|
"Attento
a Teresa De Sio! E' una che, se qualcosa non le va, si incazza!"
"Devi intervistare la De Sio? Poveretto! Ieri a quello di Radio
Popolare l'ha trattato malissimo". "Intervisti la De Sio?
Chiedile se è vero che è cattivissima con i musicisti
in scena". "Beh, se vuoi puoi intervistarla dopo il soundcheck
... ma forse domani sarà più disponibile". I
primi segnali sono da far tremare i polsi: la vox populi vede Teresa
De Sio in lattice e frustino, severa padrona e il povero cronista
in balia del vento. Niente di più falso. Teresa è
radiosa e solare, ben disposta al dialogo e a dispiegare tutto il
fascino (ed è notevole) di cui è dotata. Più
che un'intervista questa è la lunga storia di una seduzione
per un'artista che ha attraversato, caratterizzandoli, quasi tre
decenni della storia della canzone d'autore.
Incontriamo
Teresa nel suo albergo milanese, dalle parti di Corso Buenos Aires,
sabato pomeriggio, poco prima del concerto per "Le donne dell'Isola",
organizzato dall'Isola che non c'era.
Innanzitutto volevo dirti che “A sud! A sud!” ci è
piaciuto così tanto che lo abbiamo inserito tra gli imperdibili
del 2004. Su Bielle abbiamo paragonato il tuo disco a una “pastiera
napoletana” …
“Siete stati voi?
Permetti? (Si alza e porge la mano) Qua la mano! Mi ha fatto proprio
ridere l’accostamento. E poi la pastiera è il mio dolce
preferito…”
Quindi
sei d’accordo con il concetto che volevamo esprimere?
Mah, questo non lo so.
Mi è piaciuta la similitudine, ma sai (sorride) io sono troppo
indietro rispetto alle discussioni che derivano dal mio modo di
cantare.
Il
tuo disco è un insieme di così tanti spunti e stimoli
che lascia incerto però il cammino sul quale proverai a muoverti
nel prossimo futuro. Ci sono dentro 4-5 anime. Oppure ritieni che
il futuro sia degli ibridi?
E' come
la pastiera napoletana: quasi un'ora di musica, 18 musicisti,
8 autori, aiuti vari da Raiz, Apres La Classe, Radicanto, Giovanni
Lindo Ferretti, Giovanni Soldini, 5 brani nuovi, 1 tradotto,
1 riproposto e 6 tradizionali. Forse solo la Zeppola di San
Giuseppe è più farcita di così! E com'è
un disco tanto farcito? Oscilla tra il capolavoro e il troppo
pieno in continuazione. Propendo di più per il capolavoro
quando sono a stomaco vuoto, dopo mangiato intravvedo il troppo
pieno. Teresa De Sio, insomma, è cavallo di troppa classe
per tenerla tanto tempo chiusa nella stalla. Ma ci avete mai
fatto caso a quanto è buona la pastiera?
(Segue) |
"I
due album bianchi! “Quanno turnammo a nascere”
e “Musicanova”. Posso dire veramente
che non è mai stato fatto nulla di simile, di così
potente, dopo. Non è stata mai replicata quella esperienza,
così dirompente, così innovativa, peraltro così
fortemente politicizzata. Io non mi ricordavo ... vedi com’ero
impreparata? Non mi ricordavo l’impatto politico che avevamo
coi nostri testi". |
"Giovanni
Lindo Ferretti che è il co-protagonista e co-autore,
insieme a me, di Craj, entra in scena a cavallo. Ci sono azioni
sceniche, processioni, coinvolgimento di pubblico, diamo da
bere e da mangiare ...
E’ uno spettacolo difficilissimo e complicatissimo, ma
meraviglioso. Lo posso dire: è l’unica cosa che
ho fatto di cui posso dire che è meravigliosa!" |
"Mi
ricordo benissimo la volta che mio zio portò per la prima
volta dentro casa il disco con “Via del Campo”,
chiamò mia madre, si chiusero nello studio e sentirono
questa canzone dove c’erano “le parolacce”.
Io ero piccola e non potevo sentire le parolacce. Chiaramente
questa cosa scatenò la mia immaginazione, stavo con le
orecchie incollate e pensavo: “Chi è questo padreterno
che fa delle cose che io non posso sentire?” Da quel momento
per me Fabrizio è diventato “la cosa da capire”.
|
Pensa che io
credo invece che “A sud! A sud!” sia
uno dei dischi più unitari che abbia mai fatto. E al massimo
vedo dentro due anime. Altri dischi che ho fatto in passato erano
molto più “attraversati”. I dischi degli anni
’80 … Sarà forse che ho iniziato a cantare troppo
presto. E non avevo nessuna voglia di farlo. Io mi ci sono trovata
in mezzo a “Musicanova” soprattutto
per le insistenze di Eugenio Bennato che voleva
che io cantassi e diceva che la mia voce era esattamente quella
di cui c’era bisogno. Ma io tutt’altro pensavo di fare
che la cantante. E non mi piacevano neanche tanto i cantautori.
Ascoltavo altra musica, avevo altri miti. Soltanto recentemente
ho capito che dovevo tornare a fare i conti con la musica popolare
e con la musica popolare napoletana in particolare. Noi come napoletani
e come meridionali abbiamo un patrimonio musicale immenso. Uno dei
motivi per cui io non volevo fare la cantante o comunque la musicista
era che io non vedevo grandi strade percorribili in Italia. Ti sto
parlando della fine degli anni ’70. Vedevo che c’era
soltanto o una musica di scimmiottamento della musica angloamericana,
che non mi interessava allora come non mi interessa ora, oppure
una via assolutamente festivaliera di musica leggera che ugualmente
non mi interessava allora come non mi interessa adesso. Il grande
movimento di rinnovamento legato al rock bianco in quegli anni era
già abbondantemente maturo, perché è precedente
al mio arrivo. I grandi gruppi di musica rock che avevano fatto
musica di questo tipo in Italia avevano già fatto tutto che
dovevano fare …
Tu
in che anno hai iniziato?
Nel ’77.
I cantautori già esistevano e io non ero molto attratta da
loro, devo dire la verità. Ero molto legata ad altre cose,
alla musica afro-americana, al jazz. I miei miti in quegli anni,
quelli che per me potevano rappresentare la musica … che però
in quegli anni io vedevo già come “altro” da
me, io potevo soltanto amarli e basta … erano Joni
Mitchell, era Dylan era Joan Baez
che è stata proprio il mio mito, io scappavo di cassa per
andare a vedere i suoi concerti. E quindi non pensavo mai che ci
potesse essere un modo per sfruttare questo “dono” che
gli altri vedevano in me e mi dicevano “sai cantare”.
Io rispondevo “’Mbè? E che cos’è
la voce se non hai un contenuto? Se non sai cosa vuoi dire e se
non sai cosa te ne vuoi fare?”. Lo pensavo allora in
maniera nebulosa e confusa, istintiva come si può pensare
a diciassette-diciotto anni. Lo penso anche adesso con un po’
più di consapevolezza …
Beh,
però ne hai fatte, ne hai dette e ne hai scritte di cose
nel frattempo …
Sì,
è vero, però è per dire che allora proprio
non sapevo cosa ne avrei fatto. Quando ho incontrato la musica popolare,
quando c’è stata questa illuminazione nella mia vita,
allora mi sono detta: “Capperi! Ma allora ce ne sono di
cose da fare e da dire. Io sono meridionale, io sono napoletana,
io posseggo questa lingua, io posseggo questa cultura, questa fortuna!
So cantare, ho una certa musicalità, vado a vedere cosa si
dice in questo mondo”. E così sono entrata quasi
in punta di piedi nel mondo della musica popolare con Musicanova,
ma poi non è stato più possibile per me fare altro,
uscirne. Non mi è stata proprio data la possibilità
pratica, fisica, tecnica. Abbiamo iniziato subito a fare dei concerti.
E Musicanova in quel momento era una realtà straordinariamente
interessante e affascinante. Io non ebbi la capacità di comprendere
il significato di quello che stavo facendo subito, di appassionarmi
e di iniziare a studiare. I tre anni fino all’80 in cui sono
rimasta con Musicanova sono stati tre anni di esperienza sul campo
fortissima, perché facevamo tantissimi concerti, in Italia
e all’estero. Di esperienza tecnica e musicale, perché
io non avevo mai suonato in pubblico. Il fatto che mi venisse data
una chitarra in mano …
Ma
sapevi suonare?
Sapevo fare
due o tre canzoni di Dylan con i soliti due accordi, ma non è
che sapessi suonare. Ho imparato tutto in quei tre anni. Ho incominciato
a imparare e ancora sto imparando tantissimo, perché pur
non avendo avuto dei veri maestri … anzi, ho avuto maestri,
ma non insegnanti, gente da cui imparavo guardando; ho dovuto imparare
da sola, ma ho dovuto imparare in fretta, perché non si scherzava.
Non c’è stato né tirocinio, né gavetta.
Il primo concerto che io ho fatto con Musicanova è stato
al Teatro Tenda di Piazza Mancini con seimila persone in sala …
c’era Renzo Arbore, c’era Federico
Fellini … perché era una realtà interessantissima
allora. Non ho potuto dire: “io questa cosa non la so
fare”. “La sai fare?” “Sì”
(ridiamo).
La
devi saper fare!
E quindi ho imparato
velocemente e mi manca, la sto recuperando un po’ adesso,
la dimensione del gioco nel mio lavoro. Perché tutti iniziano
a 17-18 anni nella cantina, con gli amici … io non ho avuto
questo. Io mi sono trovata catapultata nell’occhio del ciclone,
con grande peso e con grande responsabilità e ho dovuto imparare
tutto, devo dire, divertendomi molto poco, perché ero sempre
sotto pressione.
Anche
quando ti sei messa da sola ti “divertivi poco” o già
di più?
Anche allora
poco. Ancora di meno. Devo dire che io sto iniziando in questi anni
a divertirmi moltissimo a capire che cosa straordinaria sto facendo
… straordinaria per me come esperienza. Perché adesso
sono padrona di quello che faccio veramente, capisco quello che
sto facendo, lo so fare, ho gli strumenti anche tecnici per poterlo
fare, quindi mi diverto moltissimo. Ma allora no! Allora era molto
faticoso. Appunto, io ho cantato per la prima volta nel ’78
e in quell’anno sono stata eletta - bontà loro, ancora
li ringrazio - su tutte le riviste specializzate come miglior voce.
Era però un’enorme responsabilità ed un enorme
peso di cui dovevo in ogni caso essere all’altezza di questi
meriti che mi venivano attribuiti. Poi quando ho lasciato il gruppo,
perché nel frattempo avevo maturato …avevo cominciato
a pensare se questa è la musica popolare, se queste sono
le cose che ho imparato, se questo è lo stile e un modo di
approcciarsi alla musica che è completamente diversa da quello
della musica leggera, se questi contenuti li ho imparati, li amo
e li condivido e li capisco posso usare queste cose per incominciare
a raccontare anche un po’ di me. E quindi ho iniziato a fare
questa cosa. E anche lì sono stata facilitata in una maniera
... spudorata perché avevo già un contratto discografico,
essendo membro del gruppo Musicanova e mi sono trovata a dover onorare
un contratto discografico come solista, a differenza di chiunque
altro fa il mio mestiere che passa mesi, se non anni, in giro per
le case discografiche a cercare di farsi sentire. Invece a me hanno
detto: “Oh, bella! Tu c’hai un contratto. Ci devi
fa' due dischi!” Uh! Due dischi? Devo fare dischi? Allora
il mio destino è questo! (ridiamo)
E il
primo o il secondo di questi diventa uno dei dischi più venduti
di quel periodo, un successo da un milione di copie. Per intenderci
il disco con “Pianoforte e voce”, “Marzo”,
Voglia 'e turnà”
Il secondo,
"Teresa De Sio". Il primo era “Sulla terra,
sulla luna” che era un disco interessante, però
molto di rottura. Io avevo l’ansia di rompere con quello che
avevo fatto prima, ma non sapevo in quale direzione. Quindi è
un disco confusionario, ma in quella confusione c’erano alcune
idee forti, un po’ mie e tante dei musicisti che lavoravano
con me allora che erano soprattutto Gigi De Rienzo
e Francesco Bruno. Gigi era uscito come me da Musicanova,
assieme a Robert Fixx che era il sassofonista.
In pratica ci eravamo divisi: metà dei musicisti vennero
con me, metà continuarono con Eugenio. E quindi mi sono trovata
lì, con il secondo disco che ha venduto un milione di copie
…
A tutt’oggi
è ancora il tuo disco di maggior successo?
Sì sì,
oggi ancora vende.
E da
lì è iniziata la giostra … dischi con Paul Buckmaster,
dischi d’oro, grande giro …
Da lì in po’
ho capito che non c’era più verso di tornare indietro,
più verso di uscire, niente da fare…
Senti
però tra il tuo ultimo disco di studio (“Un libero
cercare”) e questo sono passati nove anni. E’ vero che
in mezzo hai fatto altri due dischi, ma uno era “La notte
del dio che balla” che non è solo tuo e l’altro
“Primo viene l’amore” che è sostanzialmente
una raccolta. Ci sono dei motivi alla base di un intervallo così
lungo? E’ casuale? E’ perché eri presa da altri
progetti? O avevi bisogno di star ferma?
(SIlenzio.
Un silenzio lungo. Teresa riflette prima di parlare e tante idee
sembrano girarle in testa. Le esprime in un soffio, in un sospiro)
Tante cose insieme.
Intanto
negli anni ’90 sono cambiati molto anche i miei rapporti con
la discografia. Ed è cambiata la discografia tout court.
E non vedevo grande spazio, grandi possibilità.
Gli anni ’90 per me sono stati un decennio molto particolare
in cui ho fatto tre dischi. E sono stati i miei dischi più
di tutti legati alla canzone d’autore. A me come autrice,
come narratrice e come compositrice. Sono stati tre dischi (soprattutto
“La mappa del nuovo mondo” e un “Libero
cercare”) per me “fondamentali” perché
mi sono verificata proprio sul piano della scrittura . Ho scritto
in italiano, tantissimo. Sono proprio stati anni in cui ho messo
da parte la mia anima legata alla musica popolare. Già da
prima. Già con le collaborazioni con Brian Eno
e con Paul Buckmaster l’avevo messa da parte.
Anzi, lì ancora di più.
Però devo dire che ... sotto sotto non è vero nemmeno
tutto questo. Perché comunque la musica popolare, a parte
lo stile che ti insegna, ti insegna anche uno stile di vita e un
modo proprio di approcciarsi alla musica che sotto sotto io mi sono
sempre tenuta attaccata addosso ... questo desiderio di fare una
musica che potesse servire a qualche cosa, che non fosse una musica
legata al consumo immediato, che fosse una musica ... per lo meno
nelle intenzioni ... di cui potesse restare qualcosa. Nella testa,
nell’anima, nel cuore di chi l’ascolta, anche dopo che
la musica ha smesso di suonare. Una musica che genera eco, che risuona
negli altri. E questa è una cosa che mi ha insegnato la musica
popolare e che io mi sono sempre portata dentro. Anche quando ho
suonato a Londra con Brian o con Paul Buckmaster o quando ho scritto
le canzoni in italiano, quando ho cantato con Ivano Fossati,
con Fabrizio De André, quando ho fatto queste
esperienze che sono di carattere un po’ o molto distanti ufficialmente.
In realtà per me non lo erano del tutto.
Perché
c’era questa formazione di base unitaria?
Questa formazione
di base che mi ha sempre accompagnato. E poi però alla fine
degli anni ’90 ho cominciato ... tutto è nato da questa
considerazione! Dal fatto che io per scrivere in italiano e per
raccontare le canzoni come autrice e come cantautrice avevo molto
messo da parte la mia vocalità di cantante. Mi sono molto
punita in quei dischi come cantante, mentre ho valorizzato moltissimo
la profondità di quello che io sono. Epperò mi sono
molto penalizzata come cantante, perché per raccontare una
storia non puoi invadere la storia con le tue esibizioni vocali.
Devi essere un po’ al servizio della storia. Questa cosa meravigliosa
che ci hanno insegnato grandi come Fabrizio! Non a caso quello era
un periodo in cui c’è stato l’incontro con Fabrizio,
la frequentazione, il pezzo insieme. E io mi ispiravo molto a questo.
Un
bell’ispirarsi!
Sai no, come
ha sempre cantato Fabrizio? Pur avendo una voce meravigliosa e irripetibile
non ha mai fatto del virtuosismo, assolutamente. E questo perché
lui anche condivideva questa idea: noi siamo narratori e la voce
è solo uno strumento della tua narrazione. Però alla
fine degli anni ’90 questa cosa cominciava un pochino ad affaticarmi.
Poi sai, la vita ti insegna cose e ti insegna anche che non è
vero che la voce è soltanto una parte del corpo, ma che la
voce è una parte dell’anima.
Anche.
E che quindi anche facendo un vocalizzo tu puoi comunicare dei contenuti.
Io ero un po’ “bacchettona” su questi temi. “No,
no, per carità, niente vocalizzi. Niente! Per carità,
per carità” (ridiamo). Sai, come una donna molto
bella che teme la propria bellezza e allora si mortifica un po’
per far vedere di essere anche intelligente! Praticamente facevo
così: in quegli anni ero una donna molto bella che voleva
far vedere di essere anche intelligente. Poi mi sono resa conto
che l’intelligenza è esattamente come la bellezza:
si vede! (sorride). E quindi potevo anche un po’ lasciarmi
andare alla bellezza. Questo da una parte, come prima considerazione.
E indubbiamente la musica su cui la mia vocalità si esercita
meglio, si esprime al massimo rimane la musica napoletana, la lingua
napoletana, che è sonora, e il mio mondo di compositrice
musicale più legata agli anni ’80 e la musica popolare.
Questi sono i range musicali all’interno dei quali la mia
voce si esprime con più abbandono, con più sensualità,
con più potere. E ho cominciato a riconoscerlo questo potere,
perché prima non avevo la maturità per riconoscerlo.
E poi tante cose insieme: circostanze curiose. Mi sono ritrovata
tra le mani il vecchio disco di Musicanova che non ascoltavo da
vent’anni ...
Ti
è piaciuto riascoltarlo?
(Si illumina) Era ‘na
bbomba! Non è stato fatto mai più niente di simile
nella musica popolare.
L’album
bianco, no?
I due album
bianchi! “Quanno turnammo a nascere”
e “Musicanova”. Posso dire veramente
che non è mai stato fatto nulla di simile, di così
potente, dopo. Non è stata replicata quell’esperienza,
così dirompente, così innovativa, peraltro così
fortemente politicizzata. Io non mi ricordavo ... vedi com’ero
impreparata? Non mi ricordavo l’impatto politico che avevamo
coi nostri testi. E va beh ...
Tutte queste cose, la situazione in cui viviamo adesso, il nostro
mondo ... tante cose insieme ... hanno fatto sì che iniziasse
a spingere forte un’altra volta dentro di me questa voglia
di riprendere la musica popolare.
E’
come se anche tu ti fossi chiesta: “Quanno turnammo a nascere?”
“Quanno turnammo
a nascere”, esatto! (Ridiamo) E allora in quel periodo ho
iniziato a pensare a come mettere insieme un nuovo lavoro. Poi ci
sono stati dei viaggi in Puglia, dei ritorni in Puglia, in certi
luoghi, in certi posti, dove avevo sentito per la prima volta suonare
la pizzica. Credo di essere stata la prima voce, non di contadina
pugliese a cantare la pizzica in Italia. Era una cosa per me che
era stata formativa. E tutte queste cose insieme, un tassello, un
altro tassello, un altro tassello ...
...
hanno portato a questo nuovo disco.
In più una forte
crisi con la mia casa discografica di allora che era la CGD che
vedevo non gradiva le mie scelte e un’assoluta intolleranza
da parte mia nei confronti della discografia in genere. Con cui
non intendo avere rapporti. Proprio non mi interessa! Non voglio
sentire le loro parole, non voglio sentire le cose che dicono, non
mi interessano i loro argomenti. Ho pena della loro crisi, perché
è un crisi che non mi riguarda come artista. E’ la
crisi di un gigante obsoleto che sta morendo. Perché non
se ne sono accorti i discografici, ma stanno morendo. E ho veramente
pena di loro. (Sorride) Forse è un po’ duro quello
che sto dicendo, però proprio non ci voglio avere a che fare.
Peraltro
emergeva anche. Era una domanda che volevo proprio farti. C’è
sempre stata una tua attività concertistica molto viva, molto
intensa, a cui non è corrisposta un adeguata produzione discografica.
Hai prodotto veri e propri spettacoli. Per cui si nota proprio questo
netto stacco tra l’attività dal vivo e quella su disco.
Ad esempio, secondo me, “Da Napoli a Bahia, da Genova a Bastia”
sarebbe stato un disco dal vivo favoloso!
Ti ringrazio
No,
davvero. Io ti ho visto un paio d’anni fa alla Cascina Monlué
ed era una serata in cui non si sarebbe voluto più smettere
di cantare e di ballare assieme a te. Eppure non è mai uscito
disco. Però, ad esempio, a me ha dato l’opportunità
di andare a scoprire delle canzoni che, al momento della loro uscita
su disco mi ero perso, come “Anima lenta” o “Caffè
nel campo”. Tutti da dischi che nel frattempo erano finiti
fuori catalogo, no?
Sì,
perché nel frattempo .. altra cosa di cui devo ringraziare
la discografia ... è che ha messo fuori catalogo dei miei
dischi. Adesso hanno rimesso in catalogo “Toledo e Regina”
...
Tutto
è tornato in catalogo?
No. Hanno sempre
in catalogo “Teresa De Sio” perché
continua a vendere, hanno rimesso in catalogo “Toledo
e Regina” e “Ombre rosse”.
Ma, per esempio, i dischi che ho fatto con Brian Eno sono introvabili.
Sono recuperabili in America o in Inghilterra, ma non in Italia.
E questa per me è una lacerazione fortissima....
Appunto,
un disco dal vivo poteva essere lo strumento per riappropriarti
di parte del tuo catalogo.
Sì,
ma dovrei fare tipo sette dischi dal vivo, perché ad esempio,
per recuperare il lavoro con Brian dovrei fare un disco solo di
quello. Perché non posso mischiare quello con la pizzica,
va bene che sono schizofrenica, ma fino a un certo punto (ridiamo).
Comunque
in “A sud! A sud!” ho trovato più delle due anime
che vedi tu, ossia musica popolare e musica napoletana: ci sta quella
di musica popolare, quelle di musica napoletana, quella da canzone
d’autore, quella brasiliana ... perfino il rap...
(Sbuffa) Uffa!
Lo sapevo che andava a finire così!
No,
ma tutto quanto insieme viene bene
Viene bene, sì. (ridiamo) Non si deve buttar tutto come diceva
(grandissima!) Sabina Guzzanti, qualche anno fa
quando faceva una mia imitazione anni fa e diceva: “sì,
perché io ho fatto un disco di world music: ho messo un po’
di tarantella, un po’ di blues, un po’ di jazz, un po’
di rock , un po’ di pop” “Ah, e che cosa è
uscito fuori?” “Eh, niente, ho dovuto buttà tutto
perché era venuto male!” La trovo meravigliosa!
(ridiamo)
Ma
questa volta non è da buttare, è da conservare.
Questa volta è
“venuto bene”.
“Da
Napoli a Bahia” quindi non diventerà un disco? Non
ci sono speranze?
“Da Napoli
a Bahia” no, purtroppo no. Anche perché per adesso
io sono molto concentrata su “A sud! A sud!” e su “Craj”
che è un po’ il papà di “A sud!
A sud!” nel senso che se non ci fosse stata tutta la storia
di Craj, forse non mi sarei convinta a fare un disco come “A
sud! A sud!”. E quindi sono molto concentrata su questa cosa
anche perché amo Craj più di qualsiasi cosa abbia
mai fatto. Trovo i protagonisti di Craj, gli anziari cantori di
Caprino, Uccio Aloisi e Matteo Salvatore geniali... Tu l’hai
visto Craj?
No,
non mi sembra che sia passato da Milano.
Come no? Abbiamo
fatto il Leoncavallo! Una mitica serata in cui c’era talmente
tanta gente che abbiamo iniziato all’una di notte, perché
non si riusciva a fare entrare tutti. Lo rifaremo comunque. Craj
tra l’altro ha ispirato la lavorazione di un film che è
un film in parte di fiction e in parte documentaristico sullo spettacolo,
sulla storia narrativa che ci sta sotto ... perché Craj è
uno spettacolo che è musica, concerto, teatro equestre, festa
di piazza, allestimento. Lo stesso spettacolo è un’installazione,
fatta da un artista come Michele Mariani. All’interno
di questa installazione enorme che occupa circa mille metri quadri
di terreno, ci sono quattro palchi coperti di tela di sacco, due
recinti come i recinti per i cavalli, di legno, oblunghi, dentro
i quali viene contenuto il pubblico; al centro un enorme corridoio
con un palco con un albero della cuccagna, tutte le luminarie come
da festa di piazza che scendono a pioggia e coprono tutto: palco
e pubblico e installazione. All’interno
di questa installazione si svolgono questi concerti su questi quattro
palchi; in mezzo al pubblico e nei corridoi si svolgono delle azioni
equestri, perché Giovanni Lindo Ferretti
che è il co-protagonista e co-autore, insieme a me, di Craj,
entra in scena a cavallo. Ci sono azioni sceniche, processioni,
coinvolgimento di pubblico, diamo da bere e da mangiare ...
E’ uno spettacolo difficilissimo e complicatissimo, ma meraviglioso.
Lo posso dire: è l’unica cosa che ho fatto di cui posso
dire che è meravigliosa! (Ride)
Si
potrebbe dire, e quello che stai raccontando lo conferma, che il
disco ti stia “stretto” in questo periodo e che trovi
più soddisfazione con gli spettacoli?
Sì, questo sempre.
Il disco per me è stato sempre più o meno una mazzata
in fronte, perché devi andare lì, fare tutto bene
e invece io ....
Per
questo, vedi, servirebbe un disco dal vivo ...
Comunque “A
sud! A sud!” è stato fatto un po’ con un’ottica
da disco dal vivo. Perché è fatto quasi interamente
in diretta, con i musicisti che conoscevano i pezzi, abbiamo provato
e abbiamo registrato in uno studio di registrazione grande, dove
potevamo suonare tutti insieme, con i suoni separati di modo che
si poteva rifare o aggiustare. Però ha quello spirito lì.
D’altra parte è un tipo di musica che non può
che avere quello spirito e non può che essere suonata in
quel modo. E perciò mi è piaciuto molto. Posso dire
che è un disco che mi sono portata dentro per vent’anni
e che poi ho realizzato in venti giorni. Quasi tutto "buona
la prima". Compresi alcuni sbagli, alcuni errori, ma ben
vengano! Come cantava Fabrizio assieme a me in “Un
libero cercare”: “E benvenuto sia ogni
abbaglio del cuore / benvenuto sia anche l’errore”.
Fabrizio
per te è stato molto importante, no? Oddio, a dire il vero
per chiunque ... Tu hai reso tre grandi versioni di tre canzoni
sue: “Girotondo” con gli Yo Yo Mundi, “La ballata
del Miché” su Faber e “Le acciughe fanno il pallone”
dal vivo in “Da Napoli a Bahia” ...
E invece Fabrizio ha
cantato assieme a me in “Un libero cercare” e per me
è stata una cosa meravigliosa. Fabrizio che canta una mia
canzone! Mai nella vita avrei potuto pensare che mi sarebbe successa
una cosa simile!
L’ha
fatto solo cinque o sei volte ...
Ma forse manco!
Certo per me è stato importante. Da piccola, mia madre e
mio zio sentivano le canzoni sue, sono stati i primi a portare dentro
casa i dischi di Fabrizio. Io mi ricordo benissimo la volta che
mio zio portò per la prima volta dentro casa il disco con
“Via del Campo”, chiamò mia
madre, si chiusero nello studio e sentirono questa canzone dove
c’erano “le parolacce”. Io ero piccola e non potevo
sentire le parolacce. Chiaramente questa cosa scatenò la
mia immaginazione, stavo con le orecchie incollate e pensavo: “Chi
è questo padreterno che fa delle cose che io non posso sentire?”
Da quel momento per me Fabrizio è diventato “la
cosa da capire”. E poi, crescendo, quando ho cominciato a
prendere la chitarra in mano così per gioco, tra le prime
canzoni da fare c’erano le sue. L’unico dei cantautori
italiani che mi piacesse, perché, come ti dicevo prima, io
non sono cresciuta coi cantautori italiani, non mi hanno mai molto
interessato. Ho apprezzato “dopo” le cose straordinarie
che hanno fatto, però allora non me ne fregava tanto. Però
Fabrizio sì! Fabrizio aveva una cosa ... era Fabrizio insomma!
Riusciva a parlare contemporaneamente a tutte le età. E poi
quando con il tempo ho comunicato a essere anch’io musicista
l’ho incontrato e tutte le volte che ci siamo trovati anche
per caso, lui non ha mai perso l’occasione di dirmi che io
gli piacevo molto. E questa per me era la cosa importante. Per questo,
quando scrissi “Un libero cercare” pensai
“Madonna! Se la cantasse Fabrizio con me!” Però
non avevo il coraggio di andarglielo a chiedere. Insomma, poi lui
invece ha detto subito sì. “E perché sì?”
mi sono chiesta io. (ride). Sai come la battuta di Troisi? “Signorina
la posso accompagnare?” “No” “E perché
no?” “Perché non voglio” “E perché?”
e poi quando lei alla fine dice di sì: “E perché
sì?”. (ridendo) Qui gatta ci cova, mi sono detta:
perché mi ha detto subito sì?
Allora:
Bob Dylan, Joni Mitchel e Joan Baez all’epoca, Fabrizio tra
gli amori che sono venuti dopo ... ma adesso che musica ascolti?
Per il tuo puro divertimento, intendo.
Guarda, devo
dire la verità. Adesso ascolto molto la musica di questi
vecchi cantori di Carpino, che hanno 80 anni, di Uccio, di Matteo
Salvatore soprattutto! Matteo Salvatore è
un grandissimo! E’ inventore! Perché è stato
il primo (e poi insieme a lui Domenico Modugno)
a inventare la fusione tra la canzone dialettale, la musica popolare
e la canzone d’autore. Loro sono stati i primi. Poi Matteo
ha avuto una vita travagliatissima, ricca di episodi molto forti,
ha passato anche anni in prigione. La sua vita è stata molto
segnata. E ancora adesso è molto segnata, ma io spero che,
col fatto di averlo portato, riportato in scena con Craj, lui si
stia riprendendo moltissimo, anche come salute. Sta rinascendo a
ottant’anni. Quando io sono andata a casa sua, la prima volta
un anno fa, lui era messo molto male: viveva in una situazione di
totale abbandono e totale miseria. E malattia e solitudine totale.
Totale. In un basso di Foggia. Era molto molto malato. Tra le cose
che io ho fatto c’è stata quella di farlo curare, di
portarlo in scena e lui piano piano sta rinascendo. A differenza
degli altri anziani come i suonatori di Carpino o Uccio Aloisi che
hanno ottant’anni a loro volta e sono anche più anziani,
perché Zio Antonio Piccinino ha 88 anni,
ormai quasi 89 e quando facciamo lo spettacolo loro suonano e cantano,
fanno il viaggio, il soundcheck che per uno spettacolo di questo
tipo è molto gravoso, fanno tutto lo spettacolo e poi andiamo
a cena: io sono morta e loro cantano e suonano fino alle quattro
del mattino! Io sto stesa a terra sotto il tavolo, questi c’hanno
80 anni e non so come fanno! Guarda, è una cosa straordinaria!
Quindi
ascolti e ti piace la stessa musica che fai., in pratica?
Sì,
anche se poi io non faccio esattamente quello che fanno loro, cerco
di metterci “un po’ di mio”, insomma. No, mai
poi in realtà mi piacciono anche ... Io, in realtà
non posso essere sincera su questa domanda. Nel senso che a me piacciono
talmente tante cose. A me piacciono i Green Day,
capito? Ma io posso dire che mi piacciono i Green Day?
E perché
no?
Sì, ma dai! E’
strano!
Piacciono
a tanta gente. E poi non sono niente affatto malvagi.
No, non sono
malvagi. Buttali via! Voglio dire ho anche delle passioni ... ma
non ci sono però cose che mi appassionino particolarmente
ultimamente, anche nel panorama internazionale. A parte delle cose
interessanti, dei gruppi come Radiohead che mi
interessano ... e poi la musica brasiliana, quella di Lenine,
di cui ho tradotto "Stelle" nel mio ultimo disco.
Parliamo,
come ultima domanda, perché so che devi andare a fare il
soundcheck, di questa nuova tournée. Oggi siete solo in tre:
tu alla chitarra e voce, Giuseppe De Trizio, mandolino e chitarra
e un violino. E’ la formazione della tournée?
No. Noi iniziamo
il 10 di marzo da Napoli e faremo concerti fino a fine aprile con
sei musicisti sul palco: ritmica, tamburi, percussioni. Quindi sarà
un concerto di grande impatto ritmico e di ballo.
Però
è interessante anche la formazione a tre ...
Moltissimo! Poi io mi
diverto tanto. Per me è piacevole anche cantare solo con
una chitarra. C’è quello e quello: il momento in cui
devi cantare e conta di più la tua voce e c’è
anche il momento in cui conta sempre la tua voce, ma anche la pulsazione
ritmica che arriva dal palco, tipo quando suoni delle pizziche o
delle tarante, che nei miei concerti non mancheranno.
Del
tuo repertorio “storico” cosa farai?
Devo vedere.
Ancora non lo so con precisione. Qualche cosa sì: chiaro
che le canzoni come Aumm Aumm che ho rimesso in
questo disco la faccio di sicuro. Poi nella versione come la facciamo
adesso è talmente vicina a tutto quello che c’è
nel concerto che non potrei toglierla.
Sì
e devo dire che la fine del tuo disco, già così com’è,
mi sembra la fine ideale di un concerto dal vivo.
E’ fatta in diretta.
E ti dirò di più che la voce con cui ho cantato sia
in Aumm Aumm che nella pizzica sono le voci guida e sono rimaste
su disco. Erano le voci destinate a essere rifatte e invece sono
rimaste così, perché era talmente tutto live il suono
che non potevi toglierle. Era proprio un live
Mancavano
solo gli applausi del pubblico, ma te li potevi benissimo immaginare.
E ci saranno
quando lo faremo dal vivo. Certo non mancheranno anche i pezzi miei
storici come “Voglia 'e turnà”
o “Pianoforte e voce”, i pezzi che
so che chi mi viene a sentire gli fa piacere se glieli canto.
Beh, direi che siamo arrivati alla fine ... e non mi hai
mangiato!
Devo dire che la faccenda della pastiera mi aveva ben disposta.
Intervista
effettuata il 19 febbraio 2005
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