| Poco
dopo l'uscita di "Che cosa te ne fai di un titolo" abbiamo
avuto l'occasione di fare una lunga chiacchierata con Lorenzo Monguzzi.
Abbiamo parlato del nuovo disco, ma non solo. Lorenzo ci ha infatti
raccontato della maniera di affrontare la creazione di un disco,
delle scelte musicali dei Mercanti, della lezione di de André
e dell'esperienza con Marco Paolini. Vi invitiamo a seguirci in
questa "cavalcata".
La
prima cosa che si nota ascoltando "Che cosa te ne fai di un
titolo" è la differenza di atmosfera rispetto al lavoro
precedente. Ci sono meno chitarre e fisarmoniche ritmate e gitane,
arrangiamenti più complessi e curati. C’è spazio
per archi, fiati, pianoforte. Insomma, il sound ha perso un po’
della sua solarità e della sua energia, a favore di toni
più sfumati, più cesellati, in chiaroscuro. Il risultato
è sicuramente positivo e si traduce in una scelta coraggiosa
di mettersi in discussione, di evitare di riciclarsi. Ed è
un bel passo avanti. Sei d’accordo con queste riflessioni?
E ci spieghi il perché di questa scelta, di questa evoluzione?
Il
tentativo è proprio quello. In realtà non abbiamo
mai avuto una direzione artistica a priori del tipo “adesso
dopo questo disco faremo un altro disco con altre sonorità”.
È una cosa che arriva più probabilmente da tanti fattori
che si sommano e credo che sarebbe stato molto più preoccupante
se questo disco avesse suonato come il precedente. Sarebbe stato
allarmante, perché quando succede così è il
segnale che sono un po’ finite le pile, che non c’è
più molta energia, molta voglia di mettersi in discussione
e di farsi portare dalle suggestioni che capti intorno a te. Se
il disco nuovo "suona diverso" è un po’ anche
perché noi siamo cambiati, spero in meglio… noi ci
autoproduciamo anche dal punto di vista artistico, quindi non ci
sono arrangiatori. C’è qualche collaborazione, ma alla
pari, ossia non c’è qualcuno che coordina e dirige.
Quindi è una cosa in più, oltre al fatto di scrivere
i pezzi e suonarli. E spero che nel prossimo lavoro si migliori
ancora.
Anche la capacità di stare in studio, di fare l’arrangiamento
di un pezzo, di inserire qualche preziosità sonora in una
canzone sicuramente si è modificata da “La
musica dei poveri” ad oggi perché abbiamo ascoltato
tantissime cose e abbiamo lavorato molto in studio, anche partecipando
attivamente al lavoro di altri artisti, come i Terramare
e Stefano Vergani.
Sicuramente la possibilità di lavorare in studio ti arricchisce,
ti mette in discussione, ti fa venire voglia di cercare di allargare
un po' il tuo habitat musicale. La differenza di sonorità
è dovuta anche a questo approccio, a questa intenzione, che
mi auguro non sarà più la stessa tra un mese, anche
se si rischia di fare qualche puttanata, me ne rendo conto. Però
credo davvero che sia l’intenzione giusta. Proporre una cosa
solo perché sai che ha funzionato precedentemente è
un atteggiamento sbagliato, falso, ipocrita verso chi ti ascolterà.
Anche se a volte la gente è molto più conservatrice
di quanto si pensi…

Lorenzo
Monguzzi - foto di Marina |
Quindi
non avete il timore di disorientare il pubblico, di spiazzarlo?
No, il nostro
è un pubblico sufficientemente intelligente per non essere
spiazzato da queste cose.
Anche
nei testi abbiamo trovato un salto di qualità. Rimane la
semplicità di base ma c’è un uso più
ricercato e preciso del linguaggio mantenendo però la scelta
della via narrativa a favore della lirica. Ci sono le storie, l’impegno
politico-sociale, la satira. È il frutto della lezione di
Mastro De André integrata dall’esperienza con Mastro
Paolini?
Il lavoro fatto con Paolini ha influito sicuramente tanto. Ma anche
questo è naturale. Se devo immaginare cosa mi succede quando
scrivo un testo, mi sento una sorta di spugna. Per poter scrivere,
o per poter cercare di tradurre delle sensazioni in versi o in una
canzone credo che si debbano immagazzinare tantissime cose. Bisogna
avere una grande curiosità e magari aver la fortuna di trovare
qualche giacimento di stimoli e di cose preziose e belle. Sotto
questo punto di vista Marco Paolini è una vera miniera d’oro.
Poi, dopo un po’ diventa una cosa più normale... (ride).
Scoprire di riuscire a scrivere una canzone insieme a Paolini e
farlo veramente a quattro mani perché c’è un
rispetto reciproco e un piacere reciproco nel farlo è stata
una grande soddisfazione. Ossia è stato molto più
bello che all’inizio, quando ero totalmente devoto, pendevo
dalle sue labbra, ascoltavo tutto quello che diceva e lo traducevo
in canzone. Tornando al discorso di quanto ci abbia influenzato,
credo che abbia fatto tantissimo per ognuno di noi tre, anche se
in modo diverso. A me ha in qualche modo rotto un sacco di barriere.
Marco è una persona decisamente destrutturante: arriva in
una situazione e la demolisce. Però poi dice “Adesso
ci mettiamo qua tutti insieme” – e questa è
la cosa bella, non dice adesso io ricostruisco, ché sarebbe
già finito il rapporto di collaborazione – “e
se vi va proviamo a ricostruirla un po’ meglio”
mettendosi in discussione per primo. La sua lezione più grande
forse è stata questa, anche se è più teorica
che pratica: il fatto che non ci sia niente che vada rispettato
necessariamente solo perché “bisogna fare così”.
Ogni cosa deve essere giustificata e se c’è una forma,
un modo che funziona meglio, che arriva di più a chi ascolta
o che ci diverte di più nel farlo, va assolutamente preferito
a quello precedente. È una continua ricerca, un continuo
mettere in ballo tutto quanto. Ed è la prerogativa di quelli
bravi, dei grandi comunicatori.
In "Che cosa te ne fai di un titolo"
c’è un inizio di questo discorso, anche abbiamo avuto
come al solito dei tempi incredibilmente stretti, perché
come succede sempre c’è un anno e te la prendi con
calma, poi ci sono sei mesi e poi ce ne sono due e finisci a far
tutto di corsa... Un esempio di questo approccio sta nell’ultima
canzone, quella sulla pena di morte. Quando abbiamo fatto "La
musica dei poveri", non avrei mai immaginato di poter
fare un pezzo del genere, perché non è una canzone,
perché non c’è granché rispetto a quello
che sono i canoni della comunicazione sonora. È una cosa
che esce un po’ dai canoni, almeno dai nostri. In realtà
non c’è nulla di così sensazionale o nuovo,
però è qualcosa che fino a poco tempo fa non rientrava
nelle nostre competenze: un recitativo, e poi così scura…
Ecco penso che siano le prime conseguenze di quello che abbiamo
captato dal lavorare soprattutto con Marco, ma anche dal farlo in
ambiti dove ti puoi concedere anche qualche cosa di più.
Suonando nei locali – con tutto il rispetto, perché
sono i posti che ci hanno permesso di crescere – quando fai
una canzone che non sta almeno a un tot decibel non si sente nulla
e certe finezze espressive non te le puoi permettere. Invece in
un ambito teatrale o comunque più sperimentale, capisci che
puoi fare un sacco di altre cose diverse da quelle a cui sei abituato.
Un’altra
lezione importante è stata sicuramente quella di De André.
La cosa bella è che voi non vi siete fermati alla posizione
relativamente comoda di tribute band, ma vi siete messi in discussione,
siete andati avanti sulla sua strada. Sto pensando a brani come
"Senza titolo" o "Il suddito peggiore". Che
ci dici su questo tema?
L’influenza
di De André mi ha colpito prestissimo, prima
ancora che per gli argomenti trattati, per la tonalità della
voce, in modo molto viscerale e poco tecnico. La maniera che aveva
lui di usare la voce, di scandire le parole in modo preciso, definito,
mi è sempre piaciuta tantissimo, mi ha fatto pensare, sognare,
fare miliardi di cose. La sento proprio come un grosso pezzo di
quello che è il mio modo di approcciarmi alla musica. Però
anche per questo, da un po’ di tempo noi abbiamo un atteggiamento
non dico polemico - perché spesso le polemiche servono ad
avere attenzione quando ti manca e non vorremmo mai usare la questione
De André per finalità così bieche - ma ogni
volta che siamo stati invitati a partecipare all’omaggio-convegno-tributo
di turno, gentilmente abbiamo preferito declinare, perché
riflettendo, se devo dire in poche parole cosa mi ha lasciato addosso
di forte il conoscere le canzoni di De André è proprio
quel gusto anarchico del fare e del dire, che è una cosa
che mal si concilia con l’andare poi a ricantarsela e a ridirsela.
Per cui ad un certo punto, ne siamo usciti. E non è stato
facile, perché noi da autodidatti e autogestiti del live
siamo entrati nei salotti buoni della musica anche grazie a queste
cose, ma uscirne ci ha fatto molto bene in fatto di carattere e
di autostima e ci ha riportato in una dimensione molto più
nostra. Entrando in quel giro avremmo forse avuto qualche facilità
in più a farci conoscere, ma così non saremmo stati
noi; saremmo stati gli esecutori di qualcun altro. Con tutto il
rispetto del caso, ma questo è il ragionamento che abbiamo
fatto. Fare tutto un concerto su De André può essere
divertente, ma una volta all’anno. Prima lo facevamo proprio
con passione, con entusiasmo. Adesso sarebbe un po’ come fare
il liscio. Ma credo che sia questo l’essere in sintonia con
la sua lezione: quello che mi ha cambiato la vita di musicista è
stato scoprire che in una canzone ci possono stare delle cose belle
e importanti, a condizione che uno si metta lì e prenda il
tempo necessario per scriverlo. Si può andare in profondità,
ci si può avvicinare alla letteratura e alla poesia. E questa
non è una lezione da poco e per me è stato come dire:
scrivi! Non è necessario che nelle canzoni ci siano solo
stupidaggini e facili rime, fare canzoni può essere importante
nella vita di un autore; è un’arte di pari dignità
alle altre, è una cosa che va coltivata. Per questo disco
ho passato notti insonni a cercare le parole giuste che al momento
non avevo in testa. E credo che anche De André facesse così.
E questo
lavoro di cesello esce chiaro e forte... Torniamo al modo di porgere
la voce: una caratteristica diversa da qualunque altro gruppo italiano
- potrei dire sullo stile di JJ Cale. È il modo di portare
la voce come se fosse sempre in secondo piano. Tutto questo sul
disco è ben evidente; un po’ meno dal vivo. Ti ci ritrovi,
sei d’accordo o sono invece soltanto problemi di fonico?
No, sono cose abbastanza volute, nel senso che io sotto
sotto sono una persona abbastanza riservata, faccio fatica a sentirmi
troppo davanti nella musica. Mi piace di più sentirmi parte
di un tutto e c’è sempre stata la lotta tra me e gli
altri, soprattutto il fonico che ormai è quasi il quarto
componente del gruppo, che vogliono alzare, mentre io sostengo che
basta che si capiscano le parole. È un mio atteggiamento
mentale, forse dipende dal non reputarsi così interessante
da dover essere a tutti i costi davanti a tutti e a tutto. Ci sono
le parole che dico che già bastano.
Questo
modo di porgere la voce comunque è molto interessante, perché
forse paradossalmente ti spinge ad ascoltarle meglio, le parole…
e le vostre sono parole che vanno ascoltate
Beh, mi fa piacere… anche a me piace sentirle così
le cose, poi tanto se ti scappa una parola te la recuperi. L’importante
è che arrivi la suggestione complessiva, ed è su questo
che cerco di lavorare.
Durante
una presentazione hai detto che uno dei temi portanti del disco
è la pazienza, e questo si capisce anche dalla durata delle
canzoni. Indubbiamente la scelta della linea narrativa implica il
prendersi il tempo di narrare. Vuoi parlarcene?
Anche questa è una scelta che tocca da una parte
il disertare le strade della musica italiana che va per la maggiore
e dall’altra il coraggio di chiedere a chi ci ascolta di capire,
di aver voglia di perdere quei sette minuti di durata della canzone
che nella logica di oggi, in cui deve essere tutto il più
veloce e sintetico possibile, dal cibo a tutto il resto, è
un’assurdità. Però penso che sia un buon modo
per raccontare, è una suggestione anche quella. Io faccio
fatica a volte a fare il contrario. Ci sono canzoni in cui le classiche
tre strofe-due ritornelli mi sembrano veramente poco. È’
come abbozzare un discorso senza poi sviscerarlo. E allora per certi
pezzi come “Senza titolo” e anche “La
chiesa di Bellusco”, non riuscivo a farla corta.
Così, una volta superato il fatidico limite abbiamo deciso
che anche se lo si superava abbondantemente a quel punto non avrebbe
fatto molta differenza. E allora forse valeva la pena di togliersi
lo sfizio narrativo fino in fondo. In entrambi i pezzi c’erano
delle strofe che si sarebbero potute levare e in qualche modo il
discorso sarebbe filato lo stesso, ma mi sembrava un peccato. Come
togliere una decorazione da una torta: non è indispensabile,
ma ci sta bene e la completa, fa la sua parte.
Quando
ancora davamo retta alle indicazioni dei discografici un discorso
simile non sarebbe mai potuto passare. Dicevano che la durata giusta
di un pezzo è di tre minuti e mezzo. Cinque minuti sono già
tantissimi e da lì in poi solo i folli. Per cui, memori di
queste cose, sette ci sembrava un’esagerazione. Poi ci siamo
guardati e ci siamo detti che l’avevamo scritta così
e alla fine l’onestà magari paga e che se era venuta
in questo modo era giusto che così rimanesse.
I riferimenti
delle vostre storie, anche quelle che hanno una tematica politica
spiccata non sono mai diretti. Tu sei convinto che la forma metaforica
abbia più presa, arrivi meglio al cuore della gente?
Sicuramente. Questa è una cosa di cui mi capita
spesso di parlare. Il nostro pubblico è molto particolare:
va dai sei agli ottant’anni - e ne siamo molto orgogliosi.
La fascia che va dai 18 ai 25 molto spesso è composta da
persone che hanno addosso un desiderio di ribellione e di appartenenza
a un gruppo. Cosa che io rispetto, ma di cui non condivido il bisogno
di slogan o di “cantarcela tutti insieme questa”. E’
bello, è una sorta di liturgia che si può fare: ogni
tanto anche ai nostri concerti ci scappa un Bella Ciao
fatta tutti assieme, però è bello quando ci sono cose
che significano qualcosa. Ma vale solo se una cosa la senti davvero,
allora mi sembra onesto cantarla. Non così, tanto per…
Quello che invece è la produzione, lo scrivere delle cose nuove,
deve sforzarsi di uscire da questi luoghi comuni, per quanto condivisibili
siano. Ci sono questioni su cui penso che la gente con cui ho a che
fare, con cui vivo, il pubblico che ci viene a sentire, siamo tutti
d’accordo. Benissimo. La guerra è una schifezza, l’America
sta facendo delle cose orribili… tante cose che possiamo dirci.
Però dirle così come sono è un po’ come
leggere un qualsiasi resoconto su un quotidiano o su un settimanale
che abbia un po’ di obiettività. Ci vuole un valore aggiunto,
dire che effetto fa a te sentire queste cose. Allora già può
essere interessante messo in una canzone. Se no mi puzza, mi diventa
una sorta di specchietto per le allodole. A me non interessa avere
il ragazzino che fa il pugno chiuso. Se lo fa, non mi dà nessun
fastidio, però non è quello che cerco. Io non voglio
essere il portavoce di questa ribellione che finito il concerto è
finita, perché mi sembra ridicola. Lo slogan, il rito di massa
è molto facile, ma poi ognuno nella sua individualità,
nel suo momento successivo, torna ad essere esattamente il povero
pirla che era prima. Ed è lì che bisognerebbe andare
a scavare e modificare, se davvero uno pensa di poter crescere. Quindi
dico: "non cantiamo le solite cose per tirarci sul morale, ma
vediamo di essere un pochettino più profondi in quello che
facciamo, e questo sicuramente ci renderà meno vulnerabili
sotto tanti aspetti". A
proposito di cose profonde, Sputi era nato prima come spettacolo
e poi come disco, quindi aveva una traccia profonda - anzi in realtà
ce n'erano due, l'acqua e la resistenza - da seguire. C'è
una traccia profonda in "Che cosa te ne fai di un titolo",
o sono solo pezzi, come direbbe de Gregori?
Qui mi metti in difficoltà, perché in realtà
anche il titolo - che è provocatoriamente presso da una poesia
di Bukowsky che che m'era piaciuta tantissimo -
per noi sta a significare che non sempre - e questa è un'altra
cosa che penso di aver mutuato da Paolini e dal modo in cui si aggira
- è necessario avere un prodotto che abbia una sua identità,
che abbia un titolo che lo descrive, un contenitore che sia ben
fatto, ben costruito e ben usufruibile. Questa cosa ci è
stata insegnata per finalità che non sono poi così
nostre - intendo come gente che ama la musica o che ama ascoltarla.
Sono cose più relative a logiche di mercato: avere un titolo
che sia forte, una copertina che sullo scaffale si deve vedere.
Il mettere in discussione tutto questo, o anche il fatto che ci
sia una sorta di filo conduttore - il che poi non è necessariamente
negativo, ci sono anche cose molto artistiche che hanno avuto -
è un modo per dire che sono delle storie, che è un
percorso di canzoni e basta. È inutile inventarmi quello
che non c'è, mi voglio sottrarre a questo obbligo di dover
trovare necessariamente una sorta di collegamento, delle affinità
che non ci sono. Sono canzoni che ci piacevano.
Ne abbiamo scritte altre e abbiamo scelto erano quelle che ci piacevano
di più. Ci sembrava che facessero venire in mente qualcosa,
dessero delle sansazioni ed emozionassero in qualche modo. Ed è
già tanto, per stavolta non serve altro. Con "La musica
dei Poveri" c'era un filo conduttore, perché la canzone
stessa era il collante, il manifesto di tutto il lavoro. Questo
disco è più una cosa più variegata, ci sono
canzoni anche distanti l'una dall'altra. Quindi una traccia profonda
non saprei proprio trovarla. Ma va bene così.
A che
livello i vari mercanti collaborano alla realizzazione dei brani?
I testi sono tutti tuoi ma le musiche sono più suddivise
vero?
Sì,
ad eccezione di L'Italia, che è una rielaborazione
fatta insieme su un vecchio testo di Marco Paolini, e della Semiautomatica,
che abbiamo scritto io e Stefano Vergani. E ci siamo anche divertiti
come dei pazzi a farlo...
P er le musiche e il discorso è più diviso. Ma va
anche molto a periodi. Abbiamo un approccio alla musica molto libero
e istintivo, nel senso che ognuno porta un po' quello che lo riguarda.
Molti prezzi sono stati scritti più o meno insieme, altri
singolarmente. Poi a volte riusciamo ancora a fare quella cosa magica
e strana di mettersi lì e comporre insieme... per esempio
per l'Italia è stata così la parte
musicale: ci siamo messi tutti e tre su un abbozzo di testo e abbiamo
iniziato a delirare musicandola in modi diversi.
A volte invece ognuno va in una direzione tutta sua, e cerca di
portarsi gli altri dietro "di qua di qua facciamo così...
" Quindi qualcosa è fatto veramente in modo corale,
altro invece nasce da idee, spunti stimoli che vengono portati e
condivisi. Quello che mi piace e su cui siamo tutti e tre molto
d'accordo è che noi siamo in funzione della canzone per cui
ci sono delle ripartizioni diverse a seconda dei casi. Ad esempio
in questo disco Simone ha suonato un po' meno perché
la direzione musicale dei prezzi ha preso strade che lui conosce
un po' meno o comunque suona meno. Però per lui non è
stato assolutamente un problema, perché non c'è nessun
tipo di protagonismo musicale da parte di nessuno di noi tre. E
anche questo porta a quello che dicevamo all'inizio, cioè
che a volte e fai fatica a riconoscerci. Ti chiedi ma questi sono
loro? Perché a volte c'è questa capacità mimetica.
Ricordo che nella musica dei poveri ci divertiva metterci a trovare
assonanze che so, con Manu Chao; in questo disco invece ci sono
riferimenti più rock o comunque diversi, che ci piacciono
e che grazie al cielo ogni tanto riusciamo anche a fare in modo
convincente. Però tra noi è chiaro che la personalità
musicale e lo stile di ognuno si può benissimo sacrificare
se la canzone lo richiede.
Hai
accennato a Stefano Vergani. È uno degli ospiti nel disco
vero? Con Michela Olleari
Sì anche se poi nei crediti, come avete già notato
c'è un errore. Ma lo sapevo che qualcosa di storto capita
sempre: abbiamo cambiato l'ordine della track-list ma non abbiamo
aggiornato i crediti, che erano giusti sulla vecchia versione.
Capitolo
produzione. oltre che autori e produttori in proprio, vi occupate
anche della produzione di altri gruppi, come i Terramare, che hanno
fatto uno splendido esordio lo scorso anno. Avete in programma altre
iniziative simili? State lavorando con altri gruppi? Continuerete
con loro? Cosa c'è in questa parte del vostro futuro?
Faccio un velocissimo cappello introduttivo. L'idea di
produrre altri artisti è una cosa abbastanza recente. Diversi
anni fa stavamo cercando una sala prove e per una serie di circostanze
abbastanza fortuite, ci siamo trovati, ironia della sorte, ad Arcore
e abbiamo scovato questa palazzina di cui ci siamo innamorati. Col
tempo e, piano piano, investimentino dopo investimentino, siamo
riusciti a creare uno studio di registrazione che oggi è
professionale. Posso dirlo serenamente. Ora ovviamente la struttura,
essendo stata costruita ed essendo gestita giorno per giorno ha
una serie di problemi di costi, perché è grande e
quindi non abbiamo ancora avuto la possibilità di poterci
dedicare a investimenti sul futuro. Quindi possiamo dedicarci alla
produzione solo in certe situazioni e con persone di cui siamo fermamente
convinti.
Per adesso
l'abbiamo fatto con i Terramare e con Stefano
Vergani, anche se in realtà si tratta di una co-produzione.
A me però piacerebbe tanto far crescere l'idea dopo queste
prime realtà, in modo da creare un vero e proprio ambito
musicale, una sorta di consorzio di musicisti. Spesso e volentieri
ci si trova con altri musicisti che dopo vari percorsi nella discografia
"ufficiale" sono schifati e non ne vogliono più
sapere. E allora dico: " facciamoci noi una realtà che
sia trasparente. Dove sia chiaro che una certa cosa costa tot. Noi
possiamo mettere lo studio, altri possono mettere qualcos'altro.
Unioamo le forze, facciamo il disco e vediamo come va". Mi
piacerebbe poi creare un ambito che sia in grado di prodursi, di
gestirsi dal punto di vista artistico, ma che sia anche in grado
di contaminarsi, ossia di fare cose insieme, ma farle per il gusto.
Un gruppo di artisti che collaborano perché si stimano reciprocamente
perché gli fa piacere, perché è un arricchimento.
Non per un puro discorso commerciale del tipo "Io vendo un
po' più di te, allora faccio una cosa con te così
ti tiro su di qualche migliaio di copie". Basta con queste
cose. Noi vorremmo avere una sorta di movimento musicale, non so
come dire, forse è presuntuoso però mi piacerebbe
che fosse così.
Come
ascoltatori, ai Mercanti che musica piace? Cosa ascoltate per svago?
E quali sono state le vostre pietre miliari, i dischi ascoltando
i quali vi siete detti: "ecco cosa farò da grande"?
Beh, qui posso parlare solo per me perché su questo
tema siamo spesso molto diversi, anche se tutti ascoltiamo un po'
di tutto e questo mi fa molto piacere. Piero arriva
dalla classica, è diplomato in pianoforte ed è l'unico
di noi che sa chi è Berlioz... Simone ha
avuto un'infatuazione profonda per la musica spagnola e latina in
generale e brasiliana. Ogni tanto ancora adesso si mette lì
a suonare Chico Buarque e cose simili. Io sono
più un rocchettaro, almeno di nascita. Ho ascoltato di tutto:
dai Clash a Peter Gabriel. Però
direi che Johnny Cash è uno che ci mette
d'accordo tutti. Gli ultimi dischi di Cash sono meravigliosi. Con
questa voce rotta ormai, vecchia, a rifare pezzi come Redemption
Song di Bob Marley... Un disco che ci
ha cambiato non la vita, ma l'approccio al come pensare di fare
musica si, è stato proprio "American Free"
di Johnny Cash, quello di Solitary
man, che intanto è prodotto da Rick Rooving,
quello che ha inventato i Red Hot Chili Peppers
e anche i Radiohead mi sembra, ed è uno
che ha una testolina mica male. È un disco fatto tutto con
le chitarre, molto minimale. Chitarra acustica e slide, pianoforte,
qualche organino ogni tanto e la voce di Cash che lega tutto. Dal
punto di vista stilistico e dell'arrangiamento l'abbiamo proprio
divorato.
Poi se penso alle cose passate, come non nominare "La
buona novella"... secondo me è uno dei dischi
più belli del mondo. Forse più per i testi che per
la musica, ma credo che con dei testi così anche la musica
poi ti piace qualsiasi essa sia.
Passando al periodo più recente, tra gli italiani ascolto
spesso e volentieri Daniele Silvestri. Anche se
ha un approccio abbastanza leggero è molto intelligente in
quello che fa. Io preferisco una leggerezza intelligente che una
pesante ostentazione. Poi ascolto veramente di tutto... ecco probabilmente
sto invecchiando... non riesco più ascoltare metal o cose
troppo violente. Ne sento un pezzo poi mi stufo, mi dà fastidio,
mentre da ragazzino mi piaceva. Ho tolto le cose più violente,
quelle che devi avere addosso un sacco di ormoni per riuscire a
gestirtele... Poi mi piace cercare di capire - magari questa è
più una cosa lavorativa che di gusto - qual è l'elemento
particolare che c'è anche in generi molto diversi. Se percepisci
che c'è qualcosa di buono che arriva, allora è molto
interessante vedere dov'è e cos'è. A volte è
la ritmica, a volte la voce che cantando in un certo modo porta
un valore aggiunto. Riesco ad appassionarmi abbastanza facilmente
anche genere molto diversi.
E farete
questo da grandi? Intendo dire, l'attività musicale paga
sufficientemente per essere l'unica professione? O fate anche altro
nella vita?
Questa è una cosa che mi fa sorridere... mi raccontava
un mio amico napoletano che a Napoli non puoi dire che fai il musicista,
perché ti viene immediatamente risposto "sì,
vabbuo' ma che fai per vivere?"
Che
poi è il tema della canzone di Carlo Fava cofani e portiere....
Si, è bellissima e non per altro è cantata con l'intonazione
napoletana. Noi facciamo ormai da diversi anni praticamente solo
questo. Fino a poco tempo fa arrotondavamo con lezioni di chitarra
e di pianoforte. Io e Piero non facciamo più neanche quelle,
Simone dà ancora qualche lezione di chitarra, ma poca roba.
Ormai ringraziando il cielo riusciamo a mantenerci con la nostra
musica. E la sensazione è buona perché fino a 4-5
anni fa ci riuscivamo facendo venti concerti in un mese pagati pochissimo.
Adesso il segnale che sta andando bene arriva dal fatto che ne facciamo
meno eppure riusciamo a campare lo stesso. Direi che va benissimo
così.
Vogliamo
provare a commentare una per una le canzoni del disco?
Volentieri.
"Non
siamo mai stati sulla luna" noi l'abbiamo trovata una canzone
manifesto del nuovo stile...
Anche per me ha quel significato, anche se è stata fatta
molto prima delle altre. Infatti ne avevamo fatto anche un singolo.
Ci era stato chiesto se potevamo fare qualcosa per anticipare il
il disco e quel pezzo era quello più avanti, così
abbiamo fatto un singolo con tre pezzi uguali, una provocazione
con un remix, una cosa un po' strana. C'è un po' questa valenza
anche se poi è diventata in tutto per tutto una canzone del
disco. Forse non si dovrebbe dire, ma la realtà e quella,
quindi lo dico: noi lo pensavamo come un pezzo importantissimo,
invece poi è stato superato, almeno secondo me, da altre
cose che sono venute fuori ancora con più forza. Lì
si era un po' sullo stile della musica dei poveri, un parlare con
discorsi vagamente profetici, sempre però conditi da una
buona dose di autoironia. L'idea comunque è vecchia, ci sono
molti studiosi o presunti tali che sostengono che non ci siamo mai
arrivati così in alto, che non abbiamo mai messo piede sulla
luna, e questo fatto aveva un evidentissimo appeal per metafore
varie.
"L'uomo
che non dorme mai". Più impegnata, con toni più
malinconici...
Si, l'uomo che non dorme male è un elogio alla sensibilità.
Ritengo che ci siano delle differenze, a volte mi chiedo se l'essere
umano è uno solo o ci sono diverse -non diciamo razze che
è brutto - però ci sono diversi stampi totalmente
diversi. Ci sono persone che distruggono tantissime cose in un secondo
e non hanno il benché minimo problema, ci sono persone che
passano la vita per salvare un pezzettino di qualcosa e che soffrono
per tutto quello che non funziona. Faccio fatica a considerarle
come parti appartenenti alla stessa specie. E quindi, sì,
la definirei un elogio alla sensibilità, che forse è
quella che ci sta salvando.
"Senza
titolo"
Sono molto affezionato a canzoni come questa perché sono
canzoni di che escono di getto. Sono quelle che hai dentro e che
ti stupiscono quando le dici. Mi è successo due volte che
io ricordi così bene: con Lombardia e con
questa. Lombardia era un raccontare la nostra esperienza, Senza
titolo è più una cosa mia, ti fermi un attimo
e fai un bilancio degli anni passati e un'idea di come ti aspetti
che andrà avanti la faccenda. È una riflessione esistenziale,
chiamiamola così. È sicuramente il pezzo che mi piace
di più.
"Il
suddito peggiore". È una prosecuzione della strada intrapresa
con "Cecco il mugnaio"?
Esatto. Parte da una riflessione che mi era venuta in mente mentre
sentivo alla radio le solite notizie allarmanti che ormai sono all'ordine
del giorno. Pensavo che stanno facendo di tutto, ma veramente di
tutto per farci sentire il meno cittadini possibile. Non si fa più
leva sul senso di responsabilità con cui si fa crescere un
popolo, ma è come se dichiarassero "Voi siete dei sudditi,
e in quanto tali, ogni volta che sbagliate noi tartassiamo".
E così via con la patente appunti e altre varie amenità
simili. Abbiamo avuto veramente un regresso. Non è possibile
che l'unico modo per ottenere un comportamento civile dalla gente
sia quello di bastonarla continuamente. E allora alla reazione individuale
è quella. Volete che io sia un suddito? Allora sarò
il suddito peggiore che vi possa capitare. Sappiatelo. A questo
punto non me ne frega più niente: appena non sono controllato,
farò delle cose che vi creeranno fastidio.
"L'Italia".
L'Italia ... è l'Italia. Come dicevo prima il testo mi è
stato dato da Paolini quando stavamo girando delle cose per gli
album in una stazioncina vicino a Padova. Lui ha un mucchio di questi
quaderni assolutamente affascinanti per uno come me. A casa sua
c'è una quantità indescrivibile di quaderni scritti
a mano: lui non è amico dei computer, anzi, forse li guarda
anche con un po' di disprezzo perché le cose scritte col
computer sono tutte uguali... Marco appena può scrive, prende
appunti. Una mattina che mi ero appena alzato e non capivo neanche
un granché, ha tirato fuori uno di questi quaderni e mi ha
detto: "guarda questa potrebbe essere una canzone". Era
un pezzo in prosa, non c'era metrica, però mi è piaciuta
subito l'idea di paragonare l'Italia a una donna vista prima dagli
occhi di un ragazzino che ne è attratto sessualmente e che
ha un immaginario tutto suo nei nei confronti di questa donna che
realtà non conosce bene. La vede la intravede. Poi col passare
degli anni cambia anche la percezione. È un bellissimo modo
per raccontare l'evoluzione dell'Italia, sempre nell'ottica della
metafora di cui si diceva prima
"La
semiautomatica"
L 'ho scritta con Stefano Vergani ed è un omaggio - beh,
si dice omaggio per fare i fighi, poi in realtà è
quando ti ispiri a qualcosa... In questo caso la suggestione è
data dalle canzoni di Jannacci. Quello che mi piace di più
è l'aver recuperato il modo di parlare in italiano tipico
della gente abituata a parlare in dialetto. Soprattutto nel milanese,
ma credo nel Nord in generale, le persone umili, il popolo, appena
parlava in italiano cercava di usare dei termini altisonanti, parole
fin troppo forbite, il che aveva un risultato comico o quanto meno
fuori luogo. Jannacci usa tantissimo questa cosa e ci siamo divertiti
a farlo anche noi.
"La
moglie brontolona". E l'omaggio questa volta è per Ciampi...
Questo è l'unico pezzo che esisteva già quando abbiamo
fatto "La musica dei poveri", però allora avevano
preferito non inserirlo nel disco. Non saprei dirti l'esatto perché,
forse ci sembrava troppo diverso dal resto. È una canzone
che io sento molto. Credo che a Ciampi - a differenza di altri che
dopo morti sono stati fin troppo incensati o hanno avuto quel minimo
di riconoscimento - non sia ancora arrivato quello che spettava.
Lui in realtà non ha fatto molto per accattivarsi le simpatie
della gente, non è stato molto rispettoso né verso
se stesso, né verso gli altri, ma al di là di questo
resta il fatto che era veramente un genio, una persona avanti. Mi
ricordo Masini che alcuni anni fa aveva fatto "Vaffanculo"
e per il mondo della musica italiana sembrava successo chissà
che cosa; Ciampi negli anni '70 ha fatto una canzone dove diceva
almeno quaranta vaffanculo, tra l'altro molto più bella di
quella di Masini, non c'è neanche paragone.... Era sicuramente
uno che aveva la capacità di rompere i recinti e di lasciar
scorrere le emozioni cogliendole come si fa con un'istantanea. Forse
anche troppo, per cui a furia di rompere non rimaneva neanche abbastanza
perché fosse capito.
"Nella
chiesa di Bellusco"
Probabilmente sull'onda del dopo-Sputi, volevo scrivere una canzone
che parlasse della resistenza. Perché tutte le suggestioni
che Marco dava alla gente durante lo spettacolo, ovviamente le ha
date in primis anche a me. Quindi mi sono letto Rigoni-Stern e Meneghello
e ho riscoperto il fascino di quel periodo, che poi riguarda anche
le mie radici, le mie cose di famiglia. Però non mi andava
né di inventare qualcosa né di commentare una vicenda
importante. Così ho scelto di parlare di un fatto minore
ma reale, tra l'altro accaduto in un paese vicinissimo a dove sono
nato e cresciuto, quindi che riesco anche ad immaginarmi nei particolari
e nelle reazioni delle persone. È uno dei testi che mi ha
stressato di più la vita, perché era difficile riuscire
a non uscire dalla storia vera e propria. Oddio, c'è qualche
ricamo, ma in linea di massima è il racconto di quello che
è successo. Pensa che abbiamo fatto anche delle ricerche,
come quelli bravi: Simone è andato a parlare con le sue zie
ottantenni, una delle quali forse addirittura e a dentro la Chiesa.
Così abbiamo avuto anche qualche testimonianza di prima mano.
Pare infatti che la frase detta dal prete - che è uno dei
momenti più forti - non sia stata proprio esattamente come
è stata messa nel testo della canzone, ma poco ci manca.
"Nella casa del Signore non si spara non si fuma" è
vera, insomma, deve aver detto qualcosa del tipo "in gesa
el vori no i pistol e se fuma no", ma il senso è
quello. Sono piccoli gesti di eroismo che poi rimangono lì,
ma a pensarci dev'essere stata tosta.
Concludiamo
con "Huntsville", qui emerge in pieno la reazione teatrale...
Nella tecnica di sicuro. Anche questo è uno dei temi che
mi sembrava giusto andare a toccare da anni, però poi lasciavo
perdere perché non sapevo come affrontarlo. Parlare della
pena di morte è una porta sull'ovvio, sul patetico, è
un attimo finirci dentro. Così anche qui ho fatto la persona
seria e mi sono documentato leggendo un po' di libri e anche cercando
su Internet, finché ho trovato un'intervista a uno di questi
boia di Stato che mi ha lasciato folgorato. Una cosa allucinante.
L'intervista era pazzesca perché questo tizio rispondeva
in assoluta tranquillità, e rispondeva mentre il figlio gli
giocava sulle ginocchia... Una cosa che a pensarci dà i brividi.
E qui ho trovato la chiave. Ho pensato che far parlare un ipotetico
killer di Stato sarebbe stato un modo interessante o particolare
di trattare la faccenda e la canzone, per quanto non volessi calcare
troppo la mano, risulta angosciante, scura, strana.
Intervista
effettuata il 15 aprile 2005
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