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BiELLE INTERVISTE
Max Manfredi: un understatement apocalittico

di Giorgio Maimone

Gli agiografi narrano che Fabrizio De André, alla domanda precisa su chi dei nuovi cantautori poteva un giorno sperare di raccogliere la sua eredità, rispose: "Max Manfredi è certamente il migliore". E Max, che pure ha avuto l'onore di ospitare Fabrizio in una sua canzone (la bellissima La fiera della Maddalena), si sta dando da fare per non smentire tale sommo parere. La critica è unanime, il tam tam su Internet impazza, il passaparola tra amici è in fibrillazione: bisogna sentire Max Manfredi. Non perdetelo. Cercatelo. Se è in concerto dalle vostre parti, è la vostra buona occasione.

Il problema con Max è che lui è un cantautore del genere semi-clandestino. Genovese e orso come Fabrizio, Max evita le occasioni pubbliche, centellina i concerti e le uscite discografiche. Il nocciolo duro dei suoi fans è tenace, ma soprattutto paziente.
A 7 anni da "Max" è uscito un nuovo lavoro: L'intagliatore dei santi, distribuito da Storiedinote. Il disco è un disco scostante. Non ruvido, ma introverso. È uno di quegli oggetti che non vogliono lasciarsi accarezzare. E allora bisogna lasciarlo lì, girargli intorno con circospezione, lasciargli il tempo di decantare e consentirgli di entrare in confidenza con te. Quasi come Max.

Chi č Max Manfredi?

Un mite disadattato col dono della parola musicante. Uno che per quanto questo dono ha faticato e fatica e intende quindi ricavarne gli utili di una dignitosa sopravvivenza.

E De André? Un viatico importante, ma un confronto pericoloso, no?

Da bambino ascoltarlo era obbligatorio. Mi ha però sempre dato delle emozioni. Magari nell'adolescenza lo ascoltavo a sprazzi, finché mi ci sono riavvicinato con Creuza de Ma, anche se avevo scelto come miei artisti degli altri: Leonard Cohen, Paolo Conte per un certo periodo, Guccini per un altro. E comunque De André c'era sempre. Poi mi ha conosciuto (lui me) - attraverso una cassetta - e mi ha dedicato questo attestato di benemerenza, incidendo con me una mia canzone che, se non mi ha spianato la via alla promozione (ci vuol altro!), è stata per me l'occasione per incontrarlo, un'esperienza e un ricordo prezioso.

Ma ne "L'intagliatore di Santi" non percorri tematiche deandreiane, se non forse per la comune tendenza a cantare i "vinti", a mettersi comunque "dalla parte del torto…

Cantare i vinti diventa una necessità nel momento in cui i vincitori non sono degni di essere cantati! Semmai dileggiati! Personalmente ho preferito, nel mio terzo CD, agire in modo obliquo, non frontale, approfittando anche del fatto che, come si constatava, sono poco conosciuto e poco apprezzato al di fuori di una cerchia ristretta. Ho scelto un understatement apocalittico, se così si può dire: nulla abdicando del mio linguaggio (e, insomma, del mio dono) a vantaggio della comunicazione-idolo che mi è piaciuto sentire definire in una delle ultime canzoni del cantautore De Gregori l'ultimo rifugio dei vigliacchi. Del resto è tipico della vigliaccheria intellettuale lo scegliere dei beni-rifugio, e lo facciamo un po' tutti, in varie forme. Ho però lavorato, per quanto riguarda il mio linguaggio, ad una specie di semplicità complessa, rendendolo meno spigoloso del solito. Non per essere capito, semmai per capire.

Con il risultato di produrre un disco anacronistico e fluviale. Un disco dal quale lasciarsi trasportare, ma senza provare a nuotare controcorrente, perché la corrente è troppo forte e ti porterebbe via con sé

Il risultato è infatti un disco fuori moda senza essere vecchio, inattuale come diceva il miglior Nietzsche (il peggiore è quello che confondeva superumano con disumano, e non sapeva che all'uomo sarebbe stato sostituito non l'Oltreuomo e nemmeno il Superuomo, ma l'Iper-uomo da ipermercato!).

Intervista effettuata nel novembre 2001 per il sito www.i-am.it

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