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Le BiELLE INTERVISTE
Mauro Pagani: il viaggio infinito


Vent'anni fa Fabrizio de Andrè lanciava sul mercato Creuza de mà. Operazione coraggiosa e assolutamente innovativa, un viaggio per il mondo del Mediterraneo che avrebbe segnato un paletto storico e dato una svolta alla canzone d'autore italiana.
Nello scorso agosto Mauro Pagani, coautore dell'opera, ha voluto festeggiare questo compleanno con un concerto memorabile tenutosi a Siena in cui ha iniziato la rilettura di quel viaggio. Ma non finisce qui: uscirà infatti a fine ottobre-inizio novembre un Cd che, sull'onda di quell' "e-anda-e-o-e-e-anda-e-oh" che tanto bene rende il senso di infinite partenze ed infiniti ritorni, raccoglie quella rilettura inaugurando inoltre la nascita di una nuova casa discografica.

Mauro, ci racconti qualcosa di questa Creuza che state rifacendo?

Beh, devo fare una premessa. La mia avventura mediterranea è cominciata nel ’74-’75 quando ho avuto questa folgorazione nei confronti della musica mediterranea. Sono partito dalla musica balcanica e quindi dalle contaminazioni della musica turca, delle tracce che la dominazione turca aveva lasciato in tutto il Mediterraneo. Da lì, cominciando a studiare, sono risalito alla cultura araba, all’immigrazione araba, all'Islam, ai califfati occidentali. Ho avuto la fortuna poi di collaborare da subito con i musicisti italiani che già allora si interessavano a questa cosa, parlo per esempio di Canzoniere del Lazio, Area e Moni Ovadia, che a Milano aveva il Gruppo Folk Internazionale. Nel ’76 ho fatto il mio primo disco solo e ho cominciato l’avventura con De André nell’81, ma già lavoravo su questo materiale da un po' di anni. Vedi, in qualche modo questa mia strada è cominciata 8-10 anni prima di Creuza, che è stato un momento centrale di un viaggio più ampio. Creuza de ma è stato un episodio molto importante di un tragitto che è cominciato prima e che in qualche modo sta ancora continuando. Io penso a Creuza de mà come una sorta di viaggio infinito. È come se adesso avessi rifatto un giro e fra un po' qualcun altro rifarà un altro giro di questo viaggio infinito attorno al mediterraneo anche per generi musicali, seguendo la contaminazione della dominazione turca, quindi andando dal sud della Spagna alla musica greca alla musica balcanica al Nord Africa alla musica algerina con un segno turco molto forte come un fil rouge che unisce tutto. La differenza con la Creuza originale è che Creuza è un disco fatto da due viaggiatori che non viaggiavano. Un po' due Salgari, dico sempre ridendo, perché abbiamo fatto un disco con questo sapore Mediterraneo ma è fatto da noi con musicisti italiani in una lingua italiana. È un po' come nei romanzi di Salgari dove gli stranieri vengono definiti, descritti, immaginati, ma non ci sono mai. Stavolta invece ho fatto questo giro e assieme a me e ad altri musicisti italiani ci sono dei musicisti turchi, dei cantanti israeliani, una cantante tunisina… forse la differenza principale è proprio quella.
Poi ho evitato la tentazione di attualizzarlo troppo. Perché se quello era un viaggio proiettato verso il passato in una sorta di spazio temporale non definito, la tentazione rifacendo il giro oggi era di attualizzare. Oggi il Mediterraneo è un po' un'altra cosa rispetto a questo Mediterraneo sognato e sospeso… però ho preferito non farlo perché il riferimento musicale è molto forte e poi bene o male la musica di Creuza de ma l'ho composta io…

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Quello che non ti aspetti. Le magie possono essere riproducibili. Creuza de Ma, l'originale, quello con Fabrizio De André per intenderci, è il disco imprescindibile della nostra canzone d'autore: una magia per l'appunto, dove testi, musiche, canto, ispirazione, strumentazione, respiro e idee hanno danzato alti nel cielo, sospinti dalle benevole divinità che presiedono ai venti e ai mari che hanno congiurato concordi perché ne uscisse un capolavoro. (segue)

Il lavoro ve lo eravate diviso 50/50? Tu avevi curato le musiche e Fabrizio i testi?

Sì, mentre nelle Nuvole ci siamo intrecciati di più, in Creuza ci siano divisi i compiti. Era un genere musicale che uno non è che prende e si improvvisa a scrivere. Difatti non ce ne sono molti di esempi di quel genere in giro… quella sorta di naturalezza a scrivere quel modo viene da due cose: la prima è questo ascolto che io ho fatto… come ho iniziato a interessarmi di quella musica ho smesso di ascoltare rock e musica moderna. Per anni ho ascoltato solo registrazioni sul campo di musica originale, quindi in realtà ho preso il passo il modo espressivo di quella musica. L'altra cosa, che in fondo è l'invenzione di Creuza è stata l'elaborazione del bouzouki: tutto quel disco è stato scritto col bouzouki, che originariamente è uno strumento greco ma che i greci accordano in un altro modo. Io ho preso il bouzouki e l’ho accordato alla turca, in modo che fosse possibile attraverso il bouzouki che è uno strumento in fondo dal suono un po' orientale ma dalla tablatura occidentale, cioè sul bouzouki si fanno le scale occidentali, quello è stato il terreno comune per cui sono riuscito a creare un trait d’union. Però la chiave è stata proprio trovare l'accordatura diversa e scrivere e suonare su quello. Questa operazione è stata il frutto di studi di anni, quindi sostanzialmente non era divisibile. Io avevo parlato di fare questo disco mediterraneo e ho fatto le musiche, lui le ha prese, ha scritto i testi, ha trovato il suo modo di cantarlo ed è venuto fuori Creuza. Che è a tutti gli effetti un disco a quattro mani.

Nell'intervista che hai rilasciato a Bertoncelli per il suo libro “Belin sei sicuro?”, dici che Creuza è fatta di tre facciate: le due di Creuza più la seconda delle nuvole. Hai costruito il disco nuovo seguendo questa linea o hai fatto un'altra scelta?

Da Nuvole ho messo solo "Megu Megun". Invece ho inserito alcuni pezzi precedenti a Creuza. Uno è un brano strumentale intitolato “Europa minor” che è stato il primo pezzo Mediterraneo che ho scritto e che è l'inizio di tutto (è il pezzo di apertura di Mauro Pagani, il suo primo Cd - ndr). Poi c’è un pezzo che ho scritto nel 1981 e che sarebbe stato benissimo in Creuza ma siccome il progetto è nato dopo, è finito da un’altra parte, nella colonna sonora del sogno d'una notte d'estate di Salvatores. E’ un pezzo dove ho rimusicato una cantiga de amigo di Martim Kodax. Sono testi molto semplici e molto sonori, che avevo conosciuto lavorando con dei medioevalisti, un gruppo chiamato "Alia Musica" che rileggeva sia le cantigas per Santa Maria che un paio di cantigas de amigo con un approccio filologico, non legato alla tradizione cristiana. Quella di Alia Musica era una ricostruzione basata sul restituire alle cantigas l'uso degli strumenti e il loro di cantare originale. Io ho seguito come produttore il loro disco che uscì per la Philips classica - credo nell '80 - e lì ho iniziato a conoscere queste cose che ho poi trasferito in Creuza. Quindi consideravo questo pezzo parte integrante di Creuza de mà, un po’ il suo prodromo, insomma.
Non ho inserito “A cimma” perché non lo considero così mediterraneo. E’ cantato in genovese ma formalmente non fa parte di quel genere. Forse avrei potuto mettere “Monti di Mola” però ho scelto di non farlo.
Poi - ed non l'avevo ancora detto a nessuno - c'è un inedito. E’ una cosa che avevamo in mente di fare con Fabrizio e non abbiamo mai fatto: tradurre e musicare dei lirici greci. Così ho preso un frammento di Alcmane, un poeta dell'ottavo secolo avanti Cristo, un frammento molto bello che a Fabrizio piaceva molto, l’ho tradotto in genovese con l'aiuto di qualche amico e l’ho musicato in una specie di ninna nanna. Mi sembrava giusto farlo e d'altronde non me la sarei mai sentita di scrivere dei testi nuovi in genovese, ma in fondo questa è una cosa che formalmente fa parte di quello che era il nostro progetto.
Questa Creuza non è un vero e proprio live, perché per metà è registrato in studio ma soprattutto perché è piuttosto un progetto di rilettura fatto oggi. Tra 10 anni magari qualcun altro intraprenderà a sua volta il viaggio e ne farà un altro. Pensa che sto ancora cercando un titolo appropriato. Per ora si chiama "Creuza de mà 2004", ma si può far di meglio. Voglio trovare un titolo che includa il concetto di rilettura. Rilettura di un viaggio? Il viaggio infinito? Andate e ritorni? È complicato perché ci sono troppe implicazioni, perché parlo di questo mio viaggio che è iniziato prima e non è mai finito. Forse avrebbe senso ch'io lo chiamassi "La mia Creuza", però sembra una contrapposizione con quello che fatto con De Andrè, e non è così. E allora cosa faccio? Creuza e da capo? Mah, accetto suggerimenti.

Con questo disco inauguri la tua casa discografica. Che cosa hai in mente?

La prima cosa che ho in mente è di sopravvivere. Nel senso che questa dissennata politica fatta sulla musica in Italia in questi anni ha portato la nostra situazione ad essere veramente critica. All'estero la crisi c'è, la sentono anche loro, ma un po' se la cavano. Noi che non abbiamo un mercato estero che fa da tampone e soprattutto che non abbiamo allevato i ragazzi ad avere rispetto per la musica perché abbiamo fatto per l'80% una produzione priva di qualità, ci troviamo con dei giovani che confondono il Cd con il pezzo di plastica, dimenticando che dietro ci sono mesi di lavoro. Attualmente i ragazzi non riescono a vivere del lavoro di musicisti, anzi, stiamo vivendo la scomparsa del mestiere del musicista che è una cosa molto più grave di quello che si dice, perché condanna questi ragazzini - per il fatto che le macchinette per fare home recording costano poco e si possono fare dischi in casa con due lire - a lavorare da soli senza confronti. E in questo modo non si cresce.

Hai già qualcosa di concreto per le prossime uscite?

Beh, iniziamo con Creuza che dovrebbe uscire a fine ottobre-primi novembre, poi a gennaio dovrenmmo uscire con Badarà Seack, un cantante senegalese bravissimo che ha già collaborato ai due ultimi dischi di Massimo Ranieri. Un altro progetto è il DVD della nuova Creuza, ma non è ancora ben definito; potrebbero esserci un po' di riprese da vari concerti, magari potrebbe diventare una sorta di DVD antologico, anche se io faccio fatica a fare cose su di me... Bisogna che dia il materiale a qualcun altro, perché sono ipercritico e lasciarei solo una fotografia e mezzo pezzo. Questo è anche il motivo per cui non ho mai fatto un live: sono uno che fa fatica a riascoltare le registrazioni dal vivo. Preferisco avere lo stesso approccio che ha il pubblico e fare il lavoro dell'illusionista. Arrivi, abbassi le luci, muovi l'aria e si crea qualcosa che non c'era, che si ferma per il tempo dello spettacolo e poi scompare e del quale rimane un ricordo, un'emozione. Ecco, secondo me quello deve rimanere finito il concerto.

Ma per i piccoli che fanno prodotti di qualità, può esserci uno spazio alternativo?
Un modo diverso di arrivare al pubblico?


Ci sono delle distribuzioni alternative in questo momento che si occupano di piccoli negozi. Qualche spazio si trova, cerchiamo di sopravvivere sperando che cominci ad esserci un'inversione di tendenza cioè che i ragazzi comincino a rendersi conto che visto che vengono rifilati loro prodotti chewing-gum, se proprio devono copiare, copino quelli, ma le cose che piacciono davvero le comprino. Questo per permettere a chi fa cose di qualità di poter vivere del proprio lavoro. Altrimenti scomparirà anche quello e saremo tutti condannati al disco del compagno di pianerottolo. Il che va bene, però provate a pensare che è come se si fosse obbligati ad andare al cinema e vedere film fatti in super 8 dal vicino che riprende il matrimonio della sorella. Esagero ma è così: infatti sta scomparendo un lavoro e con esso tante professionalità. Ci sono sacco di scuole per fonici e tecnici del suono che però poi non sapranno dove andare a lavorare. Al massimo potranno andare a lavorare ai concertini col mixerino perché sale d'incisione non ce ne saranno più, oppure saranno condannati a farsi la sala di registrazione in proprio per poter lavorare, e quindi anche loro senza nessuna esperienza ad altro a massacrare il disco del vicino di casa e tutto si livellerà in basso.

E allora che si può fare?

Sinceramente non lo so. Credo che il prodotto CD così com'è stia vivendo una fase di trasformazione che lo vedrà piano piano scomparire come soggetto principale. C'è un grosso declino del concetto di disco: siamo tornati al concetto di canzone singola o comunque del disco che uno si combina a modo suo. Se ci pensi è una retrocessione: negli anni sessanta il vettore era il 45 giri, poi è stato inventato il long playing come contenitore per mettere insieme i vari singoli. Alla fine degli anni sessanta, col progressive, l'album è cresciuto e si è arrivati al concept, ma ormai sono quindici anni che i Cd sono tornati ad essere dei semplici contenitori. In realtà viene prodotto il Cd perché si guadagna di più, però nella maggior parte dei casi ci sono tre pezzi interessanti e il resto è zavorra. E queste politiche si pagano.

Forse se i dischi diventassero DVD e insieme alla musica ci fosse qualcos'altro il discorso potrebbe cambiare. Anzi, probabilmente il prodotto si trasformerà, e se i gruppi nel passato sono stati un bassista, un chitarrista un batterista e un cantante, quelli del futuro saranno un regista un poeta, due musicisti, un fotografo. qualcuno sta tentando anche la strada del CD come prodotto più complesso, ossia un CD allegato a un libro, o corredato da un libretto dei testi molto bello, o con contenuti multimediali. Ma l'unica vera cosa che deve succedere ci dev'essere un'inversione di tendenza dell'apprezzamento da parte dei giovani di quello che c'è in giro. Quindi se vogliamo sopravvivere dobbiamo innalzare la qualità di quello che facciamo, proponendo dei prodotti complessi che facciano venire voglia di essere acquistati. Allo stato attuale la situazione però è triste: prendi un gruppo di cinque ragazzi che lavora a un disco: ci metterà sei mesi di lavoro, no? Allora, lo stipendio da metalmeccanico di cinque ragazzi moltiplicato per sei mesi fa almeno 35mila euro: bene, non c'è disco oggi di un gruppo esordiente che renda una cifra simile. E questo vuol dire che siamo arrivati a un punto di non ritorno, infatti conosco moltissimi giovani musicisti che sono tornati a fare i dilettanti; quelli che fanno solo i musicisti si contano sulla punta delle dita. E mi dispiace terribilmente, perché ho fatto questo lavoro e so quanto è bello.

I ragazzi devono capire che comprare dischi serve a tener vivo un sogno, ma noi musicisti dobbiamo innanzitutto offrire prodotti di qualità e poi dobbiamo fare in modo che dischi costino meno. Dobbiamo smettere di mantenere case discografiche elefantiache perché se è vero che un Cd non potrà mai costare 3€, se le vendite fossero sufficienti un prezzo di 8-10 euro sarebbe tranquillamente proponibile. E bisogna salutare fattivamente il coraggio di chi oggi offre Cd a 10 euro, perché qualcuno c'è. Quello che poi bisogna combattere è questa idea distorta di gratis che non ha senso. E se è vero che la copia privata è gratis, bisogna renderla meno attraente rispetto a quello che può essere il prodotto originale.

Facendo una ricerca sui 100 dischi fondamentali della canzone d'autore italiana, abbiamo nototato che tu compari in una sfilza di lavori: da Creuza all'Uomo a metà, da Storia di un minuto al Lanciatore di coltelli.... come te lo vivi questo fatto?

(ride) Mettiamola così: ringrazio Dio per avermi fatto nascere in un'epoca nella quale c'è ancora molto da fare e c'era molto da scoprire. Ringrazio la buona sorte di avermi permesso di fare delle buone scuole, con dei bravi insegnanti. Io sono un buon miscuglio di cultura classica e cultura da scappato di casa; ho fatto tempo fare la maturità vecchia, perché l'ho fatta nel '64, ma nel frattempo però sono venuti i Beatles in Italia. Per cui ho avuto la fortuna di cominciare l'avventura del rock dall'inizio, con un'istruzione sufficiente che mi ha permesso di capire e di scegliere con un approccio che non era solo quello "yaeh, mi voglio divertire", ma era anche voglio capire, voglio fare. Così negli anni mi sono trovato nella condizione di avere dei bisogni nei confronti di me stesso prima ancora che nei confronti degli altri, quindi ho sempre cercato di fare dei lavori nei quali mi riconoscessi. Questo è quello che ho messo io, il resto è stata tanta fortuna. Conosco tanti musicisti bravi che non sono riusciti a combinare niente... ad esempio, se mio cognato un'estate non fosse andato al mare sulla stessa isola greca dove era in vacanza Salvatores,, non l'avesse conosciuto e non gli avesse parlato di me, io non mi sarei trovato al castello di Carimate a registrare la colonna sonora del "Sogno di notte d'estate" proprio nel mese in cui nello studio di fronte c'era De André che registrava l'Indiano. Non ci saremmo conusciuti, non saremmo diventati amici, non gli avrei parlato della mia folgorazione mediterranea e chissà come sarebbe stata la vita... Ma non è stata l'unica coincidenza fortunata. Prima di suonare nella PFM ho cambiato 15-16 gruppi. Allora si faceva così, tre mesi in un gruppo poi si andava altrove. Io volevo suonare, volevo fare la vita del musicista e in quegli anni ho fatto di tutto, dai club ai dancing. Solo le navi da crociera non ho fatto... chissà cosa sarebbe successo.... (ride) finché ad un certo punto mi sono unito a questi altri quattro turnisti famosi che si erano messi insieme e siamo stati il gruppo giusto in Italia al momento giusto. Certo, eravamo bravi, lo ammetto, però se avessimo fatto lo stesso disco due anni prima non sarebbe stato uguale e due anni dopo sarebbe stato tardi.

Intervista effettuata il 30-09-2004

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