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BiELLE INTERVISTE
 
Susanna Parigi: indifferenza impossibile
di Giorgio Maimone

Susanna Parigi trabocca. Di boccoli, di parole, di idee e di forme piene di donna. Un fiume in piena in vulgata toscana che si abbatte sulla prima mattinata milanese di primavera. Una settimana prima nevicava e stavo ascoltando per l’ennesima volta “In differenze”, ogni volta con uno scatto di interesse in più. Troppo per non volerne conoscere l’autrice, una che nella presentazione per la stampa scrive “devo la mia musica alle tempeste e agli uragani che mi devastano, lasciando però il paesaggio del mio corpo, all’apparenza, quasi lo stesso”. “Ho un’anima da operaia, ma una scrittura (dicono) da intellettuale. Gli operai forse faticano a capire la mia scrittura, ma gli intellettuali aristocratici sicuramente non possono capire la mia anima. Allora qual è il mio posto? Dove posso sedermi a riposare per un po’?”

Bella domanda! Anche a me ogni tanto piacerebbe sapere dove sedermi. Nel dubbio, scelgo la parte del torto (Lolli) e la parte del tavolo più vicina alla macchinetta del caffè negli uffici di “Setteottavi”, la casa di produzione di Vince Tempera che ha curato il disco di Susanna Parigi. E l’intervista può iniziare.

Devo dire che la prima volta che ho sentito il disco, un po’ di sottofondo, non mi è piaciuto. Dopo mi sono messo a leggere i testi. E li ho trovati stupendi. Allora ho risentito l’album e ho capito e mi sono gustato fino in fondo canzoni di grande spessore emotivo e di buon contenuto letterario. Questo dovrebbe insegnare a lasciare sempre disponibili i testi nel libretto e a consultarli sempre.

"Beh, ti ringrazio. In effetti tutto il progetto è stato molto curato. E curato soprattutto da me in prima persona. Mi sono messa di impegno per avere tutto quello a cui avevo pensato per comporre un disco, che poi è un progetto di grande spessore. Ho contatto personalmente Salgado per convincerlo a concedermi la fotografia per la copertina e lui ha voluto tutte le canzoni tradotte in francese prima di dare il suo sì. Ugualmente con Pat Metheney: prima di arrivare a lui, perché poi lui è stato cortesissimo e disponibile, ho dovuto superare decine di filtri e controlli e passaggi. E anche lui ha voluto i testi in inglese per controllare il valore dell’album. Insomma, sai, se sei in una grossa casa discografica, forse queste cose ce chi le fa per te. Nel mio caso no, ho fatto tutto da sola. Una fatica. Quando il disco è stato terminato mi sono rilassata, ma in certi momenti è stato veramente snervante".

Mettiamola così: le sensazioni più belle le provi leggendo il libretto. a non è una critica, è un pregio! Mettiamo gli ingredienti sul tavolo da cucina e proviamo rifare il piatto. Le musiche sono belle, ospiti importanti, buona tecnica, sentimento e idee. I testi sono di alto livello: tutti co-firmati Susanna Parigi e Kaballà. Ogni tanto qualche spezia di troppo, ma fa parte dei rischi del viaggio.

Nasce a Firenze e inizia a studiare canto a quattro anni. Si diploma in pianoforte al Conservatorio Cherubini della sua città. Studia poi canto moderno a Roma, canto lirico a Bologna, canto jazz a Milano con Tiziana Ghiglioni. Si perfeziona in elettronica alla scuola di Walter Savelli, studia fisarmonica e chitarra alla Green Music School.

Hai finito di registrarlo a fine dello scorso anno?

"Sì, a novembre e poi è uscito a febbraio".

Senti, tornando ai testi, da curioso qual sono non mi sono accontentato di leggere quelli dell’ultimo lavoro “In differenze”, ma ho voluto tornare indietro e leggermi anche quelli di “Scomposta”. L’ho trovato ancora più interessante. Ho visto che quasi tutti i testi sono scritti a quattro mani con Kaballà (Pippo Rinaldi, cantautore a sua volta - NdR), come funziona questa collaborazione? Sono davvero a quattro mani? Anche perché molti indagano sulla dinamica femminile ad ampio spettro ...

"Quando Pippo arriva a mettere le mani sul lavoro si trova praticamente un prodotto finito. Anche già con gli arrangiamenti. C’è già la canzone, tutta intera con parole e musica. Però con lui si inizia un lavoro di rifinitura, di cesello, che è altrettanto importante della scrittura “originaria”. A volte si tratta solo di sfumature, di cambiare un aggettivo, o l’ordine delle parole, o ancora di inserire un sinonimo. Lui mi aiuta proprio a definire meglio quello che voglio, nella scelta delle parole o nell’esprimere meglio un concetto che magari per me è sufficientemente chiaro. Ma io l’ho scritto e so di cosa sto parlando, per uno che ascolta non sempre è altrettanto chiaro".

Un lavoro un po’ da editor ...

"Sì, ma assolutamente prezioso. Tra l’altro ho scelto di lavorare con lui dallo scorso album proprio perché mi sa prendere con leggerezza, anche quando deve proporre una modifica, procede coi piedi di piombo e, parallelamente, con lievità. E’ difficile che si sbilanci e contemporaneamente mi sa prendere per il verso giusto. Però sono queste sfumature che danno il carattere finale alla canzone. A volte un testo nasce in pochissimo tempo, lo scrivo di getto. Poi il lavoro con Pippo va avanti anche per mesi. Comunque è un rapporto bellissimo, un confronto e un completamento".

Ci sono però canzoni che firmi da sola

"Sono in genere i brani più intimi, quelli più personali, su cui intervenire può risultare più critico. Come “Le valigie che lasci” o .... “La decima porta”, quelli sono proprio brani solo miei".

Ho notato un certo murare di atmosfere tra “Scomposta” e “In differenze”. Da una certa “carnalità” del lavoro precedente a una latente, ma pregnante “spiritualità” nell’attuale. Non solo, ma anche da una dimensione intima e raccolta di “Scomposta”, più centrata sul mondo della donna, di una donna, a temi più generali e condivisi.

"Hai notato quello che ho pensato io. C’è anche chi dice che quest’album, “In differenze” è l’album più politico che abbia mai fatto. Non politico in termini di slogan, ma per la decisione di ribellarsi a questa tendenza sempre più diffusa all’indifferenza. Quando ho visto la mostra delle foto di Salgado sono rimasta folgorata dagli abissi che si aprivano negli occhi di queste persone e la bambina della foto di copertina somiglia molto a me da piccola. Anch’io sono nata in un monolocale e sono figlia di un operaio che abitava nella parte più povera di Firenze, a Borgo San Frediano e la situazione di allora della mia famiglia era simile a quella dei marocchini di adesso. È inutile, se certe cose non le hai vissute, tendi a non notarle. Magari non per cattiveria, ma hai una sensibilità diversa, non ce l’hai nelle tue corde, vedi sempre e solo dalla stessa prospettiva. Bisogna allargarsi, aprire il campo visivo. La foto di Salgado che ho messo in copertina non è una foto del secolo scorso, ma del 1996. Ma se lasciamo i giovani per vent’anni davanti alla televisione ecco che assistiamo a un livellamento delle coscienze che porta all’incapacità di reagire, di indignarsi, di cercare di fare qualcosa. Ci vorranno anni per l’antidoto, perché in vent’anni il veleno si è ben ramificato e consolidato, ma qualcosa bisogna fare! Perché l’indifferenza può essere vinta, C’è qualcosa che va al di là di se stessi e persino della propria famiglia. Qualcosa per cui vale la pena vivere. Questo progetto non è solo un disco, ma un percorso di vita contro tutte le indifferenze, ma salvando accuratamente tutte le differenze. Noi viviamo come in una sorta di sogno, aiutati dalla televisione, e ogni tanto viene voglia di pizzicarci per vedere se siamo svegli o se qualche notizia, qualche rumore dal mondo può ancora arrivare a disturbarci. Ecco, è un po’ questo il progetto del disco, il punto di partenza e anche di arrivo e chi c’è nel disco ha riconosciuto o si è riconosciuto in parte in queste posizioni: da Tony Levin a Umberto Galimberti, a Flavio Oreglio, a Pat Metheney e ai musicisti che mi hanno accompagnato. Ho lavorato con i migliori musicisti sulla piazza ..."

... in pratica lo stesso staff di Guccini: Vince Tempera, Flaco Biondini, Ares Tavolazzi e Ellade Bandini.

“Sì (ride) ma questi non sono “turnisti”: Ellade Bandini non suona se non ne ha voglia. Hanno altro da fare che girare per i dischi della gente che c’è in giro. Certo l’etichetta per cui lavoro, “7/8” è di Vince Tempera e questo aiuta, ma non ci sarebbero stati nel progetto se non fossero stati convinti".

Dopo tanti elogi arriva anche il momento delle critiche. Tanti nomi prestigiosi, tanti ospiti: oltre ai già citati, Mario Arcari all’oboe, l’orchestra bulgare, il coro di bambini, le programmazioni ... Non pensi che il rischio possa essere quello dell’iperproduzione? Testi belli come i tuoi a volte rischiano di affogare in un delirio di suoni e, a volte, suoni in contrasto con il clima creato dai tuoi versi.

"Me l’hanno già detto in tanti, tra gli amici, quando vengono a sentirmi in concerto. Io ho “formazioni modulari” con cui posso propormi in concerto: da quella più semplice in cui io sono la fisarmonica e mi faccio accompagnare da una chitarra, a quella intermedia con piano, viola , violoncello, a quella grande dove si aggiungono due chitarre e percussioni. E mi hanno detto in molti: “lo sai che le tue canzoni si sentono meglio così? Che ho capito cosa che dal disco mi erano sfuggite?” Quello che cerco di fare è una mediazione tra il mio nascere musicista - sono diplomata in pianoforte al Cherubini di Firenze- e di conseguenza la ricerca di strumenti, arrangiamenti, melodie e l’altra, che sono appunto i testi".

Ho notato una vicinanza tra le atmosfere de “Le valigie che lasci” e quelle di “La decima porta”. E’ forse la canzone più vecchia che hai scritto? Magari qualcosa rimasto indietro dall’album precedente?

"No, anzi è una delle più recenti. Di materiale che resta indietro ce n’è sempre tantissimo. Io scrivo “carrettate” di cose e poi dobbiamo tagliare. Ho appena finito questo lavoro e sto già pensando al lavoro successivo. Le canzoni di “In differenze” sono state scritte nell’arco trei anni: la più “antica” è “42,3%”.

Una percentuale che indica qualcosa o è puramente casuale?

"No, è casuale. Suonava bene. Poi tra l’altro Flavio Oreglio, nella sua parte recitata che precede il brano dice un’altra percentuale: il 52. E’ solo un numero che suonava bene e che dava l’idea del fastidio per un mondo dove tutto diventa statistica".

E i nuovi progetti? Anche se ci vorranno anni perché esca un disco nuovo ...

"Uh, assolutamente prematuri. Però vorrei fare qualcosa di “carnale” sul genere del disco precedente, anzi di ancora più carnale..."

Ma tu scrivi anche poesie o solo canzoni?

"Mi vergogno un po’ a dirlo, ma io scrivo di tutto. Ho i cassetti pieni di poesie, di appunti, di cose che poi magari diverranno canzoni. Altre destinate solo a me".

Solo poesia o anche prosa?

"Ho il classico “libro nel cassetto”, ma stimo troppo la letteratura per pensare che tutti debbano per forza pubblicare qualcosa. Il libro è qualcosa di valore. Bisognerebbe pubblicare meno!"

A proposito di letture, per quanto riguarda le tue fonti musicali hai citato cantautori come Paolo Conte, Guccini, Fossati e cantautrici come Tori Amos. E le fonti letterarie? Ho visto che alcune tue canzoni si ispirano a poeti che vanno da Petrarca a Verlaine allo Shakespeare della Dodicesima notte ... da cosa trai ispirazione?

"Da tutto. Non solo da quello che leggo, ma da quello che sento, da come vivo, dalla gente con cui parlo. Apollinaire scrisse una poesia sulle nove porte di Madeleine, la sua donna. Io ho sognato una decima porta, quasi impossibile, quella dell’amore incondizionato… E poi… mah, un po’ di tutto. Io adoro leggere. Vorrei poter passare il mio tempo a leggere e a viaggiare… È chiaro che poi qualcosa di quello che leggi, consciamente o meno rimane… Una cosa recente che mi è piaciuta è “Non ti muovere” di Margaret Mazzantini. Il film non lo andrò a vedere, proprio perché il libro mi è piaciuto troppo e ci sono talmente tante sfumature che è impossibile che le stesse sensazioni e le stesse emozioni te le comunichi un film… Ecco quel libro l’ho ricevuto in regalo e a mia volta l’ho regalato a molte persone. Perché è un libro in cui ho creduto. La stessa cosa mi piacerebbe potesse essere applicata al mio Cd. Sai, oltre a cantare insegno piano e solfeggio in una scuola di Milano, così sono a costante contatto con i ragazzi, e mi rendo conto di quanto sia generalizzata l’indifferenza, il menefreghismo, l’accettazione supina delle cose che accadono, la non voglia di reagire. Che poi inevitabilmente si trasforma in incapacità di reagire…"

Fiorentina che vive a Milano?

"Sì oramai fissa. Torno a Firenze spesso per la mia mamma. A Firenze c’è un clima umano bellissimo. La mia mamma vive sola, ma in realtà non sta mai sola. E’ stata adottata dal condominio".

“In differenze” è dedicato a tuo padre “che ti ha insegnato a rispettare le mani sporche perché sono mani che lavorano” e una canzone in particolare “La fatica e la pazienza” è dedicata a lui. Ma nella cartella stampa tu dici che non riesci a parlare di questa canzone. E’ ancora così.

"Sì, preferisco non parlarne. E’ lì da ascoltare".

Il problema principale che i giovani artisti o quelli non ancora arrivati alla fama incontrano una volta inciso un cd è come riuscire a farlo conoscere. Senza radio, senza passaggi televisivi. Tu come pensi di fare? Su “Scomposta” c’era una Radio version di “La decima porta”, ritieni che queste cose siano utili?…

"Mah, sì c’era, ma non è che sia stata trasmessa molto. E poi me l’hanno criticata tutti. Preferiscono tutti la versione solo pianoforte e voce (ride). No, in realtà in questo mondo dove le case discografiche indipendenti sono schiacciate dalle multinazionali e fanno quello che possono, io mi affido soprattutto sul passaparola. Mi affido tantissimo al passaparola. Io spero che qualcuno senta il disco e ne parli bene ad altri e si inneschi così una catena virtuosa. Il passaparola è l’unico modo. Poi ci sono i concerti e internet".

C’è un altro disco tuo, precedente a scomposta che non ho sentito: “Susanna Parigi” del 1996 . È davvero introvabile? Di cosa parla?

"Sì, ormai è introvabile. (ride) È ancora più carnale di “Scomposta”…

Io avrei finito. C’è qualcosa d’altro che vorresti dire?

“L’appello che ho lanciato sul mio sito. Se riconoscete al progetto un po’ di cuore e di intelligenza, non masterizzate il cd. Perché non ci sono più risorse, non ci sono più soldi. Basta finito. Non tutti i libri, non tutti i cd, non tutti i film meritano il loro costo (Spropositato, lo so). MA alcuni sì. Bisogna sapere scegliere, saper selezionare. E se una cosa ci delude si deve boicottare quella marca o quell’artista o quella catena di supermercati. Basta scegliere. Oggi è l’unico vero potere che abbiamo".

Intervista effettuata il 17-03-2004

   
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