| di
Lucia Carenini
Incontriamo
i ragazzi de Il Parto delle Nuvole Pesanti a Sanremo. Sono venuti
a presentare la loro ultima fatica discografica, "Il parto"
alla libreria Mondadori e, nell'occasione, sono passati a salutare
gli amici del Club Tenco. Con loro parliamo del nuovo Cd, ma non
solo, ci raccontano anche della loro esperienza con Claudio Lolli
e della loro personalissima visione della canzone d'autore italiana.
Iniziamo a parlare del vostro disco. Premettendo che
ci è piaciuto molto e che lo troviamo un lavoro molto maturo
e consapevole, abbiamo notato che avete scelto di “parlare
tutti”: Se questo da una parte fa sì che ogni canzone
abbia la sua fisionomia e la sua storia, la contropartita è
che, a voler proprio cercare il pelo nell'uovo, si possono trovare
tracce di una certa disomogeneità. Ci raccontate com’è
andata?
Peppe Voltarelli: Questo disco arriva dopo un periodo
molto travagliato. Noi siamo insieme da più di dieci anni
e prima di fare questo disco c'è stato un momento di grave
crisi umana tra di noi. Alla fine è venuto fuori che ognuno
voleva scrivere, ognuno aveva qualcosa da dire. Così abbiamo
cercato di dare spazio alla voce e agli istinti creativi di tutti
e tre e inevitabilmente ne sono uscite delle colorazioni diversificate.
Chiaramente conta molto anche il fatto che siamo diventati più
grandi - l'ultimo disco era uscito quattro anni fa e con questo
volevamo affermare con forza il fatto che eravamo cresciuti come
gruppo. Ma proprio umanamente, anche al di là dell'aspetto
musicale. Volevamo affermare che eravamo cresciuti nella nostra
vita e nelle nostre storie, come se l'esperienza a Baghdad, quella
negli Stati Uniti, il film in Germania, il teatro e tutte le cose
fatte con Claudio Lolli ci avessero dato una forza
di forza interiore che ci prendesse la capacità di liberare
e stemperare le tensioni che ci sono in un gruppo quando scrivi.
Così è venuto fuori un lavoro che ha tirato la corda
molto più in avanti di quanto non abbia fatto il precedente.
C'è meno rock, c’è la ricerca - non dico che
c'è poesia, non lo devo dire io – ma sicuramente c'è
una tendenza ad avvicinarsi alla poesia. Questo lo dobbiamo soprattutto
all'incontro con Claudio Lolli.
Ma quando vi siete
messi a scrivere “in collettivo”, avete pensato ai problemi
di scrivere a quattro, sei, otto mani?
Disco
“pesante”, che rappresenta un punto ben fermo nella
storia del gruppo. Disco di pietra e fango, che la metafora
della grafica di copertina e libretto rappresenta appieno. La
musica è firmata da tutti e tre i musicisti, i testi
invece se li sono ripartiti Peppe Voltarelli e Salvatore di
Siena più un’incursione di Amerigo Sirianni con
il suo "Banaltango" che a dispetto
del nome proprio banale non è. Poi ci sono due ospiti
illustri: Claudio Lolli firma “I
musicisti di Lolli”, brano che parla della recente
avventura che ha visto i tre collaborare con lui in “Ho
visto anche degli zingari felici”, mentre è di
Sergio Secondiano Sacchi “Gilles”, curiosa
e struggente storia del rapporto tra Villeneuve e la sua Ferrari
che come una bella donna “mostra fianchi e minigonne”:
un rapporto d’amore che porta la seconda a tentare inutilmente
il salvataggio del primo, facendolo volare via dallo schianto
che li distrugge. (segue) |
Salvatore De Siena:
il discorso dei testi del cantautore penso che sia un problema,
o almeno lo sia stato, perché c’è sempre nel
cantautore classico una certa difficoltà a condividere, e
questo paradossalmente rispetto all'esigenza di - come dire - esprimere
qualcosa che sia condiviso dagli altri. C’è questa
idealità collettivizzante che invece poi non trova riscontro
nella prassi artistica. Questo è un limite purtroppo che
è noto nella storia del cantautore non soltanto italiano
Con tante eccezioni,
però...
Salvatore: Con tante eccezioni si, però
nulla toglie che questa rimanga una prassi diffusa. E in questo
senso se Claudio riuscisse a fare una cosa più "collettiva",
cosa che si può tentare di fare... se riuscisse a fare questa
cosa, dicevo, penso che la storia dovrà rendergli giustizia
fino in fondo. Forse non noi, o non in questo disco, ma in futuro
ci sarà una maggiore giustizia nei suoi confronti.
Questo
però è un altro capitolo… che comunque mi porta
a domandarvi che cosa vi ha portato, sia umanamente che tecnicamente,
l’incontro con Claudio Lolli?
Peppe: L’incontro con Claudio ci ha dato
la possibilità di vedere l'importanza del testo in un brano.
Parlo dell’ importanza della sua semplicità e della
sua verità, direi anche per parafrasare il suo testo. Come
dire, la verità, la propria verità, sta nell'autenticità.
Nella sua maniera più immediata e priva di orpelli.
Amerigo Sirianni: e
poi l'importanza della parola, la parola libera.
Le
canzoni de "Il parto" fanno pensare a delle pennellate
impressioniste, che sembra siano date senza l'idea precisa di quello
che si scriverà in seguito. Quasi come se seguissero l'ispirazione
di un momento senza saper bene a priori dove questa comndurrà.
È quasi una musica per immagini. Riconoscete il vostro lavoro
in questa descrizione?
Peppe: Sì, e posso spiegarlo. Quando ho
letto per la prima volta il testo de "I musicisti di
Lolli", sinceramente ci sono rimasto, perché
ideologicamente mi aspettavo una cosa più forte, più
politica, più carica. Invece quando ho visto quel pezzo,
mi ha disarmato, perché era talmente pulito, talmente limpido,
semplice... Poi, come per magia, quando lo cantavamo ha assunto
delle tonalità diverse. Ecco, mentre lo cantavo ho capito
cosa voleva dire, non prima. C’è stata proprio una
sorta di cammino graduale. Non è stata una cosa immediata
e questo è bello perché dà l'idea anche delle
collaborazioni che ci sono state in questo disco. Collaborazioni
quasi in divenire, cioè partiamo da un'idea e poi vediamo
piano piano cosa succede. E la potenza de "I musicisti
di Lolli" l’ho capita quest'estate ai concerti.
Quando cominciavano a suonare sentivo che la gente ascoltava e alla
fine diceva “Ma quel pezzo è bellissimo”. Chiaramente
sei stimolato a crescere per capire anche tu.
Con Claudio è
così. E secondo me tra un anno capirai qualcosa di più.
Almeno a me capita questo: in un testo che conosco a memoria da
anni scopro improvvisamente che poteva voler dire anche qualcos’altro…
Salvatore: Penso che questo sia dovuto proprio all'aspetto
della scrittura di Claudio e poi fa il paio con la sua capacità
di essere artista fino in fondo. Questo aspetto è quello
della liberazione, dell'affrancamento dal pudore. Mi spiego meglio:
io penso che l'artista, nel momento in cui fa arte, se si riesce
a liberarsi del pudore e dal dolore riesce a dire quelle verità
di cui si parlava prima veicolando e comunicando il suo messaggio.
E questa è appartenenza. Ossia il messaggio arriva agli altri,
arriva all'ascoltatore e diventa suo. Questo succede proprio perché
perché nell'affrancamento dal pudore emerge quel fondo di
verità che altrimenti non si coglie. Penso che Claudio sia
uno dei più, o meglio, dei meno rassicuranti cantautori italiani
in questo senso, proprio perché c’è questa crudezza,
se vuoi questa crudeltà anche, perché dice delle cose
scomode. Ma non perché in sé e per sé gli altri
non le dicano, ma lui le dice senza quel pudore con cui l'artista
deve assolutamente fare i conti. E in questo secondo me il discorso
poi va a confluire anche nell’aspetto stilistico, quindi ne
fa in sostanza anche l'espressione di stile. E quello è lo
stile di Claudio Lolli.
L'anno
scorso voi avete rifatto gli Zingari con Claudio Lolli. Quest'anno
Mauro Pagani ha appena rifatto Creuza de ma. Ora Morgan sta cercando
di rifare "Non al denaro, non all'amore, nè al cielo"
sempre di De André. Pensate di avere aperto un trend o pensate
che siano due episodi isolati assolutamente casuali?
Peppe: Secondo me
non sono due episodi isolati e neanche casuali. Sono frutto evidentemente
di una voglia che alcuni artisti hanno di guardarsi alle spalle,
tradurre delle cose e continuare a portarle nelle mani di chi magari
le ha scordate, non ci ha fatto caso o semplicemente non c'era.
E di sentirle di nuovo proprie. Nel caso di Mauro
Pagani non so bene, un'artista che rifà una sua opera
probabilmente la ama talmente tanto che la vorrebbe portare sempre
con sè con la freschezza dell'oggi. Ma nel caso nostro degli
Zingari forse è
proprio lo "scontro generazionale" tra noi e Claudio che
ha generato queste scintille. Si vedeva anche dal vivo: Claudio
era come il nostro fratello maggiore che teneva a bada questi esagitati
scalmanati dietro di lui. Lui col foglietto e noi che saltavamo.
Probabilmente si sente anche sul disco questo tipo di attualizzazione.
Anche in alcuni casi, non forzata, però ottenuta con lo scontro.
E poi chissà, magari tra dieci anni rifaremo anche noi i
il nostro primo disco…
Inoltre può essere anche un tentativo di mettersi alla prova,
di vedere se il tempo logora o non logora e in che misura.
Amerigo: Secondo me in questo tipo di operazione
c'è anche un tentativo di creare una continuità, di
trovare dei riferimenti storici, un aggancio. Perché a volte
è come se tutto fluttuasse nella confusione più generale,
quindi si tratta anche di un'operazione di memoria, contro l’azzeramento,
insomma.
Salvatore: Io penso che ci sia anche un altro aspetto,
se vuoi storico, rispetto a questo. Mi pare di aver colto nella
domanda proprio un riferimento alla fenomenologia di questa situazione
che si sta venendo a creare. Forse la domanda ha già la risposta
in sé, nel senso che questi episodi non sono affatto isolati,
ma si inseriscono in un contesto che assolutamente costituisce la
novità. Ossia, a differenza degli incontri che ci sono stati
nel passato, per esempio penso a De André con la PFM, questi
incontri sono diversi. Intanto perché sono diversi i "generi
musicali": De André si incontrava con la PFM che era
in qualche modo progressive rock, adesso Mauro Pagani stesso si
incontra con Creuza de mà, e la ripropone perché questo
discorso è più che mai attuale. Insomma si sta proprio
aprendo un nuovo fronte: quello dell'incontro tra la “musica
d'autore” italiana e la musica popolare, o comunque la musica
che affonda la sua identità nell'"etnicismo". E
noi con Claudio Loli siamo riusciti a creare, forse anche involontariamente,
una situazione che va proprio questa direzione. Quindi oggi noi
con questo nuovo disco consolidiamo questo fronte, questa novità,
perché c'è proprio questo incontro che si salda, un
po’ alla fine, in un bisogno di identità. È
quello che diceva Amerigo: l'identità tra il rock e la canzone
d'autore non è riuscita perché non siamo in America
nè in Inghilterra. In Italia, purtroppo o per fortuna, la
tradizione della canzone è diversa, non passa attraverso
il rock, lo ha incontrato in una fase storica e tra l'altro proprio
il rock ha creato una frattura tra due mondi: quello giovanile che
era la fucina della novità musicale e quello della tradizione
cantautorale.
Ma
secondo te questa frattura c’è ancora? O per lo meno,
è ancora così profonda?
Salvatore: A partire dalla seconda metà
degli anni '90 è iniziata una sorta di ricomposizione, però
all'inizio degli anni '90 c'era proprio un fronte etno-rock che
marciava in contrapposizione alla verbosità dei cantautori.
Adesso invece c’è stato questo riavvicinamento che
secondo me salda la tradizione cantautorale da un lato e popolare
dall’altro.
E vorrei concludere con un’annotazione ad un aspetto particolare,
che costituisce poi la vera novità in tutto ciò. Ossia
che non è più un singolo cantautore che viene fuori,
ma è la realtà delle band, dei gruppi, che si propongono
essi stessi come promotori della canzone d'autore all'italiana,
con elementi più o meno rock o più o meno etnici.
Ed è una cosa che tutti i dizionari del cantautorato ignorano,
perché la storia dei gruppi è considerata sempre apparentata
al rock. Questa è una novità in cui gli stessi gruppi,
anche quelli che sono più lontani dal cantautorato diciamo,
come la BandaBardò
ad esempio, in qualche misura hanno mirato verso questa attenzione
rispetto alla musica d'autore italiana e rispetto alla realtà
italiana cercando di liberarsi espressivamente.
Comunque che lo si voglia o no, in Italia ormai dopo
quarant'anni la tradizione della canzone d'autore pesa. E tanto.
Forse questo capita anche un po' in Francia un po' in Brasile, ma
sicuramente non in America. Dove sicuramente c'è Dylan, e
va bene, ma poi finisce lì. Invece in Italia la canzone d'autore
con un peso specifico c'è. Quindi è chiaro che ci
si deve rapportare. E siccome il passaggio che dici tu è
dagli anni '90, forse per quelli della nostra generazione - mi ci
metto anch'io - è come il superamento di un complesso di
Edipo. Ossia prima c'era quest'età in cui il padre è
contestato e visto come il fumo negli occhi, poi si arriva a un'età
in cui recuperi il rapporto col padre e scopri che tutto sommato
non diceva tutte queste cazzate, no?
Salvatore: Ripeto l'elemento di novità sta
nel fatto che non solo noi che proveniamo dall'esperienza dell'inizio
gli anni 90, e quindi da quel complesso di Edipo che dicevi tu,
ma anche i giovani che sono alle prime armi, alle prime esperienze,
incontrano senza pregiudizi la musica d'autore e quindi i cantautori.
Non è un caso che nascano come i funghi tutte queste rivisitazioni
di brani di grandi autori fatte da giovani o giovanissimi.
Peppe: c'è da dire qualcos'altro rispetto
al superamento del complesso di Edipo. Mi trovo anche d'accordo,
ma la nuova scena italiana è una scena che in sè.
Oltre al discorso artistico, racchiude anche dei modi diversi di
fare musica e di gestire l'idea di fare musica. A differenza della
vecchia scuola, i giovani hanno dei metodi, dei presupposti, dei
modi di agire diversi. Non mi riferisco solo alla canzone d'autore:
la cosa che un po' separa le due scene è proprio questa differenza,
forse anche anagrafica, sui metodi. E mi riferisco proprio all'immaginario
che sta dietro a un gruppo o a una persona che scrive. Pensa a tutti
i gruppi nati sulle onde degli anni '90, alcuni dei quali oggi hanno
anche una certa risonanza commerciale come la BandaBardò,
i Subsonica i Sud sound system, anche noi nel nostro piccolo.
Siamo gruppi cresciuti con la metodologia del canto selvaggio, cioè
la metodologia anglosassone della musica. Questo vuol dire che uno
a sedici anni può fare un disco, a diciott'anni può
averne fatti due, a vent'anni può andare in radio è
spaccare le chitarre sul palco. Nella tradizione italiana tutto
questo non c'è assolutamente, e quindi c'è ancora
questa sorta di bagaglio che noi come gruppi abbiamo. Anche a livello
proprio di "manuale del musicista moderno" in un certo
senso. E da qui l'uso delle tecnologie e il rapporto col disco in
sé: cioè fare un disco. Quanto ci vuole per farlo?
Quanto ci vuole per scriverlo? I gruppi giovani in Italia fanno
un disco ogni sei sette mesi. Lascia stare la qualità, ma
parliamo della metodologia, della gestione delle risorse, anche
se una è parola brutta. Però questo vuol dire che
da un lato c'è la voglia di fare e dall'altro ci sono la
consapevolezza e gli strumenti per farlo. Cosa che una volta probabilmente
non c'era, perché facevano altri. Ora se le due scuole si
incontrano su questi presupposti, cioè che tu Claudio Lolli
ci metti la tua testa, la tua esperienza, il tuo modo di scrivere,
la tua visionarietà e noi ci mettiamo l'energia, la carica
e prendiamo da te, allora c'è uno scambio. La formula degli
Zingari è
stata bella e vincente per questo, perché c'è stata
veramente una trasfusione tra noi. Però l'immaginario dei
cantautori - e questo lo dico anche con un pò di polemica
- è un immaginario vecchio, è un immaginario pesante
da smaltire. Mi riferisco a pesantezza nei termini proprio di un
grande catafalco che non si muove, che a fare una cosa ci mette
anni e anni, che per accettare un cantautore nuovo ci mette decenni.
E allora si verificano dei fenomeni per cui se una Ani di
Franco a 28 anni aveva fatto già a sedici dischi,
i musicisti emergenti italiani sono quasi cinquantenni. E di questa
cosa noi accusiamo la generazione precedente, che si è fidata
di tutto quel ambaradan discografico di cui noi ormai non ci fidiamo
più.
Beh, probabilmente in
altri tempi c'erano anchhe dei produttori che ti santificavano il
disco e che te lo facevano fare. E c'era c'era poi il fatto che
negli anni 70-75 le hit parade erano piene di Guccini, de Gregori
e de André...
Peppe: Ma ancora adesso in testa alle classifiche
ci sono Guccini, de Gregori e de Andrè...
Ma sono rimasti solo quelli, ossia non sono venuti quelli
che avrebbero dovuto continuare il discorso...
Peppe: per questo era sorta questa separazione,
che noi nel tentativo degli zingari abbiamo cercato di rompere.
Però è anche vero che questo tentativo l'ha fatto
Claudio Lolli. Non so in che misura altri mostri sacri della cultura
italiana musicale l'avrebbero fatto. A Claudio va questo grande
merito di averci dato la possibilità dire rimescolare le
carte
Salvatore: Questo
è vero anche se non bisogna sottovalutare il fatto che storicamente
anche loro i cantautori "di una volta" facevano un sacco
di produzioni. Peppe si riferiva al discorso dei gruppi di adesso
che fanno un disco ogni sei mesi, ma se vai a vedere indietro, basta
ricordare che De Gregori era così prolifico che soltanto
se lui decideva di fermarsi si fermava nella sua discografia. Se
no era capace di fare una valanga di dischi.
Caso mai è adesso che questo è diventato impensabile.
Non perché non ci sono tante idee, ma perché il mondo
discografico fa fatica a a sbarcare il lunario. Quindi adesso c'è
la politica del faccio e tengo nel cassetto, perché tanto
non si va da nessuna parte
Per quanto riguarda invece il discorso del coraggio di Claudio
Lolli, il discorso va bene, però è una rondine
che non fa assolutamente primavera. Secondo me il punto è
un altro: cioè l'autonomizzazione rispetto ai padri. Quella
secondo me è la scommessa di oggi. Quello che abbiamo voluto
è forse questa consapevolezza e abbiamo fatto un disco che
va in questa direzione. Cioè di far incontrare queste due
anime che ci portiamo dentro e abbiamo voluto in qualche modo negare.
Se si riescono a moltiplicare queste realtà, quindi anche
questi dischi o comunque questi progetti artistici, i giovani possono
fare a meno anche del discorso dell'incontro. Possono imparare a
camminare da soli. Però qui c'è un altro problema
da affrontare, che è quello della modernità. E allora
torno al discorso che faceva prima Peppe, cioè quello di
una cultura che ci portiamo dietro. Noi siamo passati attraverso
il rock, cosa che in qualche modo non avevano fatto i cantautori,
ed è un problema che riguarda la modernità del progetto
artistico, e con questo io penso che si debba confrontare anche
la mentalità giornalistica. Perché altrimenti gli
artisti finiscono per trovare grandi difficoltà paradossalmente
non più sul terreno artistico ma sul terreno della propaganda.
Quindi a me fa piacere il fatto che una rivista come Il
mucchio selvaggio o come L'isola che non c'era
abbiano iniziato anche a guardarsi un pochino attorno in questo
senso. E da un lato il Mucchio selvaggio ha avuto l'idea di mettere
noi in copertina, cosa che fino a qualche anno fa non si poteva
immaginare neanche lontanamente. Dall'altro L'isola che non c'era
che inizia a capire che non esiste soltanto il cantautorato classico,
e in questo c'è la scommessa. Allora se riusciamo anche a
creare assiemeun tessuto culturale che sostiene questo nuovo fenomeno,
forse si può fare costruire qualcosa che darà risultati
apprezzabili anche sul piano artistico.
E comunque in questo
senso si stanno muovendo anche cantautori storici: Guccini ha una
band e De Gregori fa dei concerti rock più rock dei vostri...
Anche Venditti qui al Tenco con tre chitarre elettriche che riffano
a più non posso... Ma così anche altri, io credo che
ci sia questo avvicinamento da tutte due le parti.
Salvatore: È
chiaro che loro devono appagare desideri che non hanno potuto appagare
in passato... però questi sono episodi, la realtà
nuova che emerge, e insisto su questo punto è che la canzone
italiana giovane si sta riappropriando della propria tradizione.
La tradisce, la rivolta, la rivede, ma penso che ci siano i presupposti
per qualcosa di davvero nuovo.
Però nel vostro
caso direi che quello che state dicendo emergeva già in "Sulle
ali della mosca", il vostro disco precedente.
Voglio dire, non parlo di qualità artistica ma forse il vero
salto in questo senso era stato fatto lì...
Salvatore: scendendo nel dettaglio posso dire che
hai ragione, però adesso abbiamo avuto il tempo di metabolizzare,
mettere in pratica. Poi ci sono stati anche dei contrasti fra di
noi. Per esempio, per una serie di ragioni Mimmo Mellace
aveva dei problemi ad usare la batteria in maniera diversa da quella
classica del rock. Ossia, per quanto lui fosse il più "etnico"
di tutti, rispetto allo strumento aveva proprio un atteggiamento
mentale rigido. Come dire, è l'aria che respiro e con quella
si va avanti, e ha fatto fatica a tal punto che si è arrivati
ad un momento in cui si componeva con un'idea nuova, che andava
nella direzione di questo disco, poi si arrangiava vecchio stile.
Una volta sono arrivato in sala di registrazione e ho trovato già
fatto il classico giro di basso, batteria e chitarra elettrica.
Salvo che poi abbiamo dovuto rifare tutto. Ma in effetti se se prendi
un paio di canzoni di "Sulle ali della mosca"
e le rileggi adesso con la consapevolezza di oggi forse non ti accorgeresti
assolutamente che sono vecchie.
Peppe: Però
questa consapevolezza ci è arrivata dopo quasi tre anni e
mezzo di lavoro di teatro, dopo l'incontro con Claudio e dopo il
nostro modo di suonare in trio che si è aggiustato su questa
essenzialità. Questo ci ha resi consapevoli che funzioniamo,
quindi il tempo ha giocato un ruolo fondamentale in tutto questo.
Salvatore: Il problema è duplice, ossia
se si tratta, come accennavo prima, di potenzialità anche
espressa, ma non di necessaria consapevolezza. Secondo me il punto
è proprio qui: c'era un problema semmai di mancanza o quanto
meno di parziale consapevolezza. Questo ha determinato l'incapacità
di regolare, di veicolare un messaggio che è arrivato a te
che sei dentro alla musica e che hai dei sacchi pieni di ascolti
attaccati alle spalle e che hai saputo decodificarlo, però
non tutti ci sono riusciti, c'è stata qualche difficoltà.
Diciamo che in questo senso con "Il Parto"
il passaggio si è concluso e si è compiuto in maniera
più chiara. A volte paradossalmente magari non all'altezza
di episodi presenti nel disco vecchio - questo non devo decidere
io ovviamente - ma si è compiuto.
... E magari nel prossimo disco potrete rimettere la
batteria...
Peppe - Mi fa piacere che tu l'abbia detto... Una
volta che ti sei liberato da quel complesso di Edipo di cui si parlava...
E questo è difficile che avvenga prima dei trent'anni. Il
discorso di rimettere la batteria secondo me non deve essere ridotto
al fatto di essere liberi di fare quello che si vuole, perché
la tensione artistica deve caratterizzare l'esperienza dell'artista
stesso. Allora, per ipotesi, il fatto di mettere la batteria del
prossimo disco, penso che non debba essere ridotto semplicemente
al fatto di libertà, ma deve denotare una tensione dell'artista
rispetto al proprio progetto, ossia di riuscire come una spugna
a catturare la musica, la composizione a 360 gradi. E questo nel
senso che l'artista dev'essere in grado non di mettere o non mettere
una batteria, ma di spostarsi liberamente nel suo progetto. In questo
senso mi viene in mente proprio il Club
Tenco e il discorso sul Quartetto Cetra di Virgilio
Savona. L' intervento di Felice
Liperi evidenziava come il Quartetto Cetra abbia dato un'idea
di modernità con la capacità di allargare lo spettro
delle proprie visioni artistiche, sapendo filtrare delle cose apparentemente
lontane tra loro e riuscendo a farle diventare patrimonio di tutti.
E in quel senso ha avuto anche la capacità di separare i
generi e di superare il discorso del canto corale. Ha avuto la capacità
di sintetizzare muovendosi a 360 gradi. E questo è un valore
aggiunto che diventa fondamentale per un artista e che ne fa la
modernità e soprattutto la grandezza. Il fatto è che
purtroppo questo insegnamento si deve spiegare ogni volta, non è
una dimostrazione acquisita.
Siamo in un'epoca in cui
c'è una forte crisi dell'idea del disco come opera. Il cd
è tornato ad essere un semplice contenitore di brani e il
concept album è quasi sparito dalla scena. Esaminando invece
il vostro lavoro, è chiaro che voi nell'idea del disco come
concept ci credete. Quali possono essere le chiavi di volta per
tornare a far sì che il disco sia un progetto e non unbanale
raccoglitore?
Salvatore - Quando si fa il disco bisogna immaginare
una sorta di film. Il film può andare da qualsiasi parte,
ma deve avere una tensione continua. Credo che questa metafora dell'opera
cinematografica sia la più adatta a dare l'idea del concetto
di disco come progetto.
Peppe - Per me il concetto di disco come progetto
si fonda sul principio dell'unità, che fondamentalmente per
noi è una di critica allo stato presente delle cose. E poi
c'è il nostro disagio, il nostro essere ancora vivi e il
nostro volerci sentire vivi. Qui sta l'unitarietà de "Il
parto". Inoltre in questo disco c'è la tolleranza come
valore aggiunto. Che non è più la tolleranza ideologica,
ossia io tollero la presenza del marocchino a Bologna. No, io tollero
la presenza di Salvatore che è diverso da me e Salvatore
tollera Amerigo che è diverso da lui. Questo è un
po' il filo conduttore, l'essenza di questo disco. Perché
ci sono veramente tutte le nostre sfumature. Noi tre abbiamo poi
un vissuto comune, proveniamo tutti dalla Calabria. Quindi alla
fine è facile darsi delle coordinate, ci comprendiamo, abbiamo
una lettura comune del presente. Però la diversità
dell'età e la diversità delle esperienze fatte ha
reso necessaria una spinta verso un passo indietro delle singole
persone a privilegiare la squadra. Il che non è sempre facile.
Amerigo - Questo aspetto di cui parla Peppe secondo
me è importante, perché l'idea è quella di
arrivare semplicemente al messaggio, insomma di scarnificare, di
fare un lavoro per sottrazione. Poi bisogna capire una volta per
tutte se la diversità è un arricchimento. E se la
diversità è veramente un valore, allora bisogna cercare
nelle nostre differenze di mandare avanti un progetto che sia un
inno collettivo. In più secondo me bisogna cogliere gli aspetti
semplici della realtà, che nel nostro caso significa fare
musica senza farsi condizionare né dai generi, né
dai trend del momento, né dalle suggestioni, anche le più
simpatiche.
Un
ultima cosa. Ultimamente, e questo forse potrebbe essere anche un
bene, faccio un po' fatica a classificare gli artisti, a dire "Il
tale fa il tal genere". Ad esempio, prendiamo Guccini, che
stilisticamente è sempre stato piuttosto "piatto",
nell' ultimo disco ci ha messo un tango, una cosa blues, un ballabile,
un quasi-recitato e quant'altro. Voi siete in grado di darmi un
nome per la musica che state facendo oggi?
Salvatore di Siena - Secondo me il nostro è
un disco di liscio!
Intervista
effettuata il 28 ottobre 2004 |