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BiELLE INTERVISTE
 
I Sulutumana e il miracolo della musica "su l'utumana"
di Giorgio Maimone

Eupilio (Como) - Un'intervista prona? In ginocchio sui ceci? No, una comoda chiacchierata adagiati sull'utumana di casa Bosisio. L'ammirazione di Bielle nei confronti dei Sulutumana è sincera e spassionata. Tecnicamente non siamo neanche amici. Ma forte per noi è la convinzione che Giamba, Michele e soci sono proprio "i miglori che abbiamo". Ma che musica fanno i Sulutumana? Risponde Michele: "Forse la cosa più bella sarebbe che dicessero così anche per noi. Conte che musica fa? Fa Conte. I Sulutumana che genere fanno? I Sulutumana. E in questo raccolgono le proprie esperienze, i propri studi etc"

Giamba: musica Sultumana! Canzone d’autore, canzone popolare, puoi abbracciare diversi generi musicali, ma come ti definisci?

Ma quali sono i gruppi che sentite più vicini? Con chi c’è più assonanza?

I sette si guardano un attimo, consultazione al volo. Si capisce che un vero riferimento non c’è. Si sentono piccoli borbottiii, molti forse, molti distinguo. Poi si decide ...
Michele: Un gruppo ... potrebbe essere la piccola orchestra Avion Travel … ma gli manca Giamba!

Prendete il disco nuovo dei SULUTUMANa (compratelo, suvvia! Ne vale la pena) e mettetelo nella paglia. Lasciatelo lì qualche settimana. A questo punto andate a prendere il curioso oggettino quadrato di plastica e, già al primo sguardo lo vedrete meglio: la copertina dai colori più vivi, qualche germoglio qua e là, un accenno di radici. Il cd è pronto per il trapianto. Aprite il lettore e sistematevi quello stupido dischetto traslucido con un inutile buco in mezzo. Ecco: vi metterà radici nel lettore e nel cuore!

“I pess” è una sorta di tango senza tempo, in dialetto comasco. Ha bisogno di qualche ascolto per emergere, ma poi arriva e non ti molla più. Sono “pesci”, in fondo .. hanno bisogno di tempo per farsi sentire! La canzone preferita” è un delizioso canto “domenicale” che sa di festa, di campane, di campagna e di sole, splendidamente “vestita” da un canto saltellante tutto in controtempo.
Disco quasi clandestino ma di validita' inusueta. I Sulutumana sono un gruppo "lumbard" doc, ma il nome stesso del gruppo significa "Sul divano" o meglio "Sull'ottomana" e, chilometro piu', chilometro meno, hanno "bagnato" gli strumenti nella stessa acqua di lago che e' servita a dare i natali a Davide Van De Sfroos. I brani però sono cantati in lingua, tranne uno ("Viola") che, peraltro e' probabilmente il piu' bello del lotto.
I Sulutumana sono soprattutto musicisti, ma le loro storie, che in buona parte sono storie di Giamba affascinano e avvolgono come una copertina calda. Si trova il sapore di cose buone, la sensazione di qualcuno che sa dare uno sguardo approfondito alla realtà, senza fuggirne, eppure riuscendo a isolarne frammenti, embrioni, sensazioni fugaci, tutto quel brodo di coltura che, in fondo, è la vita.

Antonello: Non li sento vicini per una serie di ragioni, ma fanno qualcosa che assomiglia al lavoro che facciamo noi.
Andrea: Un fatto di suoni però. Non letterario e musicale.
Michele: Come canzoni partiamo da un punto di vista differente.
Andrea: In noi ci si può trovare più gli echi di cantautori che di band.
Michele: Se dici che suoniamo come De André è vero, ma non De André con la Pfm.
Giamba: A Frosinone uno ci ha detto che ricordavamo i vecchi Pooh. Era ubriaco marcio!

Giamba: In Sardegna abbiamo lasciato il palco ad un gruppo locale, che fa cose totalmente diverse dalle nostre, ma che, per energia, crederci e modo di comunicare abbiamo sentito assolutamente vicino a noi.

Voi ci credete in quello che state facendo?

Michele: Hai voglia! A una certa età se scegli una strada quella è. E non hai più la possibilità di tornare indietro.

Una certa età che oscilla… sui 30?

Michele: siamo oltre i 30 anni, tutti. Una media di 32 - 33. Ecco, non siamo proprio un gruppo da disco per l’estate!

Beh, Paolo Conte è “emerso” dopo. Vuol dire che c’è ancora tempo per voi. Una domanda che mi premeva fare: voi fate una musica bellissima, secondo me. Però adatta a tutti o sbaglio?

Michele: Sì, dal 15enne in poi…

E allora cosa vi può trattenere dal Disco per l’estate o dal Festival di Sanremo?

Giamba: Ideologicamente nulla.

Michele: Per fantasia magari ci differenziamo, però è un fatto istintivo. Non è che noi rifiutiamo per principio.
Nadir: È che non ci cercano loro.
Giamba: È molto importante capire il significato del venir fuori. Il nostro significato vero del “venir fuori” è crearci un’attività, un’azienda che produca lavoro per noi facendo i concerti, facendo la musica e che si allarghi, che abbia la possibilità di espandersi, di girare. Rispetto all’ambiente io sento la stessa distanza abissale che sento da sempre. Io l’ambiente non l’ho ancora visto né capito. Cos’è? Non lo so.

Michele: Ogni tanto ci passiamo di sguincio, vedi Tenco, Ciak, Genova… Sfioriamo quello che può essere l’ambiente, ma non ne facciamo sicuramente parte e lo capiamo. Ma cosa vuol dire poi farne parte?

Antonello: Però a nostro modo abbiamo un nostro ambiente, ce lo stiamo costruendo conquistando 10 persone a sera. Credo che forse si possa fare anche così.

Sempre a proposito dell’identità Sulutumana, che è una cosa che si avverte molto, c’è in giro questa leggenda metropolitana secondo cui siete con la puzza sotto il naso, che andate a suonare malvolentieri, solo a certi cachet…

Michele: Ma è vero che c’è in giro questa cosa? Mah, te lo dico molto onestamente: la schiettezza probabilmente di primo acchito non paga mai. Però nel tempo paga. Se io e te ci diciamo le cose francamente e poi diventiamo amici, lo diventiamo per davvero. E allora si può chiamare amicizia, non quel pot-pourri di salamelecchi così comuni nel cosiddetto “ambiente”, quelle cose finte che si sa benissimo che sono finte. Non è questione di puzza sotto il naso, è questione di non stare ai giochi a cui non vuoi stare. È questa la storia, e non quella di non suonare a cachet bassi. Noi abbiamo suonato a cachet da fame. Non esiste il discorso del cachet: esiste il discorso che noi crediamo talmente tanto a quello che facciamo che magari ti trovi in un ambiente che non ti rispetta. È come se io invitassi uno a casa mia per fare una chiacchierata e poi mi mettessi a sparargli una schitarrata elettrica nelle orecchie. Mi chiederebbe perché l’ho invitato. La stessa cosa possiamo provare noi quando ci chiamano e poi scopri che si aspettano qualcos’altro - la nostra è una musica che va ascoltata, non riesce a trapassare le voci. Ma soprattutto il fatto è che noi siamo umani e non sorridiamo a quelli a cui non vogliamo sorridere.

Angelo: il punto è che a volte quelli che ti chiamano per suonare in fondo non conoscono esattamente quello che fai, soprattutto quando hanno sentito dire da un altro che gli ha detto quell’altro ancora… per cui tu arrivi in un posto e subito devi aprire un confronto. Ci è capitato di fare un concerto con dietro una gara di motocross su uno schermo gigante. Dopo tre volte che sono andato dal proprietario a dirgli di spegnere il video e mi son sentito rispondere che quella era la tipologia del locale. Spesso capita che per arrivare a incontrarsi si debba prima mettere un po’ le cose in chiaro. Ma ti assicuro che nel 99,99% dei casi noi ci siamo non solo incontrati ma ci siamo trovati bene.

Michele: Invidia? Mah, seriamente parlando credo che sia una questione di dignità. Quando ci mancano di rispetto, allora sì. Questa cosa ci capita. Perché noi siamo delle persone rispettose di quello che facciamo, e a nostra volta vogliamo essere rispettati.

Giamba: Se si parla di musicisti francamente non so darmi una risposta. Poi non c’è niente di più semplice di creare delle dicerie.

Michele: Poi molto spesso c’è il fraintendimento con quella che semplicemente è una critica musicale, quindi a un lavoro, che viene presa per una critica alla persona. Se un lavoro ti sembra brutto credo che uno abbia il diritto di esprimerlo. Però con tutti i musicisti con cui abbiamo lavorato ci siamo sempre ubriacati, dopo.

Francesco: Beh, voi sapeste come ci scanniamo tra di noi… Quello che dicono fuori non è niente in confronto a quello che ci diciamo noi!

Nadir: Beh, noi ne avremo dette però sapessi quante ce ne hanno fatte!

Torniamo alle canzoni. Oltre che musicalmente ho trovato una diversità di scrittura tra il primo e il secondo disco. Innanzitutto “Disegni” è più intimista, più riflessivo. Come mai? Cosa è cambiato?…

Giamba: Si cresce e cresce il gioco con la scrittura e con la scoperta attraverso la scrittura. Io scrivo molto, i testi dei Sulutumana sono una minima parte di quello che scrivo, una cosa a sé. E scrivere è proprio un’esigenza, come respirare. Sicuramente è più riflessivo e comunque, fermo restando il fatto che mi piace moltissimo questa sorta di introspezione amo sempre di più quello che mi manca, così lo vado a cercare. Ad esempio le storie di personaggi. In “Disegni” ce ne sono meno, ed è un aspetto che mi manca.

Nadir: una cosa bellissima che ha Giamba quando scrive è che si sente che ha delle cose da dire al di là di quello che può essere l’esercizio di stile. E poi rispetta la musica, così dai suoi testi esce sempre la canzone, che deve valere di più della semplice somma di parole e musica, altrimenti non avrebbe senso.

Alcune canzoni sue mi fanno l’effetto delle foto macro, ossia isolano un momento molto piccolo e ne fanno un’immagine a sé e dall’immagine la storia. Sto pensando a quelle “verdure che bollono in pentola” che ti danno tutto un quadro d’epoca, di ambiente. Da un dettaglio ti proiettano in un film.

La divisione delle voci. Com’è fatta stavolta? Mentre ne “La danza” erano più nette qui a volte non sono riuscito a distinguervi.

Michele: Beh, può essere una buona cosa. Io canto una parte di “Aquilone”, “Avorio e oro” e “L’ultima onda”. Il resto lo canta tutto Giamba.

 

Intervista effettuata il 10-11-2003

   
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