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Le BiELLE INTERVISTE
Max Manfredi:
di Giorgio Maimone


Di Max Manfredi abbiamo già detto tanto su Bielle, quasi tutto. "Parola di Bielle" lo riteniamo uno dei nuovi grandi della canzone italiana. Lo ritenevamo quando agiva come cantautore quasi clandestino nei sette anni che hanno diviso il secondo dal terzo disco e lo riteniamo ancor più a ragione ora che la pubblicistica discografica inizia ad allineare qualche disco e qualche progetto in più. Parliamo con Max a una decina di giorni dalla sua venuta a Milano per il concerto di Acrobatici Anfibi (il 14 gennaio all'Arci Matatu).

Allora, da dove iniziamo a parlare, Max? Dal disco nuovo o … da quello ancora più nuovo? Da “Live in blu” appena uscito o dal disco di studio che verrà?

Un momento. Vorresti parlare di quello che devo ancora fare? Lo sto ancora un po’ rimestando. Il materiale c’è tutto. Ma è ancora da elaborare. E’ un po’ come il minestrone che sto facendo adesso in cucina, dove ho messo dentro un bel po’ di roba e ora deve bollire e deve consumarsi. Bisogna vedere quando decideremo di farlo uscire.

Tu lavori sempre con più materiale di quanto poi ti serva?

Io penso che questo succeda un po’ a tutti. A meno che uno non abbia una scarsità di idee accentuata. Io penso che un po’ tutti facciano così: si parte sempre da un pochino di più del materiale che poi si utilizzerà effettivamente.

Ci sono anche quelli che dicono “siamo andati in studio e abbiamo composto due brani lì per lì perché ci servivano per chiudere il disco”.

Beati loro! Io non ho idea di come facciano (ride). Questa canzoni-sveltine! No, io ho bisogno di un lunghissimo periodo di sedimentazione, ma è abbastanza automatico, anche perché poi mi trovo a riprendere brani che ho scritto magari vent’anni fa e cambiarci una virgola o due parole. Però è sempre un lavoro di “precipitazione” nel senso chimico del termine.

La necessità di tener lì il materiale, lasciarlo decantare … lo provi anche in concerto prima di inciderlo?

Molte volte succede, molte volte è inevitabile. Nel senso che quando una canzone è pronta comunque la si esegue, in concerto anche per cambiare un po’ e non suonare sempre gli stessi pezzi. E quindi molto spesso, poi, quando si incide, si incide qualche cosa che si è già sperimentato. In ogni caso le prove bisogna farle anche per vedere se funzionano le orchestrazioni.

Ti è mai successo di scartare qualcosa vista l’accoglienza “tiepida” ricevuta in concerto?

Mi è successo più il contrario: di ammettere qualche cosa che aveva buona accoglienza, anche se magari mi convinceva un po’ meno. Scartare non tanto in base all’accoglienza, anche perché non mi è mai successo …

… di essere fischiato platealmente …

Una volta sì, un fischio l’ho ricevuto in concerto (e non era un “larsen”) alla Rassegna Tenco la seconda volta che ci andai, ma il commento di Enrico De Angelis fu “Beh, ma fischiarono anche Piero Ciampi!”. Mi è successo però di lasciar perdere canzoni che mi piacevano anche molto, ma che in qualche modo non mi accadeva di suonare spesso in concerto a favore di altre che evidentemente “funzionavano” di più nella scaletta. E’ successo ad esempio con la canzone “L’intagliatore di Santi”. Non la facciamo quasi mai. Ed è, secondo me, una della più belle che mi siano mai riuscite.

L’ho notato anch’io. Come mai questo ostracismo dal vivo?

Non lo so. Forse perché va talmente bene così, che l’incisione su disco mi sembra la sua versione definitiva.

E’ un peccato toccarla?

Eh sì, perché poi il concerto è sempre ovviamente un rifacimento. Altrimenti non avrebbe senso fare concerti. Io sono molto favorevole ai concerti, nel senso che non penso che sia possibile fare canzoni senza fare concerti. Il problema è trovare dei concerti che siano gratificanti o in un senso o nell’altro. O nel senso che ci sono persone appassionate che ti stanno a sentire o nel senso che sono “ignobili marchette” ma dove si guadagna un sacco di soldi, oppure meglio ancora le situazioni miste, dove ti diverti e suoni magari in un bel teatro e guadagni anche. Le peggiori sono, secondo me, quando non tutti ti conoscono, ti invitano da qualche parte dove anche tu non conosci tutti quanti e cominciano a chiederti di suonare qualcosa. Perché lì la china scende inesorabilmente: uno parte facendo delle canzoni sue e poi c’è sempre qualcuno che inizia a chiederti qualcosa d’altro e poi “l’abisso prende forma” nel senso che si inizia a chiedere “qualcosa che sappiamo tutti”, poi “ma dai, facciamo qualcosa di allegro”, perché ci sono sempre i depressi che pensano che le canzoni debbano essere allegre per far contenti loro. Hanno scambiato la canzone col Prozac, evidentemente! (ridiamo). E lì a spiegare. Ma veramente le canzoni più belle sono sempre state canzoni tristi. Le canzoni allegre possono essere simpatiche, ma fanno parte di un altro tipo di mondo. Anzi, secondo me la canzone non dovrebbe essere né triste né allegra. Dovrebbe superare questa antinomia ed essere qualcosa di più simile alla vita. La vita è più importante dell’arte. Nel senso che l’arte rimane e la vita passa. Questo per dirti quale può essere il livello minimo nell’andare in giro a suonare. E allora devi prepararti delle scuse … io suono solo chitarre con le corde di nylon …

… Non posso, la mia religione non me lo consente …

…le mia religione non me lo permette. Ed effettivamente penso che sia giusto così, che sia giusto che il momento del concerto sia comunque un momento sacro, un momento recintato, rituale e limitato.

E questa tua “fede” nella religiosità del concerto giustifica “Live in blu”, che è la fotografia di un concerto, di un attimo nell’evoluzione della tua vita artistica. Ed è anche l’occasione per riprendere quella parte di repertorio che non si trova più in circolazione.

Ecco, questo è un problema che ben si conosce, legato a questioni di produzione, di distribuzione discografica. Nel senso che i miei primi due cd ( “Le parole del gatto” e “Max”) non sono stati ristampati. Su “Max” tra l’altro c’è “La fiera della Maddalena” con Fabrizio De André, quindi basterebbe ristamparlo con un buon packaging e una buona produzione e se ne venderebbero centomila copie!

E quindi è introvabile il brano con De André? Esiste un De André che non è più in commercio.

No, commercialmente non si trova più. E’ chiaro che tutto quanto è su internet e se uno lo volesse proprio trovare non farebbe fatica. Ma se uno cercasse il cd ufficialmente non riuscirebbe a trovarlo.

E’ un peccato anche dal punto pure e semplice dell’operazione commerciale.

Sia per la casa discografica che per me. Che oltre alla questione dei diritti d’autore avrei comunque una certa promozione nel senso che magari non proprio tutti quelli che conoscono De André conoscono anche me (molti però sì, proprio attraverso questa canzone) e quindi potremmo essere contenti tutti. Però l’ho fatta questa proposta alla BMG Ariola e non ho ricevuto una risposta positiva.

E passare attraverso la Fondazione De André neanche?

Boh, non vorrei dare l’impressione di marciare su questa vicenda. E poi Dori Ghezzi ha molte altre iniziative da seguire.

Però è davvero triste che un brano così non sia più disponibile.

Ma io penso che prima o poi succederà di ristamparlo. Ci vorrà forse ancora un pochino di tempo. Se poi io nel frattempo traslocassi da una posizione di semi-clandestinità ad una posizione invece di semi-visibilità allora potrebbe trovare un modo per rieditare il disco.


In “Live in blu” le canzoni da dove sono prese? “C’è “Tabarca” che è un inedito, no?

Sono tre gli inediti: “Tabarca” “Molo dei greci” e “Coriandoli d’acqua”, benché sia la più vecchia.

“Tabarca” lo sapevo, “Molo dei greci” credevo invece che fosse già edita.

Ecco, quello è uno dei casi che dicevi tu prima: una canzone che stiamo eseguendo da anni in concerto e che quindi sembra già conosciuta. Poi ci sono “La fiera della Maddalena”, “Natale fuoricorso”, “La Usl non passa l’amore” e “Notti slave” dal disco “Max”, mentre “G.Byron, poeta”, e “Centerbe” dalle “Parole del gatto”, “Tra virtù e degrado”. “La ballata degli Otto Topi” e “Danza composta” da “L’intagliatore di Santi”.

Una scelta “equilibrata” tra i vari dischi e gli inediti. Rappresenta bene quello che hai fatto finora.

Mi sembra che possa rendere bene l’idea di un passaggio, di uno sviluppo, di qualcosa che è successo e che sta succedendo. I brani sono presi da periodi diversi e danno un quadro abbastanza preciso.

E’ un disco che ti ha soddisfatto quindi “Live in blu”?

… o avresti voluto metterci qualcosa in più che poi non c’è stato per motivi vari?

No. Se vuoi farmi dire “Il regno delle fate” abbiamo scelto proprio di non metterlo, sostanzialmente perché non era venuta abbastanza bene e poi dato che mi sembra ... vedo che è una canzone che ha una sua magia e che prende , abbiamo pensato …

… di tenere un “brano forte” per il disco nuovo?

Sì, ho pensato di conservare almeno un paio di brani, diciamo così, “forti” … che poi mi fa anche ridere, perché oggi per “brano forte” si intende DJ Francesco. Non so nemmeno io “forte” in che senso. Diciamo forte di per sé, brani liricamente forti, che l’ascoltatore non sia abituato a sentire. Quindi ci sarà questo, poi un altro che si chiama “L’ora del dilettante” che non so se hai mai sentito.

No

E’ quasi un parlato a cui stiamo lavorando ancora. Poi ci saranno altri brani, vecchi e nuovi. Non so però quando ci metteremo effettivamente in sala di incisione. Un po’ perché è fresco questo e un po’ perché ho la tentazione di fare uscire un altro disco prima, completamente diverse. Sempre un live, ma un live di tipo diverso: però è un po’ presto per parlarne. Un disco da osteria, ma non nel senso dell’Opera Buffa di Guccini, quasi il contrario. Quelle canzoni che canti per pochi intimi a fine serata (o nottata) in osteria. Le più intimiste e introverse. Ma, ripeto, è troppo presto per parlarne. Come anche è inutile parlare ora dell’idea di collaborazione con altri artisti. Ma queste sono solo mezze idee di cui non vale la pena di parlare per ora.

Senti, invece, tu che, almeno apparentemente, hai una grande facilità di scrittura …

… almeno apparentemente infatti perché dipende cosa intendi con facilità di scrittura.

… nel senso che crei canzoni con molte storie che sembrano intrecciarsi. Hai mai pensato di allargarti oltre la dimensione della canzone e di raccontare storie che durino un intero album? Un album a tema, con storie che abbiano una cifra comune. Finora forse l’unico punto comune forse è Genova, ma anche lì ho dubbi: mi sembra una forzatura.

Direi anch’io che è una forzatura. Genova più che essere un argomento è un set per le mie canzoni, nel senso che le compongo da qua e, in ogni caso, come imprinting di immagini ho in mente molti frammenti e particolari che a Genova riportano. D’altra parte non vorrei essere visto come una sorta di ultimo venuto di una scuola mai esistita. O quantomeno, se così dev’essere , che sia un’operazione di marketing e non di critica mancata. Che si dica “oh finalmente abbiamo il nuovo cantautore genovese dopo anni che non ne avevamo”. Il che tra l’altro non è vero perché Genova pullula di cantautori. Però effettivamente nel momento in cui c’è un interesse da parte della stampa … a me è capitato da parte della stampa e della radiotelevisione tedesca, ad esempio. Non so come mai in Germania c’è questo forte interesse nei confronti della canzone genovese. E loro non hanno problemi a mettere me o Sergio Alemanno come i rappresentanti forti della canzone genovese.

E allora l’idea di allargarti a storie più ampie che coinvolgano l’intero album?

Il cosiddetto concept, insomma. Proprio in questi termini no. In realtà a me è successa una cosa diversa, in un certo momento della mia vita artistica. Non mi bastava più la canzone come tale: i 5 minuti canonici, per intenderci. Il che ha dato origine a dei mostri, tra virgolette, che poi ho lasciato un po’ lì e che invece sarebbero in effetti da riprendere. Un po’ come la canzone che a te non piace, “Luna persa”, che in realtà è una canzone incredibile, perché non esiste una canzone così nella musica italiana. Sono dieci minuti liricamente molto forti dal punto di vista del testo. E non sono nemmeno narrativi, quindi non è una canzone da cantastorie come poteva essere “La locomotiva” di Guccini che si segue dall’inizio alla fine anche per vedere come va a finire. Nel mio caso è un film con una serie di stimoli neuronali, dove poi alla fine qualcosa si capisce, ma non è neanche detto. E’ praticatamene un gorgo, una sorta di videogioco di 9-10 minuti, fatto di musica e parole. E’ vero che esistevano delle suite nella musica pop degli anni ’70, però l’impostazione era molto diversa.

Innanzitutto più musica che parole …

Diciamo pure con parole di un valore testuale minimo e le musiche interessanti e belle, ma molto più sinfoniche. Nel caso della mia canzone ci sono invece 4-5 temi musicali che continuano a ripetersi. Forse anche di più. Perché anche la musica è molto frammentata. Una volta arrivato a questo tipo di intenzione e, nel caso, di questa canzone anche di esito, in altri casi è rimasto solo il testo e non sono andato avanti con la possibilità di musicare. Allora o uno decide di prendere qualcosa di simile e farne il pretesto di un album tutto dello stesso tipo, che potrebbe essere un’idea o sennò lavora di più in definitiva sul frammento. In ogni caso, specialmente nell’Intagliatore di Santi io credo che qualcosa di simile a un filo conduttore emerga: l’idea dell’artigianato etc … Però è chiaro che sarebbe bello prendere la Crociata degli innocenti e farne tutto un cd o un musical. Questo a me per il momento non è venuto in mente, forse perché io ho una certa difficoltà nelle storie “finite”, cioè nelle storie con un inizio, una fine e uno svolgimento.

Ti piace di più lavorare per impressioni e giustapposizioni di immagini.

Come dico sempre, si può essere epici o lirici e io sono lirico e non sono epico. Mentre invece altri cantautori sono molto più epici che lirici.

Guccini, per esempio?

Guccini è più epico che lirico, anche se ogni tanto, piuttosto che raccontare una storia, un’epopea o altro parla piuttosto dei fatti suoi. De André era quasi esclusivamente epico. Era poetico nell’epica, ma non credo che esista una canzone lirica veramente riuscita di De André. Se non forse “La canzone dell’amore perduto”, ma sono in realtà più dei calchi di un modo tradizionale di affrontare l’argomento. Facciamo altri esempi: Brassens era un epico e Brel un lirico. Io, anche quando faccio l’epico, ossia racconto delle storie, lo faccio in maniere molto a mosaico, molto frammentaria. Un altro lirico, ad esempio, è Paolo Conte, anche quando racconta le storie sono sempre storie legate a una distanza.

De Gregori da che parte lo metti? E’ difficile, in effetti …

Guarda … non lo so. Sia quando è lirico, sia quando è epico, sia quando è apocalittico (perché questa è un’altra peculiarità possibile dei cantautori, come di tutti gli artisti) lo vedo molto irrisolto, in ogni caso. Né di qua, né di là. Comunque dovessi scegliere, tanto è un giochino che stiamo facendo, direi lirico. Perché anche quando parla di Francesco Baracca, nell’ultimo disco “L’amore nel pomeriggio”, che è un disco che mi è piaciuto molto, sceglie una strada sceglie una strada personale. E, sempre dallo stesso disco, “L’aggettivo mitico” è invece un esempio di canzone apocalittica. La canzone apocalittica è un genere in cui noi, artisti italiani, non siamo molto versati. È una specialità americana e in particolare della cultura ebraica.

Bob Dylan quindi …

Risultano i migliori loro: Leonard Cohen sicuramente, Bob Dylan. Anche se poi trovi elementi apocalittici anche in canzoni come “Costruzione” di Chico Buarque de Hollanda o anche in altre canzoni di altre culture. Noi italiani no. Io probabilmente ho anche una vena apocalittica molto forte.

Che però non hai ancora usato appieno.

Direi che è da usare con molta cautela.

Già che stiamo facendo giochi e che sei di Genova: che mi dici di “Piazza Alimonda” di Guccini?

Non lo so, non saprei come dire. A noi di Genova sentire canzoni che hanno come anafora “Genova, città così, Genova città cosà” ci suona ovviamente già molto sentito. Credo che l’intenzione comunque sia apprezzabile, nel senso che è appunto l’intenzione del cantastorie che non è presente ai fatti ma li reinterpreta secondo la sua sensibilità e facendo questo fa un lavoro comunque egregio. Che quanto meno si differenzia un po’ rispetto a quella che è la ciarla mediatica. Anche altri hanno scritto canzoni sul “fattaccio”: Alessio Lega, Giampiero Alloisio, che ha scritto una canzone molto delicata. Sono fatti che uno può prendere un po’ come una cartina di tornasole della propria sensibilità, che in questo caso è soprattutto una sensibilità epica e poi, volendo, politica, se questo termine ha ancora un significato comprensibile e definito. Un po’ come il termine “cantautore” che non vuol dire più niente: è inflazionato.

Un’ultima domanda: una curiosità mia personale. Che musica ascolti di solito? Cosa ti piace ascoltare?

Cosa mi piace ascoltare? Devo confessarti che sono anni che sono praticamente sordo e cieco dal punto di vista della comunicazione (non con altri esseri sociali). Mi succede quindi molto poco di mettere della musica e di ascoltarla. Una volta lo facevo con la radio, adesso non lo faccio neanche più con la radio, perché da un lato ho nostalgia delle radio con la manopola e quelle digitali non ho ancora capito bene come settarle, dall’altro perché le radio non trasmettono più musica da ascoltare.

Ma preferenzialmente tu ascolteresti classica, jazz ... o altri cantautori …

Io, in modo molto discreto, posso ascoltare tutto. Questo significa che ascolto ed ho ascoltato, soprattutto, di ogni. Jazz occasionalmente e solo in radio. Anche perché ho sempre avuto pochissimi dischi. Mi piace il tango, ma non sono un esperto. E anche la musica portoghese. Per il resto, come ti dicevo, tutto può piacermi e interessarmi, basta che sia proposta in modo moderato. Non tollero i fanatici di nessuna “religione” musicale, quelli che sanno tutto di Paolo Conte e solo di lui o se non è lui è Capossela o Tom Waits o altre musiche ma sempre affini. Tutti bravissimi, per carità, ma credo che si possa ascoltare musica in quantità omeopatica. Ad esempio non tollerò ascoltare musica mentre si mangia: mi piace di più il rumore della stoviglie sui piatti o le chiacchiere tra le persone. La musica a tavola stona.

Intervista effettuata il 4 gennaio 2005

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