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BiELLE INTERVISTE
Flavio Oreglio: "serve la ribellione alla musica italiana"
di Elisabetta Di Dio Russo

Flavio Oreglio è uno dei protagonisti del Festival di Mantova. Schietto e immediato come il suo modo di fare spettacolo, in questa intervista spiega l’importanza di eventi come quello di Mantova e invita gli artisti italiani ad unirsi, per creare, in perfetta sinergia, nuove realtà che possano compensare le scarse vie di comunicazione e che possano sostituirsi ai media, troppo spesso distratti e disattenti, verso molti grandi talenti che rimangono così nell’ombra, senza alcuna possibilità di essere apprezzati dal pubblico.

In questa edizione del festival di Mantova, oltre a partecipare come artista, sei anche direttore artistico di una particolare sezione all’interno della manifestazione.

"Sì, quest’anno ho proposto “Terre di mezzo”, una nuova sezione che è stata inserita nel festival. “Terre di mezzo” tratta sostanzialmente dei linguaggi di confine, di quelle contaminazioni tra musica e teatro, che riguardano la comicità ed altri linguaggi multimediali. A me interessa soprattutto l’aspetto di contaminazione e di utilizzo del linguaggio umoristico vicino a quello serio".

"Lo scorso anno a Mantova ho semplicemente presentato il mio spettacolo,“Il momento è catartico”, indicando la strada che stavo percorrendo e facendo un discorso generale sul mio percorso multimediale fatto di libri, spettacoli dal vivo, musica e dischi, anticipando l’uscita del mio primo dvd di quest’anno, che porta il nome del mio spettacolo. Vorrei però sottolineare che ci terrei a tenere distinta, la mia partecipazione alla manifestazione, dal ruolo di direttore artistico di una sezione. Partecipo al Festival di Mantova soprattutto come artista e vi avrei comunque partecipato".

Secondo te, quanto è importante per gli artisti partecipare a manifestazioni come quella di Mantova?

Credo che la musica, il teatro e lo spettacolo in genere, stiano cercando un nuovo punto di approdo, la possibilità di avere un punto di riferimento che possa costituire un momento di ritrovo annuale per poter confrontarsi, proporre cose nuove, discutere. Mantova per gli artisti è questo punto di riferimento.

Sono del parere che bisognerebbe costruirne molti di questi appuntamenti per creare una sorta di circuito alternativo a quello “ufficiale”, o al Festival di Sanremo che è l’imputato principale. Televisione e radio non danno spazio a realtà importantissime e al lavoro di molti artisti che sono presenti sul mercato. Ecco perché è importante trovare situazioni alternative dove ci sia libertà d’azione e dove non ci sia “soggezione” nei confronti dei mezzi di informazione e delle major che, con i mezzi di informazione, tal volta “ci marciano”.

In che modo si possono creare eventi come quello di Mantova?

E’ arrivato il momento in cui gli artisti devono rendersi conto che devono fare loro stessi qualcosa. Credo che occorra una sorta di “ribellione” nella musica italiana. Gli artisti dovrebbero farsi parte attiva per cercare di migliorare la situazione. Noi artisti dovremmo cercare di costruire delle cose insieme perché non si può sempre aspettare che qualcuno costruisca o abbia un’idea geniale. Bisognerebbe lavorare al di là della semplice ricerca del “soldo”.
Ci vorrebbe sinergia tra le varie realtà che, tutto sommato, la pensano allo stesso modo. Invece noto che spesso ci sono dei contrasti.

Il Festival di Mantova è letto dai media in “chiave politica”. Cosa ne pensi?

Questo è il “problema”. Ma non è che il Festival di Sanremo non sia politico! E a parte questo, penso che Sanremo sia uno “sfacelo”, indipendentemente dalla direzione, perché, comunque sia, è “il festival delle cazzate”. Penso che non si possa scindere le questioni artistiche da quelle politiche e la necessità di una manifestazione come quella di Mantova è evidente. Non si si possono continuamente tenere isolati degli artisti che stanno andando fortissimo e che se magari, fossero messi in condizioni migliori, andrebbero ancora più forte. Così come non si può far finta di non vedere quegli artisti che hanno un approccio alla musica positivo, fatto di ricerca, di voglia di dire qualcosa o di riscoprire e riproporre cose interessanti.

Quindi è giusto proporre vecchie cose, come ha fatto per esempio Massimo Bubola che ha riproposto “Tre rose”, un album che le nuove generazioni non conoscono.

Certo. Ma il problema di fondo, quello che riguarda la comunicazione, rimane. Perché se Bubola fa un’operazione del genere, ma poi nessuno sa che l’ha fatta… Il problema è la “comunicazione”. E una buona forma per comunicare è rappresentata da eventi come il Festival di Mantova. Ecco perché ci vorrebbe una sorta di rete di appuntamenti, come questo, durante l’anno: per poter creare un circuito di riferimento per gli artisti che non si avvalga necessariamente della grande visibilità televisiva. Alla gente piace seguire questi festival ed in questo modo conosce gli artisti. E credo che questo potrebbe essere un buon metodo per comunicare ed andare avanti.

Da sempre nei tuoi spettacoli porti avanti il “discorso” del “Teatro-canzone”. Molti giovani artisti sono attratti da questa forma di spettacolo. Alcuni, il giovane Giulio Casale ne è un esempio, si rifanno al Teatro canzone di Gaber. Come vedi questa “attrazione” da parte dei giovani?

E’ chiaro che nel momento in cui è morto Gaber siè creato un vuoto che adesso si sta cercando di riempire.
Trovo molto sconcertante vedere che in questo momento molti parlano di teatro-canzone. Personalmente ho sempre fatto un genere di spettacolo ispirandomi al teatro-canzone, anche quando Gaber era in vita. Però questo è un filone non facile, che è possibile seguire solo se “ci si crede veramente”, altrimenti è meglio non farlo.Dopo la morte di Gaber si è aperto questo “spiraglio”, i media, in questo caso, sono diventati molto “sensibili”, proprio perché Gaber è morto e così molti giovani artisti si sono buttati sul teatro-canzone, seguendo la scia della moda del momento. (magari domani la moda cambierà e ci si butterà su un altro genere di spettacolo) Ripeto, trovo questo sconcertante perché penso che un artista debba avere una coerenza di fondo.Nel momento in cui si va dove tira il vento si incomincia ad esser in balia di qualcosa che ha poco a che vedere con l’arte.

Dopo “Il momento è catartico” cosa c’è nel futuro di Flavio Oreglio?

Sto ultimando il discorso de “Il momento è catartico”. Fino a settembre continuerò ancora a parlare di questo, ma sto già scrivendo le canzoni e i monologhi per il nuovo spettacolo che esordirà a febbraio e che sarà anora una volta concepito con lo stile del Teatro-canzone.

Intervista effettuata il 05 giugno 2005

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