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BiELLE INTERVISTE
Mimmo Locasciulli: Benvenuti nel futuro
(tratta da "L'isola che non c'era" - n.10/1998)
di Giampiero Cappellaro

È un uomo semplice, non ci sono dubbi. E uno dei personaggi storici della canzone d'autore che conta, figlio di quel segno di un mondo diverso in cui ha ancora un senso chiedersi il perché. Mi è sempre piaciuta la sua scontrosità, il suo stare al di fuori dalla mischia: come, del resto, si vuole che sia per un artista in regola con i quattro quarti di nobiltà creativa. Il suo nuovo album, "Il futuro", è in realtà un ritorno al passato, ai suoi grandi maestri, i vari Cohen, Dylan, De Ville, Young, Waits, con il suo carico di sentimenti profondi, non sempre rassicuranti ma, in ogni caso, reali. Per noi è uno dei grandi. E tanto basta.

Dopo tre anni dall'uscita di "Uomini" ecco "II futuro", un album composto quasi completamente da cover, un personale tributo ad alcuni degli artisti più importanti della nostra epoca. Come mai questa scelta?
Sai, c'è chi dice che devo molto a loro, ma è un errore. In realtà gli devo tutto, perché credo che se non fossero esistiti nemmeno io sarei stato quel che sono. Comunque tutto nasce da Uomini. Avevo appena finito il disco e lo stavo facendo ascoltare ai miei discografici. I soliti convenevoli, le classiche battute di queste occasioni d'incontro poi, d'improvviso, il giudizio di uno di loro: "Sembra un disco tipico degli autori rock americani...". Mi scocca la scintilla... ma sì, è proprio vero. Negli anni precedenti, a parte l'incursione del digital-pop di Clandestina, ero sempre andato in direzioni musicali diverse. Avevo sperimentato i fiati, le fisarmoniche e, un pò, dimenticato la mia vera origine. il mio suono, i miei inizi al FolkStudio quando ponevo le chitarre elettriche su quelle acustiche, l'organo sul pianoforte... Con Uomini ero ritornato al mio modo d'intendere musica e adesso quella frase aveva sollecitato in me un nuovo desiderio: perché non fare un disco di brani di quegli autori rock che tanto avevano foraggiato la mia ispirazione?
Così, quasi per gioco, ho deciso di fare questo album di cover, senza la presunzione di realizzare niente di straordinario, ma semplicemente qualcosa che rispondesse a un modo un po' diverso ma pur sempre totalmente mio di esprimermi, di fare la mia musica. Spero non risulti troppo irriverente, in fondo è solo un omaggio, la possibilità di esprimere la mia gratitudine a questi artisti.

Come è avvenuta la scelta dei brani?
È stato un lavoro lungo ed estenuante. Sono partito da una scelta iniziale di circa quaranta canzoni per arrivare poi, dopo tre anni di lavoro, alla selezione di una quindicina di brani confacenti, come spirito e cultura, al mio progetto. Ho evitato con cura di andarmi a confrontare con grandi classici, per capirci del calibro di Blowin In The Wind, scegliendo brani meno famosi, ma ugualmente importanti. Purtroppo non ho potuto includere tutti i brani prescelti, perché per alcuni non ho avuto l'autorizzazione degli autori.

Ma come, in Italia ognuno canta quello che vuole...
Sì, ma per fare una traduzione devi avere un'autorizzazione, che ti assicuro, non è facile avere. E, purtroppo, così mi è saltato il pezzo di Paul Simon.

Qual è il brano di Simon che avevi scelto?
The Dangling Conversation, che ho tradotto, cantato, registrato e missato, ma poi ho dovuto accantonare per i motivi che ti ho detto. Purtroppo con lui c'era stato un precedente di un tributo italiano, con testi mal tradotti, che gli aveva dato molto fastidio. Ho provato in tutti i modi a convincerlo, ma non c'è stato niente da fare. E poi è rimasta fuori un'altra canzone a cui tenevo molto: Gipsy di Stevie Nicks dei Fleetwood Mac. Peccato, perché la mia versione, senza sembrare troppo presuntuoso, è bellissima ma al momento di consegna- re il master, non sono riuscito ad avere in tempo questa benedetta autorizzazione perché Stevie Nicks era in tour con il gruppo.

Non è un rischio, nell'Italia canzonettara "omologata" di oggi, fare un disco di canzoni "pesanti", di grande contenuto e sentimento?
Ti rispondo in maniera differente. Credo che l'Italia sia un'isola a parte nel mondo e che molta della musica che ascoltiamo qui in nessun altro posto avrebbe ragione d'esistere. E la colpa non è solo degli artisti, ma di tutto il sistema che "provincializza" brutalmente la nostra proposta musicale. Di contro, non credo di essere con Il futuro così "fuorì. È che la collocazione è l'ultimo dei miei pensieri e, semmai, m'interessa fare una cosa forte, matura, magari vera...

Il futuro è la traduzione che De Gregori ha fatto di The Future, un pezzo di Leonard Cohen. Ricordo, a proposito di quest'ultimo, un'intervista in cui diceva che questo brano non era poi così negativo...
Beato lui... per me Il Futuro è un pezzo duro, amaro e drammaticamente vero.
Personalmente ho una grande considerazione del futuro, in senso generale, e amo pochissimo il passato, di cui posso conoscere tutto tramite la storia, la lettura. Poi bisogna distinguere quale tipo di futuro. Se parli del futuro prossimo...
allora cambia tutto. Noi viviamo in mezzo a una rivoluzione senza rendercene conto. Televisione, Internet, un sistema di comunicazione deviato... e la gente, che sta sempre più in casa, subisce tutto. È la rivoluzione della "noncomunicazionè, dove non c'è passaggio di messaggio. E il risultato è una incultura, una ignoranza, una cattiva educazione. Quindi, se guardo al futuro prossimo sono molto preoccupato, altroché.

Anche il resto del disco non brilla per ottimismo...
Non è pessimismo, ma la presa di coscienza della pochezza del tempo che viviamo. Emblematiche sono Andiamo verso il niente (Road To Nowhere di David Byrne) e Serie di sogni (Series Of Dreams di Bob Dylan), perché "corriamo verso il niente" e "niente diventa realtà". Anche se questa non è l'unica componente del disco. C'è l'amore stralunato di China la testa (Tom Waits), il sarcasmo pungente di Sono i soldi che amo, l'invettiva di Vita da scemo di Costello, il racconto cinematografico di Powderfinger, cantato in coppia con uno "sconosciuto", tale Cereno Diotallevi, un talento (!!)... e due pezzi nuovi miei in sintonia con il resto.

Nel Il cielo era lì sembra quasi di percepire una forma d'emozione nel cantato.
Eh sì, questo è un brano che mette davvero i brividi. L'originale di Willy De Ville, Heaven Stood Still, è un autentico miracolo di emozioni, la forza drammatica che trasmette una grande canzone d'amore. Nel tradurla sono rimasto impressionato dalla profondità del sentimento: in un rigo capisci che tutta la speranza della sua vita è una notte da ricordare... Come fai a non commuoverti per tale grandezza?

Dal punto di vista sonoro c'è il ritorno alla classicità dei tuoi primi dischi. È dipeso dalla scelta di produrti in prima persona?
Quello di non avere un fonico è la grande libertà che mi sono concesso. Dopo anni e anni dove lasciavo il compito ad altri, finalmente ho provato con questo album a mettere le mani sulle manopole. Così non me la devo prendere con nessuno e il suono è quello che dico io. Penso di non sbagliare dicendo che i riferimenti più evidenti sono proprio quelli dei miei primi album, i più spon tanei e diretti, senza troppe manipolazioni. E devo dire che in questo mi hanno aiutato anche i musicisti che hanno lavorato con me. In primis il mio trio base, composto dalla sezione ritmica romana per eccellenza: Massimo Buzzi e Mario Scotti, rispettivamente basso e batteria, e un giovane formidabile chitarrista, Paolo Giovenchi. A loro debbo un certo tipo di sonorità, perché n bastano gli arrangiamenti e le canzoni per fare un grande album: servono buoni musicisti, dotati di tocco e sensibilità.

Non hai pensato che sarebbe stato più unitario fare un album di brani tradotti solo di Dylan o Cohen o di un altro unico autore?
No, perché con più autori hai tante sfaccettature, tante idee, varie soluzioni. Il denominatore comune è sempre uno solo: la propria voce. Tu puoi fare quello che vuoi ma, alla fine, la gente accende la radio o lo stereo e la prima cosa che riconosce è la voce, ti identifica con quella.

In questo disco è limitato l'intervento di Greg Cohen.
Greg è sempre nel mio cuore, ma in questo disco c'è più basso elettrico che contrabbasso.
Poi lui aveva tantissimi impegni quando ho cominciato a registrare e comunque, nel pezzo di De Ville c'è, non poteva non esserci.

Si fa un gran parlare della figura del cantautore. Secondo te esiste ancora?
Per fortuna sì. malgrado ci sia chi si ostina a parlare della morte del cantautore. 1 giornali più titolati non fanno che strillarlo, tanto che alla fine qualcuno ci crede pure. Ritengo che, ad esempio, negli ultimi siano anche nati cantautori moderni e bravissimi come Jovanotti, Gianluca Grignani e, fra le donne, Carmen Consoli. E invece leggi che la musica italiana è solo un certo tipo di band.

Eppure c'è una parte della critica che promuove a pieni voti questa nuova ondata di rock italiano.
Guarda che non ho preconcetti con il "progresso" perché, tanto per fare un nome, il pezzo di Fankie Hi-Nrg è bellissimo. Quelli che ben pensano lo annovererei tra i brani più belli degli ultimi anni. Purtroppo, di questa nuova ondata, come dicevi tu, mi sembrano poche le "cosè che hanno un peso. È il modo di comporre che mi lascia perplesso e, forse, manca anche un pò di cuore. lo credo nel progresso, nel dover guardare avanti e nell'aiuto che questo ti può dare, ma non nell'essenzialità fine a se stessa.

C'è un album della tua discografia a cui sei più affezionato?
Ce ne sono tre, veramente. In assoluto l'album che amo di più è il primo, quello del "FolkStudio". Voce e chitarra, sgraziato, forse per questo indimenticabile come il primo amore.
Un disco a cui sono visceralmente legato anche per i motivi che mi legavano a Cesaroni, proprietario del FolkStudio e recentemente scomparso.
Gli altri due album che mi piace ricordare sono Intorno a trent'anni e Tango dietro ìangolo. Intorno a trent'anni è il disco della maturità, della prima grande affermazione. Tango dietro l'angolo mi ha aperto le porte dell'Europa, mi ha regalato molte soddisfazioni.

C'è ancora spazio per gli artigiani della canzone che fanno più coscienza che opinione, che lasciano poco spazio all'apparenza, ma impegnano di più il cuore e la mente, in piena libertà d'espressione?
È una domanda impegnativa, posso rispondere solo per me stesso.
Ho la fortuna di non dover render conto a nessuno della mia ispirazione, faccio ancora il medico e questo mi consente d'inventare musica ancora "quasi" solo per passione Io posso affrontare con serenità il rischio successo-insuccesso, altri non hanno questa possibilità.

Intervista pubblicata sull'Isola che non c'era, n°10, 1988

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