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BiELLE INTERVISTE
Alessio Lega: fungere da trait d'union
di Giorgio Maimone

Parliamo come prima cosa dello spettacolo che porti ad Acrobatici Anfibi, spettacolo sugli autori francesi. Quindi, più esattamente?

Più esattamente Brel, Brassens, Ferré, Renaud e Leprest. Cioè, in buona sostanza, i tre di cui si sono occupati tutti, in varie misure e in vari modi, più due di quelli che piacciono solo a me. (ride)

Infatti Leprest non l’ho mai sentito neanch’io. E Renaud l’ho conosciuto grazie a te.

Leprest e Renaud in realtà sono due autori di cui la critica, il pubblico, gli appassionati sanciscono una filiazione diretta dai grandi maestri. Il concetto nasceva da quello che Giampiero Alloisio chiamerebbe “la notte del cantautore vivente” o quantomeno un barcamenarsi in mezzo. Siccome si fanno sempre solo festival per “cantautori morti”, c’è una particolare passione necrofila tra i seguaci del genere, l’intenzione (ci sono diverse intenzioni invero) è di sancire tutta una serie di principi che sono appunto:
1) la canzone francese non è morta, ma gode anzi di ottima salute. Vi sono infatti dei grandi autori che, come succede in Italia, rappresentano una sorta di passaggio di consegne a una seconda generazione del settore. Poi, in realtà Renaud è famosissimo. Sia lui che Leprest sono due autori sui 50 anni, quindi proprio la generazione successiva ai grandi che ho citato. In qualche modo è anche un piccolo richiamo …
2) l’altro discorso da sottolineare è che c’è stato, soprattutto nella fase iniziale, un rapporto fecondissimo tra la canzone francese e la canzone italiana alla sua genesi, e proprio di questo tratterà l’intervento di Enrico De Angelis che è anche uno specialista dei primi tre autori, tant'è vero che la canzone d’autore italiana delle origini, almeno fino all’arrivo degli anni ’70 è senz’altro più francofila che anglofila. Da Paoli a Tenco

… lo stesso De André, Umberto Bindi, tanti altri ...

Non ne parliamo! De André proprio direttamente brassensiano! Ma anche i Cantacronache, tramite Fausto Amodei, avevano un rapporto altrettanto forte. Tutta la canzone italiana dell’epoca. Io intravedevo per tutte questi motivi storici e anche per passione personale, un rapporto particolarmente fecondo per ragioni linguistiche, musicali, culturali con la canzone francese. Negli anni ’70 su questa situazione, man mano che nell’industria culturale cresceva il primo termine e calava il secondo, ossia diventava sempre più industria e meno cultura, è calata la mannaia degli angloparlanti, che, ripeto, non è che questa sia una rivendicazione: ci sono state cose meravigliose, hanno portato una ventata d’aria nuova, però è successo che tutto quello che non si cantava in inglese, quindi francese, spagnolo, eccetera, non aveva più la dignità
necessaria a stare sul mercato. E invece, secondo me, riprendere questa tradizione, riallacciare dei nodi con un passato, in fondo glorioso, è cosa buona e giusta. In questo caso anche con autori viventi, con i quali c’è la possibilità di parlare, di confrontarsi, di scambiarsi pareri e opinioni. Ecco, questo è un piccolo mestiere di cui mi piacerebbe occuparmi.

Senti, tu le canzoni le presenti in italiano …

Naturalmente

Versioni tue o …

Mie

Tutte tue? Anche quelle dei “grandi”?

Sì sì. Infatti presenteremo di questi grandi delle versioni inedite e anche magari delle canzoni meno note. Cioè non andremo necessariamente a pescare “Col tempo” di Ferré o “Il Gorilla” di Brassens. Faremo delle canzoni altrettanto importanti o conosciute in patria, ma che non hanno ancora trovato una versione italiana.

Sono canzoni che hai scritto recentemente o … “Col tempo”, tanto per restare in tema.

No, questo spettacolo raccoglie il lavoro di almeno una decina d’anni. Diciamo che quelle di cui sono più contento sono ovviamente quelle più vicine perché anche il traduttore è un mestiere che si impara … tradendo (ridiamo). A tradire e a non
farsi scoprire si impara col tempo.

Ma tu hai già pubblicato tra l’altro delle canzoni da te tradotte dal francese. Sull’album dei Tetes de Bois dedicato a Ferré…

Sì, però quello era un mestiere fatto un po’ più su commissione. Rientrava in un progetto loro. Era nato più che altro dalle chiacchierate che avevamo fatto sugli autori francesi ed era una cosa arrivata molto avanti nel loro progetto, quindi non era così fondante, diciamo. Perlomeno non è esattamente il mio modo di tradurre.

Quindi nemmeno questa ci sarà nello spettacolo

No, non ci sarà. Facciamo tutto inedito!

Spettacolo che è destinato, forse in futuro, a una pubblicazione su disco …

Questo sarebbe il mio piacere e l’intenzione. Sempre più mi affascina l’idea. A me, originariamente non era venuto in mente. Però visto che tutta la critica, parlando del mio disco ha in qualche modo sottolineato il rapporto, da una parte con la canzone politica-sociale, e dall’altro con la canzone francese, effettivamente è venuta l’idea di sancire, con una serie di operazioni a cui potremmo dare il titolo di “saldatura” …

Rende l’idea! Bello il termine “saldatura”

E’ mutuato da “The weld” di Neil Young, in quel caso era la saldatura tra il suo mondo poetico e musicale e il “grunge”, il lavoro coi Pearl Jam etc … Mi piaceva moltissimo, stavo dicendo, questa idea di cercare un punto di contatto … o anche semplicemente di rendere disponibili una serie di materiali che tanti potrebbero adoperare. Ad esempio un traduttore accreditato e che ha fatto dei lavori importanti come Giangilberto Monti l’anno scorso era stato inviato al festival Ferré e per rendere omaggio a Ferré, lui che di suo è uno specialista di Boris Vian, mi ha chiesto una mano per tradurre delle robe nuove di Ferré che erano più vicine al suo stile. Mi ha fatto molto piacere e molto onore. Abbiamo fatto insieme questo lavoro ed è stato per me un bel riconoscimento.

Senti, lo scopo di questa intervista era anche di “risarcirti” delle interviste precedenti, dove, in fin dei conti abbiamo parlato solo di “Resistenza e amore” che è vero che era l’evento del momento. Ma ci sono tanti altri aspetti di Alessio Lega, come sta venendo fuori ora: l’Alessio Lega curioso e studioso di musica internazionale, in particolare di quella di difficile reperibilità e al di fuori dei circuiti ufficiali, il traduttore, il critico musicale. E c’è ancora tutto l’Alessio Lega inedito: quello dei provini, che mi sto risentendo in questi giorni con grandissimo piacere. Che fine faranno i provini? A cosa sono destinati? È un Alessio Lega molto diverso da quello di resistenza e amore.

Necessariamente. Non sono ancora passato attraverso il tritacarne dell’arrangiamento! (ridiamo) Ma, veramente in realtà, per parlarti un po’ paradossalmente e un po’ no, riconosco meno di me in quei provini che nel lavoro di “Resistenza e amore”. Nel senso che veramente i miei gusti e quello che mi piace fare si sono molto evoluti nel confronto con i musicisti e oggi, nel momento in cui vado a scrivere canzoni nuove, non scrivo più pensando all’accompagnamento con la chitarra. Io ho sempre avuto questo pallino che l’arrangiamento non debba essere qualcosa che posticciamente riveste una canzone già costruita, ma debba essere pensato fin dall’inizio. Bisogna lasciare aperte delle porte, bisogna lasciare... che se c’è un qualche vento che gira da qualche parte tu possa essere in grado di intercettarlo. E per fare questo è necessario scrivere in maniera non totalmente chiusa. Lo so che questo può sembrare astratto detto così, però in realtà, le
canzoni non si fanno da sole, non si fanno da soli, non si fanno per sé soli e quindi è bene che quando arrivino al pubblico ci sia già questo elemento di confronto, a volte anche solamente come qualcosa di auspicato. Nulla impedisce di fare una canzone solo voce e chitarra. Però, in qualche modo, è bello che sia una scelta e non una costrizione. Quindi l’obiettivo è di ripensare e rivedere quello in cui ancora mi riconosco di quei provini, in funzione di ricantarle. E poi, in alcuni casi, potrei benissimo scegliere di ricantarle così. Però non per obbligo! E invece quei provini nascevano così scarni perché non si poteva fare di più. Sono nastri di lavoro.

Ne ho trovata una che mi piace particolarmente tra le tue canzoni vecchie: “Via delle brezza”. Non l’avevo mai sentita. E’ molto vecchia?

È una delle canzoni salvavita, per la precisione.

In che senso?

Nel senso che veniva in un momento in cui la mia percezione dell’esistenza era “drogata” da una serie di letture cupissime, tra cui Celine e altri autori simili. Quindi tutto il mio scrivere dell’epoca era pervaso o dall’angoscia o dalla rabbia. Come elemento vitale c’era solo la violenza anti-sociale e tutti gli elementi che parlavano della propria vita tendevano all’angoscia. Metropolitana, per dirla alla Lolli. E invece in quel momento scoprii la letturatura deliziosa di uno strano personaggio anarcoide, ma molto vivace, francese che si chiamava Paul Léautaud e dall’altra parte di un grande cantautore allievo di Brassens (allievo morale, ovviamente) che si chiama Pierre Perret. E infatti quella canzone è il rifacimento di una canzone di Pierre Perret. Non è una traduzione. La canzone di Perret ha un testo e una musica completamente diversi. Però l’immagine in qualche modo è quella lì, quella di un personaggio che si trasferisce in un altrove che non esiste. C’è un po’ questa immagine del vento. E allora io mi dissi “questa è una canzone che può cambiare il punto di vista” e ho provato a ripercorrere la stessa strada. E’ come se uno leggesse di uno che ha fatto un viaggio in un paese e volesse più o meno rifare quel viaggio, però riportando tutte le sue sensazioni, tutta la sua visione. E questa è stata una canzone che ha cambiato tutto il mio modo di vedere.

Conoscendola così mi piace ancora di più di quanto mi piacesse prima! (ridiamo)

Ma infatti… ci sono tutta una serie di messaggi, è seminata di messaggi. Soprattutto l’ultima strofa, dove c’è la figura di un certo “lupo di mare”, un compagno, uno che lotta, ma che ha perso il rapporto con il proprio corpo, che poi io lo vedevo come il “me stesso” più antico. È una sorta di dialogo interno in cui ci sono queste due figure: uno che è in grado di essere leggero, tanto per citare la famosa frase di Calvino, “come un uccello e non come una piuma” (una leggerezza che è fatica). E dall’altra parte,invece, il rischio di quanto sia pesante l’astrazione che non tenga conto del corpo.

Proprio una buona canzone.

Grazie

Ho visto sul tuo sito che hai diviso le tue canzoni, almeno quelle che sono riportate lì, in “resistenza”, “amore” e “arte”. Sono i tre caposaldi della tua poetica? I tuoi cardini?

Sì, “Resistenza e amore” hanno poi trovato, anche se non proprio con le stesse canzoni, il loro sfogo sul disco. L’impressione è quella: da una parte le canzoni che si possono codificare, semmai c’è modo, come più di protesta, e dall’altra appunto le canzoni considerate da un punto di vista intimo. L’arte invece è quello che tu dici sta venendo un po’ fuori ora. In quel caso sono sempre canzoni mie, ma sono insomma canzoni che parlano di questa mia grande passione che è il parlare dei poeti, dei cantautori … “I funerali del Pirata” ad esempio parlano di Fabrizio De André. O ancora canzoni che riflettono sul mezzo in sé: siccome da buon vecchio anarchico non mi sento mai di staccare i mezzi dai fini, allora mi interessa parlare dei fini che sono l’amore e la resistenza, ma mi interessa altrettanto riflettere sui mezzi per esprimersi, fare in modo che siano adeguati. E la riflessione sui mezzi si è trasferita ora, non solo nelle parole e nella musica, ma proprio nel modo di farle. Ed è quello di cui ti parlavo. Tutto il lavoro di cercare un modo “rivoluzionario” di suonare le canzoni, con l’aiuto dei musicisti, proprio per usare dei mezzi adeguati alle tematiche che si tentano di portare.

Tanto per sapere cosa scriverai da qui a quattro anni … quali sono gli artisti che ascolti adesso? Che musica ti piace? Magari non ti servirà mai per farne canzoni, oppure... chissà … Per svago dico, non per lavoro.

Ascoltare musica è sempre uno svago (ride). Da una parte prosegue il mio tentativo di ricognizione della musica mondiale che non passa per radio.

Scelta degna a prescindere ….

Ormai mi sono fatto l’occhio, quindi riesco a vedere al volo, magari solo da un link, se si tratta di un artista che merita più di uno sguardo. È una sorta di dote … Come un ingegnere riesce a colpo d’occhio a calcolare l’altezza di un palazzo o il peso … io lo faccio con la musica d’autore. Con tutte le cantonate del caso, ovviamente.

Tu pensa che io mi faccio ispirare ancora dalle copertine dei dischi per decidere un acquisto o meno!

Figurati! Proprio un classico!
Dall’altro cerco di approfondire il dialogo con i musicisti. Ora lavoro con parte dei Mariposa, che, non è un segreto per nessuno, derivano dal rock progressive e da Frank Zappa e allora tento di ascoltare questa musica, proprio per creare dei punti di dialogo con loro. Non conoscendo abbastanza la musica nel senso della teoria musicale o della lettura del pentagramma. Non sapendo scrivere la musica, insomma, per poter dialogare con loro, ho bisogno di avere un chiarissimo universo di suoni di riferimento in modo da poter parlare un linguaggio comune.

E ultimissime passioni? Proprio passione passione? C’è qualcuno che ti ha colpito?

Mi colpisce talmente tanta gente che è veramente difficile capire…

Quindi una “passione” del momento non c’è. Se tu non hai niente da fare, vai allo scaffale dei cd, ne prendi uno e lo metti sul lettore, pensando “adesso voglio proprio sentirmi della buona musica” prendi un cd di …..

In questo momento Bill Evans, il pianista jazz. E’ un mio ponte per un genere musicale al quale non riesco mai ad avvicinarmi, che è il jazz appunto, se non attraverso le riletture dei tanti cantautori che lo usano. Però devo dire che al cuore del jazz, ossia mettere su un disco di Coltrane e goderlo per quello che è, non ci sono mai arrivato. In questo senso Bill Evans, che deriva dal be bop, ma ha un rapporto strettissimo con la cantabilità e poi nello stesso tempo sembra cercare qualcosa di molto astratto, sembra disegnare percezioni armoniche che mi ricordano Bach,che invece è il mio autore prediletto per quanto riguarda la musica classica. E questa parte contiene degli elementi che riescono a tirarmi dentro anche alla sua parte più oscura. Poi interessantissimo il lavoro che ha fatto accompagnando un cantante come Tony Bennett. E lì c’è un modo che per me è illuminante di lavorare sull’armonia, sulla forma-canzone.

Chissà mai che magari ti aspetta un futuro da crooner, magari tra qualche anno farai un disco come Tony Bennett.

Infatti! Io passo la notte a sognare le domande che potreste farmi voi giornalisti, come “ora che ti sei fatto arrangiare dai Mariposa, da chi vorresti fosse arrangiato il prossimo disco”. Allora io in ordine dico “sarebbe interessante passare attraverso i Klezmatics, poi, tanto per restare nelle cose impossibili, a Bill Evans e se proprio dovessi esagerare da Ravel! (ride).

Intervista effettuata il 07-03-2005

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