| Lennon-McCartney,
Mogol-Battisti, Gaber-Luporini e, da qualche tempo in qua anche
Fava-Martinelli. L’elenco delle coppie storiche della canzone
da qualche tempo si è arricchita di un binomio, uno di quelli
di lunga, lunghissima data, che si basa su una perfetta armonia
di coppia, alla base della quale non può starci altro che
una vera amicizia, di quelle profonde e sincere amicizie virili
di cui nei film di Holywood degli anni d’oro e di cui sembrava
essersi perso lo stampo. Carlo Fava e Gianluca Martinelli dividono
pane e musica da oltre vent’anni e allora chi meglio di Gianluca
può farci un ritratto biografico di Carlo? Biografia in forma
di intervista, con Carlo che ascolta e che, peraltro, non ce la
fa a non intervenire. Notizie strettamente controllate dalla fonte,
con anche uno scoop, ma per scoprirlo dovrete aspettare la fine
dell’intervista.
Allora
Gianluca, ricordi coi calzoni corti: in quale anno vi siete conosciuti?
GL - Era il
1979, anno scolastico 1979/80, liceo Manzoni, ma non eravamo in
classe assieme. Io ero un anno avanti. Carlo è entrato dopo
di me ...
...
portava ancora i calzoni corti?
GL - Portava
ancora i calzoni corti. E subito sono venuto a sapere che nell’altra
classe c’era un ragazzo che, come me, scriveva canzoni, faceva
musica ed era un vero appassionato del settore. Le voci corrono.
E così ci siamo conosciuti e poco dopo abbiamo debuttato
come duo: una sorta di Simon & Garfunkel. Poi abitavamo anche
nella stessa zona: lui in via Inganni e io in via Lorenteggio ...
ma alla fine, quasi in Piazza Bolivar.
CF - E così
è andato avanti anni a dire di abitare più in centro
di me!
Mentre
in realtà, segno del destino già da allora, abitavate
non lontano dal mitico bar del Giambellino di cui cantava Giorgio
Gaber nel “Cerutti Gino”.
GL - E’
così. Insomma la partenza quindi è stata nel segno
della musica. Poi a poco a poco abbiamo tagliato reciprocamente
tutto ciò che era di troppo per la nostra musica. Così
io ho smesso di cantare e ho riposto la chitarra in un angolo.
Carlo
suonava già il piano?
GL - Sì,
piano e chitarra.
Qual
è stato il momento in cui hai pensato che ce l’avreste
fatta a fare musica a livello professionale? Dopo il primo disco?
GL - Devo dire
che ci ho creduto da subito. E non ho mai smesso di crederci.
CF - Sono stato
fortunato da un lato, perché appena ho provato a cercare
di fare un disco ce l’ho fatta. Registravamo nello studio
di Claudio Dentes, a lui serviva proprio qualcuno come me in quel
momento e in un attimo mi sono trovato ad aver fatto un disco. Peraltro
mancando quegli scalini di gavetta che forse sarebbero stati necessari.
Ma c’era anche molto ottimismo: fin da subito abbiamo creduto
che potevamo fare della musica, se non il nostro lavoro, quantomeno
la nostra ragione di vita.
GL - Io non
ce l’ho ancora fatta ad averla come lavoro stabile (faccio
il desk immagini alle news di Mediaset), ma continuo a pensare che
possa arrivare il momento.
CF - Anch’io
ho fatto il libraio alla Hoepli per anni, prima di potere, molto
recentemente, cercare di campare solo di musica.
Sul
primo disco, che si intitolava “Ritmo vivente muscolare della
vita”, inciso nel 1992, quando Carlo aveva 27 anni, oltre
a un’ “Illogica allegria” che rimanda ancora una
volta a Gaber, c’era una canzone bellissima che vi accompagna
ancora: “In caduta libera dall’ottavo piano”.
GL - Sì,
ci ritroviamo ancora molto in quella canzone, ma non è la
canzone che ci è rimasta “attaccata” per più
tempo. In realtà “Sotto il quadro di Chaplin”
è molto più vecchia. Con lo stesso testo, ma con una
musica diversa, soprattutto arrangiata diversamente, è stata
composta quando avevo 18 anni e Carlo 17.
Il
metodo di composizione era da divisione verticale? Uno i testi e
l’altro la musica?
GL - In “Ritmo
muscolare della vita” è andata così. Io ho fatto
i testi e Carlo le musiche. Successivamente i piani, soprattutto
in “Personaggi Criminali” si sono molto mischiati.
Ma
che musiche ascoltavate ai tempi della vostra partenza? Quali erano
i vostri autori preferiti?
CF - Che musica
ascoltavo allora? Molta musica classica. E poi avevo scoperto il
jazz. Soprattutto Bill Evans, un pianista jazz. Poi devo dire che
tramite contatti famigliari sono riuscito a entrare in contatto
con la musica di Tom Waits, quasi in tempo reale. Ho messo le mani
su “Closing time”, che è del 1973, poco tempo
dopo la sua uscita.
GL - Io rappresentavo
invece il “coté” cantautorale. Soprattutto Claudio
Lolli. Credo ancora adesso che nelle canzoni che scriviamo la lezione
di Claudio sia sempre presente. Soprattutto nei testi, ma anche
in alcune soluzioni armoniche.
CF - Sul versante
cantautori allora io seguivo soprattutto Guccini. Le prima cose:
Folk Beat (quando è uscito Folk beat n.1, in realtà
Carlo aveva due anni - Ndr), Due anni dopo....
GL - Tu tieni
conto che le prime canzoni che facevamo duravano circa 10 minuti,
contenevano pezzi recitati, intermezzi, assolo strumentali ... tutte
cose improponibili su disco.
CF – E probabilmente è la più bella canzone
che abbiamo mai scritto!
Quindi conosciuti al liceo e da allora non
vi siete mai persi di vista? Militare? Matrimoni?
GM – No, abbiamo fatto tutti e due obiezione
di coscienza: io a Verona e lui a Trino Vercellese, quindi praticamente
a casa. Non ci siamo mai persi di vista, a parte un breve periodo
in cui lui ha vissuto verso viale Abruzzi in cui ci si vedva meno,
perché ovviamente anche la zona conta: in viale Abruzzi era
difficile dire, per me che ho continuato a vivere da questa parte
della città (ovest) “passo a prendere un caffè
mentre torno”. Per il resto invece siamo sempre stati in zona.
CF – E’ vero! Quello è stato il
periodo più … “buio” della nostra conoscenza,
che peraltro ha coinciso con il mio primo disco “Ritmo muscolare
della vita”, che 1992. Avevo 27 anni.
Su quel disco, oltre a un’ “Illogica
allegria” che rimanda ancora una volta a Gaber, c’era
una canzone bellissima che vi accompagna ancora: “In caduta
libera dall’ottavo piano”.
GM - Sì, ci ritroviamo ancora molto in quella
canzone, ma non è la canzone che ci è rimasta “attaccata”
per più tempo. In realtà “Sotto il quadro di
Chaplin” è più vecchia. E’ una canzone
che risale a metà degli anni ‘80, nata e musicata immediatamente
da Carlo, ma con un’atmosfera jazz molto diversa da ora. Poi
è rimasta lì per anni, finché un giorno non
l’ha ripresa ed è nato questo pezzo, molto accorciato.
Era un pezzo lunghissimo, come si usava all’epoca. Poi sono
intervenuto io e ho tagliato e sforbiciato. Ed è venuta la
canzone attuale.
CF - ... però c’è da dire ...
non per fare una cosa alla Maria De Filippi ... che la fidanzatina
di cui si parla era la stessa per tutti e due.
Il metodo di composizione era da divisione
verticale? Uno i testi e l’altro la musica?
GM - In “Ritmo muscolare della vita”
è andata così. Io ho fatto i testi e Carlo le musiche.
Non tutti: c’era anche una canzone, quella da cui è
nato “Carlo scrittore” che era “Treni con prenotazione
obbligatoria”. Che era una canzone completamente diversa,
secondo me meravigliosa … poi sono intervenuto io! Meravigliosa
ma improponibile perché era un pezzo che durava più
di 10 minuti tra liriche, recitato … insomma era uno sfogo.
CF – E’ vero, me la ricordo. Aveva un
po’ l’approccio delle cose che fa adesso Claudio Lolli:
una specie di reading.
Non è andata sul disco?
CF – Sì, sì, è andata.
Non così.
GM – E’ andata con una specie di sintesi
di esperienze mie e sue. Ma già lì si vedevano delle
chiare doti di Carlo e una propensione verso il cantautorato. Successivamente
i nostri piani di lavoro, soprattutto in “Personaggi Criminali”
si sono molto mischiati.
Allora, voi avete iniziato a scuola, complessino
scolastico etc etc. Quand’è che hai capito che Carlo
poteva fare questo nella vita? L’hai capito, anzi, è
la vera domanda? (ridiamo)
CF – Rispondi sinceramente a questa domanda!
GM – In realtà quasi subito. All’epoca
tra l’altro io avevo un sacco di testi che non riuscivo a
musicare perché sono un cane insomma … e con Carlo
vedevo finalmente quella capacità musicale che dava quella
forma alle canzoni come sarebbe piaciuto a me. E quindi da lì
si è creata questa alchimia molto particolare. C’è
stato quasi un comune sentire, pur con le differenze logiche tra
le due persone, nell’approccio artistico.
Qual è stato il momento in cui hai
pensato che ce l’avreste fatta a fare musica a livello professionale?
Dopo il primo disco?
GM - Devo dire che ci ho creduto da subito. E non
ho mai smesso di crederci.
CF – Tu pensa che la mia idea era quella di
diventare famoso e poi scomparire. Sai come quegli scrittori che
nessuno conosce, che scrivono un grande libro e poi spariscono nel
nulla come Salinger o Thomas Pynchon. Ma c’era anche molto
ottimismo: fin da subito abbiamo creduto che potevamo fare della
musica, se non il nostro lavoro, quantomeno la nostra ragione di
vita.
GM - Io non ce l’ho ancora fatta ad averla come lavoro stabile
(coordino un desk immagini alle news di Mediaset), ma continuo a
pensare che possa arrivare il momento.
Non campi con i diritti d’autore di
Carlo, insomma. Ma aspettiamo le vendite de “L’uomo
flessibile” …
GM – Aspettiamo! No, non campo di musica, però
è un progetto. La carriera d’autore a tempo pieno è
un’ipotesi che sto prendendo in considerazione, anche perché
adesso si stanno muovendo un po’ le cose.
CF - Anch’io ho fatto il libraio alla Hoepli
per anni, prima di potere, molto recentemente, cercare di campare
solo di musica.
Dall’80 ad arrivare al primo disco
quanti anni passano?
GM – Ne passano 12. Nel ’92 è
arrivato il primo disco. Diciamo che la prima canzone che sarebbe
entrata nel disco, che poi è una sorta di manifesto nostro,
è “In caduta libera dall’ottavo piano”
dell’86. Quella ci ha fatto pensare che avevamo fatto qualcosa
di particolare.
Tu a quel punto avevi smesso definitivamente
di cantare. Non canti nel disco e non suoni nemmeno la chitarra?
GM – Assolutamente. Sono passato solo due volte
in studio durante le registrazioni.
CF – Nel frattempo però ti sei laureato
a pieni voti in Storia del cinema.
GM – In realtà, come per tutti i dischi,
per me il lavoro finisce molto prima. Quando Carlo entra in studio
io ho finito. Non è più lavoro in studio. Per me è
solo il piacere di andare ad ascoltare.
Ci sono state variazioni del metodo di lavoro
vostro tra un disco e l’altro. O è sempre stato diviso
in modo netto: tu i testi e lui la musica?
CF – Diciamo che nel primo disco abbiamo lavorato
più alla Mogol-Battisti che alla Gaber-Luporini.
GM – Su “Personaggi criminali”
è molto difficile dire come abbiamo diviso il lavoro. Sono
nate prima le canzoni e poi lo spettacolo. Abbiamo avuto questa
idea di creare il narratore che esaminava diversi pazienti ed ha
consentito di legare le canzoni tra loro.
CF – Da lì abbiamo scoperto la totale
efficacia del “ritiro spirituale” per completare il
lavoro insieme.
GM – Nel disco il nucleo sul crimine che ci
interessava sviluppare è stato un lavoro comune. Molte volte
nasce come idea di uno, poi l’altro ci lavora, la mette a
posto e si arriva al prodotto finale.
Su “L’uomo flessibile”
è cambiato ancora metodo di lavoro?
GM – No, direi di no. Abbiamo messo mano tutti
e due su testi e musica.
C’è stato ritiro spirituale
anche per “L’uomo flessibile”?
GM – Sì, due ritiri diversi, uno a Ponente
e l’altro a Levante, in Riviera. Per preparare prima lo spettacolo
e poi il disco. Il ritiro è molto importante per noi, sia
per raggiungere la sorta di concentrazione assoluta che ci vuole
sia per gli orari non proprio simili che abbiamo. Carlo fa fatica
a svegliarsi la mattina e la notte non finirebbe mai. Io, invece
sono mattiniero.
C’è stato invece un momento
nella carriera di questo “fenomeno” in cui invece hai
pensato che non ce la potesse fare? Un momento di depressione o
negativo?
GM – Sì, dopo Mantova. Quando abbiamo
messo in scena “Personaggi Criminali” al Festivaletteratura
dove si era raggiunta la perfezione per partire. E non avevamo capito
invece che tutto finiva. Sarebbe stata l’ultima rappresentazione
di “Personaggi Criminali” ed è un vero peccato.
Era un progetto a cui credevamo, anzi crediamo molto. Quello è
stato un momento dal punto di vista artistico molto negativo. Poi
con “L’uomo flessibile” ci è tornata la
voglia di ritornare con intensità alla canzone d’autore.
Usciamo un attimo dalle canzoni, che dobbiamo
fare la biografia di Carlo. Non hai qualche particolare “piccante”
da raccontare su Carlo?
GM – Posso dire che Carlo è single?
E anche che è momentaneamente disponibile. Si può
dire che nei rapporti amorosi di Carlo c’è tutta la
complessità dell’artista. Intendo tutta quella parte
di tormento, di sofferenza ... che poi è di tutti, ma se
uno è artista ... si nota di più.
Un difetto di Carlo Fava? Anzi “il
difetto di Carlo Fava.
GMLavorativamente parlando ... però
non è davvero un difetto, ma fa parte della “complessità
dell’artista” di cui sopra ... per rendere Carlo è
assolutamente necessario che sia in giornata. Se è scarico
non c’è niente da fare. Se lo vedo scarico neanch’io
riesco a tenere la giusta energia. Ma si vede anche, se lo si conosce
molto bene, nelle serate.
(Intervista
pubblicata su L'Isola che non c'era)
Intervista
effettuata a cena il 9 dicembre 2004
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