| Gianfranco
Manfredi è un artista nel senso rinascimentale del termine. Un
genio universale alla Leonardo, sfumando un po’ sul genio e calcando
sull’universale. Musica, letteratura, fumetti, cinema, teatro. Tra
le branche della cultura forse solo pittura e scultura sfuggono alla sua
presenza assidua. Per il resto, a partire dal debutto in musica degli
anni ’70, abbiamo imparato a conoscerlo al cinema, dove ha collaborato
come sceneggiatore con Samperi e altri, in televisione (sua la sceneggiatura
della serie dedicata a “Valentina” dal fumetto di Guido Crepax),
a teatro in coppia con Ricky Gianco- soprattutto negli anni ’80-,
come scrittore di libri e come sceneggiatore di un fumetto di successo:
”Magico vento”. Se poi aggiungiamo che tra le sue “colpe”
artistiche gli si può assegnare anche quella di avere scritto a
soli 28 anni un inno generazionale come “Ma chi ha detto che non
c’è”, canzone che tuttora continua ad avere schiere
di appassionati anche tra le giovani generazioni, il quadro è completo.
Come si può immaginare, un’intervista a un personaggio simile
occupa parecchio spazio. Per chi non volesse leggersela tutta offriamo
scorciatoie facilitate: solo musica, solo letteratura, solo fumetto …
solo Gianfranco Manfredi.
Solo
musica - 1 Sono usciti i tuoi dischi introvabili.
In cd non erano mai usciti. Ti ha fatto piacere?
Solo
musica - 2 Dischi tu non ne fai più da 10
anni, a parte “Danni Collaterali” con Ricky e altri,
uscito lo scorso anno. Prima c’è stato “In paradiso
fa troppo caldo” che è un disco che non conosco. Non
me ne sono accorto. Non se n’è accorto nessuno? |
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Solo
letteratura Poi c’è anche il Festivaletteratura.
Potresti “giocare” nei due campi …
A Mantova letteratura ci sono già andato una volta. Ti dirò
invece che tra le cose che voglio “fare da grande” è
di essere più utile sotto il profilo organizzativo, perché
adesso io collaboro con parecchie iniziative letterarie e vorrei convincere
le amministrazioni a fare in modo che non si facciano più iniziative
dove ognuno si paga la sua, ma cercare di organizzare e potenziare
un circuito. |
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Solo
fumetto Ti occupavi già di fumetti allora?
No,
la mia attività nel fumetto è nata molto dopo. Io in
realtà mi occupavo di fumetti ma come redattore di Re Nudo
dal ’74 in avanti. Mio fratello curava la parte grafica di Re
Nudo alle origini, poi quando la rivista si è un po’
consolidata non ci si poteva più limitare a ciulare le vignette
dai californiani come Robert Crumb, quello di Fritz il gatto, per
intenderci o di Mr Natural, et cetera e ci siamo messi era giusto
fare qualcosa di nuova. |
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Per
documentarmi prima dell’incontro sono andato a curiosare sul tuo
sito. Devo dire che adesso affogo nel terrore: niente domane stupide,
niente domande che ti sono già state fatte, nessuna domanda sul
futuro … Insomma, così è troppo difficile (ridiamo)
“No, quelle sono raccomandazioni per quelli dei
fumetti. Da quando ho il sito abbiamo un dialogo molto attivo, ma loro
vogliono sapere troppo. Sai, ci sono le chat, vogliono farsi belli, dire
che sanno cosa avverrà a “Magico Vento” tra 5-6-10
puntate … Chiedono anche anticipazioni di cose che usciranno tra
due anni. Non vedo perché uno non può aspettare man mano
che esce il fumetto”.
Noi parliamo di musica invece. Adesso sono
usciti i tuoi dischi “introvabili”. In cd non erano mai usciti.
Ti ha fatto piacere?
In cd in effetti non erano mai usciti. Vanno subito esauriti
non fanno in tempo a metterli fuori che vengono subito esauriti. Sono
andato ancora ieri a cercarli e sono stati esauriti un’altra volta.
Una bella soddisfazione, no?
Sì certo, a Milano. Però, poi dipende cosa succederà
nel resto d’Italia. Evidentemente c’è qualcuno che
ancora si ricorda di me. Poi credo anche che tra i ragazzi stia ritornando
un po’ di curiosità sugli anni ’70, mi è parso
sia uscita anche una nuova ristampa … che abbiano fatto una specie
di best degli Area.
Poi Piero Ciampi. Che è uscito tra gli Indimenticabili.
Nella stessa serie tua a cinque euro.
E obbiettivamente il fatto che abbiano scelto di metterli in
vendita a 5 euro è un fatto importante. Per quella cifra ti passa
anche la voglia di scaricarli da internet. Praticamente se sommi il costo
del cd vergine, il tempo che ci metti e la fatica, viene a costarti di
più scaricarli che non andarli a comprare.
C’è un libretto un po’ spartano, ma tanto
sul tuo sito (http://www.gianfrancomanfredi.com/)
trovi tutti i testi. Sfogliando il libretto peraltro ho visto che in alcuni
pezzi è coautore Giuliano Illiani che sarebbe poi Donatello (cantante
pop famoso a fine anni ’60 con un repertorio leggero. Un po’
come dire ora Max Pezzali – NdR).
Sì, è andata così. A parte che quando abbiamo
fatto il primo disco io non ero neanche iscritto alla Siae, quindi non
potevo ancora depositarli ufficialmente e li ho firmati con Ricky, anche
se poi nel foglio interno del LP c’era scritto che erano miei. Però
sai che con Ricky ho sempre collaborato. “Ma chi ha detto che non
c’è”, che era solo mia, è stata solo arrangiata
da Giuliano Illiani, invece con Illiani come autore ho fatto, mi sembra,
“Dagli Appennini alle bande” che è un testo che io
ho scritto su una musica da lui composta assieme a Claudio Dentes che
è l’attuale produttore di Elio e le Storie Tese.
Ma come mai questa collaborazione? Donatello veniva da un mondo
molto più pop, estraneo al tuo. Insomma da “Malattia d’amore”
a “Ma non è una malattia” il passo, anche dal punto
di vista medico, non è breve!
Donatello in quegli anni non aveva più il successo di
una volta: stava collaborando con Dentes all’interno dell’etichetta
“Intingo” di Ricky Gianco, facendo musica folk di genere pre-ecologista
in un certo senso. Mi aveva chiamato per scrivere i testi del suo Lp che
si chiamava “Il tempo degli dei” dove c’erano brani
contro la guerra e simili. Non credo che sarà mai rieditato quel
disco, perché era passato già sotto silenzio allora, ma
c’erano cose molto belle…
E li avevi fatti poi i testi?
Sì, di quel disco avevo scritto i testi.
Il vinile tuo invece era uscito per “L’ultima spiaggia”
che era un’etichetta …. Alternativa? Di movimento? Come si
può raccontarne la storia?
Io ero nel gruppo Gramsci che era l’ala non stalinista del movimento,
il gruppo dell’ala dell’autonomia prima dell’ingresso
di Toni Negri e di quelli di Porto Marghera, un gruppo di origine varesina
nato all’incirca all’epoca della scissione del movimento studentesco
di Popi Saracino. Nanni Ricordi in quel momento lavorava ancora con Dario
Fo; avevano fatto la scissione dall’Arci, ideato la Palazzina Liberty,
insomma erano quegli anni.
Anni affollati per dirla alla Gaber
E in quegli anni ho conosciuto Nanni che teneva indipendente
la sua attività discografica ufficiale. Però quando ha conosciuto
me, Ivan Cattaneo e altri, vedendo fiorire cose nuove in giro nel campo
della musica ha deciso di far nascere l’etichetta. Ha trattato lui
con l’Rca per la distribuzione ed è nato il progetto “Ultima
spiaggia”, dove è entrato subito Jannacci che ha fatto il
suo disco credo più bello, quello con dentro “Quelli che...”
Anche per lui erano anni in cui era già finito il grande successo
di “Vengo anch’io no tu no”, una canzone del ’68,
mentre l’Ultima Spiaggia nasce nel ’74-75. E anche lui non
trovava più facilità a incidere nuovi lavori. Io all’inizio
facevo l’autore di testi per tutti. Non cantavo. Però avevo
composto dei brani così personali che è stato lo stesso
Nanni a dirmi: “Guarda questi qui li devi fare tu. Non puoi piazzarli
in giro, perché hanno una caratteristica troppo marcata”.
E quindi così è nata la mia carriera di cantante.
Ne “La Crisi” neanche firmavi. C’è forse
scritto da qualche parte che i brani erano di Gianfranco Manfredi, ma
in piccolo …
“La Crisi” erano tutte canzoni mie parole e musica,
però quello non era un disco ufficiale. Era un disco a distribuzione
militante che era stato fatto per tirare su i soldi per i corsi delle
150 ore, le scuole operaie. E infatti è stato venduto per via sindacale.
C’era la copertina di Crepax.
Sì, la copertina era di Guido Crepax.
Poi, guarda i legami che ritornano, anni dopo tu sei stato sceneggiatore
per la serie televisiva di Valentina, tratta dai fumetti di Crepax. C’era
un legame tra voi che durava dalla copertina della Crisi?
No, la coincidenza è curiosa, ma è solo una coincidenza.
Crepax mi ha trovato lì. Mi aveva chiamato Roberto Cacciaguerra
che era aiutante di Angelo Rizzoli che curava la produzione. Cacciaguerra
era un militante del Movimento Studentesco, che proveniva dall’Unione
dei Comunisti Marxisti Leninisti d’Italia. Lui collaborò
al documentario che fece la Rai sul Parco Lambro, ci conoscemmo in quell’occasione.
Dopo, quando si trattò di trovare uno sceneggiatore per Valentina
lui sapeva che io collaboravo già con il cinema; avevo già
lavorato con Samperi per “Liquirizia” e così mi ha
cercato per l’occasione. Crepax mi ha trovato lì.
Ti occupavi già di fumetti allora?
No, la mia attività nel fumetto è nata molto dopo.
Io in realtà mi occupavo di fumetti, ma come redattore di Re Nudo
dal ’74 in avanti. Mio fratello curava la parte grafica di Re Nudo
alle origini, poi quando la rivista si è un po’ consolidata
non ci si poteva più limitare a ciulare le vignette dai californiani
come Robert Crumb, quello di Fritz il gatto, per intenderci o di Mr Natural
et cetera, così abbiamo pensato fosse giusto fare qualcosa di nuova.
Quindi abbiamo pubblicato le prime tavole di Scozzari e un fumetto l’ho
pubblicato anch’io, ma era talmente osceno come disegni... Io scrivo
le storie sai, ma disegnare è meglio lasciar perdere. Però
era curioso anche quello, perché la vicenda ricalcava quella del
Fantasma dell’Opera virata in rock. Uscì prima del Fantasma
del Palcoscenico di Brian De Palma e aveva la stressa struttura. E’
stato un anno interessante, ma l’attività fumettistica è
nata dopo. Dopo la serie di Valentina, dato che in televisione allora
si produceva ancora roba interessante, mi sarebbe piaciuto mettere in
piedi una serie ispirata al Grande Blek (fumetto di EsseGiEsse, celebre
negli anni ’60 – NdR), perché lì c’era
il tema della rivoluzione americana, la lotta contro gli inglesi, i trapper,
la vita nei boschi e quindi sono andato dall’editore del Grande
Blek per parlare dei diritti e lui mi ha detto: “Ma se ti interessi
di fumetti, perché non scrivi un fumetto tu che io ho bisogno di
partire con una serie nuova”?
Non era però Bonelli l’editore del Grande Blek
No, era la Dardo, Casarotti della Dardo. Allora io avevo pronta
una serie un po’ buffa tipo Ghostbuster, nel senso del film uscito
in quegli anni, però ambientata in Europa; serie che poi non si
era fatta perché era stata commissionata da Mediaset, ma in quegli
anni Berlusconi cominciava ad allungare le mani, aveva comprato la Standa
e aveva bisogno di liquidità, quindi le serie un po’ costose
erano state bloccate. Quindi mi era rimasto lì quel progetto, per
cui ho fatto una trasposizione dal trattamento televisivo al fumetto ed
è venuto fuori Gordon Link, che è stato un po’ il
progenitore in Italia del trash. Era ambientato in una città che
si chiamava Hinterland, strapiena di rifiuti e grondava di citazioni da
film di serie B,D,Z. Era consapevolmente indirizzato verso il trash, come
genere, anche se allora non si parlava ancora di trash, ma rientrava nel
filone del demenziale. In fin dei conti anche Ghostbuster usciva da una
brodo culturale simile, era una costola degli ambienti hippy. Tutti gli
attori del film venivano dalla scuola di Belushi, di Saturday Night Live,
Animal House. Bene o male c’ero già entrato anch’io
nel genere demenziale con Samperi e con Liquirizia. Sai era una di quelle
iniziative per evitare l’isolamento dell’intellettuale; era
un po’ un tentativo di sconfinare nel plebeo, la battuta greve,
i rutti etc. Purtroppo poi tutto si è ridotto a Pierino e via degradando,
ma alle origini aveva un punto di partenza nella controcultura, una sua
radice californiana. Del resto anche i giornaletti a fumetti degli anni
70, a parte Crumb, che era un raffinato, erano pieni di cose che poi si
sarebbero definite trash, sia nello stile del disegno, sia nel sapore
“volgare” in senso giusto: esposizione sessuale, iperblebeo
delle battute e roba varia.
Chi disegnava Gordon Link?
Raffaele della Monica che era cresciuto alla scuola di Alan Ford
e poi era diventato uno dei disegnatori di Tex. Però siccome il
suo segno aveva una caratteristica comico-grottesca, che ben si adattava
ad Alan Ford, si prestava altrettanto bene per un disegno di questo tipo.
Poi l’esperienza di Gordon Linlk è durata finché è
sopravvissuto l’editore che entrato in difficoltà economica
ha chiuso. Nel frattempo avevo conosciuto Bonelli che cercava di rafforzare
la squadra di Dylan Dog, perché Sclavi cominciava a essere comprensibilmente
un po’ stanco di scrivere tutti i numeri lui e quindi ho fatto una
quindicina di numeri di Dylan Dog, poi sono passato sul fumetto bonelliano
giallo che era Nick Raider e nel frattempo Bonelli ha approvato la mia
serie, “Magico Vento” …
… che contina con successo da …?
Ormai siamo credo al numero 84, io ho già scritto fino
al 100 e sto cominciando a scrivere le storie dopo il 100.
Ovviamente ti avranno già chiesto cosa c’è
nel numero 100.
Sì, quello l’ho già detto ad alcuni che mi
scrivono privatamente. Perché io rispondo sempre quando mi scrivono,
non ci credono, ma rispondo. A volte anche il giorno stesso. Quando finisco
le sceneggiature rispondo alle lettere.
Tu in pratica hai avuto quattro anime artistiche (musica, teatro,
libri e fumetti) che però hai tenuto rigidamente separate, svolgendo
queste attività anche in periodi diversi della tua vita.
No, non è esattamente così; purtroppo ogni tanto
io dico “basta mi sono stufato, non lo faccio più”.
Poi appena lo dico mi capita una cosa da fare, mi rientusiasmo e riparto.
Quindi preferisco non dirlo più e fare le cose quando vengono.
Ho un po’ bisogno di alternare. Una cosa che mi ha dato molto fastidio
nella vita da cantante è stato il mutamento di pubblico che c’è
stato tra la fine degli anni ’70 e gli ’80. Noi eravamo abituati
al tipo di pubblico che la generazione prima di noi ha vissuto ai tempi
dell’avanspettacolo nel dopoguerra. Noi in modo politico, ma quando
vedi i film di Fellini che ti tirano il gatto morto sul palcoscenico,
ecco ti ricorda il clima di qualche nostro concerto. Non dico esattamente
così, ma ci mancava poco. Mi ricordo una volta io e Ricky eravamo
tra i pochi che facevano concerti sotto il sequestro Moro: ogni sera bisognava
saper gestire anche politicamente il palco, perché era un continuo
succedere di eventi che potevano compromettere o modificare una serata.
Questo però ti portava a vivere ogni concerto come un’incognita
e c’era anche un senso, non solo di stare tra compagni, ma anche
di sfida da vivere di continuo. Perché era un’epoca dove
se tu sbagliavi un accordo veniva giù la sala, si incazzavano.
Non era affatto un’epoca in cui c’era divismo. Anzi era il
contrario perché più un concerto era pieno e più
funzionava c’era sempre qualcuno che saliva sul palco e iniziava
a dire: “Questi fanno i soldi sulle nostre spalle”. Che poi
figurati! Abbiamo sempre fatto molti più concerti gratuiti che
pagati, ma era perché si veniva da un periodo di critica al leaderismo.
Questo aveva anche conseguenze giuste, perché portava chi suonava
verso un atteggiamento di maggiore umiltà. Ed era bello perché
c’era questo grosso senso di sfida e la capacità di improvvisare
ogni serata. Mentre andavamo con Ricky verso la sede di un concerto nuovo
improvvisavamo una canzone in macchina adatta alla singola occasione.
Canzoni che il più delle volte non abbiamo potuto replicare perché
erano adatte solo e soltanto a quella serata. Proprio per ché l’idea
era che ogni spettacolo doveva essere diverso e bisognava pensare alla
gente che c’era lì e dargli qualcosa in più, qualcosa
che fosse possibile sentire o vedere solo venendo al concerto. Poi negli
anni ’80 è cambiata la mentalità, non c’erano
più le feste di piazza, si andava nei teatri. Nei teatri entrava
gente che, paradossalmente perché pagava il biglietto accettava
tutto quello che facevi e applaudiva sempre. Erano anni più tranquilli,
ma io mi incazzavo molto di più, perché quando c’era
una serata in cui tu lo sapevi che non era venuta bene, non avevi suonato
o cantato al massimo, gli applausi c’erano lo stesso. E se ti applaudono
uguale a una serata in cui hai dato il massimo, vuol dire che c’è
un rapporto sbagliato.
Peraltro c’è una palese contraddizione: tu paghi
e ti accontenti, vai gratis al concerto e pretendi. Dovrebbe essere logico
il contrario.
Invece quelli che venivano gratis erano incontentabili e a quelli
che pagavano andava bene tutto. Lo trovavo molto poco stimolante. Insomma
mi ero anche un po’ stancato e ho capito che fare non il cantante
di movimento, ma il cantante professionista non era da me. Io come professionista
preferivo allora scrivere canzoni per altri, preferivo fare l’autore.
In palcoscenico da professionista non mi andava, anche perché incontravo
un tipo di pubblico che non mi piaceva, un pubblico che nel frattempo
era rifluito nel privato, nel personale, che non era più il mio.
E quindi, visto che in parallelo ave vo già iniziato a lavorare
nel cinema, a scrivere … E poi fondamentalmente io ho sempre saputo
che la mia vera vocazione era nella scrittura, al di là del discorso
di cosa mi riesce meglio, cosa mi riesce di più. Però se
sto due anni senza fare spettacoli non mi cambia niente, se sto una settimana
senza scrivere cominciano a girarmi i coglioni. Non sono capace di smettere
di scrivere.
Scrivere vuol dire scrivere per i fumetti o romanzi e racconti?
E’ uguale?
No, non è uguale, perché sei più solo, con
meno raffronti. Ma anche più gratificante perché sei più
libero nella scrittura del romanzo. Però non si vive di solo romanzo
e allora, rispetto ad altri autori che per vivere di letteratura devono
poi fare o la televisione o i giornalisti scrivendo di cagate di tuttologia
sui giornali o sfoghi di superego o di libidine personale. Allora visto
che queste cose le considero degradanti sia per chi le scrive che per
chi le legge, preferisco lavorare sempre con la scrittura, ma in altri
settori come il fumetto che tra l’altro ti permette di tenere sempre
un contatto con i ragazzi che alla mia età (ho 56 anni) non è
più così semplice con la musica. Anche se c’è
un po’ di revival anni ’70 … questo vale per me per
Patrizio Fariselli, per tanti della nostra generazione … Ci sono
anche gruppi giovani che rifanno le nostre canzoni, però, lo vedo
anche dai dischi che portano a casa le mie figlie, ci sono tendenze che
sono nate più dalla nostalgia del punk che non dalla canzone politico-sociale
o tantomeno dal folk o dalla canzone politica e dal rock progressive degli
anni ’70. Non gliene frega un cazzo! Tant’è che non
c’è stato un gran revival di gruppi come la PFM …
Perché sono ancora in giro adesso (ridiamo)
Sì, loro sono ancora in giro, ma non c’è
stato revival, forse arriverà, ma per ora neanche del Banco o di
altri gruppi dell’epoca si parla più. Questo per dirti che
c’è stato un cambiamento del gusto musicale di cui tenere
conto e del resto noi restiamo legati ai gusti della nostra generazione.
Invece coi fumetti per forza devi corrispondere alla capacità di
comprensione e di linguaggio dei ragazzi di oggi. Quindi questa è
una prova che ti costringe ad aggiornarnarti.
Perché tra l’altro il legame oggi c’è
ed è più forte tra un “fumettaro” come te e
i tuoi lettori. Tramite il tuo sito, via internet. Un legame molto più
stretto che un tempo e realmente interattivo.
Sì, c’è da dire che tutti pensano che sia
più giovane. Poi quando dico che ho 56 anni … c’è
uno che mi ha scritto “Oh ma cazzo, tu freghi la gente! Perché
uno guarda le immagini del tuo sito, col giubbotto e pensa che hai 36
anni, poi si viene a sapere che ne hai 60!”. Primo: non ce ne ho
60. secondo c’ho i capelli bianchi da quando ho 30 anni, quindi
non è un problema …
… e il giubbotto saranno cazzi miei se me lo metto o meno
…
… e poi arrivi a un età in cui è meglio che
non fai più foto, perché ti fai schifo da solo (ride). Quindi
guardate quelle dove sono più presentabile!
Dischi tu non ne fai più da 10 anni,
a parte “Danni Collaterali” con Ricky e altri, uscito lo scorso
anno. Prima c’è stato “In paradiso fa troppo caldo”
che è un disco che non conosco. Non me ne sono accorto. Non se
n’è accorto nessuno? A parte che conteneva “Un cucchiaino
di zucchero nel te” che poi è stata cantata da Mina…
E’ stato uno dei dischi più belli che ho fatto.
E’ uscito già in cd, vero?
Sì, in cd. L’ho fatto in parte con la “Premiata”
perché lo produceva Franz e Patrick Djvas ha fatto gli arrangiamenti
e in parte con Elio e le Storie Tese. Musicalmente è un disco molto
interessante e i pezzi son molto belli. Però quello era un disco
autoprodotto e distribuito dalla Sony. E questo per me è stata
un po’ la mazzata finale, perché se tu ti autoproduci e poi
la distribuzione- solo per distribuirlo senza sostenerlo, perché
poi la promozione è sempre a carico tuo- si becca il settanta per
cento dei diritti è punitivo! Poi sai erano già anni quando
è uscito, nei primi anni ’90, che ormai c’erano le
playlist nelle radio e questo cambiava tutto. Perché o tu entravi
nelle playlist o non ti filava nessuno.
Il disco piaceva. Quando abbiamo fatto la presentazione i disck jockey
dicevano “bello questo pezzo, forte”. Poi iniziavano anche
i primi caldi estivi e c’era il pezzo guida “Fa troppo caldo”
che era una cosa un po’ vagamente berbera, islamica ... che poteva
funzionare. Ti dicevano: “Sì, sì, lo mettiamo il disco”.
Poi ti guardavano con quella faccia come dire: “E adesso con chi
dobbiamo parlare per ciapaà i danèe?”. Danèe
ghe n’è minga, perché è autoprodotto! Non erano
ancora partite le indies, le etichette indipendenti ché erano ancora
agli albori. E quindi di fatto vuol dire dedicare tre-quattro mesi di
lavoro a un disco e poi non potere essere uditi da nessuno! Ma neanche
su Radio Popolare perché poi erano anni di grande distrazione.
Non è che non mettessero solo i miei dischi, non mettevano neanche
Guccini, non mettevano un cazzo! Da quegli anni Radio Popolare è
diventata una radio di parlati dove la musica viene usata come intermezzo.
Fanno i microfoni aperti e “adesso un po’ di musica”
e passa Volare, Fred Buscaglione, Manu Chao, qualsiasi cosa. L’uso
della musica come cuscinetto è un’infamia assoluta. Negli
anni ’90 si è persa tutta la tradizione dell’uso della
radio libera come informazione musicale, come era stata la stessa Radio
Popolare, come è stata Alice, come è stata Canale 96 a Milano.
Tu hai lavorato a Canale 96? Anch’io.
Sì. Ho fatto lì le prime trasmissioni, prima ancora
di fare dischi. Ma questo atteggiamento attuale delle radio è una
cosa malsana. E’ offensiva per la musica, è offensiva per
i musicisti. Radio Popolare ha perso completamente il pubblico giovanile.
Ha un pubblico formato da “residuati bellici” della nostra
età. Si è tornati su dei moduli di trasmissione veramente
antichi, coi programmi e tutto il resto. Quello che era il concetto di
fondo delle radio libere. Come flusso continuo di comunicazione, basato
sulla musica e poi con discorsi sociali e politici. Oggi c’è
meno musica di riferimento, ma in realtà ce n’è molta.
Solo che non si sente.
Di musica ce n’è più di prima! Solo che nessuno
la fa ascoltare. Lo diceva anche Bubola parafrasando Fossati. Hai presente?
“Avevamo poche canzoni, ma duravano tutto il giorno. Gli facevamo
fare andata e ritorno”. C’erano 5 canzoni e 100 radio che
le trasmettevano. Ora ci sono 100 radio, ma trasmettono 5 canzoni.
Tant’è che le radio francesi non sono fatte così.
A parte i Noir Desire. Passi il confine e sei in un'altra realtà
di ascolto. Questo è l’incredibile capacità di farsi
del male da soli.
La stessa cosa identica me l’ha detta ieri anche Shel Shapiro.
Anche lui citando le radio francesi. Davvero c’è più
musica di prima. Anche perché costa meno. Farsi un disco, in casa,
è di una semplicità ed economicità notevole. Venderla
è il problema! Li vendi solo ai concerti.
Non solo: Radio Popolare ha l’Auditorium. Cosa dovrebbe
farne? Fare concerti dal vivo, registrarli e poi venderli, anche come
sostegno alla radio. Invece cosa fanno? Fanno una cosa ogni morte di papa.
Poi sai, la differenza è che noi, quando facevamo la radio eravamo
militanti politici che facevamo la radio gratuitamente. Adesso sono giornalisti
a stipendio e hanno interesse a fare il “loro” programma,
tanto le voci sono sempre le stesse. Non senti più debutti., non
c’è più ricambio. Sono gli stessi da anni che fanno
le stesse cose. E si sono standardizzati sul livello di radio normale.
Quando c’è il Festival di Venezia vanno al Festival di Venezia,
esce il film americano e fanno la pubblicità del film americano
… E’ uscito “Fame chimica”, è uscito il
bellissimo film di Ferrario “Dopo mezzanotte”. Sì,
ne hanno parlato su Radio Popolare, ma se esce il film di Brad Pitt, Radio
Popolare ne parla per tutto il giorno. E’ una tale perdita di identità
da infastidire. Io non voglio dire che bisognerebbe fare le cose come
si facevano una volta, perché è chiaro che i tempi cambiano
e quindi bisogna aggiornarsi ai tempi. Però quando tu confronti
con i mezzi moderni come internet … su internet c’è
una possibilità di fruizione, di scambio di idee, a cui le radio
di sinistra non corrispondono minimamente. Sono loro che sono vecchi!
Non è vecchio chi dice rifacciamo una radio aperta.
Come l’industria discografica, anche le radio stanno perdendo
la sfida di internet.
L’industria discografica ormai è figlia di internet.
La Bmg ha rieditato i miei dischi solo perché si è accorta
che i miei pezzi erano molto scaricati dai siti di scambio. Circolavano
cd pirata nelle fiere, nelle bancarelle, nei centri sociali e quindi ha
detto rimettiamoli fuori visto che un mercato ce l’ha. Questo vuol
dire che non solo non dovrebbero essere penalizzati i siti di scambio,
ma dovrebbero essere pagati perché loro fanno la ricerca per le
case discografiche (ride).
Ricerche di mercato pronte e gratis
Se non ci fossero stati i siti di scambio loro non si sarebbero
accorti neanche che i ragazzi ricominciavano a cantare i pezzi di Rino
Gaetano; loro non lo supponevano neanche.
Ovviamente non lo fanno neanche sapere. Si capovolgerebbe un
teorema cartesiano. Internet è il diavolo per la discografia …
Invece Internet può essere anche per loro un vantaggio.
Guarda, lo è di fatto, perché i primi tempi su
Internet, quando non c’erano ancora gli mp3, il primo genere a essere
scambiato erano stati i libri. Sui siti come Books online si pubblicavano
intere biblioteche di cose andate fuori diritti. Dopo un paio d’anni
hanno cominciato a fare una classificazione di queste opere per vedere
quali fossero le più gettonate. A quel punto hanno fatto le riedizioni
e le hanno tolte dall’area gratuita. C’è questo uso
come da sondaggio sociale.
Senti, ma dischi nuovi tuoi? Arriveranno? Sono in programma?
Non se ne parla nemmeno?
No, io adesso ho appena finito un romanzo nuovo che in parte
è anche un bilancio degli anni ’70, perché si parla
anche molto della California dagli anni ’60 agli anni ’80,
dalla nascita della cultura Hippy, fino a John Holmes e la nascita del
cinema porno, poi Manson. Si intitola “Io sono un fantasma”,
esce per Tropea, dovrebbe uscire a gennaio prossimo. E’ un libro
stravagante, molto visionario. Quindi mi sono dedicato a questo. Poi ho
in ballo parecchie cose di cui non voglio parlare finché non siano
pronte, ho in ballo un film autoprodotto che sto facendo con un amico,
e poi ci sono un paio di cose che sto scrivendo per il teatro …
Non è il momento per le canzoni, insomma.
Ecco, dall’anno prossimo mi rimetterò a scrivere
qualche pezzo … forse. Però la cosa di Danni Collaterali
non è stata casuale, perché a me viene più naturale
esprimermi se c’è un motivo esterno. Perché ho tanti
altri modi per esprimermi che non mi viene immediatamente naturale pensare
alla canzone. Quello è il media che mi vede più debole.
Non è da escludere che adesso che sono andati bene i cd magari
qualcuno, anche un indipendente, mi dica: “ma tu non hai pezzi già
pronti, in grado di essere incisi”?
E tu ne hai di pezzi pronti?
Oeu! Hai voglia!
Ma tu scrivi ancora canzoni di fronte a particolari argomenti,
quando ti senti toccato o coinvolto?
No. In questo momento no. Però ho molto archivio degli
anni creativi in cui avevamo tutti l’imbarazzo della scelta.
Con Ricky Gianco sei sempre amico e sei in contatto. Come mai
non sei entrato nel giro del festival di Mantova?
E’ stata una cosa assolutamente casuale perché in
quel periodo ero in montagna, recluso nel tentativo di finire il mio romanzo
e non potevo distrarmi. Poi oltretutto è stata una cosa molto complicata
organizzativamente perché c’era questa cosa dell’anti
Sanremo, la data era vincolante, il tempo era poco. All’inizio c’era
un’impostazione del tipo: “facciamo veramente l’anti
Sanremo e quindi non diamo un impostazione di ultrasinistra o anche vagamente
di sinistra, Quindi si è cercato di portare anche cantanti assolutamente
normali o anche dell’altra parte. In questo senso a me non è
che me ne fregasse molto. Invece dopo si è capito che bisognava
fare riferimento in qualche modo al giro delle etichette indipendenti,
ma le proposte e le autocandidature erano così tante che poi era
complesso organizzare tutto all’ultimo momento.
Ma il prossimo anno?
Sì, i prossimi anni sì, senz’altro.
Poi c’è anche il Festivaletteratura.
Potresti “giocare” nei due campi …
A Mantova letteratura ci sono già andato una volta. Ti
dirò invece che tra le cose che voglio “fare da grande”
è di essere più utile sotto il profilo organizzativo, perché
adesso io collaboro con parecchie iniziative letterarie e vorrei convincere
le amministrazioni a fare in modo che non si facciano più iniziative
dove ognuno si paga la sua, ma cercare di organizzare e potenziare un
circuito. Memore dei rischi e delle cappelle che abbiamo fatto nella nostra
generazione con i circuiti alternativi, bisogna dire che l’andazzo
che hanno preso gli anni ’80 è anche stato causato dall’improvvisazione
con cui ci siamo arrivati, anche perché la sinistra ha completamente
distrutto il suo circuito, sacrificandolo alla televisione. Prima c’era
il circuito Arci, c’erano i circoli, c’era un circuito sociale.
Dopo aver distrutto il circuito sociale è rimasta solo la resistenza
dei Centri sociali, che però è una cosa particolare, non
è circuito di spettacoli, ha lasciato tutti scoperti alla onnipresenza
della televisione senza alternative. Ora che sono anni di risveglio di
una coscienza sociale sarebbe demenziale se non si riuscisse a mettere
insieme, a trovare un modo di collegare le diverse iniziative che si fanno
nei vari comuni in modo da far circuitare le iniziative che valgono, perché
è evidente che le varie cose belle che ci sono anche a livello
internazionale non puoi farle venire se le organizzi da solo. Come singola
amministrazione costerebbe troppo. Invece se ne metti insieme sei, poniamo,
visto che queste manifestazioni non sono in contemporanea ma sono raggruppate
in periodi dell’anno precisi, sostanzialmente l’autunno, quando
sono scadenzate una dopo l’altra, almeno una parte delle iniziative
potrebbero essere organizzate assieme e scaricare i costi su più
centri. Così facendo si potrebbe ricominciare a vedere cose interessanti,
come avveniva ai giorni nostri quando potevamo vedere in teatro Eugenio
Barba, Grotowski, il Marat-Sade di Peter Brook, che erano cose importanti
o il Living Theathe. Ossia, c'erano sì le erano scelte affidate
al Piccolo Teatro, ma anche iniziative libere, che venivano perché
gli spettacoli potevano girare, c’era un circuito. Tu non puoi far
venire un gruppo dall’estero se non fa un certo numero di date.
Questa è un po’ la prospettiva per cui voglio lavorare.
Ho visto, sempre sul tuo sito, che inviti la gente a scriverti,
a mandarti racconti. Anche quelli li leggi tutti?
Io leggo tutto. Ovviamente ho chiesto di mandarmi solo un capitolo
o un racconto, altrimenti mi mandano tutto quello che hanno scritto. Però
non c’è tantissima gente che scrive. Lettere sì, ma
racconto no. E’ un po’ calata come moda. Quando poi tu rispondi,
dicendo “Guarda qui mettila a posto, questa parte va cambiata …”
non c’è molta gente che ha voglia di fare, si fanno prendere
dallo sconforto. E questo ti fa capire che c’è in molti ragazzi
la mentalità “O funziona di per sé o se devo far fatica
allora no!”. C’è un po’ quella faciloneria di
fondo.
Ma c’è movimento di base attorno ai temi della scrittura.
Ci sono molti siti dedicati ai racconti nella rete, io stesso sono in
uno di questi (Naufragi) e devo dire che c’è molta gente
che scrive e che vuole scrivere.
Certo, se tu fai il sito di scrittura o di poesia e ospiti racconti
o poesie diventano un po’ come delle mailing list allargate o delle
palestre di scambio dove la gente si esercita a scrivere. Diverso è
il conto se si tratta di fumetti o cinema. A me la maggior parte del materiale
inviato riguarda questi due settori, per cui sono sceneggiature o abbozzi.
Allora lì c’è un problema proprio tecnico. Magari
uno si è anche fatto il mazzo ha studiato storia degli indiani
d’america, scrive un soggetto che gli sembra straordinario e me
lo invia, mi accorgo subito che è velleitario. Tu non puoi presentare
a ogni scena in un fumetto eserciti in marcia o battaglie. E’ molto
difficile rappresentare l’epica in un fumetto. Ci sono anche i trucchi
del mestiere da imparare che si acquistano solo con l’esperienza
e tra l’altro questi sono lavori che si fanno di solito per far
vivere personaggi inventati da altri e quindi devi essere molto rispettoso:
tu non puoi farmi morire, perché ti gira, l’amico dell’eroe
solo perché ti garba e poi io ho una serie di storie aperte in
cui deve ancora intervenire. Cosa faccio? Lo resuscito? Però ecco
c’è un pochino di atteggiamento di faciloneria, anche se
oggi ci sono molte più scuole del fumetto e di sceneggiatura, ma
non è che neanche queste siano risolutive. Il problema di base
è che ci ha tempo per fare il docente in queste scuole è
perché non lavora. Quindi non è che gli insegnanti siano
spesso all’altezza delle richieste degli studenti e poi, tra l’altro
tendono ad appiattirli. Io ho fatto due anni, tre anni anzi, come insegnante
alla scuola del cinema qui a Milano per la sceneggiatura cinematografica.
L’importante è partire da soggetti loro e dargli quelle tre-quattro
furbizie che gli servono per farne un mestiere, ma salvaguardando quel
tanto o poco che c’è di originalità trasgressivo delirante
o anche naif ma che è nuovo della cosa. Che se tu subito li porti
invece alla regoletta, ne viene fuori qualcosa che non è né
carne né pesce. Non ti pigliano insomma., non lavori neanche da
nessuna parte. Impari tre regolette ma anche sul piano dei creativi pubblicitari
i lavori troppo a macchinetta non ti permettono di fare troppa strada.
Perché ci vuole sempre un sapore di novità di creatività
che è sempre più alta quando non sai le cose. Nella musica
poi questo è dimostrato. Per tutti i grandi artisti, anche nel
rock, la fase più creativa e più alta è quella più
naif, quando sono meno capaci. Sono quei tre anni creativi quando sei
giovane. Pensa a Dylan, ai Beatles. Poi sarai un grande professionista,
ma non sai perché i pezzi di una volta non ti vengono più.
Allora quando si lavora coi ragazzi bisogna capire se c’è
il talento e se c’è un idea che a un professionista può
sembrare sbagliata, è proprio su quella che devi lavorare. Invece
le scuole del fumetto o di sceneggiatura non fanno questo. Appiattiscono.
Dopo tu cosa fai? Fai il giornalista al massimo. Ma non potrai mai fare
lo scrittore.
Mi resta solo da chiederti cosa pensa Gianfranco Manfredi di
Gianfranco Manfredi alla Marzullo, visto che era l’ultima delle
regole che avevi precisato non bisognasse transigere e, almeno per questa
volta, non transigeremo. Grazie.
A microfoni spenti abbiamo poi parlato dei suoi libri, argomento
un po’ trascurato nell’intervista. I primi per Feltrinelli,
con il travolgente esordio di Magia Rossa, poi una fase di flessione e
di involuzione, da lui stessa vissuta così, con libri troppo densi
di riferimenti cinematografici e di un umor nero che travalicava la pagina
scritta, perché diretta espressione degli anni a-politici della
Milano da bere (e poi da sputare), fino alla ripresa con i libri editi
da troppa, fino ad arrivare all’ultimo (ancora per poco) “Piccolo
diavolo nero”, un romanzo storico ambientato negli ambienti anarchici
di Milano ai tempi del diffondersi della prima passione per il velocipede.
Un capolavoro senza mezzi termini (“Anche se il Manifesto se l’è
cavata con una recensione di due righe: “è uscito il nuovo
libro di Gianfranco Manfredi, curiosamente dedicato al ciclismo”
ma allora non parlarne neanche!”). “Piccolo diavolo nero”
è denso e lungo come una tappa del tour de France, ricca di parti
importanti per i protagonisti, ma anche per i gregari. Una sorta di romanzo
collettivo che analizza un’epoca divisa tra i primi albori dei movimenti
politici che impronteranno il secolo neonato e il progresso inarrestabile
che avanza e che farà sì, nel volgere di anni, che niente
sarà più come prima. Ricco, documentato e prezioso. Un libro
che deve essere costato anche un notevole sforzo preparatorio, al di là
dell’idea di partenza. Per tornare, con un riferimento al mondo
della canzoni, è come vivere per 500-600 pagine all’interno
della stessa atmosfera creata da Luigi Grechi e Francesco De Gregori (il
primo come autore, il secondo come cantante) nel “Bandito e il campione”.
E se mai diventasse un film sarebbe probabilmente uno di quelli che non
mi vorrei perdere per niente al mondo.
Signori: Gianfranco Manfredi, artista.
Intervista
effettuata il 17-06-2004
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