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BiELLE INTERVISTE
Eugenio Bennato: quello "buono"

di Marco Cavalieri

La doppia notizia che riguarda Eugenio Bennato (è in tour, quasi ininterrottamente, dal 2001 e lo scorso novembre è uscito "Da lontano", cd raccolta nel quale rivisita i suoi più grandi successi suonati e riarrangiati assieme a nuovi e vecchi amici) merita senz'altro un'attenzione particolare

Eh si perché, purtroppo, in Italia non capita di rado che un artista tanto apprezzato (anche all'estero) sia seguito così distrattamente da parte dei Signori dell'Informazione. Non è il primo, Bennato, non è il solo e non sarà di certo l'ultimo. Facciamocene una ragione e vendichiamoci a modo nostro, continuando a scegliere con la testa e con il gusto, anziché coi consigli per gli acquisti

Eugenio invece, di tutto ciò non se ne cura affatto e continua a girare allegramente il mondo col suo gruppo, i "Taranta Power". In tutti questi anni gli è capitato di ritrovare e di incontrare centinaia di artisti e di proporre ad alcuni "salta su, continuiamo la strada insieme", ricevendo sempre come risposta un sorriso ed un "si". Così, nel tempo, si sono uniti a lui il musicista egiziano Fathy Salama, la cantante algerina Hasna el Becharia (suonatrice di guembri e interprete di successo della musica tradizionale gnawa) insieme al suo gruppo, l'orchestra arabo andalusa di Tangeri e la pianista giordana Tala Tutunji, solo per fare qualche nome

Ovviamente, con la band, anche lo spettacolo è cambiato e si è arricchito di colori, dialetti, idee e nuovi strumenti, ma seguendo sempre un unico suono, quello del Mediterraneo. È cambiato (o meglio, è stato completato) anche lo slogan che accompagna lo spettacolo: l'iniziale "Che il Mediterraneo sia" (titolo del lavoro del 2001), proprio alla luce delle recenti tensioni internazionali è diventato "Che il Mediterraneo sia un mare di pace"

Lo scopo dichiarato di questa nuova parte del tour, infatti, è unire gli sforzi di politica e cultura per cercare di incidere attivamente nel dialogo tra Europa ed Islam perché, come dice Eugenio "grazie alla musica si superano le barriere e il dialogo diventa possibile". Il 1° Concerto Euromediterraneo per il dialogo tra le Culture, organizzato dalla Fondazione Laboratorio Mediterraneo e la Maison de la Mediterranée e diretto da Eugenio Bennato, ha avuto il suo battesimo il 4 ottobre scorso al Cairo, dove è stato seguito da più di 1.500 persone. Lo spettacolo ha poi toccato Otranto nella notte di Capodanno, Napoli e, l' otto gennaio è approdato all'Auditorium di Roma, da dove ripartirà per Lussemburgo, Marsiglia, Barcellona, Rabat ed Amman. Il 2005, infatti, è l'Anno europeo del Mare Nostrum e questo concerto ha segnato anche l'occasione di proporre, in anteprima assoluta, l'Inno del Mediterraneo, scritto da Marco Betta ed arrangiato dallo stesso Bennato insieme a giovani musicisti giordani

Adesso che è tornato a casa ed ha suonato a Roma, nel Tempio istituzionale della Musica, qualcuno si è ricordato di questo cantante serio e saggio, che lavora in silenzio, sempre lontano dalle facili ribalte. Qualcuno lo ha anche intervistato, poche e semplici domande, su fatti recenti, per non correre il rischio di fare figuracce. La storia di Bennato, invece, arriva da lontano. Era il 1969 - la tv ci portava sulla Luna - quando fondò la "Nuova Compagnia di Canto Popolare", il più importante gruppo di ricerca di radici culturali della nostra musica popolare. Già allora, il primo desiderio di Eugenio era quello di conquistare l'attenzione dei giovani, riportandola su quella che lui stesso non esita a definire "la nostra più grande forza", la musica tradizionale

Nel 1976 - incombeva il compromesso storico - diede il via a Musicanova. L'episodio più alto di quel progetto rimane sicuramente "Brigante se more", del 1979, che ottiene un inatteso (ma solo per gli osservatori più distratti) successo proprio tra i giovani. Quel lavoro continua a risuonare ancora oggi nelle terre descritte nei testi, grazie all'opera dei cantori di strada, che ne tramandano incessantemente le liriche. Storia più recente è quella di "Taranta Power", fondata da Bennato nel 1999 per diffondere, a livello nazionale ed internazionale, la Taranta - sfruttando tutte le forme artistiche possibili, come musica, teatro, cinema - ma soprattutto per evitare che questa venga confusa (soprattutto all'estero) con la tarantella da cartolina, creata ad uso dei turisti

Abbiamo contattato Eugenio Bennato prorpio alla vigilia della sua data romana e lui, disponibile e gentile come sempre, ci ha parlato di musica, ma non solo..

- Il tuo progetto, come avevi anticipato al Premio Tenco, è quello di unire la cultura del Mediterraneo in un unico linguaggio..

“È la realizzazione di un’idea che è nata quando ho scritto “Che il Mediterraneo sia” e che adesso si manifesta attraverso questa carovana colorata, in viaggio dal Nord Africa verso i maggiori centri europei, specie quelli affacciati sul Mediterraneo”

- Ma non solo. La tua avventura ti ha portato addirittura in Australia (dove nel 2001, ad Adelaide, hai rappresentato l'Italia nel più prestigioso Festival di World Music, il "Womad", voluto da Peter Gabriel) e negli USA… “Si, da quattro anni - sebbene la notizia stenti ad arrivare nel nostro paese - sto portando in giro un discorso musicale che riscuote un grande successo in tutto il mondo

Questo, forse, proprio perché dappertutto ci si aspettava dall’Italia un’esplosione di una musica legata alle nostre radici. Ora, non sta a me giudicare quello che faccio. Però questa fusione tra sonorità tradizionali e moderne è sicuramente un lasciapassare per tutte le manifestazioni di world music”

- Ho letto che i tuoi spettatori all’estero solo in minima parte sono italiani emigrati. Mi incuriosiva, ad esempio, la reazione che hanno avuto gli americani di Los Angeles…

“Mi fa piacere che tu me lo chieda, perché proprio a L.A., oltre ad una grande risposta di pubblico, mi hanno proposto di fare musiche per il cinema. Ovviamente, lì per noi europei è più difficile lavorare, perché loro sono molto preparati e all'avanguardia in tutti i settori, ma ci stiamo attrezzando per affrontare al meglio questa sfida. In Australia, invece, bisogna superare la diffidenza verso le rimpatriate italiane. Noi ci siamo rivolti direttamente al pubblico multietnico australiano. Melbourne, dove torneremo a marzo, è sicuramente una delle città più attente a tutte le novità della scena musicale mondiale”

- Come dicevi al Tenco, e come sta facendo anche Mauro Pagani, continui a legare musicisti di diversi Paesi, lingue e culture che ai più sembrano molto lontane. Pensi che la musica, i musicisti, possano in qualche modo risolvere problemi grandi come lo scontro di culture al quale ci hanno portato certe amministrazioni politiche? Credi che la musica possa dare un piccolo (o un grande) aiuto? I Radiodervish, ad esempio, mi hanno risposto che per loro la musica non può mai sostituirsi alla politica, neanche in parte..

“Non so perché i Radiodervish ti abbiano risposto così, avranno sicuramente le loro buone ragioni. Io penso che la musica sia un grande fatto di costume dei nostri tempi e che quindi incida profondamente, soprattutto sulle nuove generazioni. Poi, certo, vengono i politici, vengono le grandi decisioni… Però, alla base, il tessuto viene costruito essenzialmente dalla musica. Basta pensare a quel che è avvenuto negli Anni ’70, a quel che ha rappresentato una Woodstock, quando la guerra in Vietnam è stata contrastata - in qualche modo - anche grazie alla capacità di certe generazioni di comunicare attraverso la musica. Per quel che mi riguarda, ho scritto “Che il Mediterraneo sia” ed altre cose in tempi non sospetti, quando la crisi non era così acuta. Ma oggi avverto l'urgenza che proprio l'Italia, per prima, si affacci al Mediterraneo per cercare di vivere nello stesso spirito coi Paesi a noi vicini e per cercare di contrastare il maggior pericolo del nostro tempo, la globalizzazione. Quindi, direi che la musica abbatte le frontiere, è la colonna sonora dei nostri giorni ed è un grande messaggio per le nuove generazioni. Ecco, questa è la sua potenza”

- Tu scrivi “La Taranta vince quando tu / colpita al cuore dal tuo Sud / per ore e ore ballerai / finché nel ballo ti perderai”. Hai già citato il Rock di Woodstock, con il suo impegno. In un’altra intervista hai dichiarato che la Taranta ha un effetto simile a quello dei grandi concerti Rock degli Anni ’70, segnatamente quelli dei Pink Floyd. A me, per chiudere il cerchio, viene in mente che lo spettacolo più onirico e visionario dei Pink Floyd (registrato nell'Anfiteatro nel 1972) si è tenuto proprio a Pompei. È dunque questa la lingua universale della musica, che travalica frontiere e culture e si ritrova poi negli effetti finali che produce?

“Certo. Il punto di partenza è sempre la capacità artistica. Io credo nella potenza di una melodia, nell’invenzione. La musica è arte. Però è un’arte che si basa sulla capacità di coinvolgere attraverso determinati meccanismi. Sicuramente, quello del ballo, della danza, del far sognare è fondamentale. In questo senso la Taranta ha un gran potere. Io ho voluto chiamare Taranta Power questo movimento perché la Taranta si inserisce proprio nelle musiche di trance che sono presenti in tutto il mondo, almeno in tutti i Sud del mondo. D’altra parte i grandi fenomeni musicali del ‘900 sono partiti tutti dalla musica popolare ed hanno portato al coinvolgimento di moltissima gente, proprio per il fatto che in questo tipo di musica il pubblico non è sterile ascoltatore, ma protagonista"

- Ecco, a proposito di questo, domani sera ti esibirai all'Auditorium, un posto deputato ad un certo tipo di musica. Invece so che, abitualmente, per i tuoi concerti scegli ampi spazi, dove la gente si può scatenare nel ballo. Credi che la tua esibizione possa risentire di questa limitazione?

"Guarda, è il dubbio di sempre, anche per quanto riguarda le nostre date all'estero. Ci capita spesso di suonare in grandi spazi all'aperto oppure in teatri di un certo livello. Si tratta ovviamente di due situazioni molto diverse: nei teatri c'è una maggiore attenzione da parte del pubblico, mentre negli altri luoghi c'è un gran coinvolgimento fisico ed emotivo. Però, spesso ci è successo che con la nostra musica i teatri si trasformassero e che la gente si desse da fare, diciamo così, sulle poltroncine di velluto (ride). Mi viene in mente uno degli ultimi concerti a cui ho assistito da spettatore: Youssou N' Dour al Rex di Parigi. Ebbene, il posto (un Teatro di altissimo livello) si è subito trasformato in un'arena, col pubblico trascinato dalla musica. Tra l'altro, proprio lì ho conosciuto Fathy Salama, un grande musicista egiziano che è stato l'autore di tutti gli arrangiamenti del disco "Egypte" del cantante senegalese. Questo per dire che, quando la musica riesce a raccontare, a parlare della terra, delle radici, delle favole, il pubblico viene inevitabilmente coinvolto, ovunque si trovi"

- Hai scritto all'interno del libretto del tuo ultimo lavoro che la Taranta è strumento di comunicazione. Da usare magari in alternativa a quella (sotto)cultura televisiva che per ben due volte definisci "degradante"? "Guarda, la sensazione più sgradevole è quella di tornare da lunghi viaggi all'estero, dove magari hai incontrato popoli meravigliosi e artisti incredibili, accendere la tv e ritrovare sempre i soliti personaggi che parlano del nulla. C'è qualcosa di malato in questo strano rito un po’ macabro della televisione e dei suoi personaggi, che sono il vero tarlo culturale. Penso, senza far nomi, al re italiano dei talk-show. Con tutto il rispetto che merita come persona, la sua presenza invadente e non moderata è una sorta di calamità culturale per il Paese. C'è poi questa strana realtà virtuale, per cui tutti aspirano ad apparire sullo schermo, anche senza far nulla mentre, per contro, un certo tipo di musica viene ghettizzato perché - dicono - abbassa l'audience. Tutte cose demenziali che ci stanno portando verso una catastrofe culturale dagli effetti imprevedibili. Lo dico senza mezzi termini, perché poi vedo grandi concerti (e non parlo certo dei miei) che richiamano un gran numero di persone, soprattutto giovani, che rappresentano un momento di grande crescita culturale. La televisione (non sempre, ma spesso) porta invece con sè una regressione. In tutto questo, la discografia italiana versa da tempo in uno stato da campanello d'allarme"

- La Taranta ha una struttura ritmica molto complessa, a tratti ossessiva, proprio perché deve avere una funzione terapeutica. Ci spieghi in due parole come funziona musicalmente? "È un ritmo in sei ottavi, sono terzine. Il ritmo è tà-ta-ta, tà-ta-ta, molto veloce, con l'accento sulla prima battuta. Questo tipo di terzina dà un senso ciclico marcato ed asseconda il movimento di un personaggio, detto il "tarantato" (anche se spesso si tratta di una "tarantata") che dichiara di essere stato morso dalla taranrtola. L'unica via di guarigione, per questo stato di alterazione, è il ritmo della Taranta. Questo è stato vero per secoli e millenni nel sud dove, nelle campagne più nascoste, hanno eseguito questo rito. Poi sappiamo che questo è accaduto e continua ad accadere anche in tante altre parti, dai riti voodoo africani, a ritmi ipnotici dell'estremo oriente. Quindi, direi che è un po’ una costante di tutte le culture etniche l'associare la musica ad un effetto di guarigione, o comunque di liberazione da frustrazioni. Ma questo lo abbiamo riscontato spesso anche nei concerti Rock, dove l'elemento più caratterizzante della comunicazione è proprio questa sensazione liberatoria che viene dalla musica"

- Sempre più gruppi di un certo genere sono seguiti dai giovani. Io ho citato i Radiodervish, ma poi ci sono i Tancaruja, gli Acustimantico, ci sei tu con tutti i progetti che porti avanti. Temi che alla lunga, se questo tipo di successo dovesse continuare e crescere ancora, ci sia il rischio di una "commercializzazione" con personaggi, privi di un adeguato backgroud, che cercheranno di salire sul carro del vincitore, appropriandosi di queste sonorità e imbastardendole? Già da un po’, infatti, mi capita di dover ascoltare brani pop senza alcuno spessore, "arricchiti" da sonorità finto-etniche che non hanno nulla a che vedere con quella musica..

"Io vorrei allontanare ogni tentazione di dibattito su questo. Parlare di pericolo di commercializzazione significa, in qualche modo, frenare un movimento impetuoso. E questo è controproducente. La verità è che ci sono migliaia di giovani (e sono sempre di più) che vengono ai nostri concerti con i loro strumenti, coi tamburelli, le ragazze con le gonne per ballare la Taranta. Poi, tra dieci anni ci potremo anche porre il problema di dove è andato questo movimento. Ti potrei rispondere che quando il Flamenco si è sviluppato a livello internazionale, molti puristi hanno cercato di contrastare la sua evoluzione, parlando delle radici pure del Flamenco del Cortile. Quindi, io penso che tutti i gruppi che mi hai citato, sono gruppi che fanno il loro percorso straordinario, lontano dai mass media (e per questo con mille difficoltà) ponendosi in alternativa alla musica commerciale. Personalmente, sono felice quando vedo i ragazzi di quindici anni che vengono ai miei concerti perché so che le loro scelte di oggi sono scelte che li accompagneranno per tutta la vita"

- Al Tenco la tua esibizione è stata tra le più coinvolgenti. Hai cantato assieme a Pietra Montecorvino. Vuoi parlarci di questa splendida interprete? "Certo! Pietra in questo momento è in tour in Spagna e spero che possa essere con noi domani. È una cantante straordinaria, la più ricca di temperamento fra tutte le nostre cantanti. La risposta arriva, neanche a dirlo, dall'estero: un successo travolgente in Spagna, in Francia, in Germania... Lei ha davvero una marcia in più, è la grande interprete della musica napoletana e, tra l'altro, si inserisce perfettamente in questa mia idea di lavoro. Napoli è una città del Mediterraneo e quindi ritrova molto spontaneamente i suoi colori in uno scambio con sonorità che arrivano da altre sponde. Ma bisogna ascoltarla, è veramente unica"

- Per salutarci avrei scelto "Antidotum": vuoi dirci due parole su questo gioiello che chiude il tuo lavoro del 1999 "Taranta Power"? "Antidotum, riportano dal '600, è l'antica medicina che si dava ai malati per guarire da un avvelenamento o da un sortilegio. Va presa a piccole dosi, come certa televisione"

Intervista effettuata nel gennaio 2005

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