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Di
Max Manfredi abbiamo già detto tanto su Bielle, quasi tutto.
"Parola di Bielle" lo riteniamo uno dei nuovi grandi della
canzone italiana. Lo ritenevamo quando agiva come cantautore quasi
clandestino nei sette anni che hanno diviso il secondo dal terzo
disco e lo riteniamo ancor più a ragione ora che la pubblicistica
discografica inizia ad allineare qualche disco e qualche progetto
in più. Parliamo con Max a una decina di giorni dalla sua
venuta a Milano per il concerto di
Acrobatici Anfibi (il 14 gennaio all'Arci Matatu).
Allora,
da dove iniziamo a parlare, Max? Dal disco nuovo o … da quello
ancora più nuovo? Da “Live in blu” appena uscito
o dal disco di studio che verrà?
Un momento.
Vorresti parlare di quello che devo ancora fare? Lo sto ancora un
po’ rimestando. Il materiale c’è tutto. Ma è
ancora da elaborare. E’ un po’ come il minestrone che
sto facendo adesso in cucina, dove ho messo dentro un bel po’
di roba e ora deve bollire e deve consumarsi. Bisogna vedere quando
decideremo di farlo uscire.
Tu
lavori sempre con più materiale di quanto poi ti serva?
Io penso che questo succeda
un po’ a tutti. A meno che uno non abbia una scarsità
di idee accentuata. Io penso che un po’ tutti facciano così:
si parte sempre da un pochino di più del materiale che poi
si utilizzerà effettivamente.
Ci
sono anche quelli che dicono “siamo andati in studio e abbiamo
composto due brani lì per lì perché ci servivano
per chiudere il disco”.
Beati loro! Io non ho
idea di come facciano (ride). Questa canzoni-sveltine! No, io ho
bisogno di un lunghissimo periodo di sedimentazione, ma è
abbastanza automatico, anche perché poi mi trovo a riprendere
brani che ho scritto magari vent’anni fa e cambiarci una virgola
o due parole. Però è sempre un lavoro di “precipitazione”
nel senso chimico del termine.
La
necessità di tener lì il materiale, lasciarlo decantare
… lo provi anche in concerto prima di inciderlo?
Molte volte succede,
molte volte è inevitabile. Nel senso che quando una canzone
è pronta comunque la si esegue, in concerto anche per cambiare
un po’ e non suonare sempre gli stessi pezzi. E quindi molto
spesso, poi, quando si incide, si incide qualche cosa che si è
già sperimentato. In ogni caso le prove bisogna farle anche
per vedere se funzionano le orchestrazioni.
Ti
è mai successo di scartare qualcosa vista l’accoglienza
“tiepida” ricevuta in concerto?
Mi è
successo più il contrario: di ammettere qualche cosa che
aveva buona accoglienza, anche se magari mi convinceva un po’
meno. Scartare non tanto in base all’accoglienza, anche perché
non mi è mai successo …
…
di essere fischiato platealmente …
Una volta sì,
un fischio l’ho ricevuto in concerto (e non era un “larsen”)
alla Rassegna Tenco la seconda volta che ci andai,
ma il commento di Enrico De Angelis fu “Beh, ma fischiarono
anche Piero Ciampi!”. Mi è successo però di
lasciar perdere canzoni che mi piacevano anche molto, ma che in
qualche modo non mi accadeva di suonare spesso in concerto a favore
di altre che evidentemente “funzionavano” di più
nella scaletta. E’ successo ad esempio con la canzone
“L’intagliatore di Santi”. Non la facciamo
quasi mai. Ed è, secondo me, una della più belle che
mi siano mai riuscite.
L’ho
notato anch’io. Come mai questo ostracismo dal vivo?
Non lo so. Forse perché
va talmente bene così, che l’incisione su disco mi
sembra la sua versione definitiva.
E’
un peccato toccarla?
Eh sì, perché
poi il concerto è sempre ovviamente un rifacimento. Altrimenti
non avrebbe senso fare concerti. Io sono molto favorevole ai concerti,
nel senso che non penso che sia possibile fare canzoni senza fare
concerti. Il problema è trovare dei concerti che siano gratificanti
o in un senso o nell’altro. O nel senso che ci sono persone
appassionate che ti stanno a sentire o nel senso che sono “ignobili
marchette” ma dove si guadagna un sacco di soldi, oppure meglio
ancora le situazioni miste, dove ti diverti e suoni magari in un
bel teatro e guadagni anche. Le peggiori sono, secondo me, quando
non tutti ti conoscono, ti invitano da qualche parte dove anche
tu non conosci tutti quanti e cominciano a chiederti di suonare
qualcosa. Perché lì la china scende inesorabilmente:
uno parte facendo delle canzoni sue e poi c’è sempre
qualcuno che inizia a chiederti qualcosa d’altro e poi “l’abisso
prende forma” nel senso che si inizia a chiedere “qualcosa
che sappiamo tutti”, poi “ma dai, facciamo qualcosa
di allegro”, perché ci sono sempre i depressi che pensano
che le canzoni debbano essere allegre per far contenti loro. Hanno
scambiato la canzone col Prozac, evidentemente! (ridiamo). E lì
a spiegare. Ma veramente le canzoni più belle sono sempre
state canzoni tristi. Le canzoni allegre possono essere simpatiche,
ma fanno parte di un altro tipo di mondo. Anzi, secondo me la canzone
non dovrebbe essere né triste né allegra. Dovrebbe
superare questa antinomia ed essere qualcosa di più simile
alla vita. La vita è più importante dell’arte.
Nel senso che l’arte rimane e la vita passa. Questo per dirti
quale può essere il livello minimo nell’andare in giro
a suonare. E allora devi prepararti delle scuse … io suono
solo chitarre con le corde di nylon …
…
Non posso, la mia religione non me lo consente …
…le mia religione
non me lo permette. Ed effettivamente penso che sia giusto così,
che sia giusto che il momento del concerto sia comunque un momento
sacro, un momento recintato, rituale e limitato.
E questa
tua “fede” nella religiosità del concerto giustifica
“Live in blu”, che è la fotografia di un concerto,
di un attimo nell’evoluzione della tua vita artistica. Ed
è anche l’occasione per riprendere quella parte di
repertorio che non si trova più in circolazione.
Ecco, questo
è un problema che ben si conosce, legato a questioni di produzione,
di distribuzione discografica. Nel senso che i miei primi due cd
( “Le parole del gatto” e “Max”)
non sono stati ristampati. Su “Max” tra l’altro
c’è “La
fiera della Maddalena” con Fabrizio De
André, quindi basterebbe ristamparlo con un buon
packaging e una buona produzione e se ne venderebbero centomila
copie!
E quindi
è introvabile il brano con De André? Esiste un De
André che non è più in commercio.
No, commercialmente non
si trova più. E’ chiaro che tutto quanto è su
internet e se uno lo volesse proprio trovare non farebbe fatica.
Ma se uno cercasse il cd ufficialmente non riuscirebbe a trovarlo.
E’
un peccato anche dal punto pure e semplice dell’operazione
commerciale.
Sia per la casa discografica
che per me. Che oltre alla questione dei diritti d’autore
avrei comunque una certa promozione nel senso che magari non proprio
tutti quelli che conoscono De André conoscono anche me (molti
però sì, proprio attraverso questa canzone) e quindi
potremmo essere contenti tutti. Però l’ho fatta questa
proposta alla BMG Ariola e non ho ricevuto una risposta positiva.
E passare
attraverso la Fondazione De André neanche?
Boh, non vorrei dare
l’impressione di marciare su questa vicenda. E poi Dori Ghezzi
ha molte altre iniziative da seguire.
Però
è davvero triste che un brano così non sia più
disponibile.
Ma io penso che prima
o poi succederà di ristamparlo. Ci vorrà forse ancora
un pochino di tempo. Se poi io nel frattempo traslocassi da una
posizione di semi-clandestinità ad una posizione invece di
semi-visibilità allora potrebbe trovare un modo per rieditare
il disco.
In “Live in blu” le canzoni da dove sono prese? “C’è
“Tabarca” che è un inedito, no?
Sono tre gli
inediti: “Tabarca” “Molo
dei greci” e “Coriandoli d’acqua”,
benché sia la più vecchia.
“Tabarca”
lo sapevo, “Molo dei greci” credevo invece che fosse
già edita.
Ecco, quello è
uno dei casi che dicevi tu prima: una canzone che stiamo eseguendo
da anni in concerto e che quindi sembra già conosciuta. Poi
ci sono “La fiera della Maddalena”, “Natale fuoricorso”,
“La Usl non passa l’amore” e “Notti slave”
dal disco “Max”, mentre “G.Byron, poeta”,
e “Centerbe” dalle “Parole del gatto”, “Tra
virtù e degrado”. “La ballata degli Otto Topi”
e “Danza composta” da “L’intagliatore di
Santi”.
Una
scelta “equilibrata” tra i vari dischi e gli inediti.
Rappresenta bene quello che hai fatto finora.
Mi sembra che possa rendere
bene l’idea di un passaggio, di uno sviluppo, di qualcosa
che è successo e che sta succedendo. I brani sono presi da
periodi diversi e danno un quadro abbastanza preciso.
E’
un disco che ti ha soddisfatto quindi “Live in blu”?
Sì
…
o avresti voluto metterci qualcosa in più che poi non c’è
stato per motivi vari?
No. Se vuoi
farmi dire “Il regno delle fate” abbiamo
scelto proprio di non metterlo, sostanzialmente perché non
era venuta abbastanza bene e poi dato che mi sembra ... vedo che
è una canzone che ha una sua magia e che prende , abbiamo
pensato …
…
di tenere un “brano forte” per il disco nuovo?
Sì,
ho pensato di conservare almeno un paio di brani, diciamo così,
“forti” … che poi mi fa anche ridere, perché
oggi per “brano forte” si intende DJ Francesco. Non
so nemmeno io “forte” in che senso. Diciamo forte di
per sé, brani liricamente forti, che l’ascoltatore
non sia abituato a sentire. Quindi ci sarà questo, poi un
altro che si chiama “L’ora del dilettante”
che non so se hai mai sentito.
No
E’ quasi un parlato
a cui stiamo lavorando ancora. Poi ci saranno altri brani, vecchi
e nuovi. Non so però quando ci metteremo effettivamente in
sala di incisione. Un po’ perché è fresco questo
e un po’ perché ho la tentazione di fare uscire un
altro disco prima, completamente diverse. Sempre un live, ma un
live di tipo diverso: però è un po’ presto per
parlarne. Un disco da osteria, ma non nel senso dell’Opera
Buffa di Guccini, quasi il contrario. Quelle canzoni che canti per
pochi intimi a fine serata (o nottata) in osteria. Le più
intimiste e introverse. Ma, ripeto, è troppo presto per parlarne.
Come anche è inutile parlare ora dell’idea di collaborazione
con altri artisti. Ma queste sono solo mezze idee di cui non vale
la pena di parlare per ora.
Senti,
invece, tu che, almeno apparentemente, hai una grande facilità
di scrittura …
… almeno apparentemente
infatti perché dipende cosa intendi con facilità di
scrittura.
…
nel senso che crei canzoni con molte storie che sembrano intrecciarsi.
Hai mai pensato di allargarti oltre la dimensione della canzone
e di raccontare storie che durino un intero album? Un album a tema,
con storie che abbiano una cifra comune. Finora forse l’unico
punto comune forse è Genova, ma anche lì ho dubbi:
mi sembra una forzatura.
Direi anch’io che
è una forzatura. Genova più che essere un argomento
è un set per le mie canzoni, nel senso che le compongo da
qua e, in ogni caso, come imprinting di immagini ho in mente molti
frammenti e particolari che a Genova riportano. D’altra parte
non vorrei essere visto come una sorta di ultimo venuto di una scuola
mai esistita. O quantomeno, se così dev’essere , che
sia un’operazione di marketing e non di critica mancata. Che
si dica “oh finalmente abbiamo il nuovo cantautore genovese
dopo anni che non ne avevamo”. Il che tra l’altro non
è vero perché Genova pullula di cantautori. Però
effettivamente nel momento in cui c’è un interesse
da parte della stampa … a me è capitato da parte della
stampa e della radiotelevisione tedesca, ad esempio. Non so come
mai in Germania c’è questo forte interesse nei confronti
della canzone genovese. E loro non hanno problemi a mettere me o
Sergio Alemanno come i rappresentanti forti della canzone genovese.
E allora
l’idea di allargarti a storie più ampie che coinvolgano
l’intero album?
Il cosiddetto
concept, insomma. Proprio in questi termini no. In realtà
a me è successa una cosa diversa, in un certo momento della
mia vita artistica. Non mi bastava più la canzone come tale:
i 5 minuti canonici, per intenderci. Il che ha dato origine a dei
mostri, tra virgolette, che poi ho lasciato un po’ lì
e che invece sarebbero in effetti da riprendere. Un po’ come
la canzone che a te non piace, “Luna persa”,
che in realtà è una canzone incredibile, perché
non esiste una canzone così nella musica italiana. Sono dieci
minuti liricamente molto forti dal punto di vista del testo. E non
sono nemmeno narrativi, quindi non è una canzone da cantastorie
come poteva essere “La locomotiva” di Guccini che si
segue dall’inizio alla fine anche per vedere come va a finire.
Nel mio caso è un film con una serie di stimoli neuronali,
dove poi alla fine qualcosa si capisce, ma non è neanche
detto. E’ praticatamene un gorgo, una sorta di videogioco
di 9-10 minuti, fatto di musica e parole. E’ vero che esistevano
delle suite nella musica pop degli anni ’70, però l’impostazione
era molto diversa.
Innanzitutto
più musica che parole …
Diciamo pure con parole
di un valore testuale minimo e le musiche interessanti e belle,
ma molto più sinfoniche. Nel caso della mia canzone ci sono
invece 4-5 temi musicali che continuano a ripetersi. Forse anche
di più. Perché anche la musica è molto frammentata.
Una volta arrivato a questo tipo di intenzione e, nel caso, di questa
canzone anche di esito, in altri casi è rimasto solo il testo
e non sono andato avanti con la possibilità di musicare.
Allora o uno decide di prendere qualcosa di simile e farne il pretesto
di un album tutto dello stesso tipo, che potrebbe essere un’idea
o sennò lavora di più in definitiva sul frammento.
In ogni caso, specialmente nell’Intagliatore di Santi io credo
che qualcosa di simile a un filo conduttore emerga: l’idea
dell’artigianato etc … Però è chiaro che
sarebbe bello prendere la Crociata degli innocenti e farne tutto
un cd o un musical. Questo a me per il momento non è venuto
in mente, forse perché io ho una certa difficoltà
nelle storie “finite”, cioè nelle storie con
un inizio, una fine e uno svolgimento.
Ti
piace di più lavorare per impressioni e giustapposizioni
di immagini.
Come dico sempre, si
può essere epici o lirici e io sono lirico e non sono epico.
Mentre invece altri cantautori sono molto più epici che lirici.
Guccini,
per esempio?
Guccini è
più epico che lirico, anche se ogni tanto, piuttosto che
raccontare una storia, un’epopea o altro parla piuttosto dei
fatti suoi. De André era quasi esclusivamente epico. Era
poetico nell’epica, ma non credo che esista una canzone lirica
veramente riuscita di De André. Se non forse “La
canzone dell’amore perduto”, ma sono in realtà
più dei calchi di un modo tradizionale di affrontare l’argomento.
Facciamo altri esempi: Brassens era un epico e
Brel un lirico. Io, anche quando faccio l’epico,
ossia racconto delle storie, lo faccio in maniere molto a mosaico,
molto frammentaria. Un altro lirico, ad esempio, è Paolo
Conte, anche quando racconta le storie sono sempre storie
legate a una distanza.
De
Gregori da che parte lo metti? E’ difficile, in effetti …
Guarda …
non lo so. Sia quando è lirico, sia quando è epico,
sia quando è apocalittico (perché questa è
un’altra peculiarità possibile dei cantautori, come
di tutti gli artisti) lo vedo molto irrisolto, in ogni caso. Né
di qua, né di là. Comunque dovessi scegliere, tanto
è un giochino che stiamo facendo, direi lirico. Perché
anche quando parla di Francesco Baracca, nell’ultimo disco
“L’amore nel pomeriggio”, che è
un disco che mi è piaciuto molto, sceglie una strada sceglie
una strada personale. E, sempre dallo stesso disco, “L’aggettivo
mitico” è invece un esempio di canzone apocalittica.
La canzone apocalittica è un genere in cui noi, artisti italiani,
non siamo molto versati. È una specialità americana
e in particolare della cultura ebraica.
Bob
Dylan quindi …
Risultano i
migliori loro: Leonard Cohen sicuramente, Bob Dylan.
Anche se poi trovi elementi apocalittici anche in canzoni come “Costruzione”
di Chico Buarque de Hollanda o anche in altre canzoni
di altre culture. Noi italiani no. Io probabilmente ho anche una
vena apocalittica molto forte.
Che
però non hai ancora usato appieno.
Direi che è da
usare con molta cautela.
Già
che stiamo facendo giochi e che sei di Genova: che mi dici di “Piazza
Alimonda” di Guccini?
Non lo so,
non saprei come dire. A noi di Genova sentire canzoni che hanno
come anafora “Genova, città così, Genova città
cosà” ci suona ovviamente già molto sentito.
Credo che l’intenzione comunque sia apprezzabile, nel senso
che è appunto l’intenzione del cantastorie che non
è presente ai fatti ma li reinterpreta secondo la sua sensibilità
e facendo questo fa un lavoro comunque egregio. Che quanto meno
si differenzia un po’ rispetto a quella che è la ciarla
mediatica. Anche altri hanno scritto canzoni sul “fattaccio”:
Alessio Lega, Giampiero Alloisio, che ha scritto
una canzone molto delicata. Sono fatti che uno può prendere
un po’ come una cartina di tornasole della propria sensibilità,
che in questo caso è soprattutto una sensibilità epica
e poi, volendo, politica, se questo termine ha ancora un significato
comprensibile e definito. Un po’ come il termine “cantautore”
che non vuol dire più niente: è inflazionato.
Un’ultima
domanda: una curiosità mia personale. Che musica ascolti
di solito? Cosa ti piace ascoltare?
Cosa mi piace
ascoltare? Devo confessarti che sono anni che sono praticamente
sordo e cieco dal punto di vista della comunicazione (non con altri
esseri sociali). Mi succede quindi molto poco di mettere della musica
e di ascoltarla. Una volta lo facevo con la radio, adesso non lo
faccio neanche più con la radio, perché da un lato
ho nostalgia delle radio con la manopola e quelle digitali non ho
ancora capito bene come settarle, dall’altro perché
le radio non trasmettono più musica da ascoltare.
Ma
preferenzialmente tu ascolteresti classica, jazz ... o altri cantautori
…
Io, in modo
molto discreto, posso ascoltare tutto. Questo significa che ascolto
ed ho ascoltato, soprattutto, di ogni. Jazz occasionalmente e solo
in radio. Anche perché ho sempre avuto pochissimi dischi.
Mi piace il tango, ma non sono un esperto. E anche la musica portoghese.
Per il resto, come ti dicevo, tutto può piacermi e interessarmi,
basta che sia proposta in modo moderato. Non tollero i fanatici
di nessuna “religione” musicale, quelli che sanno tutto
di Paolo Conte e solo di lui o se non è lui è Capossela
o Tom Waits o altre musiche ma sempre affini. Tutti bravissimi,
per carità, ma credo che si possa ascoltare musica in quantità
omeopatica. Ad esempio non tollerò ascoltare musica mentre
si mangia: mi piace di più il rumore della stoviglie sui
piatti o le chiacchiere tra le persone. La musica a tavola stona.
Intervista
effettuata il 4 gennaio 2005
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