Ennio
Rega è un personaggio. A volte in fuga. Ogni tanto ritorna.
La sua vita artistica è stata costellata da molti "no"
e da qualche "sì" e, periodicamente, dalle sue
assenze, in tuttaltre attività affaccendato (architetto,
agricoltore, autore di musiche per il teatro), ma l'amore per la
musica non l'ha mai abbandonato e forse ora il suo ritorno, con
il suo secondo disco in trent'anni di carriera, "Concerie",
è da considerarsi definitivo.
Concerie è stato
un po’ il tuo ritorno “in pista” dopo un periodo
in cui te n’eri staccato?
"No, no. Staccato dalla musica mai. Dopo “Due
passi all’anima di un sorcio” che fu un album
apprezzato dalla critica, molto, ma di cui RTI non fece nessuna
promozione. Mai. Ma d’altra parte non devono neanche averlo
ascoltato, perché se lo avessero ascoltato non lo avrebbero
prodotto!" (ridiamo)
"Dopo mi sono dedicato a varie cose umane. Ho
comprato un casale in Umbria, dove ho ospitato vari musicisti, c’era
terra, c’erano 100 metri quadrati di stalla che avevo attrezzato
a studio… c’è venuta un sacco di gente, anche
Max Manfredi. Poi ho capito che per vivere lì davvero e fare
la vita che volevo io bisognava essere miliardari! Sennò
gettavi la spugna e basta. In quel posto bellissimo ho scritto molte
canzoni, però vivevo scrivendo colonne sonore per il teatro.
Ho scritto moltissime colonne sonore per il teatro".
L’anima del sorcio di che anno è?
Del 1994, lo presentai al Club Tenco
l’anno prima. Enrico De Angelis mi ascoltò in una occasione
e mi invitò. Andò bene, c’era una grande aspettativa
dietro di me, insomma è stato importante il Club Tenco. Dopo
di che ho girato per un anno, facendo un sacco di cose, passaggi
televisivi, concerti, il ’95 è stato un anno importante
per me. Un buon anno. Dopo di che, per questo vizio immaturo di
chi è stato e diverso, mi sono detto “ma allora lo
so fare questo mestiere! Mo’ faccio altro!” (ridiamo)
E così è andata e mi sono buttato nella
campagna. Volevo lavorare lì, ma non mi riusciva! Era talmente
bello. Mi svegliavo al mattino e c’era una bellezza tale che
restavo folgorato. Allora stavo lì a piantare alberi e intanto
con questo giochetto se ne sono andati 5 anni, però lavorando
sempre.
 |
Ennio
Rega non è per niente un banale. E quindi può
non piacere. Può essere difficile da seguire, in qualche
passaggio anche scostante. Diciamo che non è un disco
da ascoltare in sottofondo o da passare sulle radio di musica
gastronomica. Le influenze sono tante, ma risolte in un amalgama
personale. Note caratteristiche: una grande voce e una strumentazione
di rilievo. (segue) |
E adesso, dieci anni dopo ci riprovi. Gli
anni con il 5 finale evidentemente sono i tuoi anni.
Ma speriamo di no! Perché sennò poi
mi tocca aspettare fino al 2015!
Adesso ho fatto la scelta di puntare in maniera esclusiva sulla
musica. Prima, in realtà, per mantenermi, io facevo l’architetto
fino al 1993, anno in cui ho chiuso lo studio, ma qualche lavoretto
di tanto in tanto continuavo a farlo. Adesso ho smesso del tutto.
Ho chiuso ai tempi di Mani Pulite che è stata senz’altro
cosa buona e giusta, però da lì in poi … (ride)
non è più arrivato un incarico. Quindi è stata
una buona occasione per tagliare i ponti col passato. Anche perché
un architetto per lavorare deve prostituirsi politicamente, perché
sennò fai ristrutturazioni per gli amici, frazionamenti e
accatastamenti e basta. Quindi smisi, tenendomi solo il 20% di quella
attività. E da due o tre anni ho smesso anche quello per
dedicarmi alla musica completamente.
Tu quanti anni hai?
Cinquantuno. Mi fa senso (sorride) però il
dato è quello…
Ma guarda, sei perfettamente in linea con
tutta la musica nuova italiana, dove l’età media degli
“emergenti” oscilla tra i 40 e i 50 anni. Emergere diventa
sempre più difficile. Essere emergenti a vita è molto
più facile. Anche perché ti mettono lì, in
quella bella categoria dal bel nome, e lì resti finché
non decidi di “immergerti” per i fatti tuoi. Comunque
Max ha quasi 50 anni, Van De Sfroos 40, Carlo Fava 40, Fabrizio
Consoli 40, i Sulutumana viaggiano fino ai 38 anni di Michele …
Insomma i “talenti emergenti” hanno 40 anni e gli altri
50. La generazione è quella.
Io in realtà ho iniziato a18 anni, anzi a
14 come cantante. Cantavo anche con gruppi importanti.
Dimmi che hai anche tu un Sanremo nel passato!
No, no. Sanremo non l’ho mai
contemplato nella mia vita. Quest’anno, invece, visto che
ho deciso di occuparmi solo di musica e avendo quindi maggiore bisogno
di visibilità, per potere poi fare la musica che voglio,
avevo scritto un pezzo bellissimo per Sanremo, però poi è
uscito quel bando di concorso che mi tagliava fuori. Però
sarei andato quest’anno se ci fosse stata la possibilità,
proprio per quel fatto funzionale alla continuità della carriera.
Ricordati del Festival di Mantova.
Sì, non so come funziona bene, ma lo manderò.
Esce una compilation subito dopo, no? Quindi deve essere un brano
inedito preparato e pronto?
No, non serve un inedito, vanno bene anche
i pezzi del disco, ma tu sei andato avanti nel frattempo?
Sì, sono andato avanti. Voglio continuare
a produrre. Negli ultimi tre anni ci ho dato dentro davvero. Ho
tanto da dire. Ho una miniera di canzoni da fare in questo periodo.
Parliamo di Concerie …
E’ un album che mi rispecchia. Io sono un personaggio
particolare: ho addosso una diversità che mi porto addosso
da sempre e che risono sempre riconosciuto. Questa linea di confine
tra giusto e ingiusto, tra il bene e il male che si è attenuata
fino a scomparire, io l’ho sempre sentita fin da quando ero
piccolo. Mi sentivo attratto dalle piccole cose, al punto da sentirsi
quasi scemo. Guardare cose che gli altri non vedono: è un’attrazione,
una predisposizione, di fermarmi lì a guardare negli angoli,
le cose che nessuno vede. Lo so che è una stranezza, però
è qualcosa che mi permette di toccare a volte anche dei livelli
di poesia. Concerie nasce da questo mio modo di vedere, da questa
mia urgenza di lanciare un urlo contro qualcosa…
Il titolo?
Il titolo è “fabbrica di pelli”,
no? Allora, io sono nato nel sud, vicino a Salerno e lì in
questo paesino c’erano diverse concerie e c’era di tutto
lì... dalle selle per i cavalli... l’odore ce l’ho
ancora tutto dentro. Ma non si può capire esattamente il
mondo dove sono nato io, nell’entroterra del Cilento negli
anni ’50. Era l’India, l’India d’Italia.
Era un mondo selvaggio e bellissimo. Tra l’altro io sono nato
in un carcere …
??? In un carcere?
Nel senso che mio padre, tornando dall’Africa
… che tra l’altro la storia di Maddalena canterina
è la storia di mia madre e mio padre, parlando più
che altro della prigionia di mio padre in Egitto. Mio padre tornando
in Italia ha trovato questo lavoro come carceriere. Poi ha fatto
carriera, è diventato ufficiale giudiziario. Era un uomo
di una bontà straordinaria. Sia lui che mia madre cucinavano
per i carcerati, meglio di quanto si potesse mangiare al ristorante!
Davano molto amore e molto affetto a queste persone che abitavano,
in carcere, al piano terra. Poi si saliva e al piano di sopra c’era
il nostro appartamento. Per cui io passavo il tempo a giocare con
loro… forse è da questo che mi viene la predisposizione
verso gli emarginati, il lato in ombra della vita (sorridiamo).
E poi le “Concerie”, fabbrica di pelli .. c’è
un sapore pirandelliano in questo album … parlo di personaggi
che, bene o male, sono costretti a vivere una vita che non hanno
scelto. Così come noi. Parlo dell’uomo in generale.
Non voglio farne un caso mio o tuo o di altri. Quindi conceria come
fabbrica di pelli, recupera il concetto della “scomodità”,
come la scomodità sia più vicina alla bellezza del
benessere. Mi piace citare due momenti importanti della cultura:
la beat generation a cui mi sento molto vicino anche nelle scelte
…
… forse se ne trova qualche traccia.
Adesso che lo dici, nel tuo modo di scrivere si possono riconoscere
germi di quella cultura …
Timothy Leary in quel libro che mi ha scioccato,
perché mi ha impaurito “Caos e cybercultura”,
dice che diventeremo “tracce di silicio sotto forma di Dna”,
lui auspica come fatto positivo questa cosa. Io credo che ci sia
un intreccio tra questa cosa e “la terra nuda odorante di
ciclamini” di Pasolini. Un incontro tra queste due cose potrebbe
dare all’uomo l’occasione di progredire in civiltà.
Non nell’evoluzione tecnologica insulsa che ritengo stia fottendo
proprio il popolo, perché nelle periferie oramai hanno tutto.
Stanno bene: hanno il cellulare, hanno la parabola. Si sono impadroniti
di tutto il benessere tecnologico e non si muovono più, non
pensano, non agiscono. Dicevo che amavo di più la città,
ma non come fatto nostalgico … odio la plastica e tutto ciò
che ha a che fare con la plastica, però ad esempio i tram
di Milano, quelli scomodi in legno, erano cento volte più
belli degli autobus orribili che girano oggi e così via.
Anche nell’architettura: evolvere la tecnologia che c’è
nel legno, nel ferro. Noi abbiamo abbandonato il legno, i mattoni,
per arrivare alla plastica. Siamo forse su una strada sbagliata
e quindi in quest’album io volevo semplicemente recuperare
questo bisogno, questo valore della scomodità come qualcosa
che ci avvicini alla bellezza. Perché io dentro di me ho
un fuoco verso la bellezza nella semplicità.
Infatti tu non fai né musiche né
canzoni di plastica.
Potrei farlo, ma molto ironicamente, però
non ce l’ho nelle corde. Infatti l’hip hop non saprei
proprio come farlo. E il problema è di fare “tendenza”.
Attualmente sto pensando a fare un video. Perché tu sai che
la “Scaramuccia edizioni” è
un’idea mia, sono le mie edizioni, così come la Tarantanius
sono quelle di Van De Sfroos. A un certo punto stavo lì a
dover scegliere un’etichetta per co-produrre con Roberto
Colombo che è il produttore anche del mio primo
album … apro un’altra parentesi: Roberto Colombo in
realtà non ci azzecca molto con me dal punto di vista del
produttore ideale, però forse è meglio, perché
contrasta questo mio spirito troppo ridondante. L’album è
arrivato a lui grondante di cose bellissime e lui a tolto il 70%,
lasciando solo la polpa. Quel modo “Pfm” anni ’70
di mixare in diretta, perdendosi magari molte cose belle. Io ho
sofferto molto a lavorare con lui, me ne volevo uscire.
Ha operato tagli chirurgici quindi …
… che in parte hanno funzionato, in parte sono
stati dolorosi.
Alcune canzoni ti convincono meno?
Ha tolto troppa roba e ha lasciato troppa fisarmonica.
Ma è stato positivo, perché lavorare con due teste
è sempre meglio. Quindi (e qui chiudo la parentesi) dovendo
scegliere la coproduzione, lui mi ha consigliato di non cedere il
50% di pezzi come “Zazzera gialla”
o “Lucciola” che è un brano
bellissimo del primo album che tu non conosci, ma sentirai al Matatu
… “perché li devi lasciare ad altri?” mi
ha detto. E allora ho fatto uno sforzo economico e abbiamo aperto
queste Edizioni Scaramuccia. A questo punto io vorrei che Scaramuccia
facesse ora uno sforzo per produrre qualcun altro. Ma roba di qualità.
Mi sono arrivati a casa una serie di materiali … da mani nei
capelli. Per adesso lavoro solo su di me. Abbiamo in progetto di
fare un altro album, tra un po’, e di fare, invece subito
questo video. Ho scritto già 14 brani da novembre, passando
dalla fusion a tutt’altro tipo di genere, cercando una strada
per fare tendenza musicale. Questo forse vi sembrerà in contrasto
con tutto quello che ho detto. Ma è semplicemente per torvare
una strada per comunicare. Un po’ come facevano gli architetti
sotto il fascismo che facevano fesso il potere organizzando le cose
in modo urbanisticamente rivoluzionario e non se ne accorgeva nessuno.
E un tentativo che sia però un po’ più sincero
di “Salirò” di Silvestri. Ecco quello non mi
ha convinto personalmente. Però mi piacerebbe arrivare a
confrontarmi col mercato, che al 90% è in mano al pop, e
poter avere lo stesso potenziale di penetrazione di massa.
Senti, ma, ad esempio, secondo te la musica
di Concerie che tipo di musica è? Dovendola definire? Che
musica fai tu? Comunque canzone d’autore …
Sì, canzone d’autore sicuramente. Tra
l’altro ho appena scoperto che se l’è inventato
Enrico De Angelis questo termine. Ma non saprei risponderti. Senz’altro
io amo il jazz, lo conosco e lo pratico: il panismo di Thelonius
Monk e Bud Powell, sono proprio impazzito per la loro musica, per
questa poesia pianistica!
Tu suoni il piano.
Sì, suono il piano e sto continuando a studiare.
Diciamo che sto crescendo anche sotto questo punto di vista, anche
se non ce n’è bisogno, perché esprimersi ancora
meglio è una necessità. Io poi adoro il folk. Ecco,
quello che ha fatto Roberto è mettere ordine, perché
c’era un taglio di Lutte Berg, che è
un chitarrista pazzesco, calabro-svedese, che suona con me, ma anche
con gli Agricantus, che spingeva nettamente sul
lato folk. E quindi c’era questo intreccio tra etnico e jazz
che Roberto ha annientato, dando un taglio più jazz-pop.
Prima di “Soldatino” per esempio c’era
tutto un pezzo fatto con la chitarra tipo Oud, che durava dieci
minuti. Era pazzesco. Era bello. E Roberto mi ha detto: “Ma
chi ti ascolta? Falle dal vivo queste cose, ma non su disco”.
La mia è una canzone che ha dentro di sé un certo
razzismo … io, peraltro, non amo molto la musica dei cantautori.
Non sono cresciuto ascoltandoli. Cantavo da cantante melodico agli
inizi, un modo che volutamente non esprimo in questo album, perché
la melodia ha bisogno di un modo di comporre diverso. E a me piace
comporre in un altro modo per essere sincero, più vero. Me
ne frego della melodia. Praticamente come cantante mi sono formato
alla scuola di Wilson Pickett, Otis Redding, Avevo una voce un po’
da Demetrio Stratos, un vocione pazzesco. Sono nato come cantante
e per esprimere questa mia voglia di cantare i cantautori non erano
adatti! Però li apprezzavo tantissimo, rimanevo folgorato,
appena sentivo qualcosa.
Trovo anche che ci sia una notevole impostazione
teatrale in questi brani. Alcuni mio sembra anzi proprio di vederli
in scena mentre li ascolto.
Il teatro ce l’ho proprio nelle corde, poi,
sai, mio fratello è attore. Un attore anche molto importante:
Massimo Venturiello. Perché Venturiello
è il nostro vero nome, Rega è il cognome di mia madre.
Quindi è proprio una malattia di famiglia
il teatro?
Ce l’abbiamo proprio nel sangue, nel modo di
essere. I Venturiello. Non i Rega, perché i Rega fanno parte
della classe artigiana del Cilento, sono costruttori, commercianti.
I Venturiello invece sono una famiglia di contadini (“Zazzera
gialla” in realtà è mio zio, padre di dodici
figlio, uomo buonissimo e violento, al punto tale che i figli se
ne sono scappati tutti da bambini). Il mondo contadino è
dolce, ma allo stesso tempo è forte e i Venturiello hanno
dentro questa teatralità istintiva. Aggressivo e violento
perché farei contadini costa fatica, quando lavori una campagna
tutta saliscendi per dodici ore al giorno … insomma è
dura!
Le canzoni di “Conceria” sono
tutte dell’ultimo periodo?
C’è la rivisitazione di quattro vecchi
brani (Reré, Zazzera gialla, Messicano e Michelina)
tutti gli altri dodici sono nati nel giro di un anno, tipo un brano
al mese. E il metodo di lavoro era questo: siccome già da
qualche mese suonavo live con questa band di musicisti che sono
tutti jazzisti di nome e molto bravi anche, dal vivo facciamo cover
molto belle: abbiamo anche una cover riarrangiata di Ivan
Graziani che è diventata una specie di canzone irlandese.
Paradossalmente ballano su questo brano! Dicevo che scrivevo in
questo modo: io componevo la canzone, chiamavo Lutte che di armonia
ne conosce un po’ più di me. E insieme a lui mettevamo
un po’ d’ordine, Il fatto di lavorare con questa gente
mi ha permesso anche di crescere come musicista, come compositore,
imparando un sacco di cose che non conoscevo. A quel punto andavo
a “provinare” il brano in sala. Le mie canzoni sono
complesse, hanno dentro una ricerca continua …
Il giro di Do non lo fate insomma …
Non solo, ma neanche i quattro accordi di Vasco Rossi.
E’ proprio un mondo diverso. Ho bisogno di seguire “quella”
strada e la seguo con impegno. Insomma, tu prendi un’armonia
regolare e il canto viene fuori melodico. E’ inevitabile.
Quando l’armonia è consequenziale e la progressione
armonica è giusta, viene fuori la canzone melodica. Allora
io vado a spezzettarla apposta. I musicisti non riescono a memorizzarla
mai, stanno sempre con la partitura aperta. Sai la musica normalmente
è quella, dal primo accordo uno sa tutto. Invece con me sono
“disperati” (ride). Tocca sempre ricominciare e seguire
sulla carta.
Giri sempre con gli stessi musicisti?
Sempre. Di solito in sestetto. Il primo tentativo
l’ho fatto ieri alla Fnac a Milano in trio. Un po’ perché
siamo molto legati. Non chiamarne uno mi dispiace. Il trio con cui
verrò al Matatu è pianoforte, chitarra e fiati vari.
Nuove evoluzioni? Le nuove canzoni di cosa
parlano? Sono sullo stesso filone? Tu parti dalle storie? Da un’idea,
dalla musica? Da dove parti?
Diciamo che parto da un’idea di testo, un qualcosa
di cui vorrei parlare e il primo impatto è il pianoforte.
Metto le mani sul pianoforte e puntualmente, senza saperlo, esce
una musica in minore! Ma questo accadeva anche quando non sapevo
nemmeno il nome degli accordi che stavo facendo. Ti assicuro: io
metto le mani sul pianoforte e la prima cosa che trovo è
in minore. Ma cos’è quest’accordo? E’ in
minore! Tutti mi dicono “ma fai un pezzo in maggiore! Se fai
una canzone deve essere un maggiore”, ma non funziona! Poi,
comunque crescono insieme, un po’ il testo, un po’ la
musica, si inseguono, si rincorrono, si ritrovano. Il metodo per
scrivere una canzone: per esempio, la canzone che ho scritto per
Sanremo ad Antonella Ruggiero, che è la
compagna di Roberto Colombo, è piaciuta moltissimo e la voleva
portare lei al Festival e sarebbe stata una buona cosa. Si chiamava
“La tua gioventù”, ho preso lo spunto da mia
figlia che è una ragazza di tredici anni, lunga lunga, alta
un metro e ottantacinque, ma una bambinona, con un carattere completamente
diverso dall’altra mia figlia che fa l’attrice. Lei
si chiude in stanza, rifiuta di comunicare. E’ un’altra
generazione, insomma. Ho scritto questa canzone che trovo molto
bella. Prima la musica, poi la melodia. A quel punto dovevo metterci
su le parole. Ed è un problema, per non scrivere una banalità
devi soffrire le pene dell’inferno. Il solito problema delle
tronche. Per non far diventare tutto “di te/ di me/ sarai
/ vedrai”. Ci sono riuscito. E il brano è bellissimo,
mi piacerebbe fartelo sentire. Ma la Universal ha poi proposto un
brano di Venuti ad Antonella e avendo la spinta della casa discografica
dietro non ha potuto rifiutare. Però lei l’avrebbe
voluta: era fatta praticamente! Anche Roberto era d’accordo.
Questo è comunque un modo di scrivere per una canzone di
successo: l’armonia, la progressione armonica azzeccata e
la melodia.
Il contrario di quanto fai di solito.
Sì, il contrario, ma io sono portato per la
melodia. Solo che crescendo, sia musicalmente che culturalmente,
sentivo questa tendenza alla melodia come qualcosa di minore, di
valore basso. Quando avevo diciassette anni stavo facendo un concorso
per cantanti, ero in finale e dovevo cantare “L’amore
è una cosa meravigliosa”. Era il ’68, venivo
dal Castelnuovo, una scuola di Roma che mi aveva dato un’alta
sensibilità politica e proprio non ce l’ho fatta. Io
avevo proposto un pezzo di Aznavour, “Morire d’amore”,
che era su un livello molto più alto, ma me la rifiutarono.
Non sono uscito. Così smisi di cantare. E studiai architettura.
Una serie di andate e ritorni la tua carriera
insomma?
Eh sì, se non sono matti non li vogliamo!
(ride) Però adesso sono qua da due o tre anni e voglio fare
seriamente questo lavoro.
Dicevi che hai un video in preparazione...
Sì, abbiamo anche chiesto un finanziamento
all’Imaie per fare questo video, ma sarà dura perché
quest’anno sono già arrivate duecento domande. Volevo
costruirlo come un album di tre brani, una specie di singolo, con
una traccia rom e un video. Per vedere se funziona. Sto però
lavorando ora nella direzione che ti dicevo, cercando di fare un
prodotto che guardi un po’ di più alle tendenze in
essere della musica e che abbia un testo con anche questo valore
della melodia, ma è molto difficile. Lavoro magari la sera,
e la mattina dopo vorrei buttare tutto. La mattina hai un’esplosione
di lucidità che non hai nel resto del giorno. La sera sono
convinto di aver scritto qualcosa di bello e la mattina dopo mi
alzo l’ascolto e la trovo oscena. In questo periodo sto scrivendo
e buttando via tutto, perché non mi piace. Vediamo dove si
arriverà.
Nel frattempo c’è da fare la
promozione di “Concerie” che è ancora giovane
come album.
L’abbiamo già fatta. Sai, proprio perché
è nato come ti dicevo, le canzoni le abbiamo tutte suonate
molto dal vivo prima di inciderle, almeno nell’area del Lazio.
Quest’album ha avuto delle bellissime recensioni. La distribuzione
c’è stata, il disco è in giro, distribuito da
Egea, però a volte ci troviamo nello scaffale
del jazz. Sai, loro fanno distribuzione mirata e il circuito è
più o meno quello. Siamo il primo tentativo di Egea di aprire
ai cantautori. Ma così come l’hanno iniziato l’hanno
già chiuso. Loro sono conosciuti nel jazz e si fa fatica
a piazzare i dischi in giro. Comunque il disco sta vendendo ragionevolmente
rispetto a quelli che possono essere gli obiettivi: d’altra
parte se mettono un disco in vendita a 18 euro sono pazzi, noi avevamo
proposto 16 ma non c’è stato verso.
Parliamo ancora di canzone d’autore.
Mi dicevi che avevi dei dubbi?
Non amo molto la canzone d’autore quando si
perde nella letteratura e nelle parole. Non mi dà una grande
emozione. Parliamo di Lolli. Anche se musicalmente
Lolli fa parte di un’altra generazione e di un altro momento
storico, però quando l’ascolto mi dà delle emozioni.
Sento una grande verità, una grande sincerità. Quando
la canzone d’autore è ben scritta, bella letteratura
… ma allora fai il poeta o lo scrittore. La canzone, anche
se non è melodica comunque ti deve passare delle emozioni,
ti deve emozionare, devi leggere là dentro qualcosa che ha
a che fare con l’emozione. A parte che non può esistere
una graduatoria, questo primo, quello secondo, però io sono
dalla parte della musica che deve emozionare, con la musica che
deve avere una funzione narrante, non necessariamente teatrale,
capace di evocare storie, di far pensare o ricordare. Non deve essere
necessariamente sfoggio di cultura o di letteratura. .
Intervista
effettuata il 07-03-2005