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BiELLE
INTERVISTE |
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Lino Straulino: libero di cantare di Giorgio Maimone |
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"La scena friulana, non solo esiste, ma è ricca. In quest’ultimo periodo è successo che il discorso ha preso una piega politica diversa da come era all’inizio. Mentre fino a 3-4 anni fa la lingua friulana era una lingua, non dico da guerriglieri, ma un po’ fuori dagli schermi, adesso dal 98, dalla fine degli anni 90 le cose sono cambiate. Prima cantare in friulano ha avuto diversi significati. All’inizio del decennio scorso c’era un movimento culturale vivo e forte e un gruppo giovanile costituitosi attorno all’università che produceva un movimento culturale vivo e forte che faceva presa sul recupero della lingua, del dialetto, anche dal punto di vista di un alternativa artistica. Che poi con il tanto agognato riconoscimento della status di lingua del friulano, se da una parte ha portato sicuramente un qualche interesse maggiore da un punto vista nazionale, ha creato però per controparte uno sbilanciamento. Chi si occupava già da prima di questo, in maniera del tutto spontanea, se vuoi meno organizzata ma più creativa e più libera, si è ritrovato in compagnia di tutta una parte di nuovi “rappresentanti del friulano” che col friulano non avevano avuto nulla a che fare fino allora. Adesso la chiesa si arroga il diritto di difendere il friulano. Tu canti in friulano e sei cattolico o sei un leghista o sei ancora un'altra cosa". Ma non eravate partiti così. Tutt’altro. "Cantare in friulano era essere fuori dagli schemi. Era una lingua che non era neanche riconosciuta come tale. Il fatto di scegliere il friulano come mezzo espressivo, come mezzo di comunicazione era un gesto di rottura. Scegliere il friulano, che, bada bene, aveva e tuttora ha una tradizione eminentemente orale. Il friulano scritto non esiste. E’ una costruzione fatta a tavolino. Sostanzialmente la lingua è quella ma vi sono varianti anche significative paese per paese. Adesso c’è stato quest’ultimo periodo che ha messo in crisi la “vecchia scena” friulana" Chi era la vecchia scena? "Io, gli Flk ..." La Sadon
Salvadje? "Chi ha cercato di portare avanti in maniera innovativa creativa l’uso del friulano si è trovato negli ultimi anni a dovere fare i conti con questa realtà cambiata. Tu che avevi scelto di rimanere libero e indipendente utilizzando il friulano, ti ritrovi invece in certi binari che non ti appartengono. Allora cosa fai? O non fai più nulla e ti arrendi al destino, al fato inevitabile. Tu hai goduto di una stagione buona e poi gli altri si arrangino. Oppure dopo un periodo di crisi, che però è normale in queste condizioni, ti dici: questo non mi vieta di continuare a fare lavori che, anzi, siano ancora più determinati, chiari, precisi, forti e liberi. Più aperti su questo tema, in modo da tenere vivo quello che abbiamo fatto”. C’è da dire che tutto questo ragionare a tavolino sulle cose lascia un po’ il tempo che trova. La musica è in divenire". Ma l’ultimo tuo disco è in friulano? Non l’ho ancora sentito (Ndr: questo all'epoca dell'intervista. Qui la recensione di Blu) "Sì. Anche questo disco è in friulano proprio per i motivi che ti ho appena detto. Non ha titolo. La copertina è blu e così si è chiamato “Blu”. Ancora una volta ho tentato di continuare sulla mia strada cercando di mantenere volutamente un’apertura sull’uso della lingua cercando di farla funzionare con grande dignità, perché questo è un po’ lo scopo. Però il discorso andrebbe fatto anche a monte. Ci sono tante cose da dire. Anche se siamo rimasti un po’ per i cazzi nostri, un po’ appartati, non è stato per scelta. Il Friuli non è mai stato un centro di grande interesse per il resto d’Italia se non nel periodo del terremoto, purtroppo, in cui si è focalizzata l’attenzione su di noi. L’immaginario italiano sul Friuli è un po’ strano, me ne sono reso conto spesso". Ti porto subito sulla Polemica Maieron, che è un tema che mi appassiona. Gigi sostiene che il friulano è fatto di pochissime parole che raccontano quasi solo eventi naturali, cose semplici, grandi temi della vita. Se tu canti in friulano devi cantare di questi argomenti (pochissimI) se vuoi cantare d’altro, secondo lui, devi usare l’italiano. Tu hai fatto scelte differenti. Hai cantato di tutto il mondo, senza mai abbandonare la tua lingua. Cosa ne pensi? “Io ho la fortuna di potere utilizzare questa lingua ogni giorno della mia vita. E credo che abbia, come tutte le lingue minoritarie tra virgolette in generale, un suo peso e un suo impatto. La lingua è un modo di pensare. Fondamentalmente è un modo di vedere il mondo. Tu impari a vedere il mondo a conoscere il mondo attraverso la lingua e questo è molto importante. Non è solo la quantità e la qualità delle parole che usi. Posso anche dare ragione a Gigi perché il friulano si presta senz’altro più a spiegare fenomeni naturali che non un trattato scientifico, però c’è una questione di fondo che è proprio quella del modo di vedere il mondo e la vita. C’è una filosofia dietro una lingua. Quando parlo in friulano, attraverso questa lingua, mi avvicino alla realtà. Ho un mio modo di vedere il mondo che difficilmente è paragonabile ad altri modi. Il discorso è sui contenuti che una canzone può esprimere. In qualsiasi lingua la canzone ha un vocabolario ristrettissimo. Una canzone non deve avere per forza un numero eccessivo di parole. Neil Young, che è un grande, usa frasi semplici e pochissime parole che però si ripetono e si intervallano dando risultati di grande spessore anche poetico”. Gigi parlava molto del friulano come lingua del ricordo. In effetti quando metto su un disco delle vostre parti (e devo ammettere che mi capita abbastanza spesso) “recuarts”, ossia ricordi, è al massimo la terza-quarta parola che sento. “Secondo me ci sono aspetti che non sono proprio così: ci sono autori come Ferigo, Leonardo Zani che fanno una ricerca molto valida. I “trastolons” poi che sono una realtà interessantissima, dove c’è questa lingua meticcia che mette assieme friulano, lingue europee e caraibiche. Certo che poi “Chiaroggiule” è un termine che non puoi mettere in una canzone!” (ride) Cosa significa? “E’ uno slittino per bambini. Ha un suono che è come un mattone. Io lo dicevo a Gigi e si restava a parlarne per ore. Non puoi metterlo! Ma dal punto di vista musicale. Anche in inglese ci sono parole che non suonano. Ha più a che fare col ritmo musicale che col significato. Insomma “Chiaroggiule” in una canzone non puoi proprio metterlo! Ecco sotto questo punto di vista il friulano si avvicina molto all’inglese: l’importanza del suono, la scelta delle parole giuste che suonino anche bene in una determinato punto, con una determinata musica. Nella lingua italiana un po’ si è andato perdendo questo gusto del suono. C’è meno bisogno della musicalità di un testo. Si sta iniziando forse a recuperare qualcosa adesso, ma spesso è stato ritenuto più importante un testo per i contenuti che veicolava, per l’argomento che si affrontava. E non per la musicalità dell’insieme. In friulano mi accorgo subito se un testo suona o non suona. In effetti molti anni fa quando lavoravamo molto assieme io e Gigi avevamo confronti-scontri di questo tipo. Io voglio esprimere il mondo di oggi col friulano: parlare di televisione, di automobili, del mondo, delle cose che vedo e che ascolto”. Le parole sono friulane ma le tue musiche sono americane. Rock e blues soprattutto. “C’è
una questione di fondo annosa e anche questa deriva dagli anni ‘80’.
La musica friulana, la musica cantata in friulano se ha anche tutte le
caratteristiche della musica friulana, un determinato ritmo, un motivo,
allora è un problema. Ne abbiamo parlato molto. E’ stato
argomento di dibattito a lungo. Ci siamo divisi anche in modo brusco su
questo: una discussione teorica infinita. Io l’ho risolta pensando
che il compito del musicista o del cantante o del cantastorie è
stato quello di percepire quello che c’è intorno e raccontarlo.
Percepire quello che gli sta intorno musicalmente. Mi sembra strano pensare
a un giullare del ‘500 che gira per le corti e dice: “Adesso
vi faccio sentire una canzone dei Longobardi ... adesso vi faccio sentire
un pezzo degli antichi romani”. Uno suona quello che gli viene.
E’ un problema di questi anni che uno deve suonare la musica-di-prima-di-Cristo-come-si-suonava-allora.
La musica in realtà è più semplice. La musica per
i musicisti. Nella musica popolare friulana (adesso mi spareranno addosso
gli amici del folk, ma non mi interessa. Lo sanno come la penso) non esiste
musica da ballo autoctona. Perché i musicisti suonavano i motivi
che sentivano nei paesi vicini. Probabilmente ci sarà stata roba
del ‘600 e del ‘700 che però è rimasta là.
Questa è la “contaminazione” che nella musica c’è
sempre stata. Il musicista di strada si è sempre dovuto arrangiare
e contaminare quello che sentiva nei vari paesi dove suonava. Adesso c’è
un po’ una riscoperta. Perché in fondo è esotico riscoprire
le proprie radici.
Intervista effettuata il 22-05-2004 |
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