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BiELLE INTERVISTE
Lorenzo Monguzzi (Mercanti di Liquore)
di Lucia Carenini

Poco dopo l'uscita di "Che cosa te ne fai di un titolo" abbiamo avuto l'occasione di fare una lunga chiacchierata con Lorenzo Monguzzi. Abbiamo parlato del nuovo disco, ma non solo. Lorenzo ci ha infatti raccontato della maniera di affrontare la creazione di un disco, delle scelte musicali dei Mercanti, della lezione di de André e dell'esperienza con Marco Paolini. Vi invitiamo a seguirci in questa "cavalcata".

La prima cosa che si nota ascoltando "Che cosa te ne fai di un titolo" è la differenza di atmosfera rispetto al lavoro precedente. Ci sono meno chitarre e fisarmoniche ritmate e gitane, arrangiamenti più complessi e curati. C’è spazio per archi, fiati, pianoforte. Insomma, il sound ha perso un po’ della sua solarità e della sua energia, a favore di toni più sfumati, più cesellati, in chiaroscuro. Il risultato è sicuramente positivo e si traduce in una scelta coraggiosa di mettersi in discussione, di evitare di riciclarsi. Ed è un bel passo avanti. Sei d’accordo con queste riflessioni? E ci spieghi il perché di questa scelta, di questa evoluzione?
Il tentativo è proprio quello. In realtà non abbiamo mai avuto una direzione artistica a priori del tipo “adesso dopo questo disco faremo un altro disco con altre sonorità”. È una cosa che arriva più probabilmente da tanti fattori che si sommano e credo che sarebbe stato molto più preoccupante se questo disco avesse suonato come il precedente. Sarebbe stato allarmante, perché quando succede così è il segnale che sono un po’ finite le pile, che non c’è più molta energia, molta voglia di mettersi in discussione e di farsi portare dalle suggestioni che capti intorno a te. Se il disco nuovo "suona diverso" è un po’ anche perché noi siamo cambiati, spero in meglio… noi ci autoproduciamo anche dal punto di vista artistico, quindi non ci sono arrangiatori. C’è qualche collaborazione, ma alla pari, ossia non c’è qualcuno che coordina e dirige. Quindi è una cosa in più, oltre al fatto di scrivere i pezzi e suonarli. E spero che nel prossimo lavoro si migliori ancora.
Anche la capacità di stare in studio, di fare l’arrangiamento di un pezzo, di inserire qualche preziosità sonora in una canzone sicuramente si è modificata da “La musica dei poveri” ad oggi perché abbiamo ascoltato tantissime cose e abbiamo lavorato molto in studio, anche partecipando attivamente al lavoro di altri artisti, come i Terramare e Stefano Vergani.
Sicuramente la possibilità di lavorare in studio ti arricchisce, ti mette in discussione, ti fa venire voglia di cercare di allargare un po' il tuo habitat musicale. La differenza di sonorità è dovuta anche a questo approccio, a questa intenzione, che mi auguro non sarà più la stessa tra un mese, anche se si rischia di fare qualche puttanata, me ne rendo conto. Però credo davvero che sia l’intenzione giusta. Proporre una cosa solo perché sai che ha funzionato precedentemente è un atteggiamento sbagliato, falso, ipocrita verso chi ti ascolterà. Anche se a volte la gente è molto più conservatrice di quanto si pensi…


Lorenzo Monguzzi - foto di Marina

Quindi non avete il timore di disorientare il pubblico, di spiazzarlo?
No, il nostro è un pubblico sufficientemente intelligente per non essere spiazzato da queste cose.

Anche nei testi abbiamo trovato un salto di qualità. Rimane la semplicità di base ma c’è un uso più ricercato e preciso del linguaggio mantenendo però la scelta della via narrativa a favore della lirica. Ci sono le storie, l’impegno politico-sociale, la satira. È il frutto della lezione di Mastro De André integrata dall’esperienza con Mastro Paolini?
Il lavoro fatto con Paolini ha influito sicuramente tanto. Ma anche questo è naturale. Se devo immaginare cosa mi succede quando scrivo un testo, mi sento una sorta di spugna. Per poter scrivere, o per poter cercare di tradurre delle sensazioni in versi o in una canzone credo che si debbano immagazzinare tantissime cose. Bisogna avere una grande curiosità e magari aver la fortuna di trovare qualche giacimento di stimoli e di cose preziose e belle. Sotto questo punto di vista Marco Paolini è una vera miniera d’oro. Poi, dopo un po’ diventa una cosa più normale... (ride). Scoprire di riuscire a scrivere una canzone insieme a Paolini e farlo veramente a quattro mani perché c’è un rispetto reciproco e un piacere reciproco nel farlo è stata una grande soddisfazione. Ossia è stato molto più bello che all’inizio, quando ero totalmente devoto, pendevo dalle sue labbra, ascoltavo tutto quello che diceva e lo traducevo in canzone. Tornando al discorso di quanto ci abbia influenzato, credo che abbia fatto tantissimo per ognuno di noi tre, anche se in modo diverso. A me ha in qualche modo rotto un sacco di barriere.
Marco è una persona decisamente destrutturante: arriva in una situazione e la demolisce. Però poi dice “Adesso ci mettiamo qua tutti insieme” – e questa è la cosa bella, non dice adesso io ricostruisco, ché sarebbe già finito il rapporto di collaborazione – “e se vi va proviamo a ricostruirla un po’ meglio” mettendosi in discussione per primo. La sua lezione più grande forse è stata questa, anche se è più teorica che pratica: il fatto che non ci sia niente che vada rispettato necessariamente solo perché “bisogna fare così”. Ogni cosa deve essere giustificata e se c’è una forma, un modo che funziona meglio, che arriva di più a chi ascolta o che ci diverte di più nel farlo, va assolutamente preferito a quello precedente. È una continua ricerca, un continuo mettere in ballo tutto quanto. Ed è la prerogativa di quelli bravi, dei grandi comunicatori.
In "Che cosa te ne fai di un titolo" c’è un inizio di questo discorso, anche abbiamo avuto come al solito dei tempi incredibilmente stretti, perché come succede sempre c’è un anno e te la prendi con calma, poi ci sono sei mesi e poi ce ne sono due e finisci a far tutto di corsa... Un esempio di questo approccio sta nell’ultima canzone, quella sulla pena di morte. Quando abbiamo fatto "La musica dei poveri", non avrei mai immaginato di poter fare un pezzo del genere, perché non è una canzone, perché non c’è granché rispetto a quello che sono i canoni della comunicazione sonora. È una cosa che esce un po’ dai canoni, almeno dai nostri. In realtà non c’è nulla di così sensazionale o nuovo, però è qualcosa che fino a poco tempo fa non rientrava nelle nostre competenze: un recitativo, e poi così scura… Ecco penso che siano le prime conseguenze di quello che abbiamo captato dal lavorare soprattutto con Marco, ma anche dal farlo in ambiti dove ti puoi concedere anche qualche cosa di più. Suonando nei locali – con tutto il rispetto, perché sono i posti che ci hanno permesso di crescere – quando fai una canzone che non sta almeno a un tot decibel non si sente nulla e certe finezze espressive non te le puoi permettere. Invece in un ambito teatrale o comunque più sperimentale, capisci che puoi fare un sacco di altre cose diverse da quelle a cui sei abituato.


Lorenzo Monguzzi
foto di Andrea Palmieri

Un’altra lezione importante è stata sicuramente quella di De André. La cosa bella è che voi non vi siete fermati alla posizione relativamente comoda di tribute band, ma vi siete messi in discussione, siete andati avanti sulla sua strada. Sto pensando a brani come "Senza titolo" o "Il suddito peggiore". Che ci dici su questo tema?
L’influenza di De André mi ha colpito prestissimo, prima ancora che per gli argomenti trattati, per la tonalità della voce, in modo molto viscerale e poco tecnico. La maniera che aveva lui di usare la voce, di scandire le parole in modo preciso, definito, mi è sempre piaciuta tantissimo, mi ha fatto pensare, sognare, fare miliardi di cose. La sento proprio come un grosso pezzo di quello che è il mio modo di approcciarmi alla musica. Però anche per questo, da un po’ di tempo noi abbiamo un atteggiamento non dico polemico - perché spesso le polemiche servono ad avere attenzione quando ti manca e non vorremmo mai usare la questione De André per finalità così bieche - ma ogni volta che siamo stati invitati a partecipare all’omaggio-convegno-tributo di turno, gentilmente abbiamo preferito declinare, perché riflettendo, se devo dire in poche parole cosa mi ha lasciato addosso di forte il conoscere le canzoni di De André è proprio quel gusto anarchico del fare e del dire, che è una cosa che mal si concilia con l’andare poi a ricantarsela e a ridirsela.
Per cui ad un certo punto, ne siamo usciti. E non è stato facile, perché noi da autodidatti e autogestiti del live siamo entrati nei salotti buoni della musica anche grazie a queste cose, ma uscirne ci ha fatto molto bene in fatto di carattere e di autostima e ci ha riportato in una dimensione molto più nostra. Entrando in quel giro avremmo forse avuto qualche facilità in più a farci conoscere, ma così non saremmo stati noi; saremmo stati gli esecutori di qualcun altro. Con tutto il rispetto del caso, ma questo è il ragionamento che abbiamo fatto. Fare tutto un concerto su De André può essere divertente, ma una volta all’anno. Prima lo facevamo proprio con passione, con entusiasmo. Adesso sarebbe un po’ come fare il liscio. Ma credo che sia questo l’essere in sintonia con la sua lezione: quello che mi ha cambiato la vita di musicista è stato scoprire che in una canzone ci possono stare delle cose belle e importanti, a condizione che uno si metta lì e prenda il tempo necessario per scriverlo. Si può andare in profondità, ci si può avvicinare alla letteratura e alla poesia. E questa non è una lezione da poco e per me è stato come dire: scrivi! Non è necessario che nelle canzoni ci siano solo stupidaggini e facili rime, fare canzoni può essere importante nella vita di un autore; è un’arte di pari dignità alle altre, è una cosa che va coltivata. Per questo disco ho passato notti insonni a cercare le parole giuste che al momento non avevo in testa. E credo che anche De André facesse così.

E questo lavoro di cesello esce chiaro e forte... Torniamo al modo di porgere la voce: una caratteristica diversa da qualunque altro gruppo italiano - potrei dire sullo stile di JJ Cale. È il modo di portare la voce come se fosse sempre in secondo piano. Tutto questo sul disco è ben evidente; un po’ meno dal vivo. Ti ci ritrovi, sei d’accordo o sono invece soltanto problemi di fonico?
No, sono cose abbastanza volute, nel senso che io sotto sotto sono una persona abbastanza riservata, faccio fatica a sentirmi troppo davanti nella musica. Mi piace di più sentirmi parte di un tutto e c’è sempre stata la lotta tra me e gli altri, soprattutto il fonico che ormai è quasi il quarto componente del gruppo, che vogliono alzare, mentre io sostengo che basta che si capiscano le parole. È un mio atteggiamento mentale, forse dipende dal non reputarsi così interessante da dover essere a tutti i costi davanti a tutti e a tutto. Ci sono le parole che dico che già bastano.

Questo modo di porgere la voce comunque è molto interessante, perché forse paradossalmente ti spinge ad ascoltarle meglio, le parole… e le vostre sono parole che vanno ascoltate
Beh, mi fa piacere… anche a me piace sentirle così le cose, poi tanto se ti scappa una parola te la recuperi. L’importante è che arrivi la suggestione complessiva, ed è su questo che cerco di lavorare.


I Mercanti in concerto - foto di Andrea Palmieri

Durante una presentazione hai detto che uno dei temi portanti del disco è la pazienza, e questo si capisce anche dalla durata delle canzoni. Indubbiamente la scelta della linea narrativa implica il prendersi il tempo di narrare. Vuoi parlarcene?
Anche questa è una scelta che tocca da una parte il disertare le strade della musica italiana che va per la maggiore e dall’altra il coraggio di chiedere a chi ci ascolta di capire, di aver voglia di perdere quei sette minuti di durata della canzone che nella logica di oggi, in cui deve essere tutto il più veloce e sintetico possibile, dal cibo a tutto il resto, è un’assurdità. Però penso che sia un buon modo per raccontare, è una suggestione anche quella. Io faccio fatica a volte a fare il contrario. Ci sono canzoni in cui le classiche tre strofe-due ritornelli mi sembrano veramente poco. È’ come abbozzare un discorso senza poi sviscerarlo. E allora per certi pezzi come “Senza titolo” e anche “La chiesa di Bellusco”, non riuscivo a farla corta. Così, una volta superato il fatidico limite abbiamo deciso che anche se lo si superava abbondantemente a quel punto non avrebbe fatto molta differenza. E allora forse valeva la pena di togliersi lo sfizio narrativo fino in fondo. In entrambi i pezzi c’erano delle strofe che si sarebbero potute levare e in qualche modo il discorso sarebbe filato lo stesso, ma mi sembrava un peccato. Come togliere una decorazione da una torta: non è indispensabile, ma ci sta bene e la completa, fa la sua parte.
Quando ancora davamo retta alle indicazioni dei discografici un discorso simile non sarebbe mai potuto passare. Dicevano che la durata giusta di un pezzo è di tre minuti e mezzo. Cinque minuti sono già tantissimi e da lì in poi solo i folli. Per cui, memori di queste cose, sette ci sembrava un’esagerazione. Poi ci siamo guardati e ci siamo detti che l’avevamo scritta così e alla fine l’onestà magari paga e che se era venuta in questo modo era giusto che così rimanesse.

I riferimenti delle vostre storie, anche quelle che hanno una tematica politica spiccata non sono mai diretti. Tu sei convinto che la forma metaforica abbia più presa, arrivi meglio al cuore della gente?
Sicuramente. Questa è una cosa di cui mi capita spesso di parlare. Il nostro pubblico è molto particolare: va dai sei agli ottant’anni - e ne siamo molto orgogliosi. La fascia che va dai 18 ai 25 molto spesso è composta da persone che hanno addosso un desiderio di ribellione e di appartenenza a un gruppo. Cosa che io rispetto, ma di cui non condivido il bisogno di slogan o di “cantarcela tutti insieme questa”. E’ bello, è una sorta di liturgia che si può fare: ogni tanto anche ai nostri concerti ci scappa un Bella Ciao fatta tutti assieme, però è bello quando ci sono cose che significano qualcosa. Ma vale solo se una cosa la senti davvero, allora mi sembra onesto cantarla. Non così, tanto per…

Piero - foto di Andrea Palmieri
Quello che invece è la produzione, lo scrivere delle cose nuove, deve sforzarsi di uscire da questi luoghi comuni, per quanto condivisibili siano. Ci sono questioni su cui penso che la gente con cui ho a che fare, con cui vivo, il pubblico che ci viene a sentire, siamo tutti d’accordo. Benissimo. La guerra è una schifezza, l’America sta facendo delle cose orribili… tante cose che possiamo dirci. Però dirle così come sono è un po’ come leggere un qualsiasi resoconto su un quotidiano o su un settimanale che abbia un po’ di obiettività. Ci vuole un valore aggiunto, dire che effetto fa a te sentire queste cose. Allora già può essere interessante messo in una canzone. Se no mi puzza, mi diventa una sorta di specchietto per le allodole. A me non interessa avere il ragazzino che fa il pugno chiuso. Se lo fa, non mi dà nessun fastidio, però non è quello che cerco. Io non voglio essere il portavoce di questa ribellione che finito il concerto è finita, perché mi sembra ridicola. Lo slogan, il rito di massa è molto facile, ma poi ognuno nella sua individualità, nel suo momento successivo, torna ad essere esattamente il povero pirla che era prima. Ed è lì che bisognerebbe andare a scavare e modificare, se davvero uno pensa di poter crescere. Quindi dico: "non cantiamo le solite cose per tirarci sul morale, ma vediamo di essere un pochettino più profondi in quello che facciamo, e questo sicuramente ci renderà meno vulnerabili sotto tanti aspetti".

A proposito di cose profonde, Sputi era nato prima come spettacolo e poi come disco, quindi aveva una traccia profonda - anzi in realtà ce n'erano due, l'acqua e la resistenza - da seguire. C'è una traccia profonda in "Che cosa te ne fai di un titolo", o sono solo pezzi, come direbbe de Gregori?
Qui mi metti in difficoltà, perché in realtà anche il titolo - che è provocatoriamente presso da una poesia di Bukowsky che che m'era piaciuta tantissimo - per noi sta a significare che non sempre - e questa è un'altra cosa che penso di aver mutuato da Paolini e dal modo in cui si aggira - è necessario avere un prodotto che abbia una sua identità, che abbia un titolo che lo descrive, un contenitore che sia ben fatto, ben costruito e ben usufruibile. Questa cosa ci è stata insegnata per finalità che non sono poi così nostre - intendo come gente che ama la musica o che ama ascoltarla. Sono cose più relative a logiche di mercato: avere un titolo che sia forte, una copertina che sullo scaffale si deve vedere. Il mettere in discussione tutto questo, o anche il fatto che ci sia una sorta di filo conduttore - il che poi non è necessariamente negativo, ci sono anche cose molto artistiche che hanno avuto - è un modo per dire che sono delle storie, che è un percorso di canzoni e basta. È inutile inventarmi quello che non c'è, mi voglio sottrarre a questo obbligo di dover trovare necessariamente una sorta di collegamento, delle affinità che non ci sono. Sono canzoni che ci piacevano.
Ne abbiamo scritte altre e abbiamo scelto erano quelle che ci piacevano di più. Ci sembrava che facessero venire in mente qualcosa, dessero delle sansazioni ed emozionassero in qualche modo. Ed è già tanto, per stavolta non serve altro. Con "La musica dei Poveri" c'era un filo conduttore, perché la canzone stessa era il collante, il manifesto di tutto il lavoro. Questo disco è più una cosa più variegata, ci sono canzoni anche distanti l'una dall'altra. Quindi una traccia profonda non saprei proprio trovarla. Ma va bene così.

A che livello i vari mercanti collaborano alla realizzazione dei brani? I testi sono tutti tuoi ma le musiche sono più suddivise vero?
Sì, ad eccezione di L'Italia, che è una rielaborazione fatta insieme su un vecchio testo di Marco Paolini, e della Semiautomatica, che abbiamo scritto io e Stefano Vergani. E ci siamo anche divertiti come dei pazzi a farlo...
P er le musiche e il discorso è più diviso. Ma va anche molto a periodi. Abbiamo un approccio alla musica molto libero e istintivo, nel senso che ognuno porta un po' quello che lo riguarda. Molti prezzi sono stati scritti più o meno insieme, altri singolarmente. Poi a volte riusciamo ancora a fare quella cosa magica e strana di mettersi lì e comporre insieme... per esempio per l'Italia è stata così la parte musicale: ci siamo messi tutti e tre su un abbozzo di testo e abbiamo iniziato a delirare musicandola in modi diversi.
A volte invece ognuno va in una direzione tutta sua, e cerca di portarsi gli altri dietro "di qua di qua facciamo così... " Quindi qualcosa è fatto veramente in modo corale, altro invece nasce da idee, spunti stimoli che vengono portati e condivisi. Quello che mi piace e su cui siamo tutti e tre molto d'accordo è che noi siamo in funzione della canzone per cui ci sono delle ripartizioni diverse a seconda dei casi. Ad esempio in questo disco Simone ha suonato un po' meno perché la direzione musicale dei prezzi ha preso strade che lui conosce un po' meno o comunque suona meno. Però per lui non è stato assolutamente un problema, perché non c'è nessun tipo di protagonismo musicale da parte di nessuno di noi tre. E anche questo porta a quello che dicevamo all'inizio, cioè che a volte e fai fatica a riconoscerci. Ti chiedi ma questi sono loro? Perché a volte c'è questa capacità mimetica. Ricordo che nella musica dei poveri ci divertiva metterci a trovare assonanze che so, con Manu Chao; in questo disco invece ci sono riferimenti più rock o comunque diversi, che ci piacciono e che grazie al cielo ogni tanto riusciamo anche a fare in modo convincente. Però tra noi è chiaro che la personalità musicale e lo stile di ognuno si può benissimo sacrificare se la canzone lo richiede.


Simone Spreafico - foto di Andrea Palmieri

Hai accennato a Stefano Vergani. È uno degli ospiti nel disco vero? Con Michela Olleari
Sì anche se poi nei crediti, come avete già notato c'è un errore. Ma lo sapevo che qualcosa di storto capita sempre: abbiamo cambiato l'ordine della track-list ma non abbiamo aggiornato i crediti, che erano giusti sulla vecchia versione.

Capitolo produzione. oltre che autori e produttori in proprio, vi occupate anche della produzione di altri gruppi, come i Terramare, che hanno fatto uno splendido esordio lo scorso anno. Avete in programma altre iniziative simili? State lavorando con altri gruppi? Continuerete con loro? Cosa c'è in questa parte del vostro futuro?
Faccio un velocissimo cappello introduttivo. L'idea di produrre altri artisti è una cosa abbastanza recente. Diversi anni fa stavamo cercando una sala prove e per una serie di circostanze abbastanza fortuite, ci siamo trovati, ironia della sorte, ad Arcore e abbiamo scovato questa palazzina di cui ci siamo innamorati. Col tempo e, piano piano, investimentino dopo investimentino, siamo riusciti a creare uno studio di registrazione che oggi è professionale. Posso dirlo serenamente. Ora ovviamente la struttura, essendo stata costruita ed essendo gestita giorno per giorno ha una serie di problemi di costi, perché è grande e quindi non abbiamo ancora avuto la possibilità di poterci dedicare a investimenti sul futuro. Quindi possiamo dedicarci alla produzione solo in certe situazioni e con persone di cui siamo fermamente convinti.
Per adesso l'abbiamo fatto con i Terramare e con Stefano Vergani, anche se in realtà si tratta di una co-produzione. A me però piacerebbe tanto far crescere l'idea dopo queste prime realtà, in modo da creare un vero e proprio ambito musicale, una sorta di consorzio di musicisti. Spesso e volentieri ci si trova con altri musicisti che dopo vari percorsi nella discografia "ufficiale" sono schifati e non ne vogliono più sapere. E allora dico: " facciamoci noi una realtà che sia trasparente. Dove sia chiaro che una certa cosa costa tot. Noi possiamo mettere lo studio, altri possono mettere qualcos'altro. Unioamo le forze, facciamo il disco e vediamo come va". Mi piacerebbe poi creare un ambito che sia in grado di prodursi, di gestirsi dal punto di vista artistico, ma che sia anche in grado di contaminarsi, ossia di fare cose insieme, ma farle per il gusto. Un gruppo di artisti che collaborano perché si stimano reciprocamente perché gli fa piacere, perché è un arricchimento. Non per un puro discorso commerciale del tipo "Io vendo un po' più di te, allora faccio una cosa con te così ti tiro su di qualche migliaio di copie". Basta con queste cose. Noi vorremmo avere una sorta di movimento musicale, non so come dire, forse è presuntuoso però mi piacerebbe che fosse così.


Lorenzo Monguzzi - foto di Andrea Palmieri

Come ascoltatori, ai Mercanti che musica piace? Cosa ascoltate per svago? E quali sono state le vostre pietre miliari, i dischi ascoltando i quali vi siete detti: "ecco cosa farò da grande"?
Beh, qui posso parlare solo per me perché su questo tema siamo spesso molto diversi, anche se tutti ascoltiamo un po' di tutto e questo mi fa molto piacere. Piero arriva dalla classica, è diplomato in pianoforte ed è l'unico di noi che sa chi è Berlioz... Simone ha avuto un'infatuazione profonda per la musica spagnola e latina in generale e brasiliana. Ogni tanto ancora adesso si mette lì a suonare Chico Buarque e cose simili. Io sono più un rocchettaro, almeno di nascita. Ho ascoltato di tutto: dai Clash a Peter Gabriel. Però direi che Johnny Cash è uno che ci mette d'accordo tutti. Gli ultimi dischi di Cash sono meravigliosi. Con questa voce rotta ormai, vecchia, a rifare pezzi come Redemption Song di Bob Marley... Un disco che ci ha cambiato non la vita, ma l'approccio al come pensare di fare musica si, è stato proprio "American Free" di Johnny Cash, quello di Solitary man, che intanto è prodotto da Rick Rooving, quello che ha inventato i Red Hot Chili Peppers e anche i Radiohead mi sembra, ed è uno che ha una testolina mica male. È un disco fatto tutto con le chitarre, molto minimale. Chitarra acustica e slide, pianoforte, qualche organino ogni tanto e la voce di Cash che lega tutto. Dal punto di vista stilistico e dell'arrangiamento l'abbiamo proprio divorato.
Poi se penso alle cose passate, come non nominare "La buona novella"... secondo me è uno dei dischi più belli del mondo. Forse più per i testi che per la musica, ma credo che con dei testi così anche la musica poi ti piace qualsiasi essa sia.
Passando al periodo più recente, tra gli italiani ascolto spesso e volentieri Daniele Silvestri. Anche se ha un approccio abbastanza leggero è molto intelligente in quello che fa. Io preferisco una leggerezza intelligente che una pesante ostentazione. Poi ascolto veramente di tutto... ecco probabilmente sto invecchiando... non riesco più ascoltare metal o cose troppo violente. Ne sento un pezzo poi mi stufo, mi dà fastidio, mentre da ragazzino mi piaceva. Ho tolto le cose più violente, quelle che devi avere addosso un sacco di ormoni per riuscire a gestirtele... Poi mi piace cercare di capire - magari questa è più una cosa lavorativa che di gusto - qual è l'elemento particolare che c'è anche in generi molto diversi. Se percepisci che c'è qualcosa di buono che arriva, allora è molto interessante vedere dov'è e cos'è. A volte è la ritmica, a volte la voce che cantando in un certo modo porta un valore aggiunto. Riesco ad appassionarmi abbastanza facilmente anche genere molto diversi.


I Mercanti in concerto - foto di Andrea Palmieri

E farete questo da grandi? Intendo dire, l'attività musicale paga sufficientemente per essere l'unica professione? O fate anche altro nella vita?
Questa è una cosa che mi fa sorridere... mi raccontava un mio amico napoletano che a Napoli non puoi dire che fai il musicista, perché ti viene immediatamente risposto "sì, vabbuo' ma che fai per vivere?"

Che poi è il tema della canzone di Carlo Fava cofani e portiere....
Si, è bellissima e non per altro è cantata con l'intonazione napoletana. Noi facciamo ormai da diversi anni praticamente solo questo. Fino a poco tempo fa arrotondavamo con lezioni di chitarra e di pianoforte. Io e Piero non facciamo più neanche quelle, Simone dà ancora qualche lezione di chitarra, ma poca roba. Ormai ringraziando il cielo riusciamo a mantenerci con la nostra musica. E la sensazione è buona perché fino a 4-5 anni fa ci riuscivamo facendo venti concerti in un mese pagati pochissimo. Adesso il segnale che sta andando bene arriva dal fatto che ne facciamo meno eppure riusciamo a campare lo stesso. Direi che va benissimo così.

Vogliamo provare a commentare una per una le canzoni del disco?
Volentieri.

"Non siamo mai stati sulla luna" noi l'abbiamo trovata una canzone manifesto del nuovo stile...
Anche per me ha quel significato, anche se è stata fatta molto prima delle altre. Infatti ne avevamo fatto anche un singolo. Ci era stato chiesto se potevamo fare qualcosa per anticipare il il disco e quel pezzo era quello più avanti, così abbiamo fatto un singolo con tre pezzi uguali, una provocazione con un remix, una cosa un po' strana. C'è un po' questa valenza anche se poi è diventata in tutto per tutto una canzone del disco. Forse non si dovrebbe dire, ma la realtà e quella, quindi lo dico: noi lo pensavamo come un pezzo importantissimo, invece poi è stato superato, almeno secondo me, da altre cose che sono venute fuori ancora con più forza. Lì si era un po' sullo stile della musica dei poveri, un parlare con discorsi vagamente profetici, sempre però conditi da una buona dose di autoironia. L'idea comunque è vecchia, ci sono molti studiosi o presunti tali che sostengono che non ci siamo mai arrivati così in alto, che non abbiamo mai messo piede sulla luna, e questo fatto aveva un evidentissimo appeal per metafore varie.

"L'uomo che non dorme mai". Più impegnata, con toni più malinconici...
Si, l'uomo che non dorme male è un elogio alla sensibilità. Ritengo che ci siano delle differenze, a volte mi chiedo se l'essere umano è uno solo o ci sono diverse -non diciamo razze che è brutto - però ci sono diversi stampi totalmente diversi. Ci sono persone che distruggono tantissime cose in un secondo e non hanno il benché minimo problema, ci sono persone che passano la vita per salvare un pezzettino di qualcosa e che soffrono per tutto quello che non funziona. Faccio fatica a considerarle come parti appartenenti alla stessa specie. E quindi, sì, la definirei un elogio alla sensibilità, che forse è quella che ci sta salvando.

"Senza titolo"
Sono molto affezionato a canzoni come questa perché sono canzoni di che escono di getto. Sono quelle che hai dentro e che ti stupiscono quando le dici. Mi è successo due volte che io ricordi così bene: con Lombardia e con questa. Lombardia era un raccontare la nostra esperienza, Senza titolo è più una cosa mia, ti fermi un attimo e fai un bilancio degli anni passati e un'idea di come ti aspetti che andrà avanti la faccenda. È una riflessione esistenziale, chiamiamola così. È sicuramente il pezzo che mi piace di più.

"Il suddito peggiore". È una prosecuzione della strada intrapresa con "Cecco il mugnaio"?
Esatto. Parte da una riflessione che mi era venuta in mente mentre sentivo alla radio le solite notizie allarmanti che ormai sono all'ordine del giorno. Pensavo che stanno facendo di tutto, ma veramente di tutto per farci sentire il meno cittadini possibile. Non si fa più leva sul senso di responsabilità con cui si fa crescere un popolo, ma è come se dichiarassero "Voi siete dei sudditi, e in quanto tali, ogni volta che sbagliate noi tartassiamo". E così via con la patente appunti e altre varie amenità simili. Abbiamo avuto veramente un regresso. Non è possibile che l'unico modo per ottenere un comportamento civile dalla gente sia quello di bastonarla continuamente. E allora alla reazione individuale è quella. Volete che io sia un suddito? Allora sarò il suddito peggiore che vi possa capitare. Sappiatelo. A questo punto non me ne frega più niente: appena non sono controllato, farò delle cose che vi creeranno fastidio.

"L'Italia".
L'Italia ... è l'Italia. Come dicevo prima il testo mi è stato dato da Paolini quando stavamo girando delle cose per gli album in una stazioncina vicino a Padova. Lui ha un mucchio di questi quaderni assolutamente affascinanti per uno come me. A casa sua c'è una quantità indescrivibile di quaderni scritti a mano: lui non è amico dei computer, anzi, forse li guarda anche con un po' di disprezzo perché le cose scritte col computer sono tutte uguali... Marco appena può scrive, prende appunti. Una mattina che mi ero appena alzato e non capivo neanche un granché, ha tirato fuori uno di questi quaderni e mi ha detto: "guarda questa potrebbe essere una canzone". Era un pezzo in prosa, non c'era metrica, però mi è piaciuta subito l'idea di paragonare l'Italia a una donna vista prima dagli occhi di un ragazzino che ne è attratto sessualmente e che ha un immaginario tutto suo nei nei confronti di questa donna che realtà non conosce bene. La vede la intravede. Poi col passare degli anni cambia anche la percezione. È un bellissimo modo per raccontare l'evoluzione dell'Italia, sempre nell'ottica della metafora di cui si diceva prima

"La semiautomatica"
L 'ho scritta con Stefano Vergani ed è un omaggio - beh, si dice omaggio per fare i fighi, poi in realtà è quando ti ispiri a qualcosa... In questo caso la suggestione è data dalle canzoni di Jannacci. Quello che mi piace di più è l'aver recuperato il modo di parlare in italiano tipico della gente abituata a parlare in dialetto. Soprattutto nel milanese, ma credo nel Nord in generale, le persone umili, il popolo, appena parlava in italiano cercava di usare dei termini altisonanti, parole fin troppo forbite, il che aveva un risultato comico o quanto meno fuori luogo. Jannacci usa tantissimo questa cosa e ci siamo divertiti a farlo anche noi.

"La moglie brontolona". E l'omaggio questa volta è per Ciampi...
Questo è l'unico pezzo che esisteva già quando abbiamo fatto "La musica dei poveri", però allora avevano preferito non inserirlo nel disco. Non saprei dirti l'esatto perché, forse ci sembrava troppo diverso dal resto. È una canzone che io sento molto. Credo che a Ciampi - a differenza di altri che dopo morti sono stati fin troppo incensati o hanno avuto quel minimo di riconoscimento - non sia ancora arrivato quello che spettava. Lui in realtà non ha fatto molto per accattivarsi le simpatie della gente, non è stato molto rispettoso né verso se stesso, né verso gli altri, ma al di là di questo resta il fatto che era veramente un genio, una persona avanti. Mi ricordo Masini che alcuni anni fa aveva fatto "Vaffanculo" e per il mondo della musica italiana sembrava successo chissà che cosa; Ciampi negli anni '70 ha fatto una canzone dove diceva almeno quaranta vaffanculo, tra l'altro molto più bella di quella di Masini, non c'è neanche paragone.... Era sicuramente uno che aveva la capacità di rompere i recinti e di lasciar scorrere le emozioni cogliendole come si fa con un'istantanea. Forse anche troppo, per cui a furia di rompere non rimaneva neanche abbastanza perché fosse capito.

"Nella chiesa di Bellusco"
Probabilmente sull'onda del dopo-Sputi, volevo scrivere una canzone che parlasse della resistenza. Perché tutte le suggestioni che Marco dava alla gente durante lo spettacolo, ovviamente le ha date in primis anche a me. Quindi mi sono letto Rigoni-Stern e Meneghello e ho riscoperto il fascino di quel periodo, che poi riguarda anche le mie radici, le mie cose di famiglia. Però non mi andava né di inventare qualcosa né di commentare una vicenda importante. Così ho scelto di parlare di un fatto minore ma reale, tra l'altro accaduto in un paese vicinissimo a dove sono nato e cresciuto, quindi che riesco anche ad immaginarmi nei particolari e nelle reazioni delle persone. È uno dei testi che mi ha stressato di più la vita, perché era difficile riuscire a non uscire dalla storia vera e propria. Oddio, c'è qualche ricamo, ma in linea di massima è il racconto di quello che è successo. Pensa che abbiamo fatto anche delle ricerche, come quelli bravi: Simone è andato a parlare con le sue zie ottantenni, una delle quali forse addirittura e a dentro la Chiesa. Così abbiamo avuto anche qualche testimonianza di prima mano. Pare infatti che la frase detta dal prete - che è uno dei momenti più forti - non sia stata proprio esattamente come è stata messa nel testo della canzone, ma poco ci manca. "Nella casa del Signore non si spara non si fuma" è vera, insomma, deve aver detto qualcosa del tipo "in gesa el vori no i pistol e se fuma no", ma il senso è quello. Sono piccoli gesti di eroismo che poi rimangono lì, ma a pensarci dev'essere stata tosta.

Concludiamo con "Huntsville", qui emerge in pieno la reazione teatrale...
Nella tecnica di sicuro. Anche questo è uno dei temi che mi sembrava giusto andare a toccare da anni, però poi lasciavo perdere perché non sapevo come affrontarlo. Parlare della pena di morte è una porta sull'ovvio, sul patetico, è un attimo finirci dentro. Così anche qui ho fatto la persona seria e mi sono documentato leggendo un po' di libri e anche cercando su Internet, finché ho trovato un'intervista a uno di questi boia di Stato che mi ha lasciato folgorato. Una cosa allucinante. L'intervista era pazzesca perché questo tizio rispondeva in assoluta tranquillità, e rispondeva mentre il figlio gli giocava sulle ginocchia... Una cosa che a pensarci dà i brividi. E qui ho trovato la chiave. Ho pensato che far parlare un ipotetico killer di Stato sarebbe stato un modo interessante o particolare di trattare la faccenda e la canzone, per quanto non volessi calcare troppo la mano, risulta angosciante, scura, strana.

Intervista effettuata il 15 aprile 2005

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