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BiELLE INTERVISTE
Luigi Maieron: la scrittura essenziale
di Giorgio Maimone

Gigi Maieron è prima di tutto un uomo. Poi un artista. Una di quelle persone che ha avuto il tempo, la pazienza e la necessità di "cercarsi" a lungo, prima di ritrovarsi. E' una persona che riesce a dire "scrivo solo quando ho qualcosa di essenziale da dire". In un'epoca in cui siamo subissati da un profluvio di parole, mi sembra una di quelle frasi da stampare ed appendere al muro per aver sempre davanti agli occhi come monito! Con questi presupposti non turbiamoci se, a tre anni dall'uscita di "Si vif" il disco nuovo non è ancora in uscita. Le canzoni sono pronte, ma ... stanno ultimando la maturazione sotto la paglia, Ad "Acrobatici Anfibi" per la prima volta si alzerà il sipario sul "laboratorio Maieron", un motivo in più per non perderselo. Ma, attenzione perché lui precisa anche: "Pubblico pochissimo e solo dopo essere sicuro di aver dato proprio quello che volevo".

Luigi Maieron, artista multimediale: dischi, romanzi, libri di poesie, teatro … hai mai provato a dipingere? O pensato di darti al cinema? Scherzi a parte, in quale ruolo ti trovi meglio?

"Sono un innamorato della parola. Mi piace ‘sbirciare’ nel mondo dei sentimenti, tra le rughe, nella parte nascosta dove il respiro si attenua, si fa più lento. La canzone e la formula che mi appassiona maggiormente. E’ come se fossi ancora un bambino: ho sostituito paletta e secchiello con la chitarra. Chitarra e parole sono le compagne di tanti pomeriggi di solitudine quassù in Carnia".

Parliamo de “La neve di Anna”. Cose che tra noi ci siamo già detti, ma è un discorso che mi sembra giusto allargare anche ad altri. E’ la storia della tua famiglia in musica, attraverso tre generazioni, dicevi. Ma è anche altro. Per te è stato un doloroso ma necessario fare i conti con te stesso.

Si, sono cresciuto in affanno, senza un padre. A 19 anni ero sposato e a 21 avevo già due figli. Dall’oggi al domani mi sono trovato dalla scuola alla fabbrica. Facevo l’operaio turnista, lavoravo di notte. Ho il massimo rispetto per il mondo operaio. Un mondo duro, spesso dimenticato. Io non ce la facevo fisicamente. E’ stato un periodo molto difficile che ha finito per indurirmi. Ho trascurato affetti, mi sono lasciato andare a tratti di egoismo.
La stesura della ‘Neve di Anna’ mi ha aiutato a far visita alla parte sotterranea, a scendere nella stanza dei bottoni dei sentimenti. Mi sono parlato a muso duro ho risanato rapporti e situazioni che non si erano mai sbloccate del tutto. Era un percorso di ‘ritrovamento’ che stavo già facendo, ma ‘La neve di Anna’ è stato terapeutico perché ha annodato ogni filo con parole precise per spiegare l’impreciso mondo dei sentimenti.

Il tuo libro può essere letto sia come una serie di racconti dal tessuto di fondo comune, che come una storia unica che si dipana, anche se con i suoi andirivieni nel tempo, tanto per ricordare ancora Garcia Marquez. Come preferiresti venisse letto?

E’ vero, è un libro che racconta tante giornate diverse ma in un tempo unico. Ci sono giornate di pioggia, momenti di sole e …tanta neve. Camminare in salita costa un poco di fatica ma l’aria è buona in quota.

La tua scrittura è indubbiamente di tipo lirico. Ogni capitolo contiene in sé i germi per farne una poesia o una canzone. E credo, infatti, non a caso che parti del libro siano state “prima” canzone che prosa o siano diventate canzone “dopo” essere state prose. Come hai composto i materiali di questo libro?

Si è così. Ti dirò anche che ogni pagina del libro può essere letta come una specie di canzone. Dopo la stesura infatti ho asciugato, tolto via ogni grammo che non servisse. Il superfluo è un nemico in poesia, così come lo è nella vita. Ho curato anche il ‘suono’ delle frasi. La parola ha significato anche nel suono.

Nella recensione a “La neve di Anna” ti faccio una specie di critica che in realtà cela un grande apprezzamento. Ossia, se avessi voluto ogni tanto trascurare la “verità storica” della tua famiglia e di fossi lasciato andare alla fantasia, avresti potuto scrivere un romanzo con venature fantastiche e magiche, quasi come un Marquez tra le nevi della Carnia. Hai “sparagnato” sulla fantasia per utilizzare un tuo termine. Ma forse dovevi a te stesso di scrivere così?

Ho accettato la proposta di scrivere anche per risistemare da buon artigiano alcune viti che si erano allentate nel mio cuore. Martello e cacciavite per le riparazioni! La fantasia avrebbe in parte vanificato i lavori.

E adesso che la “Neve” si è quasi sciolta? Che fine ha fatto la tua penna? Scrivi ancora? Scriverai ancora? E in che forma? Romanzo, racconti o solo poesie?

La scrittura è una terapia continua. Mia moglie si lamenta delle annotazioni che trova nelle sue riviste. Infatti anche se decido di fare altro c’è sempre uno spunto per ritornare al solito: a scrivere, e lo faccio dove capita. Non mi prefiggo un progetto, in genere nascono da soli, riga dopo riga. Pubblico pochissimo e dopo essere sicuro di aver dato proprio quello che volevo.

Veniamo a parlare del disco nuovo, per quanto si può. Io ho sentito una canzone sola, molto bella, e ti ho sentito recitare un testo che hai scritto per questo nuovo gruppo di canzoni e … sorpresa (ma relativa!) sono in italiano! Il cantore del Friuli, anzi della Carnia, sceglie la “lingua foresta”? Come mai? E’ una scelta totale o limitata ad alcune canzoni? Come si evolverà il tuo disco? E di cosa parla? C’è un tema unificante o sono singoli capitoli separati?

La mia prima lingua resta il friulano. In friulano continuerò a scrivere. L’italiano lo uso quotidianamente. Da sempre scrivo anche in italiano. Prima della ‘neve di Anna’ mancava la pubblicazione non il materiale.
Dopo il disco ‘Si vîf’ ho preso un poco di tempo perché in "Si vîf" ho parlato a 360 gradi di tutto il mio vissuto di oggi. Non voglio ripetermi, né scrivere qualcosa che non sia essenziale. Ogni lingua ha poi un suo mondo di ‘cose’ alcuni temi gli appartengono più di altri, da qui la scelta di utilizzare l’italiano per raccontare cose diverse che in ‘Si vîf’. Una lingua non ha importanza per quanto sia grande o piccola, ma solo per quello che riesce ad esprimere.
Mi piace l’idea di album dove i vari brani alla fine diventano un insieme. E’ una sorta di fissazione, mi piace cercare il legame, decidere i temi ed arrivare ad uno sviluppo quanto più completo possibile.

Ci sono state vicissitudini produttive per questo disco, vero? Prima doveva essere fatto con lo stesso team di “Si vif”, ossia Michele Gazich e Massimo Bubola e sul sito della Eccher era previsto in uscita per il novembre 2003. Siamo a un anno e mezzo dopo e il cd non c’è ancora. Se ne può parlare? Anche in termini generici …

Spero di lavorare con Massimo e Michele. A loro debbo veramente tanto. Massimo è reduce da due dischi bellissimi ed impegnato a sostenerli come meritano. Spero di sentirli presto e di predisporre un piano di lavoro. Per quanto mi riguarda sto lavorando al nuovo disco. Sento che cresce, i brani sono quasi pronti. Ora voglio cominciare a suonarli, voglio scoprire la veste più adatta ad ogni canzone.

“Si vif”, comunque, è stato a mio modo di ascoltare un vero “capolavoro”, uno di quei momenti felici in cui tutto torna bene e testi, musica e voce trovano un equilibrio quasi magico. Credo che te ne sia accorto anche tu che il disco era veramente qualcosa di “forte”. Come atmosfere musicali il nuovo disco seguirà “Si vif” o andrà per una strada sua? E di “Si vif” a distanza di qualche anno cosa ne pensi? Ti piace ancora? A me tanto.

‘Si vîf’ non è solo un disco per me. E’ un diario dove tutto ciò che ha significato qualcosa nel bene e nel male è stato prima analizzato minuziosamente e poi raccontato, con la massima apertura. Ci sono molte lacrime che sono servite a pulire gli occhi per vederci meglio.

Ho risentito in questi giorni (anzi, lo sto ascoltando proprio ora) “Anime femine”, il tuo primo lavoro. Più lo ascolto e più penso che il suo unico difetto sia stato, per me, quello di averlo ascoltato dopo “Si vif”. L’avevo trovato “diverso” e l’avevo momentaneamente accantonato. In realtà lo trovo un disco a sua volta splendido. Suonato benissimo con viole, violoncelli, violini, chitarre (e una è quella non trascurabile di Lino Straulino), pianoforte e percussioni. Soffro solo un po’ per non capire tutte le parole, perché i testi sono riportati, ma solo in friulano e con un breve sunto in italiano. “La me vite a é cheste” è una delle mie favorite. Cosa ne pensi tu?

"Anime femine" ha 10 anni, ma quando lo ascolto sembra appena inciso. Il suo difetto è che canto con un paio di toni troppo alto. Il disco perde un poco in profondità, ma le canzoni reggono molto bene. ‘La Nota’ che lo ha prodotto ha dato il massimo per assicurarsi i validi musicisti presenti nella stesura. Oltre a Lino da citare le ‘Clobeda’s’ agli archi e U.T. Gandhi alle percussioni.

Ho trovato, come tema ricorrente delle tue canzoni, ma mi sembra pure delle poesie, la locuzione “peraules buines”. “Cerco parole buone”. Che è anche il titolo di un brano di “Si vif”. Cosa sono le “parole buone”? Attribuisci un valore salvifico alle parole? Possono fare bene? Di sicuro le parole cattive possono fare male. Mi piace molto questo insistere sulle “parole buone”. Magari è solo una coincidenza e non influisce, ma a me sembra un vero tema del Maieron letterato.

Le parole buone sono come i buoni ricordi. Aiutano, fanno bene. Abbiamo bisogno di carezze. L’affetto ci aiuta a smussare qualche insicurezza.

Lingua e dialetto, la domanda non te la scampi. Come mai il libro “La neve di Anna” è scritto in italiano? E anche alcune delle canzoni nuove? Pensi anche tu come Camilleri che quando scrive i gialli di Montalbano usa un siciliano semplificato”perché la gente fa già fatica a seguire la trama gialla”? Oppure l’italiano serve per raccontare cose che in friulano non sarebbe facile narrare? O ancora una volta è soprattutto un caso?

Come ti dicevo prima ci sono dei temi che appartengono più di altri ad una lingua anziché ad un’altra. Da qui nasce il ‘passaggio’ dall’una all’altra. Poi è vero c’è anche il caso, il bisogno di una ricerca diversa; ma anche la volontà di far convivere due lingue in un solo mondo. Il diverso che diventa insieme.

Lino Straulino mi ha detto in una recente intervista che la vostra generazione si era riappropriata della lingua locale come elemento di rottura, come segno di diversità, salvo poi trovarsi in imbarazzo quando le rivendicazioni, diciamo così, etnico-politiche, hanno cercato di impossessarsi del vostro lavoro. Un po’ quello che è successo a Davide Van De Sfroos con la Lega in Lombardia. Hai vissuto anche tu situazioni limite o l’ambito “intimista” delle tue canzoni ti ha salvato da tentativo di “metterti un cappello” di un qualche colore? Peraltro un indiano (mi riferisco alle tue preferenze per i pellerossa, rispetto ai cow boys raccontate nel libro) non si fa mettere un cappello da nessuno!

Non so se la politica aveva attenzione per noi. Forse in parte, credo che non avevamo molta forza. Attorno ad una lingua c’erano tante scuole diverse che non hanno prodotto un vero movimento forte. Ora è necessario un diverso lavoro di squadra. E’ necessario capire che siamo una tribù di indiani che non vogliono uccidere nessuno ma che devono mantenere libera la loro prateria. Devono avere la loro terra per far pascolare i loro cavalli e raccontare le loro storie fatte di cielo, di verde, di acqua. Fatte di natura della sua voce che sa contrapporre ai rumori il tremolio di una foglia.

Sulla scena friulana abbiamo parlato spesso. Io la trovo di una vivacità notevole e in grado di snocciolare una serie di ottimi lavori. Veramente tanti e da tante fonti diverse: La Sedon Salvadie, gli Flk, i Kosovni Odpadki, i poeti trastolons, Maurizio Mattiuzza, Loris Vescovo, gli Zuf de Zur, gli Arbe Garbe, Aldo Giavitto, Lino Straulino… Ma ogni tanto ho come l’impressione di osservare l’esplosione di una supernova dalla terra. Bagliori di uno splendore che fu, ma la cui luce a me arriva solo ora. E’ così o è ancora vitalissima la scena musicale friulana? Anche se forse parlare di “Friuli” per voi è difficile, visto che ogni paese fa quasi “repubblica” a sé, vero?

Ci sono molte realtà musicali di spessore. Aggiungo Piero Sidotti al tuo elenco. La tua osservazione sulle tante repubbliche è però molto pertinente. Non si è riusciti a creare una specie di convivenza che permettesse a questo fermento di crescere assieme e di concretizzarsi in modo più convincente. C’è uno scollegamento che va ricomposto. Ci serve un organismo che riesca a raccogliere ed a coordinare le tante espressioni importanti di questa terra. C’è bisogno di organizzazione, di un lavoro comune perché le opportunità sono diverse ma i collegamenti non ci sono, o sono del tutto insufficienti.

Concludiamo con il Maieron “persona” e non artista. Due passioni tue le conosco: cibo e vino buono. Cibo, soprattutto, nel ruolo di cuoco. E vino come degustatore attento. Passioni che condivido in pieno, caro fratello separato! Hai voglia di parlarne un po’? C’era una tua descrizione di un vino da bere nelle sere d’estate al chiaro di luna … che ancora mi solletica il naso e il palato!

Capiti male il mio dottore mi ha ammonito. Vuole che stia un poco più attento. Però quella bottiglia, in una sera d’estate, al chiaro di luna, con le montagne che ci guardano, stai pur certo che lo berremo.

Ultima domanda, ma restando sullo stesso piano. Privato. Maieron ha due figli e una moglie. Ma non è questo di cui voglio parlare. Nel libro parli invece di un distacco dalla musica, coinciso con il matrimonio e la nascita del primo figlio (o figlia?). E il libro finisce lì. Trent’anni dopo arriva “Si vif”. Cosa è successo in mezzo? E come è stato riprendere a suonare? E in che forma? Da solo, in gruppo, in formazioni popolari. Nel momento in cui avevi smesso, quello raccontato sul libro, suonavi in un gruppo rock …

Sono successe tante cose. Sono finito in fabbrica, ho ripreso a suonare con mia madre; abbiamo girato per anni insieme da un paese all’altro, nella veste di musicanti, assieme a mio fratello Daniele Maieron e a mio cugino Roberto Selenati. Poi mi sono nascosto per più di venti anni a guarire vecchie ferite e ad imparare a raccontare con ‘peraules buines’.

C’è ancora una curiosità. Che musica ascolti? Cosa ti piace, per il tuo gusto personale, non per lavoro, intendo. Se ti trovi in una bella serata, tranquillo e dici: “adesso voglio proprio sentire la mia musica preferita” cosa metteresti su? Oggi intendo. Non storicamente.

Nike Drake mi commuove molto la sua vicenda e credo di capire quanto ha sofferto la sua anima.

Intervista effettuata il 13 marzo 2005

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