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BiELLE INTERVISTE
Gianluca Martinelli: chi è Carlo Fava?
di Giorgio Maimone

Lennon-McCartney, Mogol-Battisti, Gaber-Luporini e, da qualche tempo in qua anche Fava-Martinelli. L’elenco delle coppie storiche della canzone da qualche tempo si è arricchita di un binomio, uno di quelli di lunga, lunghissima data, che si basa su una perfetta armonia di coppia, alla base della quale non può starci altro che una vera amicizia, di quelle profonde e sincere amicizie virili di cui nei film di Holywood degli anni d’oro e di cui sembrava essersi perso lo stampo. Carlo Fava e Gianluca Martinelli dividono pane e musica da oltre vent’anni e allora chi meglio di Gianluca può farci un ritratto biografico di Carlo? Biografia in forma di intervista, con Carlo che ascolta e che, peraltro, non ce la fa a non intervenire. Notizie strettamente controllate dalla fonte, con anche uno scoop, ma per scoprirlo dovrete aspettare la fine dell’intervista.

Allora Gianluca, ricordi coi calzoni corti: in quale anno vi siete conosciuti?

GL - Era il 1979, anno scolastico 1979/80, liceo Manzoni, ma non eravamo in classe assieme. Io ero un anno avanti. Carlo è entrato dopo di me ...

... portava ancora i calzoni corti?

GL - Portava ancora i calzoni corti. E subito sono venuto a sapere che nell’altra classe c’era un ragazzo che, come me, scriveva canzoni, faceva musica ed era un vero appassionato del settore. Le voci corrono. E così ci siamo conosciuti e poco dopo abbiamo debuttato come duo: una sorta di Simon & Garfunkel. Poi abitavamo anche nella stessa zona: lui in via Inganni e io in via Lorenteggio ... ma alla fine, quasi in Piazza Bolivar.

CF - E così è andato avanti anni a dire di abitare più in centro di me!

Mentre in realtà, segno del destino già da allora, abitavate non lontano dal mitico bar del Giambellino di cui cantava Giorgio Gaber nel “Cerutti Gino”.

GL - E’ così. Insomma la partenza quindi è stata nel segno della musica. Poi a poco a poco abbiamo tagliato reciprocamente tutto ciò che era di troppo per la nostra musica. Così io ho smesso di cantare e ho riposto la chitarra in un angolo.

Carlo suonava già il piano?

GL - Sì, piano e chitarra.

Qual è stato il momento in cui hai pensato che ce l’avreste fatta a fare musica a livello professionale? Dopo il primo disco?

GL - Devo dire che ci ho creduto da subito. E non ho mai smesso di crederci.

CF - Sono stato fortunato da un lato, perché appena ho provato a cercare di fare un disco ce l’ho fatta. Registravamo nello studio di Claudio Dentes, a lui serviva proprio qualcuno come me in quel momento e in un attimo mi sono trovato ad aver fatto un disco. Peraltro mancando quegli scalini di gavetta che forse sarebbero stati necessari. Ma c’era anche molto ottimismo: fin da subito abbiamo creduto che potevamo fare della musica, se non il nostro lavoro, quantomeno la nostra ragione di vita.

GL - Io non ce l’ho ancora fatta ad averla come lavoro stabile (faccio il desk immagini alle news di Mediaset), ma continuo a pensare che possa arrivare il momento.

CF - Anch’io ho fatto il libraio alla Hoepli per anni, prima di potere, molto recentemente, cercare di campare solo di musica.

Sul primo disco, che si intitolava “Ritmo vivente muscolare della vita”, inciso nel 1992, quando Carlo aveva 27 anni, oltre a un’ “Illogica allegria” che rimanda ancora una volta a Gaber, c’era una canzone bellissima che vi accompagna ancora: “In caduta libera dall’ottavo piano”.

GL - Sì, ci ritroviamo ancora molto in quella canzone, ma non è la canzone che ci è rimasta “attaccata” per più tempo. In realtà “Sotto il quadro di Chaplin” è molto più vecchia. Con lo stesso testo, ma con una musica diversa, soprattutto arrangiata diversamente, è stata composta quando avevo 18 anni e Carlo 17.

Il metodo di composizione era da divisione verticale? Uno i testi e l’altro la musica?

GL - In “Ritmo muscolare della vita” è andata così. Io ho fatto i testi e Carlo le musiche. Successivamente i piani, soprattutto in “Personaggi Criminali” si sono molto mischiati.

Ma che musiche ascoltavate ai tempi della vostra partenza? Quali erano i vostri autori preferiti?

CF - Che musica ascoltavo allora? Molta musica classica. E poi avevo scoperto il jazz. Soprattutto Bill Evans, un pianista jazz. Poi devo dire che tramite contatti famigliari sono riuscito a entrare in contatto con la musica di Tom Waits, quasi in tempo reale. Ho messo le mani su “Closing time”, che è del 1973, poco tempo dopo la sua uscita.

GL - Io rappresentavo invece il “coté” cantautorale. Soprattutto Claudio Lolli. Credo ancora adesso che nelle canzoni che scriviamo la lezione di Claudio sia sempre presente. Soprattutto nei testi, ma anche in alcune soluzioni armoniche.

CF - Sul versante cantautori allora io seguivo soprattutto Guccini. Le prima cose: Folk Beat (quando è uscito Folk beat n.1, in realtà Carlo aveva due anni - Ndr), Due anni dopo....

GL - Tu tieni conto che le prime canzoni che facevamo duravano circa 10 minuti, contenevano pezzi recitati, intermezzi, assolo strumentali ... tutte cose improponibili su disco.

CF – E probabilmente è la più bella canzone che abbiamo mai scritto!

Quindi conosciuti al liceo e da allora non vi siete mai persi di vista? Militare? Matrimoni?

GM – No, abbiamo fatto tutti e due obiezione di coscienza: io a Verona e lui a Trino Vercellese, quindi praticamente a casa. Non ci siamo mai persi di vista, a parte un breve periodo in cui lui ha vissuto verso viale Abruzzi in cui ci si vedva meno, perché ovviamente anche la zona conta: in viale Abruzzi era difficile dire, per me che ho continuato a vivere da questa parte della città (ovest) “passo a prendere un caffè mentre torno”. Per il resto invece siamo sempre stati in zona.

CF – E’ vero! Quello è stato il periodo più … “buio” della nostra conoscenza, che peraltro ha coinciso con il mio primo disco “Ritmo muscolare della vita”, che 1992. Avevo 27 anni.

Su quel disco, oltre a un’ “Illogica allegria” che rimanda ancora una volta a Gaber, c’era una canzone bellissima che vi accompagna ancora: “In caduta libera dall’ottavo piano”.

GM - Sì, ci ritroviamo ancora molto in quella canzone, ma non è la canzone che ci è rimasta “attaccata” per più tempo. In realtà “Sotto il quadro di Chaplin” è più vecchia. E’ una canzone che risale a metà degli anni ‘80, nata e musicata immediatamente da Carlo, ma con un’atmosfera jazz molto diversa da ora. Poi è rimasta lì per anni, finché un giorno non l’ha ripresa ed è nato questo pezzo, molto accorciato. Era un pezzo lunghissimo, come si usava all’epoca. Poi sono intervenuto io e ho tagliato e sforbiciato. Ed è venuta la canzone attuale.

CF - ... però c’è da dire ... non per fare una cosa alla Maria De Filippi ... che la fidanzatina di cui si parla era la stessa per tutti e due.

Il metodo di composizione era da divisione verticale? Uno i testi e l’altro la musica?

GM - In “Ritmo muscolare della vita” è andata così. Io ho fatto i testi e Carlo le musiche. Non tutti: c’era anche una canzone, quella da cui è nato “Carlo scrittore” che era “Treni con prenotazione obbligatoria”. Che era una canzone completamente diversa, secondo me meravigliosa … poi sono intervenuto io! Meravigliosa ma improponibile perché era un pezzo che durava più di 10 minuti tra liriche, recitato … insomma era uno sfogo.

CF – E’ vero, me la ricordo. Aveva un po’ l’approccio delle cose che fa adesso Claudio Lolli: una specie di reading.

Non è andata sul disco?

CF – Sì, sì, è andata. Non così.

GM – E’ andata con una specie di sintesi di esperienze mie e sue. Ma già lì si vedevano delle chiare doti di Carlo e una propensione verso il cantautorato. Successivamente i nostri piani di lavoro, soprattutto in “Personaggi Criminali” si sono molto mischiati.

Allora, voi avete iniziato a scuola, complessino scolastico etc etc. Quand’è che hai capito che Carlo poteva fare questo nella vita? L’hai capito, anzi, è la vera domanda? (ridiamo)

CF – Rispondi sinceramente a questa domanda!

GM – In realtà quasi subito. All’epoca tra l’altro io avevo un sacco di testi che non riuscivo a musicare perché sono un cane insomma … e con Carlo vedevo finalmente quella capacità musicale che dava quella forma alle canzoni come sarebbe piaciuto a me. E quindi da lì si è creata questa alchimia molto particolare. C’è stato quasi un comune sentire, pur con le differenze logiche tra le due persone, nell’approccio artistico.

Qual è stato il momento in cui hai pensato che ce l’avreste fatta a fare musica a livello professionale? Dopo il primo disco?

GM - Devo dire che ci ho creduto da subito. E non ho mai smesso di crederci.

CF – Tu pensa che la mia idea era quella di diventare famoso e poi scomparire. Sai come quegli scrittori che nessuno conosce, che scrivono un grande libro e poi spariscono nel nulla come Salinger o Thomas Pynchon. Ma c’era anche molto ottimismo: fin da subito abbiamo creduto che potevamo fare della musica, se non il nostro lavoro, quantomeno la nostra ragione di vita.

GM - Io non ce l’ho ancora fatta ad averla come lavoro stabile (coordino un desk immagini alle news di Mediaset), ma continuo a pensare che possa arrivare il momento.

Non campi con i diritti d’autore di Carlo, insomma. Ma aspettiamo le vendite de “L’uomo flessibile” …

GM – Aspettiamo! No, non campo di musica, però è un progetto. La carriera d’autore a tempo pieno è un’ipotesi che sto prendendo in considerazione, anche perché adesso si stanno muovendo un po’ le cose.

CF - Anch’io ho fatto il libraio alla Hoepli per anni, prima di potere, molto recentemente, cercare di campare solo di musica.

Dall’80 ad arrivare al primo disco quanti anni passano?

GM – Ne passano 12. Nel ’92 è arrivato il primo disco. Diciamo che la prima canzone che sarebbe entrata nel disco, che poi è una sorta di manifesto nostro, è “In caduta libera dall’ottavo piano” dell’86. Quella ci ha fatto pensare che avevamo fatto qualcosa di particolare.

Tu a quel punto avevi smesso definitivamente di cantare. Non canti nel disco e non suoni nemmeno la chitarra?

GM – Assolutamente. Sono passato solo due volte in studio durante le registrazioni.

CF – Nel frattempo però ti sei laureato a pieni voti in Storia del cinema.

GM – In realtà, come per tutti i dischi, per me il lavoro finisce molto prima. Quando Carlo entra in studio io ho finito. Non è più lavoro in studio. Per me è solo il piacere di andare ad ascoltare.

Ci sono state variazioni del metodo di lavoro vostro tra un disco e l’altro. O è sempre stato diviso in modo netto: tu i testi e lui la musica?

CF – Diciamo che nel primo disco abbiamo lavorato più alla Mogol-Battisti che alla Gaber-Luporini.

GM – Su “Personaggi criminali” è molto difficile dire come abbiamo diviso il lavoro. Sono nate prima le canzoni e poi lo spettacolo. Abbiamo avuto questa idea di creare il narratore che esaminava diversi pazienti ed ha consentito di legare le canzoni tra loro.

CF – Da lì abbiamo scoperto la totale efficacia del “ritiro spirituale” per completare il lavoro insieme.

GM – Nel disco il nucleo sul crimine che ci interessava sviluppare è stato un lavoro comune. Molte volte nasce come idea di uno, poi l’altro ci lavora, la mette a posto e si arriva al prodotto finale.

Su “L’uomo flessibile” è cambiato ancora metodo di lavoro?

GM – No, direi di no. Abbiamo messo mano tutti e due su testi e musica.

C’è stato ritiro spirituale anche per “L’uomo flessibile”?

GM – Sì, due ritiri diversi, uno a Ponente e l’altro a Levante, in Riviera. Per preparare prima lo spettacolo e poi il disco. Il ritiro è molto importante per noi, sia per raggiungere la sorta di concentrazione assoluta che ci vuole sia per gli orari non proprio simili che abbiamo. Carlo fa fatica a svegliarsi la mattina e la notte non finirebbe mai. Io, invece sono mattiniero.

C’è stato invece un momento nella carriera di questo “fenomeno” in cui invece hai pensato che non ce la potesse fare? Un momento di depressione o negativo?

GM – Sì, dopo Mantova. Quando abbiamo messo in scena “Personaggi Criminali” al Festivaletteratura dove si era raggiunta la perfezione per partire. E non avevamo capito invece che tutto finiva. Sarebbe stata l’ultima rappresentazione di “Personaggi Criminali” ed è un vero peccato. Era un progetto a cui credevamo, anzi crediamo molto. Quello è stato un momento dal punto di vista artistico molto negativo. Poi con “L’uomo flessibile” ci è tornata la voglia di ritornare con intensità alla canzone d’autore.

Usciamo un attimo dalle canzoni, che dobbiamo fare la biografia di Carlo. Non hai qualche particolare “piccante” da raccontare su Carlo?

GM – Posso dire che Carlo è single? E anche che è momentaneamente disponibile. Si può dire che nei rapporti amorosi di Carlo c’è tutta la complessità dell’artista. Intendo tutta quella parte di tormento, di sofferenza ... che poi è di tutti, ma se uno è artista ... si nota di più.

Un difetto di Carlo Fava? Anzi “il difetto di Carlo Fava.

GMLavorativamente parlando ... però non è davvero un difetto, ma fa parte della “complessità dell’artista” di cui sopra ... per rendere Carlo è assolutamente necessario che sia in giornata. Se è scarico non c’è niente da fare. Se lo vedo scarico neanch’io riesco a tenere la giusta energia. Ma si vede anche, se lo si conosce molto bene, nelle serate.


(Intervista pubblicata su L'Isola che non c'era)

Intervista effettuata a cena il 9 dicembre 2004

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