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BiELLE INTERVISTE
 
Pino Martini (Tancaruja): un lungo percorso, dagli Stomy Six alla musica etnica
di Marco Cavalieri (Radio Città Aperta - Roma)

Pino Martini ha fatto ancora una volta centro. Forse, così su due piedi, il suo nome non dirà molto a qualcuno, ma la verità è che questo compositore, scrittore, bassista, arrangiatore e produttore (dimentichiamo qualcosa?) ha fatto la storia di un certo tipo di musica. D'altra parte, questo "eterno ragazzo" di Carbonia, in provincia di Cagliari, nella musica è nato e cresciuto. Suo nonno era musicista e gran suonatore di ballo sardo, così come suo padre Ugo.

Dopo le prime esperienze legate alla musica della sua splendida terra, alla quale segue un'esperienza milanese di avant-jazz con il gruppo dei Capricorno, Pino approda al rock impegnato e schierato degli Stormy Six e con il gruppo milanese costruisce, assieme al suo batterista, il sodalizio più lungo. Poi, nel 1998, l'amore per la Sardegna e le sue tradizioni lo riporta "a casa" e nasce così il progetto Tancaruja.

Nel 2001 esce "Isettande", secondo lavoro del gruppo per l'etichetta CNI. Oggi Pino si divide equamente tra Milano e Seneghe, anche se (a nostro modesto avviso) il suo cuore è tornato a battere il ritmo della sua terra. D'obbligo, quindi, la prima domanda: dove ti abbiamo pescato, Pino?

"In questo momento sono a Milano, dove tengo un corso di canto sardo per un'associazione che vuole studiare i nostri canti popolari".

- Come si fa a trovare un punto d'incontro tra la Sardegna e Milano?

"Mah, è sufficiente che le città abbiano maggior interesse per la campagna e viceversa. C'è sempre bisogno di un rapporto di azione e reazione, in modo che si crei una scintilla che possa innescare
ricerca, innovazione, cultura".

- Tu nasci con la musica della tua terra, alla quale hai sempre cercato di accostare ora il rock, ora il jazz, addirittura la fusion con i Matisse. Stiamo parlando della prima metà degli anni settanta. C'era un gran fermento, un gran bel movimento allora...

"Suonavo con i Salis, un gruppo di ricerca, di ritorno alle radici (come Canzoniere del Lazio, Compagnia di Canto Popolare, gli Area, Napoli Centrale). E già allora facevamo questo esperimento di contaminazione tra rock e tradizione. In quel periodo io ed il mio batterista abbiamo conosciuto gli Stormy Six, già noti al pubblico per il loro impegno culturale e politico e insieme fino al 1983 abbiamo girato l'Europa con il loro camioncino. Siamo arrivati addirittura in Svezia, per suonare all'Università, dopo tre giorni di viaggio!".

- Cosa ti ha dato la tua terra dal punto di vista musicale?

"Dalla Sardegna ho sicuramente appreso il senso del ritmo. Sono andato sempre alla ricerca di una musica che avesse dentro questo ritmo, indipendentemente dal genere. Ho suonato addirittura il rythm & blues, avevo una band coi fiati, facevamo il genere Motown, sicuramente uno dei generi più divertenti da suonare, per noi e per il pubblico".

- Poi, come uno splendido cerchio che si chiude, ritorni alla musica della tua Sardegna, grazie al progetto Tancaruja. Come vogliamo definire la vostra musica?

"I termini più usati sono sicuramente musica “etnica” o 'world'. Sono comunque termini acquisiti".

- A proposito di queste etichette, qualche giorno fa Myriam Makeba (a Genova per l'Esposizione Universale del Jazz), ha detto che si parla di musica “etnica” per non definirla “del terzo mondo”. Lo ha detto sorridendo, ma non so quanto scherzasse. Ovviamente lei si riferiva alla musica africana. Tu soffri, o hai mai sofferto il fatto di fare una musica definita da molti “di nicchia”? Soffri la mancanza della grande distribuzione, la pubblicità affidata al solo passaparola, la distanza dai grandi circuiti commerciali o preferisci così?

"Un po’ ne soffro, ma solo perché una parte “istituzionale” si è appropriata del segmento più grande del mercato. Ad esempio, le case discografiche decidono che la musica del mondo è la musica pop. Invece, sempre più persone dicono no, non è la musica pop. Questa è solo quella che ha più mezzi, quella che viene imposta. Comunque, si va a fasi storiche. La musica etnica può essere stata in passato un po’ di nicchia, emarginata, a causa anche di cambiamenti storici o sociologici. Ma adesso non mi sentirei di definirla di nicchia, al massimo potrei dire che è di... nicchiona! (ride). Ci sono migliaia di Festival in giro per l'Italia, in Sardegna non passa notte senza una festa, con gruppi che cantano musica sarda, i cantori tradizionali che a fine serata vendono i loro dischi. E questo senza l'aiuto, la gran cassa di risonanza dei grandi media".

- A questo proposito, Beppe Grillo dice che una delle cose che teme di più è il potere di MTV, una televisione che parla a un miliardo e 200 milioni di giovani nel mondo, influenzandone gusti, scelte, acquisti, ma anche idee...

"Esatto! Poi il giovane vede MTV e dice che la musica è quella. Se riuscisse a vedere anche altro, potrebbe scegliere".

- Parliamo di Mantova, della vostra partecipazione al cosiddetto 'controfestival'. Personalmente non conoscevo la vostra musica. Il giorno seguente la vostra esibizione, mi sono incontrato con amici che vivono di musica, che suonano, e tutti avevamo notato in particolare il vostro gruppo. Cos'è che colpisce della musica dei Tancaruja, che strega al primo ascolto, oltre alla vostra presenza scenica della quale parleremo più avanti?

"Come rispondere a questa domanda senza cadere nell'autocompiacimento? (ride). Sicuramente, dalla musica tradizionale ho tratto un insegnamento: ciò che resta è ciò che vale e ciò che vale è il riuscire a sintetizzare il sentire comune della gente. La bravura sta nel riuscire a muoversi in quella linea mediana tra il gusto di divertire e il saper dire cose importanti. Quando si riesce ad ottenere questo, ci si diverte tutti: tu che suoni, tu che componi, tu pubblico".

- Voi siete un gruppo formato da ben otto persone, che affiancano alla musica uno spettacolo fatto di balli tradizionali, danze...

"A dire il vero credo che questo venga dall'aver girato un gran numero di palchi, teatri, festival, da quello più sconosciuto a Mantova... È un affiatamento che nasce serata dopo serata, si basa sulla reazione del pubblico, sulla risposta delle varie platee. Diciamo che “ti fai il mestiere”. Se poi al mestiere riesci ad affiancare il divertimento e la passione per quel che fai, alla fine esce qualcosa di soddisfacente. La Sardegna è decisamente una buona palestra per questo, il pubblico è molto esigente".

- Parliamo delle vostre tournee. So che avete riscosso un gran successo in Germania...

"Si, in effetti quel Paese si sta decisamente aprendo a nuove sonorità. Lo scorso anno abbiamo partecipato ad un Festival vicino Dresda, nella ex DDR. Era una selezione di gruppi europei, basata sull'ascolto di cento dischi. Alla fine, gli otto gruppi selezionati hanno fatto una serie di concerti e noi abbiamo vinto. È stata un'esperienza molto importante, anche perché questo ci ha aperto altre possibilità, torneremo per alcune date a Norimberga, Francoforte. Ma adesso comincia anche la nostra tradizionale stagione in Sardegna, dove abbiamo già molti appuntamenti, siete tutti invitati. Poi abbiamo anche una data a Torino. Comunque il calendario completo è sul nostro sito, www.tancaruja.it, che cerchiamo sempre di tenere aggiornato".

- E noi faremo di tutto per avervi a Roma

"Mi farebbe davvero piacere! A Roma abbiamo già suonato alla Palma Club, non vediamo l'ora di tornare. Poi lì ho degli splendidi ricordi di concerti con gli Stormy Six al Testaccio ed ho lavorato per un periodo con Davide Riondino"

- E con Riondino hai all'attivo anche una partecipazione al premio Tenco. Ricordi in quale edizione?

"Mah, doveva essere il 1987. Ma lui è un matto! (ride) Sai che canta queste brevi componimenti dedicati alle donne, con strani personaggi e animali come protagonisti. Pensa, eravamo io al basso e lui alla chitarra e voce, poi è salito sul palco anche Milo Manara al clarinetto... è stato divertentissimo!".

Intervista effettuata a Roma il 06-04-2004

   
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