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BiELLE
INTERVISTE |
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Rita Botto: la magia è una cosa seria di Giorgio Maimone |
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E’ appena uscito il tuo disco “Stranizza d’amuri”. A parte che l’ho trovato bellissimo! Una vera piacevole sorpresa mettere su un disco nuovo e trovarsi così dentro a un ambiente, a un mondo, a un’atmosfera. E’ il tuo primo lavoro discografico? Dunque diciamo che è il primo lavoro discografico serio, se vuoi, perché è stato preceduto da un lavoro da me autoprodotto che ha per titolo “Ethnea”, un gioco di parole tra Etna ed etnico. … è il cd dedicato a Rosa Balistreri?
Bravo. Esatto! E quindi c’è stata questa che è stata un’autoproduzione, ma è rimasto un Cd-r non è mai diventato,come questo, un cd stampato e quindi insomma … un po’ selvaggio direi, in quanto libero completamente da una linea. Non ci siamo preoccupati di fare un progetto lineare: ci siamo preoccupati di mettere un po’ delle cose intorno alla Sicilia, mettendo anche dei pezzi in spagnolo, per esempio, ma per me aveva senso, perché Sicilia e Spagna appartengono a uno stesso bacino. Solo che è un legame molto ampio, molto largo ed è difficile che uno che lo ascolta così di primo acchitto possa capirne il significato, il bisogno e l’esigenza di questa cosa. Questo invece è il primo vero disco con una persona dietro che si è innamorato del progetto e che ha curato tutto, ci ha dato anche delle linee da seguire, per cui siamo state meno selvagge (ridiamo). E’ un disco più pensato, più consistente. Con tutto che non perde di spontaneità. Però nell’altro non siamo state attente al minutaggio, quanto durava un pezzo. Ci siamo lasciati andare a un assolo, nel primo disco, che supera la quantità di canto. Che è assurdo! Ci sono delle disuguaglianze. Però era una registrazione dal vivo e mi piaceva molto che ci fosse questo assolo molto bello di questo musicista con cui suono da tanto tempo e quindi l’ho lasciato. Ci siamo prese delle libertà quindi che in un lavoro equilibrato non ci si può prendere. Diciamo che questo ha più la valenza di vero disco, anche per le presenze, le persone che sono state invitate a suonare e a cantare. Vero disco che comunque non perde un’oncia di spontaneità. E’ un disco molto caldo e molto carico. No, assolutamente. Questo no. Anche un disco molto sensuale nel suo svolgersi. E’ proprio un disco che “ti tira dentro” e di ammalia. Dal primo momento ti trascina dentro e non ti molla più. Ah bene, sono contenta Come la definiresti la musica che fai. Eh, questa è una domandona … Eh no, perché mette in difficoltà me e quindi ti giro subito la difficoltà. Perché da un lato è folk, dall’altro ci sono degli elementi di jazz, dall’altro ancora è quasi canzone d’autore e infatti ci sono dentro due autori come Modugno e Battiato … Diciamo che è una musica vagante … Un po’ a rombo. Musica viaggiante. Chissà dove va, chissà dove andrà: ama spostarsi. Adesso si è spostata per questi lidi, non è detto che verranno di nuovo calpestati questi lidi, magari si andrà da un’altra parte. Sicuramente è una commistione di musicisti che praticano il jazz e quindi interpretano le melodie, quelle tradizionali con linguaggio jazzistico, altri invece con tendenza più etnica, come il batterista, ad esempio. Lo stesso bassista è una via di mezzo: se vuole si sposta nel jazz, se no resta nella tradizione. Insomma sono tutti musicisti talmente polivalenti che a seconda il gusto, a seconda il momento scelgono l’una o l’altra strada. Non ti saprei dire, non lo vorrei definire. Direi che sicuramente l’elemento jazzistico è presente e dal vivo senz’altro avrà più presenza, perché in una registrazione una non si lascia andare troppo agli assoli, però sicuramente dal vivo la situazione cambierà. Peraltro come “assoli” nel disco ne fai uno anche tu niente male nel disco, questo “Scioglilingua” che è veramente un pezzo di bravura! Gli scioglilingua
nascono come pezzi di bravura! Io non li ho mai sentiti dire: li ho provati
ma nascono come cose di bravura perché la velocità, la sveltezza
nel sciogliere la lingua porta generalmente a commettere errori, per cui
“intu u me palazzo c’è u cane pazzo che ….
(incomprensibile per la velocità - NdR) stu pezzo di pane”
e chi ascolta spera che si dica “stu cazzo di cane”.
E’ fatto apposta perché in questo gioco divertente si cada
in fallo e si faccia ridere. Così come l’ho trattato nel
disco è dovuto al fatto che sono affascinata dalla sonorità
di questa lingua. Per fortuna … io ho cominciato già in tarda
età, ma per fortuna ho sterzato ancora in tempo … almeno
spero di non essere fuori orario, perlomeno per me no … ho la fortuna
di avere scoperto … no, non l’ho scoperto, perché in
realtà l’ho sempre saputo … ma ho trovato la maniera
di unire la musica alla mia lingua e quindi di dare vita a queste sonorità.
C’è suono in questa lingua! Sembra quasi uno strumento la tua voce in questo pezzo! Questo secondo me è jazz! L’influenza jazzistica ti insegna a timbrare la voce, a dare colore e ad usarla come uno strumento. Secondo me la mia influenza dei tempi passati, di quello che ho fatto prima è questa. E anche l’ammirazione per un certo tipo di voce che vuole fare ricerca. Demetrio Stratos è stato un “mago”, però in fondo non era né jazz né altro, era solo una "voce" che cerca ed esplora i confini del canto che è il principe degli strumenti. Gli altri strumenti, in genere, cercano di “imitare la voce”. Io mi sono divertita così a imitare i tamburi, le percussioni … a fare un po’ il contrario. Comunque un esperimento che ha funzionato. Senti, tra le bizzarrie che ho visto nella cartella stampa c’è questa questione che “canti nei vasi”? Cos’è? E’ un effetto che male si presta alla registrazione, ma dal vivo ha un grande effetto. E’ un effetto naturale. Si vede e si sente dal vivo la modifica che viene data dal vaso. In studio potrebbe essere in realtà un semplice intervento delle macchine … In realtà questo fatto mi è stato suggerito da un’esperienza diretta. Quando ho iniziato a insegnare canto a Ferrara sono andata alla ricerca di informazioni su come si insegna, quali erano gli esercizi da fare eseguire agli altri e sono stata io la prima allieva di me stessa. In un libro suggerivano per fare le casse di risonanza per la voce di fare questo esperimento, prendere dei vasi di terracotta e cantarci dentro. Per capire cosa significa cassa di risonanza, cioè una cosa che amplifica il suono. Casse di risonanza le abbiamo già noi dentro: la bocca, il naso … Questo era un esempio e io l’ho esplorato. Facendo questo mi sono accorta che c’era una nota che entrava in vibrazione, una nota particolare che a seconda del volume e del materiale del recipiente entra in vibrazione. Per esempio il do di petto spacca il vetro, perché entra in vibrazione alla massima estensione. I vasi di coccio non si spaccano, però c’è una nota che più di tutte vibra e quindi viene distorta, vibrata e dà un effetto di lontananza. Sembra una voce che venga da una grotta, da un ambiente esterno. Dal vivo sicuramente è suggestiva. Nel disco l’ho usato pochissimo, perché vedevo che creava dei problemi, andavo in larsen, distorcevo il suono, i microfoni cominciavano a fischiare era una cosa difficilissima da gestire.
Beh, adesso peraltro mi sono spostata alla pentola che mi piace ancora di più. Perché nelle pentole di alluminio o di acciaio, quelle dove cucini, fai delle sonorità meravigliose! Forse ancora di più del coccio, perché senti il metallo che canta con te, entra in risonanza. E’ ancora più affascinante. Mi sa che prossimamente “andrò in pentola” (ride). Ma sai che ho letto di recente sul libro di De Angelis dedicato a Gino Paoli e Ornella Vanoni che Gino Paoli in uno dei suoi primi dischi incisi ha cantato tutta una strofa dentro a un bidone dell’immondizia! Con un bidone sulla testa. Allora non c’erano molti effetti in sala e così sono ricorsi a quello. E’ la prima cosa che viene in mente Hai “compagni di viaggio” eccellenti in questo disco: c’è Otello Prefazio, Rosa Balistreri, Modugno e Battiato già citati e poi ci sono anche due poesie siciliane di Ignazio Buttitta e Nino Martoglio. Poi Alfio Antico che addirittura è presente nel disco. Ho usato delle “solide pezze d’appoggio”. Alfio suona ed è compositore di un brano che abbiamo scelto insieme tra le sue cose e lui ci teneva che fosse un brano molto schivo da molte influenze. Lui è “molto molto siciliano”. E’ stato un disco con tre siciliani: Alfio, io e Marangolo. Alfio è una persona splendida, una forza della natura! La canzone sua è fuori dall’usuale … … anche per la scelta di farla solo tamburo, sassofono e voce Ha staccato completamente. E’ una canzone molto strana, va per i fatti suoi. Fuori dallo schema inciso-strofa-ritornello, con i tempi suoi, un po’ libera … larga … Comunque fa tutto parte di questo quadro che affascina molto, prende molto. Poi ci sono anche dei brani tuoi, no? “Sirena”. I brani che intendo miei in questo disco lo sono più sul piano della ricerca melodica, perché il testo rimane comunque materiale di tradizione, anche se io l’ho rivisitato moltissimo. Ho preso delle vecchie poesie (“Sirena” è una poesia). Nella prima traccia (perché c’è “Sirena 1” e “Sirena 2”) ... nella prima traccia ho preso proprio quella originale e nella seconda ho aggiunto un pezzetto di Saffo di una poesia in greco, poi ho fatto ricerche di altre cose circa le sirene, le cosa che si pensano della donna e ho composto anche parte del testo, ma composto nel senso che ho fatto un “frankenstein” di tanti pezzetti. Però la parte musicale squisitamente sì: composta da me e per gli arrangiamenti è intervenuto anche Teo (Ciavarella, anche pianoforte e tastiere nel disco – Ndr). L’ultima curiosità è sulla “Mavaria” che, leggo sempre sulle note stampa, è una storia vera … Boh, la Mavaria è così: credo nella magia delle cose. Non so perché succedono delle cose. Anche questo stesso disco, secondo me, è stata un’invocazione del cielo. Sai quelle cose magiche che dicono “io devo”, “Madonna, ma ci vuole un produttore buono”? Anche perché avevo voglio dopo questo primo cd che era rimasto un pochino a metà strada di portare in fondo un prodotto finito. E alla fine succede. Ma perché, ti chiedi, questa magia? Ha sentito la voce? Tu non capisci … ci sono delle cose che succedono e non ti sai spiegare. Allora un po’ l’aspetto magico mi è sempre piaciuto, siamo tutti affascinati dalla magia. Non ci sappiamo spiegare una cosa e facciamo appello alle forze irrazionali. La frase che recita proprio la parte centrale della Magaria è proprio uno scongiuro, l’ho cercato tra le vecchie magie, le vecchie cose che dicevano le maghe e c’era questo che era per filtri d’amore, per ammaliare un uomo. E allora racconta che la donna doveva prendere un guscio d’uovo, pestare il guscio, metterci il sangue mestruo, andare in un luogo sacro e ripetere questa formula: “Sangue ti dugno di lu me ciunnu /tu m'ha amari pi tuttu u' munnu ….”.(Giuro! Se non era così era qualcosa di molto simile - NdR - "Sangue ti dò del mio ventre / tu mi devi amare per tutto il mondo") E allora nel centro, dove c’è il ritornello, io recito questa frase che ho già trovato fatta. Ma tutto, anche le varie parti prima sono un “frankenstein” a loro volta. Ho ricomposto altre parti dalla tradizione. Beh, speriamo che come filtro magico funzioni anche solo all’ascolto … Secondo me sì. Ha una sua magia. A me piace. Un po’ tribale, un po’ così …. Tutto il disco ha una sua magia. Possibilità di ritrovare il tuo primo disco invece non ce ne sono? Invece sì:
è la Ird che lo distribuisce. C’è in giro. Basta
armarsi di buona pazienza (ride). Intervista effettuata il 05-11-2004 |
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