| Secondo
il pensiero taoista esiste un ordine generale che lega tra loro
terra, uomo e cielo. Seguendo questo schema, con il suo primo album
FORLìVERPOOL, Tao è riuscito a legare tra loro leggerezza,
introspezione ed entusiasmo fino a coniare un nuovo modo di concepire
la musica, a trovare una terza via tra la canzone leggera e quella
d’autore. Sua la musica, i testi delle canzoni dell’album:
in FORLìVERPOOL, oltre a metterci la voce particolare - che
riesce facilmente a plasmare a seconda dei pezzi che esegue - suona
quasi tutti gli strumenti. Ha inoltre curato personalmente il booklet
ed è autore, sceneggiatore e regista dei suoi videoclip.
Ideatore di un coloratissimo sito www.taovox.com dove oltre tutte
le informazioni che lo riguardano, tiene aggiornato un simpatico
“diario” dedicato ai sogni, ai desideri delle nuove
generazioni con divertentissime “riflessioni”, sulla
quotidianità della vita.
Perché
il nome Tao?
La parola Tao ha per me un significato molto profondo.
Significa “via”, “percorso”, un concetto
molto caro alla beat generation: il fatto di percorrere una via
è più importante del raggiungere una meta. Devo dire
che inizialmente ho avuto paura di apparire presuntuoso per questa
scelta, però avendo vissuto sulla pelle esperienze drammatiche
ed essendo convinto che da qualcosa di terribile può nascere
una cosa splendida, ho fatto mio questo concetto e ho pensato che
fosse molto importante da portare avanti.
Tu
canti scrivi musica e testi delle tue canzoni, ma non ti piace essere
definito un cantautore. Perché?
Al di là del fatto che le mie radici siano
un po’ “fuori” dal discorso portato avanti dai
cantautori italiani, pur amando alla follia i vari Tenco, De Andrè
e tutto il movimento cantautoriale che fa capo alla fine degli anni
’60-’70, sono convinto che il voler comunicare qualcosa
in modo per forza ricercato, tal volta “prolisso”, può
andare a discapito dell’intera canzone. Spesso i cantautori
italiani sono molto “concentrati” sul testo, sul significato
di una canzone e sul messaggio che vogliono comunicare, ma non tengono
presente che una buona linea melodica o una voce che fa venir la
pelle d’oca, possono essere elementi altrettanto importanti
per dar risalto a una canzone. In questo senso io mi sento abbastanza
“atipico” rispetto ai cantautori classici anche se,
in realtà, mi piace scrivere delle canzoni che abbiano dei
contenuti e che non siano legate esclusivamente all’intrattenimento
musicale.
Quindi,
anche se non vuoi essere annoverato tra chi propone la musica d’autore
classica, ti senti comunque staccato dal tipo di musica proposto
dai vari DJ Francesco…
Più
che sentirmi staccato dai modelli proposti, ultimamente, mi sento
staccato dalla volgarità, da quella voglia di “stupire
sempre e a tutti i costi”, con la violenza delle parole, con
tutto ciò che serve esclusivamente ad attirare l’attenzione,
buttare fumo negli occhi e che nasconde il nulla perché…
stringi stringi la “ciccia” non c’è.
In Italia c’è una sorta di gap, di buco tra la musica
d’autore impegnata e quella leggera, vuota. Da un lato abbiamo
la cosiddetta “plastica” proposta e spinta dalle major
per fare il “botto” in termini economici e dall’altro
la nicchia alternativa.
Io sono convinto che sia possibile essere indipendenti, diretti,
semplici e profondi nello stesso tempo. A volte le emozioni più
grandi nascono proprio dalle cose più semplici e non capisco
perché un testo diretto non possa essere considerato anche
profondo.
Una semplice parola può essere forte quanto un pugno in faccia,
e questa è un po’ la linea che cerco di portare avanti.
FORLìVERPOOL
fa capo alla beat generation. L’album contiene anche una cover
di “Ma che colpa abbiamo noi” portata al successo alla
fine degli anni ’60 dallo storico gruppo dei Rokes di Shel
Shapiro. Da dove nasce la tua passione per gli anni ‘60/’70?
Francamente non lo so. Penso di non essere né
il primo né l’ultimo a subire il fascino di anni che,
raccontati da chi li ha vissuti, vengono descritti con una particolare
luce negli occhi. Forse, questo fascino incredibile per questi anni,
mi è stato tramandato dai miei genitori, dai dischi che ascoltavano,
dai Beatles. Nelle canzoni di quell'epoca c’è qualcosa
di struggente ed è impossibile non rimanerne sedotti.
Nel
booklet di FORLìVERPOOL accanto ai testi delle tue canzoni
vi sono frasi di personaggi celebri, che vanno da Whitman a Gibran
fino a Lennon. Come mai hai scelto di abbinare queste frasi alle
tue canzoni?
Ho pensato
che fosse bello far sì che frasi scritte da altri, in epoche
e contesti diversi, potessero in qualche modo riallacciarsi e dare
una luce ulteriore alle mie canzoni.
Accanto a “la musica ed io” hai messo una frase
di Gibran che dice: “Il segreto del canto risiede tra la vibrazione
di chi canta e il battito del cuore di chi ascolta”. Qual
è il messaggio che vuoi comunicare con le tue canzoni?
Un messaggio di movimento.
Siamo tutti troppo presi dal raggiungere una meta e non ci accorgiamo
che perdiamo per strada il gusto di ciò che facciamo per
arrivare, per raggiungere l’obbiettivo, il divertimento, la
riflessione: “viviamoci la vita veramente fino in fondo, fino
all’ultima goccia!, magari anche facendoci male… ma
viviamola”. L’importante è riuscire a capire
che da qualcosa di profondamente doloroso può nascere qualcosa
di splendido e viceversa. Forse, il messaggio che voglio portare
avanti può apparire un po’ taoista ma non voglio certo
spacciarmi per filosofo, cosa che assolutamente non sono.
La
copertina di FORLìVERPOOL è molto anni ’60.
Ha un significato particolare?
Sì, nella foto ci sono i miei genitori e rappresentano
il mio yin e il mio yang. Non ho voluto apparire sulla copertina
del mio primo album perché FORLìVERPOOL lo considero
un figlio. I sacrifici per la realizzazione di questo album sono
stati molti…e alla fine è stato un po’ come “partorire”.
Mi sento padre e madre di questo “disco-figlio”, e la
cosa più bella, che mi emoziona e che mi rende orgoglioso,
è sapere che sulla copertina di mio figlio ci siano i miei
genitori.
Intervista
effettuata il 07 febbraio 2005
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