| di
Giorgio Maimone
Sostanzialmente
sono quattro le curiosità che vorrei togliermi: Max fruitore
di De André, Max in contatto con Faber, Max in qualche modo
erede di Faber e Max all'interno della scuola genovese.
Il tuo approccio con De André da ascoltatore. Immagino sia
stato precedente alla conoscenza. In Italia non è possibile
avere una passione come la tua e non fare i conti con De André.
De André
ascoltato alquanto da bambino quasi adolescente, dai dieci ai sedici
anni. Io ho cominciato a comporre e scrivere, non solo canzoni,
ma soprattutto canzoni, a tredici anni. Due delle mie prime sono
ispirate, neanche tanto lontanamente, da De André, ma questa
è soltanto una curiosità. Interesse di ascoltatore
- e compratore, a volte - fino a Storia di un Impiegato,
Non al denaro, etc. Poi, a poco a poco, crisi di rigetto,
preferenza rivolta ad altri artisti: in Italia, Guccini
e soprattutto Lolli (dai sedici, diciassette anni
in su), Leonard Cohen tra gli stranieri (e qui
Fabrizio rientra dalla finestra). Passione d'ascoltatore per
Paolo Conte dopo i vent'anni.E così via, tenendo
presente che, se mai ho raggiunto una maturità compositiva
di cantautore, non è stato dopo i diciotto anni... con quella
refrattarietà nei confronti dei modelli che ne consegue.
Mi piacevano alcune canzoni di De André, tra quelle fatte
con Bubola, o almeno alcune parti di canzoni ("Fiume
Sand Creek" lo ritengo un capolavoro, "Coda
di Lupo", a parte alcune frasi, è una canzone
molto riuscita, di Rimini mi piaceva certo andamento coheniano,
nella musica, non nelle immagini.) Le mie riserve vertevano su quello
che in realtà è un punto di forza della produzione
di De André, non meno che di Lucio Battisti: la cantabilità
in pullman, che pagava spesso lo scotto di una semplicità
armonica che, allora, mi dispiaceva.
Il superamento della (peraltro, come avrai capito, tenue e discreta)
crisi di rigetto nei confronti di De André avvenne con "Creuza
de Ma". Permane invece una certa riserva e distanza
sentimentale nei confronti dei seguaci Deandreani più ottusi,
ed è ovvio: riconoscono l'eccellenza di un cantautore solo
commisurandola al Maestro, e quindi, di fatto, la negano in ciò
che ha di più prezioso, l'autonomia e l'originalità;
e poi, come artista e come uomo, sono sempre stato impermeabile
al fascino del "cara, stanno suonando la nostra canzone",
per me la canzone, come ogni forma d'arte, è un'avventura
della sensazione, dell'emozione; non ci sono canzoni che siglano
i ricordi della mia vita, non posseggono il fascino della memoria
e dell'elegia. Non sono, le canzoni, ruffiane della storia, non
mendicano la loro importanza al vissuto sociale o al divenire da
quattro soldi di chi le "usa". Ma questo è un discorso
lungo ed amaro, le mie sirene si spazientiscono, lasciamo perdere,
credo di essere stato chiaro. Creuza de Ma vede il superamento di
quel linguaggio aulico che, ogni tanto, in Fabrizio poteva infastidire,
a vantaggio di una lingua inventata, perduta eppure presente, vivace
e "pop", e - in certi brani - un controllo dell'immagine
e del suono da poeta, e intendo per poeta non una " schiena
sottratta alla letteratura", ma proprio chi fa una poetica
della canzone, che è cosa diversa.
Massimo rispetto, come dicono i rapper, per De André negli
ultimi cd, dei quali non tutti i brani mi piacciono allo stesso
modo, ma che mi sembrano, in un certo senso, perfetti. Nel frattempo,
c'è stato il caso Maddalena, e ho avuto, come sai, la fortuna
di conoscerlo e lavorare, sia pure per pochi giorni, insieme a lui.
Però non mi son mai sentito di dover "fare i conti"
con qualche artista. Forse dal punto di vista delle scelte morali
e della vita. E lì perdo a stecca nei confronti di chiunque.
Ma non ho mai avuto un talento agonistico. Antagonista sì,
ma non agonistico.
In secondo luogo invece il processo di conoscenza. Come
é andata, chi vi ha messo in contatto, come si è sviluppato
questo contatto. E soprattutto quali tue canzoni gli hai fatto ascoltare.
Lui era nel periodo precedente ad Anime Salve, se non sbaglio ...
Gulp! Il contatto
è stato Vanni Pierini, il patron del premio
Città di Recanati. Brevemente: Vanni va in Sardegna, ospite
di De Andrè. Gli fa sentire una mia cassetta, dicendogli:
"La musica italiana ha un debito nei confronti di questo
qui". nella cassetta ci sono le canzoni che faranno parte
del disco "Max". A questo punto, pare, e dico pare, perché
io non c'ero, e lui non me l'ha mai detto di persona, che i commenti
di Faber siano stati: 1) "Questo è uno stronzo,
perché si sente che non fa nulla per avvicinarsi al pubblico".
2)"Questo è più avanti di me e Ivano messi
assieme". (immagino questi commenti si riferissero all'ascolto
di "Luna Persa", che tu conosci, ed è,
tra le mie canzoni inedite, quella che più si presta a simili
osservazioni) Il risultato dell'ascolto è stata, comunque,
una proposta di De André: nella edizione da venire del premio
Città di Recanati, Max Manfredi sarebbe
dovuto essere l'ospite, e Fabrizio, senza nulla svelare ai giornalisti,
avrebbe dovuto accompagnarlo come chitarrista. Un discreto colpo
di teatro per i vari chef del pensiero musicale leggero! Però
non se ne fece niente per problemi di date e concerti. Così
si arrivò all'ipotesi che poi è stata realizzata,
di cantare insieme la mia "Fiera della Maddalena".
Che credo esista su Napster segnalata come una canzone di De André
e Guccini! Ma la mia "erre" è diversa...
Terzo punto e' quello relativo all'eredità. Cosa
ha lasciato, cosa è rimasto? Oppure un grande quando muore
lascia terra bruciata dietro di sé? C'é insomma una
"lezione deandreiana" a cui ispirarsi? C'é un "verbo"
non scritto da propagare?
La lezione
devono prenderla i mediatori infingardi, i giornalisti venduti,
gli impresari senza coraggio, il pubblico stesso in quanto oggi
pericolosamente privo di anticorpi etici ed estetici, preda difficile
ma sicura delle operazioni di marketing. Un grande, purché
sia anche reputato tale da altri, (se è un grande e lo conoscono
in due più qualche angelo, il discorso non funziona) lascia
una curvatura nello spazio, un diverso andazzo gravitazionale, un
contraccolpo cosmico. La lezione di questi grandi è: si può
essere artisti ed artigiani insieme, si può essere colti
ma non eruditi tromboni, si può trovare la strada per proporre
canzoni che diano anche emozioni, oltre che far battere i piedi
a tempo. Ma a chi, questa lezione? Non tanto agli artisti, che son
fin troppo presenzialisti, o sarebbero; ma a chi latita, a quelli
cui non conviene, a chi boicotta, ai venditori di santini senza
fantasia, ai mediatori. Che dovrebbero imparare a riconoscere l'eccellenza
e la straordinarietà di un artista indipendentemente dal
suo potere contrattuale...ma basta sfogliare i giornali, guardare
la tv, e si capisce che non è proprio così. Siano
benedette le eccezioni! Iddio ti benedica, o Maimone! Detto ciò,
questo non è tempo per cantautori, i cantautori sono nati
ai margini di un mercato florido, oggi il mercato è un colabrodo.
Quarto
e ultimo punto. Come scuola genovese ci si riferisce di solito a
quella "storica" in cui si fa rientrare anche De André.
Però... però mi pare che un bel movimento a Genova
ci sia anche adesso e che buona parte di questo movimento ti veda
come epicentro. Roncone, Spiccio, Pastorino, Forin, Gambetta, fino
ad arrivare ai Rosa Tatuata e Cristiano De Andre'. E' nata una nuova
scuola? Ci sono caratteri comuni? Ti ci riconosci oppure sei più
da lupo solitario?
Movimento a
Genova ce n'è tanto, più tra gli artisti che nel pubblico,
che è poco e pigro. Tieni conto che Genova è città
di ottocentomila persone (e qualche decina di anime, come diceva
Heine di non so che paese tedesco). In centro, però, ci vivono
in trecentomila. Tra questi, moltissimi sono extracomunitari e altri
sono vecchi: possono essere pubblico per la canzone d'autore soltanto
in modo molto obliquo: di solito i vecchietti se ne stanno in casa,
e le varie etnìe preferiscono la "loro" musica,
oppure - come tutti - prodotti globalizzati. A parte quei dieci
o venti appassionati, magari arriviamo a cento, il pubblico si muove
in massa solo per grandi eventi mediatici o economico-logistici
(da Manu Chao alla Fiumara, a Notre Dame
de Paris; e, per quest'ultimo, nemmeno in tanti) e manca
quasi del tutto l'orgoglio del "cult". Il grado di frustrazione,
in molti ambienti, è anzi metafisico. L'unico di quelli che
nomini, in grado di riempire un grande teatro è Beppe
Gambetta, con un lavoro di autopromozione spasmodico e
il giusto premio di un'attività artistica febbrile, e non
soltanto italiana..
Io sono
di certo un lupo solitario, ma con tanti amici. Claudio
Roncone è anche mio socio e compagno di avventure
burocratiche, oltre che enogastronomiche. Ma ha cominciato a far
canzoni e renderle in qualche modo pubbliche da poco, e quasi per
caso. Claudia Pastorino è un'amica, bravissima
interprete, Spiccio è per me - e io per
lui - un debito karmico, Augusto Forin è
un artista molto originale e raffinato, e semplice anche, così
come un taglio personalissimo hanno le canzoni di Franco
Boggero. Dimentichiamo l'ottimo Federico Sirianni,
che in realtà è il solo, con me e Claudia, ad avere
pubblicato dei cd, se si eccettua il sempreverde e semprebianco
Sergio Alemanno. Dobbiamo citare anche Nitti
e Agnello, che son stati al festival di Sanremo, anche
se non se ne sono probabilmente accorti. Tutti nomi che non diranno
molto ai lettori. E' strano, ci sono cantautori non migliori di
Augusto Forin e Federico Sirianni, che fanno parlare certi giornalisti
di fenomeno e rinascita della canzone d'autore. Non ho ancora capito
i meccanismi per cui questo avvenga, ma avviene. Anche il pubblico
più autonomo nel giudizio non sa più a chi credere,
col risultato che si fida solo dei nomi noti e dei beni-rifugio.
Ma questi scompaiono, ogni tanto. Dico spesso che bisogna stare
attenti, il mercato di nicchia non esiste, e non deve trasformarsi
in un mercato di loculo. In questo senso ti sono molto grato dello
spazio che dai a ciò che dico, e ai miei amici genovesi.
Ma bisogna aggiungere che il movimento artistico e culturale, a
Genova, è interessante e variopinto, mancano soltanto le
strutture e i mediatori. Tanto da spingere gente come me, abbastanza
inadatta, a caldeggiare le strutture ed assumere il ruolo di mediatore.
E insomma, non c'è una nuova scuola, e, quel che è
peggio, non c'è nemmeno la parvenza di un potere contrattuale
che un gruppo di artisti genovesi possa raggiungere più che
un singolo. Direi che è più facile farsi riconoscere
come lupi solitari! E allora saremmo già contenti, e grati
ad istituzioni e sponsor privati, se ci dessero una sede adatta
per organizzare concerti e pubblico, e i finanziamenti per pagare
gli artisti da fuori e quel minimo di attività pubblicitaria.
Per chiudere progetti & altro. Dove altro riguarda anche
l'uscita del tuo libro.
Il mio libro
esiste, si può richiedere all'editore, Libero
di Scrivere. Non credo sia distribuito per ora fuori Genova.
Sennò lo si richieda direttamente a me, scrivendo alla mia
mail. Il titolo è "Trita
Provincia", il sottotitolo "novella discreta".
Se ne può parlare in modo più diffuso, magari in occasione
di una altra intervista puntata sul tema dell'ultima domanda.
Intervista
effettuata il 13 gennaio 2003
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