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BiELLE INTERVISTE
 
Ambrogio Sparagna: "la gioia del canto"
di Giorgio Maimone

L’unico dispiacere in un’intervista telefonica con Ambrogio Sparagna è che sia, per l’appunto, telefonica. Non capita spesso di avere a che fare con persone che riescono a darti in un disco uno spaccato della propria anima e di sentirla in grado di vibrare con la propria, come se fossero frammenti di un tutt’uno che trova la possibilità di riconoscersi. Il discorso, i discorsi di Ambrogio Sparagna sull’importanza della memoria e sui tentativi per non perdere il legame tra padri e figli, finché ci sarà qualcosa da tramandare mi convince e mi trova partecipe fino in fondo. Ambrogio Sparagna ha inciso quest’anno un disco che dovrebbe essere fatto ascoltare a scuola, dalle elementari in poi. Quantomeno per ricordarsi di ricordare. La nostra conversazione, invece che di persona, si è svolta a cavallo delle onde satellitari di un telefonino che, sulle strade del Salento, dove Ambrogio era per dirigere la “Notte della Taranta”, si garbava di fornirci o di toglierci il campo a metà di un ragionamento. Ma alla fine ne siamo usciti fuori.

Devo confessare che ti ho scoperto con quest’ultimo disco; prima ti conoscevo di fama e per le partecipazioni agli album e ai concerti di De Gregori, ma non conoscevo lavori tuoi. Questo (“Ambrogio Sparagna”) è una meraviglia!

"Ti ringrazio"

Ma è un’impressione mia o questa è la prima volta in assoluto che tu canti in un disco?

"Sì è il primo disco da cantante".

La gioia del canto

"...perché poi cantare è forse la cosa più bella che ci possa essere nella pratica musicale".

La Notte della Taranta
"La realtà del Salento è assolutamente straordinaria. Ho messo in piedi un progetto con una grande orchestra di strumenti popolari che si compone di oltre 60 elementi: ho fatto delle audizioni con oltre 250 persone. Ed erano tutti giovani: età media 18 anni. Per cui c'era anche gente più giovane".

La memoria
Questa mia difficoltà a cantare è svanita nel momento in cui sono nati i miei bambini, perché solo così ho capito che avevo una funzione diversa. Non soltanto ero un musicista per gli altri, ma ero anche un musicista per me stesso, per passare ai miei figli quello che io avevo conosciuto e che non volevo loro scordassero"

Anche se negli spettacoli in realtà hai sempre cantato

E' vero, ma un disco proprio da cantante non l’ho mai fatto. Ho sempre scritto per altri o comunque, chessò, per gruppi vocali articolati, cori, ensemble di più voci, per De Gregori, per la Galeazzi. Però insomma l’idea che potessi fare un disco da solo come cantante non mi aveva mai sfiorato. Ci ha messo un po’ di tempo a venire fuori. Sarà anche perché ho studiato canto lirico per qualche anno e quello mi ha fatto l’effetto contrario"

Ti ha bloccato?

"Sì, mi ha bloccato. Poi alla fine … sono contento, perché poi cantare è forse la cosa più bella che ci possa essere nella pratica musicale. Per cui sono contento che alla fine canto io".

Anche se ci sono prestigiosi collaboratori …

"Sì, vabbè certo, ma quelli sono amici con cui ho lavorato e fatto tante cose assieme, per cui alla fine era un piacere condividere con loro questa nuova tipologia del mio fare la musica".

Sul libretto non l’ho trovato, ma le canzoni sono tutte tue?

"Sì, guarda meglio che c’è scritto. Sono tutte mie, testo e musica. Anche perché è un tipo di poetica molto personale".

Sono però canzoni di impronta strettamente popolare, quindi potevano anche essere rielaborazioni di motivi tradizionali …

"Sì, certo; però in realtà sono tutti pezzi miei".

E derivano peraltro in parte da spettacoli già fatti? “La Chiarastella”, ad esempio era già citata nella “Via dei Romei” e il pezzo di Di Giacomo sembra legato a Bertoldo ...

"No, questo non proprio, quello è un pezzo che avevo scritto tanti anni fa quando lavoravo soprattutto all’estero, in Francia, Germania …e poi l’ho tenuto nel cassetto per un po’ di tempo e adesso l’ho registrato".

Devo dire che oltre al piacere del disco che da quando l’ho messo su non riesco a toglierlo, anche il libretto mi ha dato sottili brividi di piacere, soprattutto nella parte in cui dici: “mi auguro che anche tu possa aiutarci a farle continuare a vivere lungo quelle strade speciali dove ancora viaggiano le storie cantate al riparo dal rischio dell’oblio”. Bellissimo.

"Ebbè ma questa è la mia vita, è quello che faccio tutti i giorni. Se tu pensi al lavoro che sto facendo adesso per la Notte della Taranta (Sparagna quest’anno è stato regista e direttore artistico della Notte della Taranta ad agosto nel Salento, un’iniziativa magnifica e coronata da grande successo, con il coinvolgimento di Giovanni Lindo Ferretti, Gianni Maroccolo, Franco Battiato, Gianna Nannini, Francesco Di Giacomo – Ndr) . Ho messo in piedi qualcosa come circa 40 canti , 40 canzoni ed è la prima volta che in un’operazione come quella si lavora con questo parametro. Lo scorso anno, Stewart Copeland che ha fatto lo stesso lavoro che sto facendo io, ha preso 6 pezzi/ 7 pezzi e io ne ho presi 40. Per me le canzoni sono un tesoro, un grande bene comune".

E però purtroppo spesso sono destinate all’oblio e quindi bisogna fare tutto il possibile per tutelarle e salvarle nella memoria collettiva. Nel caso della musica popolare è poi vero in particolare. Se anche adesso sembra leggermente in ripresa, è indubbio che abbia anche attraversato una fase di crisi profonda.

"Senza dubbio! Gli anni ’80 sono stati anni nefasti sotto ogni profilo. Adesso c’è una grande ripresa, soprattutto mi sembra che provenga da alcune ragioni del sul dell’Italia, in particolare questa realtà con cui mi sto misurando ora nel Salento che è collegata al movimento della pizzica. Lì c’è una realtà assolutamente straordinaria. Io ho messo in piedi un progetto con una grande orchestra di strumenti popolari che si compone di oltre 60 elementi: ho fatto delle audizioni con oltre 250 persone".

Anche giovani?

"Tutti giovani! L’età media è 18 anni e ci sono ragazzi ancora più piccoli, per cui sotto questo profilo mi sembra che la situazione in queste parti d’Italia sia decisamente più interessante. E’ diventata un po’ ... o per alcuni aspetti la si può anche considerare una moda, però …. Meglio questo che altre mode peggiori (ride)".

Assolutamente meglio. Anche se fosse solo una moda ben venga! Segnali di risveglio comunque ci sono da diverse parti. Anche dalle tue parti (Gaeta), no?

"Senza dubbio. Roma sotto questo profilo è la città (credo addirittura in Europa) che ha più concerti legati alle cosiddette musiche etniche (che, per inciso, è una parola che non mi piace per niente). Però tutto il movimento che c’è a Roma, legato all’interesse per le culture musicali europee ed extraeuropee, mi sembra degno di essere seguito con attenzione. Dà un grosso stimolo anche alla città. Per esempio questo progetto speciale che hanno fatto dell’Orchestra di Piazza Vittorio, dove ci sono tante culture musicali a confronto, il progetto di Mario Tronco, beh, è una realtà bellissima".

… e anche un ottimo risultato sotto il profilo del prodotto musicale. Senti, una curiosità .. gli abitanti di Gaeta come si chiamano?

"Quelli di Gaeta si chiamano gaetani …"

… avevo il dubbio …

"Quelli di Maranola, il mio paese, si chiamano maranolesi".

Proprio parlando di maranolesi, la storia di Giuseppeantonio (una delle canzoni del cd, la cui vicenda completa è narrata nel libretto) che è molto bella e affascinante, fa parte di uno spettacolo anche quella?

"Sì, è un’idea di uno spettacolo che abbiamo un po’ portato in giro e ancora continuiamo a fare".

Ma attualmente quanti “progetti aperti” hai? Ho guardato sul tuo sito e sembrano “millanta che tutta notte canta” …

"(ride) Non dipende tanto da me, dipende dal fatto che questa è una delle possibilità che ho per poter lavorare. Se non faccio così non lavoro".

Tu però ti trovi più a tuo agio nello spettacolo e nell’organizzazione di spettacoli che non su disco, no?

"Certamente sì. Io sono un uomo di spettacolo. Adesso stiamo girando con “Litania” assieme a Giovanni Lindo Ferretti ed è una rappresentazione che sta raccogliendo consensi dappertutto. E’ impressionante questo spettacolo! L’altra sera l’abbiamo fatto a Napoli, al Maschio Angioino: oltre 1300 persone. Che per uno spettacolo di musica sacra … voglio dire … è una follia (ride)"

Anche questo diventerà disco?

"Sì, sì questo diventa disco".

Quindi rischi di "saturare" il mercato musicale con le tue produzioni?

"Assolutamente no, (ride) anche perché ci metto sempre ... un po’ di tempo a fare dischi".

In Litania è presente anche una danzatrice (difficile da rendere su disco), immagino quindi che la parte visiva dello spettacolo abbia la sua importanza.

"Sì, certamente. Lo potrai vedere a Mantova l’11 settembre all’interno di Festivaletteratura".

Volevo soffermarmi sulle figure dei suonatori che hai ricordato nel tuo disco: Ruccano, Giuseppeantonio, Jacuruzingaru nella Bonavita, “Fra Fre Fro” ancora. E’ una figura che ricorre molto spesso nella tua arte.

"Sono tutti musicisti popolari, tutte persone che hanno una storia. La musica popolare è fatta di facce e di persone, non è fatta solo di parole e di musica. Sono tutti personaggi veri che poi ho anche un po’ mischiato nella fantasia. Lo spunto è sempre di carattere veritiero".

In tutte le tue canzoni ho trovato delle frasi molto sentite sul fare canzoni e fare musica. Come “so turnate tutte le parole / tutte quelle che ‘ammo cantate” o anche quando dici “l’organetto cresce, diventa gigante ... l’organetto vola/ la gente è sicura” oppure quando dici: “Io saccio una canzone, alla diversa / alla diversa la voglio cantare”. Praticamente è la tua poetica.

"Eh sì, proprio così. Anche se la canzone alla diversa è uno standard della musica popolare. C’è proprio una tradizione di “canti alla diversa” alla “streuza”, “al contrario”. E iniziano tutti con questo capoverso. Quella è proprio una citazione popolare".

Però effettivamente i tuoi canti sono “canti alla diversa”. Mi verrebbe voglia di citare quel grande che parlava di andare in “direzione ostinata e contraria”. Comunque sia “alla diversa”.

"Sì, anche tutta la mia vita è “una vita alla diversa”.

Volevo accennarti anche a una stranissima coincidenza: la stessa sera che ho comprato il tuo cd sono andato a vedere “Big fish”, lo splendido film di Tim Burton. Lo stupore è stato trovare le stesse tematiche che tu affronti e reclami nel tuo disco.

"Allora appena potrò andrò a vedere questo film"

Ne vale la pena. Sai, temi come non perdere l’importanza della parola raccontata, tramandarla di padre in figlio, l’importanza per un padre di farlo per il proprio figlio e così via in un filo che non si interromperà.

"Ma infatti è proprio quello che io ho scritto nel disco. Questa mia difficoltà è assolutamente svanita nel momento in cui sono nati i miei bambini, perché solo così ho capito che avevo una funzione diversa. Non soltanto ero un musicista per gli altri, ma ero anche un musicista per me stesso, per passare ai miei figli quello che io avevo conosciuto e che non volevo loro scordassero o non arrivassero mai a sentire. Sai, con quella stessa meraviglia con cui io restavo per ore ad ascoltare mio padre organista in chiesa …"

Canzoni e memoria, canzoni e vita. Persone straordinarie e canti semplici. La gioia di cantare e l’ebbrezza di usare la voce come strumento. Tutto questo e molto di più, proprio molto di più, vita palpitante, carne, sangue, nervi si trovano nei magici 50 minuti che Ambrogio ha voluto regalare a noi e ai suoi figli. Lieti di essere parte di un circolo ristretto che non vuole abbandonare l’uso della memoria.

Intervista effettuata il 06-08-2004

   
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