| Gigi
Maieron è prima di tutto un uomo. Poi un artista. Una di
quelle persone che ha avuto il tempo, la pazienza e la necessità
di "cercarsi" a lungo, prima di ritrovarsi. E' una persona
che riesce a dire "scrivo solo quando ho qualcosa di essenziale
da dire". In un'epoca in cui siamo subissati da un profluvio
di parole, mi sembra una di quelle frasi da stampare ed appendere
al muro per aver sempre davanti agli occhi come monito! Con questi
presupposti non turbiamoci se, a tre anni dall'uscita di "Si
vif" il disco nuovo non è ancora in uscita. Le canzoni
sono pronte, ma ... stanno ultimando la maturazione sotto la paglia,
Ad "Acrobatici Anfibi" per la prima volta si alzerà
il sipario sul "laboratorio Maieron", un motivo in più
per non perderselo. Ma, attenzione perché lui precisa anche:
"Pubblico
pochissimo e solo dopo essere sicuro di aver dato proprio quello
che volevo".
Luigi Maieron, artista multimediale: dischi, romanzi, libri di poesie,
teatro … hai mai provato a dipingere? O pensato di darti al
cinema? Scherzi a parte, in quale ruolo ti trovi meglio?
"Sono
un innamorato della parola. Mi piace ‘sbirciare’ nel
mondo dei sentimenti, tra le rughe, nella parte nascosta dove il
respiro si attenua, si fa più lento. La canzone e la formula
che mi appassiona maggiormente. E’ come se fossi ancora un
bambino: ho sostituito paletta e secchiello con la chitarra. Chitarra
e parole sono le compagne di tanti pomeriggi di solitudine quassù
in Carnia".
Parliamo
de “La neve di Anna”. Cose che tra noi ci siamo già
detti, ma è un discorso che mi sembra giusto allargare anche
ad altri. E’ la storia della tua famiglia in musica, attraverso
tre generazioni, dicevi. Ma è anche altro. Per te è
stato un doloroso ma necessario fare i conti con te stesso.
Si, sono cresciuto
in affanno, senza un padre. A 19 anni ero sposato e a 21 avevo già
due figli. Dall’oggi al domani mi sono trovato dalla scuola
alla fabbrica. Facevo l’operaio turnista, lavoravo di notte.
Ho il massimo rispetto per il mondo operaio. Un mondo duro, spesso
dimenticato. Io non ce la facevo fisicamente. E’ stato un
periodo molto difficile che ha finito per indurirmi. Ho trascurato
affetti, mi sono lasciato andare a tratti di egoismo.
La stesura della ‘Neve
di Anna’ mi ha aiutato a far visita alla parte sotterranea,
a scendere nella stanza dei bottoni dei sentimenti. Mi sono parlato
a muso duro ho risanato rapporti e situazioni che non si erano mai
sbloccate del tutto. Era un percorso di ‘ritrovamento’
che stavo già facendo, ma ‘La neve di Anna’ è
stato terapeutico perché ha annodato ogni filo con parole
precise per spiegare l’impreciso mondo dei sentimenti.
Il
tuo libro può essere letto sia come una serie di racconti
dal tessuto di fondo comune, che come una storia unica che si dipana,
anche se con i suoi andirivieni nel tempo, tanto per ricordare ancora
Garcia Marquez. Come preferiresti venisse letto?
E’ vero,
è un libro che racconta tante giornate diverse ma in un tempo
unico. Ci sono giornate di pioggia, momenti di sole e …tanta
neve. Camminare in salita costa un poco di fatica ma l’aria
è buona in quota.
La
tua scrittura è indubbiamente di tipo lirico. Ogni capitolo
contiene in sé i germi per farne una poesia o una canzone.
E credo, infatti, non a caso che parti del libro siano state “prima”
canzone che prosa o siano diventate canzone “dopo” essere
state prose. Come hai composto i materiali di questo libro?
Si è
così. Ti dirò anche che ogni pagina del libro può
essere letta come una specie di canzone. Dopo la stesura infatti
ho asciugato, tolto via ogni grammo che non servisse. Il superfluo
è un nemico in poesia, così come lo è nella
vita. Ho curato anche il ‘suono’ delle frasi. La parola
ha significato anche nel suono.
Nella
recensione a “La neve di Anna” ti faccio una specie
di critica che in realtà cela un grande apprezzamento. Ossia,
se avessi voluto ogni tanto trascurare la “verità storica”
della tua famiglia e di fossi lasciato andare alla fantasia, avresti
potuto scrivere un romanzo con venature fantastiche e magiche, quasi
come un Marquez tra le nevi della Carnia. Hai “sparagnato”
sulla fantasia per utilizzare un tuo termine. Ma forse dovevi a
te stesso di scrivere così?
Ho accettato
la proposta di scrivere anche per risistemare da buon artigiano
alcune viti che si erano allentate nel mio cuore. Martello e cacciavite
per le riparazioni! La fantasia avrebbe in parte vanificato i lavori.
E adesso
che la “Neve” si è quasi sciolta? Che fine ha
fatto la tua penna? Scrivi ancora? Scriverai ancora? E in che forma?
Romanzo, racconti o solo poesie?
La scrittura
è una terapia continua. Mia moglie si lamenta delle annotazioni
che trova nelle sue riviste. Infatti anche se decido di fare altro
c’è sempre uno spunto per ritornare al solito: a scrivere,
e lo faccio dove capita. Non mi prefiggo un progetto, in genere
nascono da soli, riga dopo riga. Pubblico pochissimo e dopo essere
sicuro di aver dato proprio quello che volevo.
Veniamo
a parlare del disco nuovo, per quanto si può. Io ho sentito
una canzone sola, molto bella, e ti ho sentito recitare un testo
che hai scritto per questo nuovo gruppo di canzoni e … sorpresa
(ma relativa!) sono in italiano! Il cantore del Friuli, anzi della
Carnia, sceglie la “lingua foresta”? Come mai? E’
una scelta totale o limitata ad alcune canzoni? Come si evolverà
il tuo disco? E di cosa parla? C’è un tema unificante
o sono singoli capitoli separati?
La mia prima
lingua resta il friulano. In friulano continuerò a scrivere.
L’italiano lo uso quotidianamente. Da sempre scrivo anche
in italiano. Prima della ‘neve di Anna’ mancava la pubblicazione
non il materiale.
Dopo il disco ‘Si vîf’
ho preso un poco di tempo perché in "Si vîf"
ho parlato a 360 gradi di tutto il mio vissuto di oggi. Non voglio
ripetermi, né scrivere qualcosa che non sia essenziale. Ogni
lingua ha poi un suo mondo di ‘cose’ alcuni temi gli
appartengono più di altri, da qui la scelta di utilizzare
l’italiano per raccontare cose diverse che in ‘Si vîf’.
Una lingua non ha importanza per quanto sia grande o piccola, ma
solo per quello che riesce ad esprimere.
Mi piace l’idea di album dove i vari brani alla fine diventano
un insieme. E’ una sorta di fissazione, mi piace cercare il
legame, decidere i temi ed arrivare ad uno sviluppo quanto più
completo possibile.
Ci
sono state vicissitudini produttive per questo disco, vero? Prima
doveva essere fatto con lo stesso team di “Si vif”,
ossia Michele Gazich e Massimo Bubola e sul sito della Eccher era
previsto in uscita per il novembre 2003. Siamo a un anno e mezzo
dopo e il cd non c’è ancora. Se ne può parlare?
Anche in termini generici …
Spero di lavorare
con Massimo e Michele. A loro debbo veramente tanto. Massimo è
reduce da due
dischi bellissimi ed impegnato a sostenerli come meritano. Spero
di sentirli presto e di predisporre un piano di lavoro. Per quanto
mi riguarda sto lavorando al nuovo disco. Sento che cresce, i brani
sono quasi pronti. Ora voglio cominciare a suonarli, voglio scoprire
la veste più adatta ad ogni canzone.
“Si
vif”, comunque, è stato a mio modo di ascoltare un
vero “capolavoro”, uno di quei momenti felici in cui
tutto torna bene e testi, musica e voce trovano un equilibrio quasi
magico. Credo che te ne sia accorto anche tu che il disco era veramente
qualcosa di “forte”. Come atmosfere musicali il nuovo
disco seguirà “Si vif” o andrà per una
strada sua? E di “Si vif” a distanza di qualche anno
cosa ne pensi? Ti piace ancora? A me tanto.
‘Si
vîf’ non è solo un disco per me. E’
un diario dove tutto ciò che ha significato qualcosa nel
bene e nel male è stato prima analizzato minuziosamente e
poi raccontato, con la massima apertura. Ci sono molte lacrime che
sono servite a pulire gli occhi per vederci meglio.
Ho
risentito in questi giorni (anzi, lo sto ascoltando proprio ora)
“Anime femine”, il tuo primo lavoro. Più lo ascolto
e più penso che il suo unico difetto sia stato, per me, quello
di averlo ascoltato dopo “Si vif”. L’avevo trovato
“diverso” e l’avevo momentaneamente accantonato.
In realtà lo trovo un disco a sua volta splendido. Suonato
benissimo con viole, violoncelli, violini, chitarre (e una è
quella non trascurabile di Lino Straulino), pianoforte e percussioni.
Soffro solo un po’ per non capire tutte le parole, perché
i testi sono riportati, ma solo in friulano e con un breve sunto
in italiano. “La me vite a é cheste” è
una delle mie favorite. Cosa ne pensi tu?
"Anime
femine" ha 10 anni, ma quando lo ascolto sembra appena
inciso. Il suo difetto è che canto con un paio di toni troppo
alto. Il disco perde un poco in profondità, ma le canzoni
reggono molto bene. ‘La Nota’ che lo ha prodotto ha
dato il massimo per assicurarsi i validi musicisti presenti nella
stesura. Oltre a Lino da citare le ‘Clobeda’s’
agli archi e U.T. Gandhi alle percussioni.
Ho
trovato, come tema ricorrente delle tue canzoni, ma mi sembra pure
delle poesie, la locuzione “peraules buines”. “Cerco
parole buone”. Che è anche il titolo di un brano di
“Si vif”. Cosa sono le “parole buone”? Attribuisci
un valore salvifico alle parole? Possono fare bene? Di sicuro le
parole cattive possono fare male. Mi piace molto questo insistere
sulle “parole buone”. Magari è solo una coincidenza
e non influisce, ma a me sembra un vero tema del Maieron letterato.
Le parole buone sono
come i buoni ricordi. Aiutano, fanno bene. Abbiamo bisogno di carezze.
L’affetto ci aiuta a smussare qualche insicurezza.
Lingua
e dialetto, la domanda non te la scampi. Come mai il libro “La
neve di Anna” è scritto in italiano? E anche alcune
delle canzoni nuove? Pensi anche tu come Camilleri che quando scrive
i gialli di Montalbano usa un siciliano semplificato”perché
la gente fa già fatica a seguire la trama gialla”?
Oppure l’italiano serve per raccontare cose che in friulano
non sarebbe facile narrare? O ancora una volta è soprattutto
un caso?
Come ti dicevo prima
ci sono dei temi che appartengono più di altri ad una lingua
anziché ad un’altra. Da qui nasce il ‘passaggio’
dall’una all’altra. Poi è vero c’è
anche il caso, il bisogno di una ricerca diversa; ma anche la volontà
di far convivere due lingue in un solo mondo. Il diverso che diventa
insieme.
Lino
Straulino mi ha detto in una recente intervista che la vostra generazione
si era riappropriata della lingua locale come elemento di rottura,
come segno di diversità, salvo poi trovarsi in imbarazzo
quando le rivendicazioni, diciamo così, etnico-politiche,
hanno cercato di impossessarsi del vostro lavoro. Un po’ quello
che è successo a Davide Van De Sfroos con la Lega in Lombardia.
Hai vissuto anche tu situazioni limite o l’ambito “intimista”
delle tue canzoni ti ha salvato da tentativo di “metterti
un cappello” di un qualche colore? Peraltro un indiano (mi
riferisco alle tue preferenze per i pellerossa, rispetto ai cow
boys raccontate nel libro) non si fa mettere un cappello da nessuno!
Non so se la politica
aveva attenzione per noi. Forse in parte, credo che non avevamo
molta forza. Attorno ad una lingua c’erano tante scuole diverse
che non hanno prodotto un vero movimento forte. Ora è necessario
un diverso lavoro di squadra. E’ necessario capire che siamo
una tribù di indiani che non vogliono uccidere nessuno ma
che devono mantenere libera la loro prateria. Devono avere la loro
terra per far pascolare i loro cavalli e raccontare le loro storie
fatte di cielo, di verde, di acqua. Fatte di natura della sua voce
che sa contrapporre ai rumori il tremolio di una foglia.
Sulla
scena friulana abbiamo parlato spesso. Io la trovo di una vivacità
notevole e in grado di snocciolare una serie di ottimi lavori. Veramente
tanti e da tante fonti diverse: La Sedon Salvadie, gli Flk, i Kosovni
Odpadki, i poeti trastolons, Maurizio Mattiuzza, Loris Vescovo,
gli Zuf de Zur, gli Arbe Garbe, Aldo Giavitto, Lino Straulino…
Ma ogni tanto ho come l’impressione di osservare l’esplosione
di una supernova dalla terra. Bagliori di uno splendore che fu,
ma la cui luce a me arriva solo ora. E’ così o è
ancora vitalissima la scena musicale friulana? Anche se forse parlare
di “Friuli” per voi è difficile, visto che ogni
paese fa quasi “repubblica” a sé, vero?
Ci sono molte
realtà musicali di spessore. Aggiungo Piero Sidotti
al tuo elenco. La tua osservazione sulle tante repubbliche è
però molto pertinente. Non si è riusciti a creare
una specie di convivenza che permettesse a questo fermento di crescere
assieme e di concretizzarsi in modo più convincente. C’è
uno scollegamento che va ricomposto. Ci serve un organismo che riesca
a raccogliere ed a coordinare le tante espressioni importanti di
questa terra. C’è bisogno di organizzazione, di un
lavoro comune perché le opportunità sono diverse ma
i collegamenti non ci sono, o sono del tutto insufficienti.
Concludiamo
con il Maieron “persona” e non artista. Due passioni
tue le conosco: cibo e vino buono. Cibo, soprattutto, nel ruolo
di cuoco. E vino come degustatore attento. Passioni che condivido
in pieno, caro fratello separato! Hai voglia di parlarne un po’?
C’era una tua descrizione di un vino da bere nelle sere d’estate
al chiaro di luna … che ancora mi solletica il naso e il palato!
Capiti male il mio dottore
mi ha ammonito. Vuole che stia un poco più attento. Però
quella bottiglia, in una sera d’estate, al chiaro di luna,
con le montagne che ci guardano, stai pur certo che lo berremo.
Ultima
domanda, ma restando sullo stesso piano. Privato. Maieron ha due
figli e una moglie. Ma non è questo di cui voglio parlare.
Nel libro parli invece di un distacco dalla musica, coinciso con
il matrimonio e la nascita del primo figlio (o figlia?). E il libro
finisce lì. Trent’anni dopo arriva “Si vif”.
Cosa è successo in mezzo? E come è stato riprendere
a suonare? E in che forma? Da solo, in gruppo, in formazioni popolari.
Nel momento in cui avevi smesso, quello raccontato sul libro, suonavi
in un gruppo rock …
Sono successe tante cose.
Sono finito in fabbrica, ho ripreso a suonare con mia madre; abbiamo
girato per anni insieme da un paese all’altro, nella veste
di musicanti, assieme a mio fratello Daniele Maieron e a mio cugino
Roberto Selenati. Poi mi sono nascosto per più di venti anni
a guarire vecchie ferite e ad imparare a raccontare con ‘peraules
buines’.
C’è
ancora una curiosità. Che musica ascolti? Cosa ti piace,
per il tuo gusto personale, non per lavoro, intendo. Se ti trovi
in una bella serata, tranquillo e dici: “adesso voglio proprio
sentire la mia musica preferita” cosa metteresti su? Oggi
intendo. Non storicamente.
Nike
Drake mi commuove molto la sua vicenda e credo di capire
quanto ha sofferto la sua anima.
Intervista
effettuata il 13 marzo 2005
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