| Riusciamo
a raggiungere Gianfranco Manfredi esattamente a Ferragosto, impegnato
in un “apocalittico trasloco” con “migliaia di
libri da imballare, caricare e scaricare… ho la schiena a
pezzi”. Anche per Gianfranco, scrittore, autore di fumetti,
sceneggiatore, musicista, autore teatrale è arrivato il momento
di lasciare Milano per trasferirsi sui monti dalle parti di Sondrio.
Gianfranco è stato un autore “seminale” per gli
anni ’70, autore di almeno un capolavoro (“Ma chi ha
detto che non c’è”) e ti una lunga e feconda
collaborazione con Ricky Gianco, che ancora prosegue. Recentemente
la BMG ha ripubblicato tre suoi dischi (“Ma non è una
malattia”, “Zombie di tutti il mondo unitevi”
e “L’Università della canzonetta”) nella
collana Indimenticabili, a 5 euro. Il successo è stato immediato.
“In effetti
i cd vanno subito esauriti: non fanno in tempo a metterli fuori
che vengono subito venduti. Ma c’è un motivo di fondo:
l’industria discografica ormai è figlia di internet.
La Bmg ha rieditato i miei dischi solo perché si è
accorta che i miei pezzi erano molto scaricati dai siti di scambio.
Circolavano cd pirata nelle fiere, nelle bancarelle, nei centri
sociali e quindi hanno pensato: “questo un mercato ce l’ha”.
Ciò significa che non solo non dovrebbero essere penalizzati
i siti di scambio, ma dovrebbero essere pagati perché loro
fanno la ricerca per le case discografiche (ride). Se non ci fossero
stati i siti di scambio loro non si sarebbero accorti neanche che
i ragazzi ricominciavano a cantare i pezzi di Rino Gaetano,
non lo supponevano neanche.
Una
bella soddisfazione, no?
Sì certo,
a Milano. Però, poi dipende cosa succederà nel resto
d’Italia. Evidentemente c’è qualcuno che ancora
si ricorda di me. Credo che tra i ragazzi stia ritornando un po’
di curiosità sugli anni ’70: mi è parso che
abbiano anche fatto una specie di best degli Area.
E obbiettivamente il fatto che abbiano scelto di metterli in vendita
a 5 euro è un fatto importante. Per quella cifra ti passa
anche la voglia di scaricarli da internet. Praticamente se sommi
il costo del cd vergine, il tempo che ci metti e la fatica, viene
a costarti di più scaricarli che non andarli a comprare.
C’è
un libretto un po’ spartano, ma tanto sul
tuo sito si trovano tutti i testi. Venendo a tempi più
recenti, hai detto che operazione come "Danni collaterali"
ti danno uno stimolo in più per riprendere voglia di scrivere
canzoni o di occuparti di materiale come le canzonette. Ma il tuo
giudizio sul prodotto è del tutto positivo? Io l'ho trovato
molto discontinuo, con belle cose ("Che ci hanno fatto",
"Al milite ignoto" e "Lampante" su tutto) e
altre grondanti di retorica, come la title track. La retorica a
fine di bene ne uccide più della spada!
Hai ragione.
Ricky ha faticato molto a lavorare sul testo di Fernanda
Pivano, tra musica e interventi sul testo ci ha messo un
paio d’anni… d’altro canto ci tenevamo parecchio
al contributo di Fernanda. E ritengo fosse giusto nell’ambito
dell’operazione, ospitare differenti punti di vista e diversi
stili espressivi. Avrei preferito ci fosse più tempo per
“Danni Collaterali”, ma abbiamo dovuto lavorare
molto in fretta. Il brano della Pivano non era stato scritto per
l’occasione, altri sì. Avevamo inciso anche un pezzo
corale che era la versione italiana di “Soldiers of
Peace” di Crosby, Still, Nash, Young
, ma il loro avvocato americano ce lo ha vietato, mandandoci anche
una lettera intimidatoria, così abbiamo dovuto gettarlo via.
A Lolli avevo proposto addirittura di tradurre
e interpretare I’m a soldier di Eminem
. A lui l’idea piaceva molto, ma non ha avuto il tempo di
realizzarla. Anche Gino Paoli che avrebbe dovuto
fare la versione di Democracy di Leonard
Cohen, un brano meraviglioso, ha dovuto desistere per mancanza
di tempo. Così insomma, il Cd non è venuto proprio
come lo si era pensato. Ciò non toglie che sia stata un’esperienza
molto bella. Con alcuni (Eugenio Finardi, Claudio Lolli)
ci siamo ritrovati in sala dopo tanto tempo. Peccato che la cosa
non risulti perché il brano ( Soldiers of Peace appunto)
non è stato autorizzato. Abbiamo potuto lavorare meglio con
gli indipendenti: come Mclean, la Di Franco e Sinead O’Connor.
Le ultime due, secondo i loro rappresentanti italiani,
potevamo anche scordarcele perché secondo loro, mai avrebbero
concesso l’autorizzazione, invece sono state felici di partecipare.
Quando si riesce a comunicare direttamente tra “artisti”
tutto si facilita e si vede anche la diversità tra le persone,
cioè da chi valuta in base al business e da chi è
veramente disponibile alle affinità e alla comunicazione
sociale.
Uno
dei tuoi "talenti" non più praticato era impiegato
nello scrivere saggi di critica musicale, come quelli su Battisti,
Jannacci, Celentano etc. Dal 1982 non ne hai più scritti
(e quelli che hai scritto mi risultano introvabili). Questione di
mancanza di tempo? O di interesse? Più in generale che ne
pensi della critica musicale in Italia? Deliri dilettantistici o
si sono formate scuole e un minimo di tradizione, nella più
giovane tra le discipline di critica in fin dei conti (meno di 50
anni).
I miei saggi
di un tempo verranno ristampati con qualche aggiornamento a settembre
da Francesco Coniglio Editore , raccolti in un unico volume che
dovrebbe intitolarsi “Quelli
che cantano nei dischi”. Non ho più fatto, se non
molto occasionalmente, il critico musicale perché la critica
musicale sui giornali è praticamente scomparsa ed è
diventata pura promozione. Inoltre la maggior parte della musica
prodotta in Italia non la capisco ( mio limite) e non mi interessa,
a parte pochissimi che mi piacciono (tipo Caparezza).
Ho molti dubbi anche su Ligabue di cui apprezzo
la sincerità e la trasparenza ma che mi lascia spesso desolato
per la povertà dei testi, e ho da sempre un certo moderato
fastidio persino per Vasco Rossi . Se avesse cantato
i suoi pezzi negli anni 70, lo avrebbero fatto a pezzi, per un certo
autocelebrativismo ("Vado al massimo", "Siamo
solo noi") che è il contrario del nostro generazionale
undestatement e della nostra auto-ironia (non di tutti). Non si
sarebbe tollerato, in particolare, che "Come stai"
diventasse il gingle della Telecom. Ci si distingue dall’uomo
comune procurandosi un cellulare di ultima generazione? Ma per favore!
Se artisti miliardari non trovano di meglio che auto-sputtanare
le proprie canzoni vendendole alla pubblicità , allora significa
che si è smarrito il minimo amor proprio. Ascolto molto materiale
nuovo, ad esempio ho comprato il doppio dei Tetes de Bois,
e cose buone le sento ancora, ma globalmente mi pare che latitino
nuove personalità di grande spessore e comunicativa. Una
sera, dopo un concerto dei validissimi Modena City Ramblers
ho scoperto che pur dicendosi amanti della tradizione del pop-rock
irlandese non avevano mai sentito nominare gli Steeleye Span e molti
altri gruppi storici. Il che significa che non si studia. Apprezzo
di più la ricerca dei Gang da questo punto
di vista. Ma secondo me, quelli bravi e volonterosi non dovrebbero
limitarsi al ruolo di “testimoni” , ma sforzarsi di
tirar fuori dal cappello dei brani nuovi e veramente popolari .
Credo che il loro lavoro sia ostacolato dal fatto che le radio non
sono più libere e dal malcostume delle play-list. D’altro
canto non ci si deve accontentare di “presidiare il margine”!
Finora ho citato il meglio… da recensore, avrei dovuto occuparmi
anche di Biagio Antonacci! Allora meglio desistere, ci sono cose
più interessanti da fare nella vita.
Della
riedizione dei tuoi dischi abbiamo già parlato. Non abbiamo
però affrontato "L'università della canzonetta",
come è nata? Cosa rappresenta? Una trasmissione televisiva?
Era una mezza
cacata, a dire il vero… la trasmissione televisiva avrebbe
dovuto andare in onda tutti i giorni prima del TG della sera. Voleva
essere un’ironica presa in giro del revival: era ambientata
in una scuola del futuro dove la materia d’insegnamento era
la canzonetta anni 60, diventata, per i ragazzi, affliggente quanto
il latino. Gli scenografi di Rai Due hanno cannato completamente
scenografie e costumi, abbiamo girato il tutto a Torino, in un ambiente
di una tristezza inaudita, davvero sepolcrale. Minoli che aveva
creduto nel progetto, è stato il primo a incazzarsi giustamente
perché lo script non era stato rispettato, dagli studi torinesi,
nelle sue caratteristiche. Poi comunque la trasmissione venne spostata
( insieme ad altre dello stesso segmento, tra le quali una di Rascel
e una di Buzzanca) al primissimo pomeriggio per inaugurare una nuova
fascia di Rai Due. Dunque andò in onda a fine estate, alle
14, in un’ora in cui nessuno guardava la Tv. Credo l’abbia
vista Renzo Arbore perché poi il suo D.O.C. riprese lo schema
delle finte “lezioni” proprio della nostra trasmissione.
Tutto sommato è bene che nessuno l’abbia vista perché
in quell’orario pre-serale (allora non esisteva Mediaset)
avrei rischiato di diventare molto popolare (a quell’ora le
trasmissioni di questo genere facevano come minimo sei milioni di
audience) con un tipo di prodotto facilone che non mi corrispondeva
affatto e mi snaturava (nonostante fossi io l’autore, ma chi
è senza peccato…). Nello stesso periodo, il mio amico
Ivan Cattaneo conosceva i trionfi del revival ironico, ma questo
suo passaggio “commerciale” poi lo ha rovinato , non
come persona, ma come cantante-autore , relegandolo a un cliché
faticosissimo da sopportare. Il flop della “Canzonetta”
mi ha se non altro evitato questa condanna. Riascoltando il disco,
l’ho trovato meno brutto di come me lo ricordavo… e
c’è anche una bizzarria, cui nessuno ovviamente ha
fatto caso… l’ultimo brano è una cover di Memories
are made of this di Dean Martin , cover
assolutamente fuori di testa: è la storia di uno che cerca
una ragazza che non trova più all’indirizzo dove l’aveva
conosciuta, una ragazza sparita misteriosamente e di colpo. L’indirizzo
era via Po a Torino, dove era stato scovato un rifugio delle BR.
Tre
dischi tra i tuoi sono stati riediti con buoni risultati, ma ce
ne sono ancora 5 sepolti dalla nebbia del tempo. Quali di questi
vorresti vedere ripubblicati (tutti immagino), ma c'è qualcuno
tra questi dischi che ritieni ancora particolarmente attuale?
Avrei preferito
un “the best” collezionando pezzi qua e là .
Uno dei migliori che ho fatto è stato senz’altro l’ultimo
“In paradiso fa troppo caldo” che in pochi hanno potuto
ascoltare causa play list. La cosa che mi piacerebbe di più
in realtà, sarebbe di ripubblicare qualcuno dei molti inediti
registrati nel tempo, brani troppo avanti per essere pubblicati
(a giudizio dei discografici di turno) oppure giudicati troppo sconvenienti.
Mi sono rimasti i nastri dei provini, in certi casi eccellenti (per
esempio quelli registrati con Fernando Fera, o altri realizzati
con Tommaso Vittorini). Mi piacerebbe anche rieseguire dei brani
che ho dato ad altri e che sono stati realizzati in un modo che
secondo me non rendeva giustizia soprattutto al testo. D’altro
canto non sono un tipo da pentimenti e preferisco sempre lavorare
a cose nuove piuttosto che rispolverare. L’unica cosa che
mi è rimasta sullo stomaco è che nessuno abbia potuto
sentire una mia cantata di mezz’ora su una sinfonia di Mahler!
Nella
collana "Indimenticabili" a 5 euro è appena uscita
anche la riedizione di "Arcimboldo" di Ricky Gianco, di
cui tu sei stato l'autore di tutti i testi. Ennesima puntata di
una collaborazione ormai trentennale e che continua ancora. A mio
parere Arcimboldo è stato un album di grande rilevanza. Pare
anche che nel disco suonasse la PFM al completo. Ci si rende conto,
mentre si incide un album di quale possa essere il suo valore?
No. Alle volte
si fanno cose con cura inaudita e non esce fuori niente. Altre volte
si fanno cose all’insegna della più totale improvvisazione
e ne esce una cosa molto espressiva. Quando scrissi "Ma
chi ha detto che non c’è?" in molti mi
dissero, prima che la incidessi, ma sei proprio sicuro? È
un banale giro di do… e poi il testo mischia frasi d’amore
a slogan di lotta… si rischia di fare confusione. Per fortuna
non ho ascoltato quei consigli, altrimenti non l’avrei incisa.
La cosa strana è che piacque proprio musicalmente. Lo ascoltò
anche il produttore dei Rolling Stones che era amico di Nanni Ricordi
e pur non capendo una parola del testo, mi fece dei complimenti
inauditi. C’era qualcosa, nella semplicità con cui
era stato realizzato, che arrivava direttamente , senza nessuna
mediazione. Anch’io, quasi contemporaneamente ad “Arcimboldo”,
feci un disco con la PFM, che si intitolava “Biberon”.
Musicalmente era il disco più ricco che avessi mai fatto.
I pezzi belli non mancavano. Eravamo tutti contenti, però…
l’energia e la spontaneità dei primi due album, lo
confesso, si era un po’ persa per strada. Stavo chiudendo
una certa fase, e quella nuova ancora non era definita. Certi temi
anticipatori, ad esempio il Fronte di Liberazione Animale (vedi
il rock Giungla Libera) non arrivavano, certe malinconie
(Mass Media, Mai più resistenza) dicevano
cose forse troppo amare. Era un periodo di trapasso, non solo mio,
anche di tutti coloro che avevano condiviso l’esperienza di
movimento. Lo si capisce bene se si ascolta "Pagana",
musica di Mussida. E’ un brano sul primato
del corpo, ma quel mix tra il concettuale e l’emotivo che
sgorgava facile e spontaneo in "Ma chi ha detto che non c’è"
, qui risultava ostico, nonostante la musica fosse molto ben fatta
e di notevole impatto. Colpa mia, dunque.
Casualmente
in questo momento mi sono occupato molto della musica di Enzo Jannacci
e della tua. Ho trovato diversi segnali di contiguità. Tra
cui la capacità di passare alternativamente su due livelli
molto diversi: esplodere nel comico-sarcastico e ripiegarsi nell'intimismo,
ma sempre rivolto al sociale (Quarto Oggiaro Story e Ma chi ha detto
che non c'è. per esempio o Arcimboldo e Compagno un caz...
o Zombie e Ogino Knauss. Un alternanza che mi ricorda quella tra
Sfiorisci bel fiore e T'ho compràa i calzett de seda o Gli
zingari e Il Carrete). Ti riconosci in qualche modo nella poetica
jannacciana? O altri sono i tuoi "padri" musicali?
Quando conobbi
Nanni Ricordi, lui mi fece subito una sorpresa
da brivido… mi portò a casa di Giorgio Gaber
per fargli sentire le mie prime canzoni ( quelle della “Crisi”,
un LP a distribuzione militante che avrei inciso da lì a
poco). Ero così imbarazzato che fu lo stesso Giorgio ad accordarmi
la chitarra perché da solo non ce la facevo. Mi incoraggiò
molto, ma già allora disse che ritrovava in me qualcosa di
Enzo… poi , quando conobbi Enzo, beh… non mi aspettavo
certo di incontrare una persona così diversa da me. D’altro
canto, è vero: ho cominciato a suonare la chitarra per accompagnarmi
mentre cantavo i pezzi di Enzo. Allora avevo un falsetto naturale
che somigliava molto a certe sue “punte” folli e stridule,
e poi era stato il cabaret la mia culla. D’altro canto il
mio primo gruppo, che si chiamava I Balabiot Bauscia, termine che
a Milano indica gli epilettici, aveva un repertorio molto misto:
si andava dai cantastorie ai Platters, passando per Gino Paoli e
Luigi Tenco, anche se erano i brani di Enzo a costituire il piatto
forte, per esempio T’hoo compraa i calzett de seta,
oppure Andava a Rogoredo. Ma a differenza di Enzo,
io sono sempre stato un eclettico. Basta fare caso al mio primo
album ufficiale: Ma non è una malattia.
Si va dal dixi al country, c’è la ballata, il rock’n’roll,
il melodico alla Rod Stewart, lo psichedelico… c’è
tutto, con una suprema indifferenza per l’unità di
stile. Questo modo di usare la musica ( e la voce) era molto vicino
al mondo del cabaret. Più che a Enzo o a Giorgio, aveva un
riferimento al lavoro dei Gufi, che a Milano per
anni sono stati un po’ come i Beatles… Beatles da osteria,
magari, ma altrettanto fecondi… ogni brano che facevano era
una sorpresa.
Senti,
ma dischi nuovi tuoi? Arriveranno? Sono in programma? Non se ne
parla nemmeno?
No, io adesso
ho appena finito un romanzo nuovo che in parte è anche un
bilancio degli anni ’70, perché si parla anche molto
della California dagli anni ’60 agli anni ’80, dalla
nascita della cultura Hippy, fino a John Holmes e la nascita del
cinema porno, poi Manson. Si intitola “Io sono un
fantasma”, esce per Tropea, dovrebbe uscire a gennaio
prossimo. E’ un libro stravagante, molto visionario. Quindi
mi sono dedicato a questo. Poi ho in ballo parecchie cose di cui
non voglio parlare finché non siano pronte: un film autoprodotto
che sto facendo con un amico, c’è un paio di cose che
sto scrivendo per il teatro …
Non
è il momento per le canzoni, insomma.
Ecco, dall’anno
prossimo mi rimetterò a scrivere qualche pezzo … forse.
Però “Danni Collaterali” non
è stato casuale: a me viene più naturale esprimermi
se c’è un motivo esterno. Perché ho tanti altri
modi per esprimermi che non mi viene immediatamente naturale pensare
alla canzone. Quello è il media che mi vede più debole.
Non è da escludere che adesso che sono andati bene i cd magari
qualcuno, anche un indipendente, mi dica: “ma tu non hai pezzi
già pronti, in grado di essere incisi”?
(Intervista
pubblicata su L'Isola che non c'era)
Intervista
effettuata via e-mail il 15 agosto 2004
|