo letto "dieci modi per non pubblicare un libro"; si dovrebbe scrivere "dieci modi per non pubblicare un disco"... Intanto spedire il disco così a casaccio è una cosa sbagliatissima. Ad esempio, il gruppo di gothic-metal - niente contro la musica figuriamoci, che m'interessa anche- che spedisce il demo a noi e non ascolta nè la nostra musica, nè quella dei gruppi della Sciopero Records è la dimostrazione del fatto che sta perdendo tempo e denaro.
Poi va bè, ovvio che si deve cominciare ad ascoltare musica, ad amare la musica, la cultura, l'arte. E quando dico cultura, mi riferisco anche a quella di stampa alternativa, da mille lire, quella con cui siamo venuti su noi, perché non potevamo permetterci altro.
Lo stesso vale per il discorso politico: bisogna tornare a parlare con le parole più semplici del mondo e a fare musica con i modi più semplici e sinceri. È così che ci saranno nuovi colori, ci saranno nuove forme d'incontro, ci saranno nuovi germogli, nuovi intrecci soprattutto fuori da quelle logiche fottute di tirarsela, di pensare di essere migliori degli altri, di non collaborare, di non compare i dischi degli amici, di non ascoltare la musica degli altri, di parlare male di questo e dell'altro... Che schifo, basta. Quella non è vita, quello è essere tutti dei piccoli Berlusconi.

Recentemente Max Manfredi ci ha detto che secondo lui non ha senso parlare del futuro della musica, perché siamo nel periodo del gerundio della musica. Yo Yo mundi già dal nome sembra un po' un gerundio; cosa ne pensi della situazione attuale della musica?
Beh, intanto faccio gli scongiuri, ma devi sapere che i ragazzi del gruppo mi prendono in giro e dicono che semmai un giorno mi toccherà un epitaffio, sotto la fotografia sulla mia lapide ci sarà scritto "fottuto ottimista". Io sono fatto così, vedo così le cose. E credo che questo si veda anche dalla musica degli Yo Yo Mundi, che sanno essere malinconici e sanno essere allegri. Sanno raccontare di disastri, ma trovano sempre uno spiraglio di speranza e di futuro. Io sono fiducioso, amo la musica, l'ascolto, la compro, mi faccio catturare e non faccio mai un ragionamento quantitativo. Cioè se anche in un anno ne escono tre di dischi belli, non dico che sono solo tre dischi belli, ma dico."Ecco, tre dischi belli in più"! Non dico che è un anno negativo rispetto al precedente in cui ce n'erano dieci. Non dimentichiamoci che i capolavori non si sfornano su scala industriale e che Fabrizio de André ci regalava un disco ogni cinque anni. Ma quanto l'aspettavamo quel disco! E purtroppo non ne avremo più... Però nei cinque anni successivi quel disco continuava a suonare. Il problema quindi è non entrare nella logica del consumo. Ma stiamo scherzando? Negli anni '70 noi ascoltavamo ancora Sergeant Pepper, no? E ne sono passati di anni dall'uscita di Sergeant Pepper e lo ascoltiamo ancora. Bisogna veramente uscire da questa logica, avere la capacità di guardare contemporaneamente il domani e il futuro cullandosi quello che di bello è stato basilare per la nostra crescita. Non dicendo questo è stato migliore o quello che ho dietro le spalle è irraggiungibile. No, no, assolutamente. Io ho molta speranza, ripongo molta fiducia della musica e nell'arte. E se non sarà musica sarà qualcos'altro. George Bernad Shaw- mi sembra, non vorrei citarlo a sproposito- diceva che la specializzazione è una cosa stupida come lavarsi un dente soltanto. Per cui, voglio dire... (ride)

A proposito di musica: amici e nemici. A chi vi sentite di somigliare e da chi invece distate anni luce?
L'assomigliare è una di quelle cose più riferite a chi ti ascolta che a te stesso. Per i più distratti assomigliamo a tantissimi gruppi, le persone un po' più attente scoprono al contrario che abbiamo raggiunto una sonorità e un'identità che ci rende quello che siamo, cioè gli Yo Yo Mundi. Per i distratti bè pazienza, voglio dire è un problema loro non nostro. E oggi essere distratti è molto pericoloso perché ci perdiamo molto e soprattutto facciamo il gioco del potere che è proprio "siate distratti e lasciate fare a noi". Quindi, visto che questo mondo sta andando sempre peggio, i distratti sono complici del potere.
Poi in realtà possiamo assomigliare a mille cose. Voglio dire l'abbiamo anche fatto della dichiarazione d'intenti. Nel momento in cui si collabora con Ivano Fossati o si realizza- timidamente, eh, perché non è la nostra opera più riuscita- il tributo, perché non mi piace chiamarlo cover, ecco, l'omaggio che abbiamo fatto a Fabrizio De André con Creuza de mà e non siamo riusciti a trasformarla perché vogliamo bene quel pezzo, ne eravamo un po' in soggezione e l'abbiamo rifatto quasi così com'è, quasi filologicamente, con tutto il rispetto. Questo già dice molto così come la collaborazione con le Violent Femmes nel primo disco, con Michael Brook, con i Thin white rope, con alti artisti di un certo tipo di musica di frontiera americana che ci ha sempre molto interessato.
Ma posso dire anche Camper Van Beethoven, Stan Ridgeway o altri gruppi con i quali non abbiamo mai collaborato ma ci piacerebbe molto farlo. Per cui insomma, una certa qual musica d'autore italiana e un certo tipo di sonorità americane, appunto. Musica dal deserto alle frontiere come Calexico, Giant Sand, Lisa Germano.
Poi nel nostro gruppo ascoltiamo Nick Cave, David Sylvian, certa musica classica contemporanea, la musica balcanica. Non ci facciamo mancare nulla. E ancora i Massimo volume è un gruppo che amiamo antissimo. Ma veramente tante altre cose… e in questo momento Lalli, Lalli! Probabilmente sono ingiusto per gli artisti che non sto citando, che non ricordo, ma sono veramente tanti e di molti di loro vorremmo davvero che ci dicessero, vabbè, un po’ ci assomigliate. Perché no?
Al di là di questo io credo che la bravura di un gruppo che lavora tanto sulla composizione e sul melange sia proprio questa: tenere nascoste le somiglianze. È come quando dicono: ma in questa canzone tu racconti di una tua storia d'amore. Si capisce che hai passato un brutto periodo, ma ti riferivi a qualcuno in particolare? E tu in realtà ci pensi e poi dici di no. Tu cosa ci hai sentito in questa canzone? Ma io ci ho sentito questo e quest'altro. Ecco, è lì, è quello. È inutile che io ti spieghi chi era lei o quale è l'ingrediente. Non è questo, è come è il palato: quando ascolti musica è come assaggiare un dolce. Poi se vuoi provare a cucinare con me ci mettiamo insieme e lo facciamo, però è inutile che io ti dica gli ingredienti; è quello che ci sentì tu dietro, i retrogusti è quello che ti dà in quel momento, la vista di quello che stai mangiando, la meraviglia del tatto, del profumo, dei sensi in festa. La musica è questo ed è anche, secondo me, quelle che sono le ispirazioni che stanno dentro la musica, dentro le canzoni. Sono queste. Se tu ci senti qualcosa, benissimo vienimelo a raccontare. Magari io non ci ho proprio pensato, però può essere.

Si dice che statte lavorando a un nuovo disco che dovrebbe uscire tra non molto...
Aiuto! Ci sono un po' di canzoni… credo che alla fine sarà una strana cucciolata. Questa volta invece di fare una cucciolata unica di canzoni- a noi piace immaginare appunto una volta un grappolo d'uva un'altra volta la cucciolata, perché si scrivono canzoni in un periodo, poi ti nascono questi cagnolini tutti uguali, che ti guardano con questi occhioni teneri… Poi uno ha una macchia scura, uno ha il pelo più lungo, però sono tutti molto simili. Questa volta invece abbiamo deciso che il prossimo disco sarà una cucciolata di orfani. Andremo in un canile a scegliere questi cucciolotti abbandonati e li metteremo insieme. Sarà un po' una scommessa perché magari portremo un po' fuori strada ancora una volta i nostri ascoltatori, però ci piace l'idea. in fondo va di pari passo rispetto alle nostre passioni: in questo caso animaliste. Così andremo in cerca di canzoni abbandonate e le metteremo insieme. Chissà cosa ne verrà fuori…

L'ultima domanda si riferisce all'impegno politico. Ti sei candidato alle elezioni europee nel collegio Nord-Ovest. Che cosa ti ha spinto a questa presa di posizione attiva, a scendere in campo?
In realtà non è Paolo Enrico Archetti Maestri ad essere candidato, ma sono gli Yo Yo Mundi che si sono visti riconosciuti un lavoro politico e sociale di impegno, non soltanto nell'essere presenti a una manifestazione o suonare per, ma bensì a livello di scrittura, senza magari cavalcare certe facili tigri, anche se abbiamo fatto anche noi ogni tanto delle canzoncine semplici - Sciopero su tutte - che cantiamo ai concerti, però in realtà c'è anche altro, e 54 è questo. La parte su Marzabotto di 54 o bandito dell'Acqui in materiale resistente è cantare qualcosa che era sperduto, nascosto e riproporlo. Non qualcosa che gia c'è e riproporlo con un altro taglio.
Poi Rifondazione ha fatto dei grossi passi avanti sia nell'operazione della nascita della sinistra europea, sia in apertura verso il mondo ambientalista, verso quei movimenti che noi ci sentiamo di rappresentare. Noi ci sentiamo pienamente parte di quell'arcipelago meraviglioso di idee, di sogni, di desideri e che vuole mettere in atto tutte quelle procedure di democrazia spontanea che porteranno a un mondo migliore.
Gli Yo Yo Mundi hanno cantato queste cose, e le hanno cantate con sincerità. Non sta a me dirlo, ma ce l'abbiamo messa tutta. Così abbiamo pensato che potevamo scendere attivamente in campo con me come portavoce essendo stato consigliere comunale per una lista ambientalista.
Credo che si possono fare delle cose importanti, ma comunque vada gli Yo Yo Mundi si sono scelti la parte e andremo avanti su questa strada, a seguire questa linea dell'orizzonte che si sposta ad ogni passo e che da una ragione ai nostri passi.

Intervista effettuata il 28 maggio 2004

   
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