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BiELLE
INTERVISTE |
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Sulutumana: i magnifici "sette" di Giorgio Maimone |
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Siamo ospiti dei Sulutumana, nella loro nuova sala prove accogliente come un salotto. Comodamente seduti sull'"utumana" – il divano che ha dato il nome al gruppo che rappresenta una delle realtà più interessanti della nuova musica d'autore - sorseggiamo un bicchiere di ottimo vino sardo e parliamo con i sette del loro ultimo Cd, ma non solo. Iniziamo con il vostro modo di lavorare. Che il vostro sia davvero un "lavoro di gruppo" è scritto a chiare lettere già sul disco. Ma come funziona nella pratica? Come si riesce a mettere insieme il lavoro di quattro persone che scrivono musiche e testi?
Giamba:
Beh, in realtà le idee nascono singolarmente da ognuno di noi sette,
poi le si rielabora tutti insieme e i quattro nomi sono quelli dei quattro
iscritti alla Siae: io Michele Francesco e Nadir. In genere però i testi sono miei, tranne Volo di carta che è di Francesco. Ci tenevamo ad inserirlo perché è uno dei primi brani scritti ed era rimasto indietro, è proprio il caso di dirlo. Poi il nostro pubblico ce lo chiedeva. Cosa è cambiato, stilisticamente parlando, nel secondo disco rispetto al primo? Michele:
Ci sono tantissime differenze. Innanzitutto in "Di segni e di sogni"
c'è molta più musica, poi c'è un'integrazione tra
testi e musica che ci porta più verso il nostro suono. "La
Danza" era ancora cantautorale. Che non è negativo, ma è
un punto di partenza. "Di Segni e di sogni" è più
un punto di arrivo di un lavoro. Prendi per esempio "a testa in giù".
Non si può puoi dire che non sia una canzone; è una canzone,
solo che ha un testo molto ermetico e una musica che avvolge e raccoglie.
"Piccola veliera" e "ultima onda" hanno un discorso
più cantautorale, ma c'è comunque più musica, l'arrangiamento
è più curato, ci sono più melodie, più idee,
è un lavoro più completo, insomma. Michele: Sì. E questo non vuol dire che perdiamo identità, anzi, forse ne acquistiamo. Ci sono delle bellissime canzoni anche ne "La danza". Ma qui parlo del lavoro musicale e di gruppo, perché noi siamo un gruppo. Certo un brano nasce da uno di noi che propone un'idea, poi però ci si lavora tutti assieme, e alla fine in ogni brano c'è una parte di tutti noi. Io che ci conosco, so per ogni brano chi c'è dietro alla singola scelta. Ci ritroviamo anche noi, tutti quanti, ed io, come musicista, mi ritrovo più in "Di segni e di sogni" che in "Danza" E tecnicamente? Francesco: La danza ha il pregio e il limite di essere il primo lavoro. Inoltre nella "danza" siamo arrivati in studio a registrare senza sapere bene cosa avremmo fatto. A parte Antonello e Nadir che avevano già qualche esperienza di studio, per noi era una cosa nuova. Avevamo un arrangiamento, delle idee, ma tante cose le abbiamo messe a posto direttamente in sala e si sente. "Disegni e di sogni" invece, l'abbiamo fatto in presa diretta e ci siamo trovati meglio perché siamo abituati a suonare insieme e dal vivo. Sicuramente si vede una maturazione diversa, c'è più affiatamento, forse anche più bravura singolarmente. Michele: Li abbiamo registrati così, buona la prima. Non abbiamo scartato niente. Ci sono delle differenze rispetto al progetto originale, ma l'idea era quella, il mondo che avevamo in testa era quello. A discapito delle voci, che in "Di segni e di sogni" risentono delle difficoltà dei mezzi, - i microfoni da concerto non ti garantiscono la grana della voce, la chiarezza. Poi cantando e suonando insieme qualcosa si può perdere, dal punto di vista strettamente tecnico. Però secondo noi il sound ci guadagna. Se perdi in purezza risenti positivamente del clima, del calore dato dal fatto di stare insieme. Torniamo alle canzoni. Oltre che musicalmente ho trovato una diversità di scrittura tra il primo e il secondo disco. Innanzitutto "Disegni" è più intimista, più riflessivo. Come mai? Cosa è cambiato? Giamba: Si cresce e cresce il gioco con la scrittura e con la scoperta attraverso la scrittura. Io scrivo molto, i testi dei Sulutumana sono una minima parte di quello che produco, una cosa a sè. E per me scrivere è proprio un'esigenza, come respirare. Sicuramente "Di segni" è più riflessivo e comunque, fermo restando il fatto che mi piace moltissimo questa sorta di introspezione, amo sempre di più quello che mi manca, così lo vado a cercare. Ad esempio le storie di personaggi. In "Disegni" ce ne sono meno, ed è un aspetto che adesso mi manca. Nadir: una cosa bellissima che ha Giamba quando scrive è che si sente che ha delle cose da dire al di là di quello che può essere l'esercizio di stile. E poi rispetta la musica, così dai suoi testi esce sempre la canzone, che deve valere di più della semplice somma di parole e musica, altrimenti non avrebbe senso. A me "Di segni" dà più l'idea del disco compiuto, mentre "danza" è più una raccolta di canzoni. Voi che dite? Giamba:
E' il metodo che andiamo affinando. Facciamo le scelte che secondo noi
sono le migliori in quel momento. In "Disegni" volevamo portare
quello che ci è sembrato mancasse nella "Danza". Michele: Già. In mezzo "I Pess", scelta un po'infelice, registrato in una sala nuova dove non ci conoscevano. Giamba: E' stata comunque un'esperienza utilissima per indirizzarci in maniera convinta verso un tipo di registrazione che escludesse lo studio. Ci ha fatto rendere conto che a volte anche un professionista può non capire il discorso di una canzone che si costruisce e nasce strumento per strumento. Questo ci ha convinto a cambiare rotta. "Di segni e di sogni" lo abbiamo anche mixato noi, decidendo le proporzioni tra i suoni; mettere un violino in primo piano o in un angolo ti cambia la dimensione del pezzo. Michele: Sì, "I pess" a loro modo ci hanno insegnato molto e ci hanno fatto prendere decisioni importanti. Il fatto di mixare "Di segni" da soli è arrivato da lì. E ci ha permesso di dare al disco i colori che preferivamo. Anche se è stata una faticaccia: tutte le mattine passavamo due ore per accendere il mixer, come un motore di 40 anni. Intanto fuori passavano i ragazzi della scuola e gridavano. In qualche punto se ascolti attentamente si sente i sottofondo... Però alla fine è vita che passa. Il nostro obiettivo ora è di arrivare a incidere qui. A realizzare un buon prodotto artigianale nella nostra bottega. Se vuoi quel formaggio lì vai dal contadino che lo fa con quelle mucche lì e con quel latte lì. Così i Sulu. Ma uno stile Sulutumana c'è. Michele:
Sta arrivando. E' la cosa più difficile. E' poter dire "il
marchio Sulutumana: questa è la nostra identità". Intervista effettuata il 10-11-2003 |
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