| Marco
Ongaro ha un viso schietto e sincero, di quelli che fanno subito simpatia
e ispirano fiducia. E una bella stretta di mano salda. È vero che
questo non basta, soprattutto in campo musicale, ma aiuta molto. È
una persona con cui si può parlare della “sensualità
dei cibi” e di “piatti di assoluta autorevolezza”. Se
poi aggiungiamo che queste caratteristiche si traducono in un modo di
far musica altrettanto schietto, abbiamo il disegno a tutto tondo di un
cantautore anomalo, un cantautore “su commissione” come ama
definirsi, in questa chiacchierata tutta vissuta con un sorriso sotto
i (reciproci) baffi.
“Lavoro
su commissione, sì. Come stimolo, scrivere per qualcuno che ti
ordina una cosa è intrigante. È quasi uno spunto rinascimentale.
Non mi sento pittore ma pennello e tavolozza. Se scrivo per Grazia De
Marchi scrivo cose mie che parlano di lei. L’idea di “Shakespeariana”,
invece me l’ha data il regista Paolo Valerio che più di me
aveva .in testa Shakespeare. Cleo, l’ultima canzone, l’ho
scritta a luglio dello scorso anno e prima di partire mi telefona questo
chitarrista di Verona, Roberto Cerutti. Mi chiama e mi fa: “Senti
io vorrei farti fare un disco. La formazione è questa: chitarra,
basso, batteria, organo hammond. Il gruppo si chiama La Scorta”.
Benissimo - gli ho detto - troviamo una cantante e io ti scrivo le canzoni.
E lui mi ha detto voglio: “No, io voglio la tua voce “rovinata”.
Queste esatte parole. E li mi ha convinto. Lui voleva la mia voce “rovinata”,
quindi mi sono sentito tranquillo sul tornare a cantare. Ma ho scritto
“Dio è altrove” come se fossi un autore. Ho scritto
per “quella formazione” e per “questa voce”. Ero
di nuovo un autore.Non un cantautore. Poi io sono la voce della Scorta…..”
È
un caso?
“Non è proprio un caso, ma è un approccio differente.
Una sfumatura”.
Ma sei tu
nelle cose che scrivi.
“Sì sono io, ma mi piace la sfida. Esistono dei margini di
sfida. È quello che mi piace. Il fatto che ci siano dei limiti.
Il fatto che debba scrivere qualcosa su quello che Shakespeare ha già
scritto. O su un episodio della vita della De Marchi. O sull’ecologia.
Tra 10 anni non ci sarà più acqua sul pianeta. Io svolgo
il tema, li c’è la sfida”.
Come se fossi
un giornalista?
“Ho dei limiti. Mi piace aver dei limiti. Poter vincere la sfida
all’interno di quei limiti è la sfida, quello mi stimola.
Quando mi propongono un nuovo lavoro, come primo impulso dico no. Poi
torno a casa e l’ho già scritta. Così funziona”.
E, a parte
tutto, quando scrivi sei un autore molto prolifico.
“Questo disco nuovo ha questa nascita su commissione ma devi sapere
che c’è già pronto un nuovo lavoro con Grazia de Marchi,
che ho scritto lo scorso luglio e in agosto me n’è stato
commissionato un altro, simile a Dio è altrove, su tema ecologico,
sempre dallo stesso chitarrista della Scorta. Ho scritto 16 brani per
Grazia e 13 per lui, perché quando mi si chiede qualcosa io sono
febbrile. Altrimenti il pianoforte resta chiuso, la chitarra nella custodia.
Ne esce fuori
un mosaico a molte facce, ma quali sono le musiche di Marco Ongaro?
“Se compongo alla chitarra è impossibile che non esca Dylan.
Se compongo al pianoforte ecco Paolo Conte. Se scrivo per la De Marchi
mi ritrovo tra il De Andrè e il Branduardi. Sono forse l’ultimo
in grado di definire il mio stile vocale; credo di avere varie sedimentazioni
che vengono fuori a seconda delle occasioni. Il motivo per cui mi piace
fare l’autore è che non devo pormi problemi di questo tipo.
Devo pormi il problema di far cantare gli altri”.
Ti piace
il tuo nuovo disco?
“Sì, mi piace, riconoscendo anche quello che non sono io
di quel disco. Il lavoro che ho fatto su commissione mi piace. Sono io
nei testi e nelle musiche; negli arrangiamenti non sono io, mai. Però
ne sono contento: ero appena reduce da “Shakespeariana” in
cui, sotto questo aspetto, ho sofferto moltissimo. Incidere un quartetto
d’archi con quattro archi che non si sono mai incontrati tra loro
è stata un esperienza terribile. Ci sono musicisti che non si sono
mai conosciuti in quel disco e che suonano nella stessa canzone!”
“Dio
è altrove” è tutta un’altra cosa. A parte che
in certi momenti suona come se fosse in presa diretta. Addirittura in
certi momenti ti dà l’idea del work in progress, di qualcosa
non rifinita, interrotta a un certo punto. Sbozzata, ma non ultimata,
ma forse questo è un po’ nel tuo stile. E lo dico come pregio
del lavoro, sia ben chiaro, non come critica.
“Dio è altrove”, la canzone, a parte il fatto che è
ovvio che per me è perfetta così (sorride mentre si brinda
con un bicchiere di Ripasso dal titanico splendore), aveva lo spunto più
che altro nell’emozione. Questa sorta di eresia nel fatto che Dio
se ne sia andato altrove. L’inizio è una storia ebraica di
un rabbino in Polonia che nella sua sinagoga trova Dio seduto. “Signore
cosa fai qui? Gli chiede. “Non ti immagini quanto io sia stanco”.Il
concetto dell’eresia è che Dio sia andato in un luogo così
disperso dell’universo in modo da non sentire niente di quello che
succede qui e che i messaggeri ci mettano così tanto ad arrivare
e a riportare le notizie che qualcosa sarebbe inevitabilmente cambiato
nel frattempo, ma lui non se ne preoccupa più.
E la “title
track” è infatti il brano più di presa di tutto il
disco,
“Ho imparato dopo molti anni ad aprire il disco con un pezzo “forte”.
Il motivo dei ringraziamenti del disco ha a che fare proprio con la scrittura
in quel mese. Sono passato prima da Lecce dove c’era Max Manfredi,
mi sono fermato a casa di Alessio Lega, abbiamo suonato per tre giorni
poi sono andato in Calabria, sono arrivato caricatissimo. La prima canzone
che ho scritto è stata Il Conte Max da Genova”
Quello con
le dita insanguinate…
“Esatto. Gandalf Foschini è chi mi trascrive le musiche perché
io possa depositarle in SIAE, Ferdinando Dolfo è l’autore
del primo progetto di copertina. George Steiner ha scritto “Morte
della tragedia” che stavo leggendo in quel mese, il libro in cui
si parla dell’eresia del Dio che è altrove. Nicola Nicolis
è un cantautore veronese decano, “nonno” lo chiamano,
che mi ha prestato il libro “Morte della tragedia”. Iole e
Gaetano Mazzone mi hanno ospitato in Calabria. Poi c’è mio
fratello: il fratello del cantautore come ha detto Micocci. Mi fa: “Tu
come campi?” “Ho un fratello che mi aiuta”. “Il
fratello del cantautore! Anche Tenco ne aveva uno!”. Ora fa il fotolito
e mi prepara tutti gli impianti delle copertine.
Quindi ora
sei soprattutto un autore. Ma nei primi dischi ti sentivi cantautore?
“Sì, li scrivevo senza un progetto. Apparentemente le cose
che mi venivano fuori da sole. Vado al Tenco nell’82 ottengo un
discreto successo. Il fatto è che il Tenco allora aveva un paio
di giornali che scrivevano sulla manifestazione. Soprattutto la prima
sera. Poi mi sono reso conto che effettivamente la discografia non era
aperta a nuovi dischi di cantautori emergenti. Lucio Quarantotto ha vinto
nell’84 e poi fino all’87 non è esistita una targa
per opera prima. Perché non esistevano opera prime! Però
c’era questa dance-music, disco-music. Anni ’82-83. Mi ricordo
che anche qui è partito tutto con una commissione (eccoci che ci
risiamo con le commissioni). Il tizio che me l’ha commissionata
mi ha dato una cassetta e mi ha detto “Tu sapresti fare un brano
come questo”. Era un brano dei Twins, un gruppo tedesco. Dopo un’ora
gliel’ho consegnata la canzone. Arrangiata in modo identico. Ma
la mia era più bella e cercava di dire cose intelligenti. E così
è nato il mio alter-ego: O’gar, l’autore di disco-music.
Ma cercavo comunque di dire cose intelligenti. Per questo poi O’gar
è morto a Parigi nell’86. Per quanto cercasse di dire cose
intelligenti le diceva in inglese a gente che l’inglese non capiva.
Ha avuto successo in Spagna!
E a quel
punto sei partito coi dischi a tuo nome.
“Sì, il primo disco è dell’87. Che ho dovuto
forzare, perché ancora c’era questo blocco ai nuovi cantautori.
Figurano tutti nei ringraziamenti del primo disco; tutti quelli che non
mi hanno preso. Vincenzo Micocci, Lilli Greco, Sandro Colombini …
Per cui ho detto a Venturiero che prima era il mio agente che cercava
di procurarmi una casa discografica e che nel frattempo aveva fondato
una sua etichetta, di farmi fare il disco. Venturiero era rimasto fuori
alla mia esperienza di O’gar che sarebbe stata l’unica avventura
in comune che gli avrebbe fruttato dei soldi in tutta la nostra carriera
unità. Con me ci ha solo rimesso. Però è un collezionista
privato. È una questione affettiva. Lui deve avere tutto quello
che faccio. È una questione maniacale. Del primo disco mi ha detto:
“Di questo disco non verrà mai trasmessa una canzone in nessuna
radio” E il giorno stesso l’ha pubblicato. Se non è
collezionismo questo!”
Ma dopo l’esordio
più o meno faticato ci sono stati i sette anni di silenzio. Perché?
“Nel ’90 a fatica, quando cominciavano di nuovo ad uscire
i cantautori, con lentezza terribile siamo riusciti a buttar fuori “Sono
bello dentro”. Che è coinciso con l’incisione del Vino
di Ciampi al Teatro Argentina, forse il massimo successo che abbia avuto.
Da lì ho inciso “Archivio Postumia” nello stesso anno,
con un gruppo, ed è l’unico disco che ho arrangiato completamente
io.
Nel ’91 “Eptalogia” che è un altro progetto che
avevo in mente. E la Rosso di Sera non li ha pubblicati. “Archivio
Postumia” lo sapevo che non sarebbe potuto essere pubblicato prima
di 10 anni. Per questo gli ho dato quel titolo. Suona ’90, ma con
strumenti non datati. Poi ho fondato un gruppo: Le vittime del sesso,
una rock-band con cui ho girato un paio di mesi. A quel punto non avevo
più voglia neanch’io di pubblicare “Eptalogia”
che era di stampo più jazzistico. Nel ’95 finalmente riesco
ad uscire con il disco successivo: “Certi sogni non si avverano”
ma a quel punto ero stufo dell’ambiente e mi sembrava un modo di
concludere perfetto. Esce il disco e io invece di promuoverlo mi ritiro,
altra prova di affetto del mio editore”.
Ma gradatamente,
a forza di dischi su commissione, sei tornato.
“Questo disco è più rock dei precedenti perché
mi è stato commissionato da un chitarrista rock. Ha una fender
del ’68 in casa! Mentre Luca Olivieri ha vinto a Memphis la gara
per i migliori Elvis”.
Si respira
un aria vintage tra i solchi del tuo disco
“Ce l’hanno detto. L’arrangiatore fa a Cerutti: “Hai
fatto bene a stare fermo trent’anni perché adesso sei tornato
di moda!”. I ragazzi cresciuti coi suoni di plastica non li sopportano
più e adesso riscoprono la chitarra di Hendrix.
Ogni disco
una storia, completamente diversa.
“E paradossalmente abbiamo cercato di allontanarci dai riferimenti
. Ma Dio è altrove suona come Like a Rolling Stone. La chitarra
e l’hammond fanno lo stesso gioco. Così come Ginevra richiama
Neil Young e così abbiamo inserito l’armonica a bocca, perché
non ci nascondiamo. Lo facciamo proprio così, come deve essere
il riferimento. È un disco ricco anche di citazioni italiane. L’assolo
in mezzo a L’infermiere è degno di Solieri, il chitarrista
di Vasco Rossi. Una canzone che ho scritto la De Marchi, Colombo, diceva:
“ho passato metà della mia vita a cercare di non somigliare”,
ma è quasi impossibile. Se non somigli a uno somigli all’altro.
L’importante è rivendicarlo, non nasconderlo”.
Intervista
effettuata il 17-11-2002
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