| Parliamo
come prima cosa dello spettacolo che porti ad Acrobatici Anfibi,
spettacolo sugli autori francesi. Quindi, più esattamente?
Più esattamente Brel,
Brassens, Ferré, Renaud e Leprest. Cioè,
in buona sostanza, i tre di cui si sono occupati tutti, in varie
misure e in vari modi, più due di quelli che piacciono solo
a me. (ride)
Infatti Leprest non l’ho
mai sentito neanch’io. E Renaud l’ho conosciuto grazie
a te.
Leprest e Renaud
in realtà sono due autori di cui la critica, il pubblico,
gli appassionati sanciscono una filiazione diretta dai grandi maestri.
Il concetto nasceva da quello che Giampiero Alloisio
chiamerebbe “la notte del cantautore vivente” o quantomeno
un barcamenarsi in mezzo. Siccome si fanno sempre solo festival
per “cantautori morti”, c’è una particolare
passione necrofila tra i seguaci del genere, l’intenzione
(ci sono diverse intenzioni invero) è di sancire tutta una
serie di principi che sono appunto:
1) la canzone francese non è morta, ma gode anzi di ottima
salute. Vi sono infatti dei grandi autori che, come succede in Italia,
rappresentano una sorta di passaggio di consegne a una seconda generazione
del settore. Poi, in realtà Renaud è famosissimo.
Sia lui che Leprest sono due autori sui 50 anni, quindi proprio
la generazione successiva ai grandi che ho citato. In qualche modo
è anche un piccolo richiamo …
2) l’altro discorso da sottolineare è che c’è
stato, soprattutto nella fase iniziale, un rapporto fecondissimo
tra la canzone francese e la canzone italiana alla sua genesi, e
proprio di questo tratterà l’intervento di Enrico
De Angelis che è anche uno specialista dei primi
tre autori, tant'è vero che la canzone d’autore italiana
delle origini, almeno fino all’arrivo degli anni ’70
è senz’altro più francofila che anglofila. Da
Paoli a Tenco…
… lo stesso De André,
Umberto Bindi, tanti altri ...
Non ne parliamo! De André
proprio direttamente brassensiano! Ma anche i Cantacronache,
tramite Fausto Amodei, avevano un rapporto altrettanto
forte. Tutta la canzone italiana dell’epoca. Io intravedevo
per tutte questi motivi storici e anche per passione personale,
un rapporto particolarmente fecondo per ragioni linguistiche, musicali,
culturali con la canzone francese. Negli anni ’70 su questa
situazione, man mano che nell’industria culturale cresceva
il primo termine e calava il secondo, ossia diventava sempre più
industria e meno cultura, è calata la mannaia degli angloparlanti,
che, ripeto, non è che questa sia una rivendicazione: ci
sono state cose meravigliose, hanno portato una ventata d’aria
nuova, però è successo che tutto quello che non si
cantava in inglese, quindi francese, spagnolo, eccetera, non aveva
più la dignità
necessaria a stare sul mercato. E invece, secondo me, riprendere
questa tradizione, riallacciare dei nodi con un passato, in fondo
glorioso, è cosa buona e giusta. In questo caso anche con
autori viventi, con i quali c’è la possibilità
di parlare, di confrontarsi, di scambiarsi pareri e opinioni. Ecco,
questo è un piccolo mestiere di cui mi piacerebbe occuparmi.
Senti, tu le canzoni le presenti
in italiano …
Naturalmente
Versioni tue o …
Mie
Tutte tue? Anche quelle dei
“grandi”?
Sì sì. Infatti presenteremo di questi grandi delle
versioni inedite e anche magari delle canzoni meno note. Cioè
non andremo necessariamente a pescare “Col tempo”
di Ferré o “Il Gorilla” di Brassens.
Faremo delle canzoni altrettanto importanti o conosciute in patria,
ma che non hanno ancora trovato una versione italiana.
Sono canzoni che hai scritto
recentemente o … “Col tempo”, tanto per restare
in tema.
No, questo spettacolo raccoglie il
lavoro di almeno una decina d’anni. Diciamo che quelle di
cui sono più contento sono ovviamente quelle più vicine
perché anche il traduttore è un mestiere che si impara
… tradendo (ridiamo). A tradire e a non
farsi scoprire si impara col tempo.
Ma tu hai già pubblicato
tra l’altro delle canzoni da te tradotte dal francese. Sull’album
dei Tetes de Bois dedicato a Ferré…
Sì, però quello era
un mestiere fatto un po’ più su commissione. Rientrava
in un progetto loro. Era nato più che altro dalle chiacchierate
che avevamo fatto sugli autori francesi ed era una cosa arrivata
molto avanti nel loro progetto, quindi non era così fondante,
diciamo. Perlomeno non è esattamente il mio modo di tradurre.
Quindi nemmeno questa ci
sarà nello spettacolo
No, non ci sarà. Facciamo
tutto inedito!
Spettacolo che è destinato,
forse in futuro, a una pubblicazione su disco …
Questo sarebbe il mio piacere e l’intenzione.
Sempre più mi affascina l’idea. A me, originariamente
non era venuto in mente. Però visto che tutta la critica,
parlando del mio disco ha in qualche modo sottolineato il rapporto,
da una parte con la canzone politica-sociale, e dall’altro
con la canzone francese, effettivamente è venuta l’idea
di sancire, con una serie di operazioni a cui potremmo dare il titolo
di “saldatura” …
Rende l’idea! Bello
il termine “saldatura”
E’ mutuato da “The
weld” di Neil Young, in quel caso
era la saldatura tra il suo mondo poetico e musicale e il “grunge”,
il lavoro coi Pearl Jam etc … Mi piaceva
moltissimo, stavo dicendo, questa idea di cercare un punto di contatto
… o anche semplicemente di rendere disponibili una serie di
materiali che tanti potrebbero adoperare. Ad esempio un traduttore
accreditato e che ha fatto dei lavori importanti come Giangilberto
Monti l’anno scorso era stato inviato al festival
Ferré e per rendere omaggio a Ferré, lui che di suo
è uno specialista di Boris Vian, mi ha chiesto
una mano per tradurre delle robe nuove di Ferré che erano
più vicine al suo stile. Mi ha fatto molto piacere e molto
onore. Abbiamo fatto insieme questo lavoro ed è stato per
me un bel riconoscimento.
Senti, lo scopo di questa
intervista era anche di “risarcirti” delle interviste
precedenti, dove, in fin dei conti abbiamo parlato solo di “Resistenza
e amore” che è vero che era l’evento del momento.
Ma ci sono tanti altri aspetti di Alessio Lega, come sta venendo
fuori ora: l’Alessio Lega curioso e studioso di musica internazionale,
in particolare di quella di difficile reperibilità e al di
fuori dei circuiti ufficiali, il traduttore, il critico musicale.
E c’è ancora tutto l’Alessio Lega inedito: quello
dei provini, che mi sto risentendo in questi giorni con grandissimo
piacere. Che fine faranno i provini? A cosa sono destinati? È
un Alessio Lega molto diverso da quello di resistenza e amore.
Necessariamente. Non sono ancora
passato attraverso il tritacarne dell’arrangiamento! (ridiamo)
Ma, veramente in realtà, per parlarti un po’ paradossalmente
e un po’ no, riconosco meno di me in quei provini che nel
lavoro di “Resistenza
e amore”. Nel senso che veramente i miei gusti
e quello che mi piace fare si sono molto evoluti nel confronto con
i musicisti e oggi, nel momento in cui vado a scrivere canzoni nuove,
non scrivo più pensando all’accompagnamento con la
chitarra. Io ho sempre avuto questo pallino che l’arrangiamento
non debba essere qualcosa che posticciamente riveste una canzone
già costruita, ma debba essere pensato fin dall’inizio.
Bisogna lasciare aperte delle porte, bisogna lasciare... che se
c’è un qualche vento che gira da qualche parte tu possa
essere in grado di intercettarlo. E per fare questo è necessario
scrivere in maniera non totalmente chiusa. Lo so che questo può
sembrare astratto detto così, però in realtà,
le
canzoni non si fanno da sole, non si fanno da soli, non si fanno
per sé soli e quindi è bene che quando arrivino al
pubblico ci sia già questo elemento di confronto, a volte
anche solamente come qualcosa di auspicato. Nulla impedisce di fare
una canzone solo voce e chitarra. Però, in qualche modo,
è bello che sia una scelta e non una costrizione. Quindi
l’obiettivo è di ripensare e rivedere quello in cui
ancora mi riconosco di quei provini, in funzione di ricantarle.
E poi, in alcuni casi, potrei benissimo scegliere di ricantarle
così. Però non per obbligo! E invece quei provini
nascevano così scarni perché non si poteva fare di
più. Sono nastri di lavoro.
Ne ho trovata una che mi
piace particolarmente tra le tue canzoni vecchie: “Via
delle brezza”. Non l’avevo mai sentita. E’
molto vecchia?
È una delle canzoni salvavita, per la precisione.
In che senso?
Nel senso che veniva in un momento
in cui la mia percezione dell’esistenza era “drogata”
da una serie di letture cupissime, tra cui Celine
e altri autori simili. Quindi tutto il mio scrivere dell’epoca
era pervaso o dall’angoscia o dalla rabbia. Come elemento
vitale c’era solo la violenza anti-sociale e tutti gli elementi
che parlavano della propria vita tendevano all’angoscia. Metropolitana,
per dirla alla Lolli. E invece in quel momento
scoprii la letturatura deliziosa di uno strano personaggio anarcoide,
ma molto vivace, francese che si chiamava Paul Léautaud
e dall’altra parte di un grande cantautore allievo di Brassens
(allievo morale, ovviamente) che si chiama Pierre Perret.
E infatti quella canzone è il rifacimento di una canzone
di Pierre Perret. Non è una traduzione. La canzone di Perret
ha un testo e una musica completamente diversi. Però l’immagine
in qualche modo è quella lì, quella di un personaggio
che si trasferisce in un altrove che non esiste. C’è
un po’ questa immagine del vento. E allora io mi dissi “questa
è una canzone che può cambiare il punto di vista”
e ho provato a ripercorrere la stessa strada. E’ come se uno
leggesse di uno che ha fatto un viaggio in un paese e volesse più
o meno rifare quel viaggio, però riportando tutte le sue
sensazioni, tutta la sua visione. E questa è stata una canzone
che ha cambiato tutto il mio modo di vedere.
Conoscendola così
mi piace ancora di più di quanto mi piacesse prima! (ridiamo)
Ma infatti… ci sono tutta una
serie di messaggi, è seminata di messaggi. Soprattutto l’ultima
strofa, dove c’è la figura di un certo “lupo
di mare”, un compagno, uno che lotta, ma che ha perso il rapporto
con il proprio corpo, che poi io lo vedevo come il “me stesso”
più antico. È una sorta di dialogo interno in cui
ci sono queste due figure: uno che è in grado di essere leggero,
tanto per citare la famosa frase di Calvino, “come
un uccello e non come una piuma” (una leggerezza che è
fatica). E dall’altra parte,invece, il rischio di quanto sia
pesante l’astrazione che non tenga conto del corpo.
Proprio una buona canzone.
Grazie
Ho visto sul tuo sito che
hai diviso le tue canzoni, almeno quelle che sono riportate lì,
in “resistenza”, “amore” e “arte”.
Sono i tre caposaldi della tua poetica? I tuoi cardini?
Sì, “Resistenza
e amore” hanno poi trovato, anche se non proprio
con le stesse canzoni, il loro sfogo sul disco. L’impressione
è quella: da una parte le canzoni che si possono codificare,
semmai c’è modo, come più di protesta, e dall’altra
appunto le canzoni considerate da un punto di vista intimo. L’arte
invece è quello che tu dici sta venendo un po’ fuori
ora. In quel caso sono sempre canzoni mie, ma sono insomma canzoni
che parlano di questa mia grande passione che è il parlare
dei poeti, dei cantautori … “I funerali del
Pirata” ad esempio parlano di Fabrizio De
André. O ancora canzoni che riflettono sul mezzo
in sé: siccome da buon vecchio anarchico non mi sento mai
di staccare i mezzi dai fini, allora mi interessa parlare dei fini
che sono l’amore e la resistenza, ma mi interessa altrettanto
riflettere sui mezzi per esprimersi, fare in modo che siano adeguati.
E la riflessione sui mezzi si è trasferita ora, non solo
nelle parole e nella musica, ma proprio nel modo di farle. Ed è
quello di cui ti parlavo. Tutto il lavoro di cercare un modo “rivoluzionario”
di suonare le canzoni, con l’aiuto dei musicisti, proprio
per usare dei mezzi adeguati alle tematiche che si tentano di portare.
Tanto per sapere cosa scriverai
da qui a quattro anni … quali sono gli artisti che ascolti
adesso? Che musica ti piace? Magari non ti servirà mai per
farne canzoni, oppure... chissà … Per svago dico, non
per lavoro.
Ascoltare musica è sempre
uno svago (ride). Da una parte prosegue il mio tentativo di ricognizione
della musica mondiale che non passa per radio.
Scelta degna a prescindere
….
Ormai mi sono fatto l’occhio,
quindi riesco a vedere al volo, magari solo da un link, se si tratta
di un artista che merita più di uno sguardo. È una
sorta di dote … Come un ingegnere riesce a colpo d’occhio
a calcolare l’altezza di un palazzo o il peso … io lo
faccio con la musica d’autore. Con tutte le cantonate del
caso, ovviamente.
Tu pensa che io mi faccio
ispirare ancora dalle copertine dei dischi per decidere un acquisto
o meno!
Figurati! Proprio un classico!
Dall’altro cerco di approfondire il dialogo con i musicisti.
Ora lavoro con parte dei Mariposa, che, non è
un segreto per nessuno, derivano dal rock progressive e da Frank
Zappa e allora tento di ascoltare questa musica, proprio
per creare dei punti di dialogo con loro. Non conoscendo abbastanza
la musica nel senso della teoria musicale o della lettura del pentagramma.
Non sapendo scrivere la musica, insomma, per poter dialogare con
loro, ho bisogno di avere un chiarissimo universo di suoni di riferimento
in modo da poter parlare un linguaggio comune.
E ultimissime passioni? Proprio
passione passione? C’è qualcuno che ti ha colpito?
Mi colpisce talmente tanta gente
che è veramente difficile capire…
Quindi una “passione”
del momento non c’è. Se tu non hai niente da fare,
vai allo scaffale dei cd, ne prendi uno e lo metti sul lettore,
pensando “adesso voglio proprio sentirmi della buona musica”
prendi un cd di …..
In questo momento Bill Evans,
il pianista jazz. E’ un mio ponte per un genere musicale al
quale non riesco mai ad avvicinarmi, che è il jazz appunto,
se non attraverso le riletture dei tanti cantautori che lo usano.
Però devo dire che al cuore del jazz, ossia mettere su un
disco di Coltrane e goderlo per quello che è, non ci sono
mai arrivato. In questo senso Bill Evans, che deriva dal be bop,
ma ha un rapporto strettissimo con la cantabilità e poi nello
stesso tempo sembra cercare qualcosa di molto astratto, sembra disegnare
percezioni armoniche che mi ricordano Bach,che
invece è il mio autore prediletto per quanto riguarda la
musica classica. E questa parte contiene degli elementi che riescono
a tirarmi dentro anche alla sua parte più oscura. Poi interessantissimo
il lavoro che ha fatto accompagnando un cantante come Tony
Bennett. E lì c’è un modo che per me
è illuminante di lavorare sull’armonia, sulla forma-canzone.
Chissà mai che magari
ti aspetta un futuro da crooner, magari tra qualche anno farai un
disco come Tony Bennett.
Infatti! Io passo la notte
a sognare le domande che potreste farmi voi giornalisti, come “ora
che ti sei fatto arrangiare dai Mariposa, da chi vorresti fosse
arrangiato il prossimo disco”. Allora io in ordine dico “sarebbe
interessante passare attraverso i Klezmatics, poi,
tanto per restare nelle cose impossibili, a Bill Evans
e se proprio dovessi esagerare da Ravel! (ride).
Intervista
effettuata il 07-03-2005
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