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BiELLE INTERVISTE
Ennio Rega e la fabbrica delle pelli
di Giorgio Maimone

Ennio Rega è un personaggio. A volte in fuga. Ogni tanto ritorna. La sua vita artistica è stata costellata da molti "no" e da qualche "sì" e, periodicamente, dalle sue assenze, in tuttaltre attività affaccendato (architetto, agricoltore, autore di musiche per il teatro), ma l'amore per la musica non l'ha mai abbandonato e forse ora il suo ritorno, con il suo secondo disco in trent'anni di carriera, "Concerie", è da considerarsi definitivo.

Concerie è stato un po’ il tuo ritorno “in pista” dopo un periodo in cui te n’eri staccato?

"No, no. Staccato dalla musica mai. Dopo “Due passi all’anima di un sorcio” che fu un album apprezzato dalla critica, molto, ma di cui RTI non fece nessuna promozione. Mai. Ma d’altra parte non devono neanche averlo ascoltato, perché se lo avessero ascoltato non lo avrebbero prodotto!" (ridiamo)

"Dopo mi sono dedicato a varie cose umane. Ho comprato un casale in Umbria, dove ho ospitato vari musicisti, c’era terra, c’erano 100 metri quadrati di stalla che avevo attrezzato a studio… c’è venuta un sacco di gente, anche Max Manfredi. Poi ho capito che per vivere lì davvero e fare la vita che volevo io bisognava essere miliardari! Sennò gettavi la spugna e basta. In quel posto bellissimo ho scritto molte canzoni, però vivevo scrivendo colonne sonore per il teatro. Ho scritto moltissime colonne sonore per il teatro".

L’anima del sorcio di che anno è?

Del 1994, lo presentai al Club Tenco l’anno prima. Enrico De Angelis mi ascoltò in una occasione e mi invitò. Andò bene, c’era una grande aspettativa dietro di me, insomma è stato importante il Club Tenco. Dopo di che ho girato per un anno, facendo un sacco di cose, passaggi televisivi, concerti, il ’95 è stato un anno importante per me. Un buon anno. Dopo di che, per questo vizio immaturo di chi è stato e diverso, mi sono detto “ma allora lo so fare questo mestiere! Mo’ faccio altro!” (ridiamo)

E così è andata e mi sono buttato nella campagna. Volevo lavorare lì, ma non mi riusciva! Era talmente bello. Mi svegliavo al mattino e c’era una bellezza tale che restavo folgorato. Allora stavo lì a piantare alberi e intanto con questo giochetto se ne sono andati 5 anni, però lavorando sempre.

Ennio Rega non è per niente un banale. E quindi può non piacere. Può essere difficile da seguire, in qualche passaggio anche scostante. Diciamo che non è un disco da ascoltare in sottofondo o da passare sulle radio di musica gastronomica. Le influenze sono tante, ma risolte in un amalgama personale. Note caratteristiche: una grande voce e una strumentazione di rilievo. (segue)

E adesso, dieci anni dopo ci riprovi. Gli anni con il 5 finale evidentemente sono i tuoi anni.

Ma speriamo di no! Perché sennò poi mi tocca aspettare fino al 2015!
Adesso ho fatto la scelta di puntare in maniera esclusiva sulla musica. Prima, in realtà, per mantenermi, io facevo l’architetto fino al 1993, anno in cui ho chiuso lo studio, ma qualche lavoretto di tanto in tanto continuavo a farlo. Adesso ho smesso del tutto. Ho chiuso ai tempi di Mani Pulite che è stata senz’altro cosa buona e giusta, però da lì in poi … (ride) non è più arrivato un incarico. Quindi è stata una buona occasione per tagliare i ponti col passato. Anche perché un architetto per lavorare deve prostituirsi politicamente, perché sennò fai ristrutturazioni per gli amici, frazionamenti e accatastamenti e basta. Quindi smisi, tenendomi solo il 20% di quella attività. E da due o tre anni ho smesso anche quello per dedicarmi alla musica completamente.

Tu quanti anni hai?

Cinquantuno. Mi fa senso (sorride) però il dato è quello…

Ma guarda, sei perfettamente in linea con tutta la musica nuova italiana, dove l’età media degli “emergenti” oscilla tra i 40 e i 50 anni. Emergere diventa sempre più difficile. Essere emergenti a vita è molto più facile. Anche perché ti mettono lì, in quella bella categoria dal bel nome, e lì resti finché non decidi di “immergerti” per i fatti tuoi. Comunque Max ha quasi 50 anni, Van De Sfroos 40, Carlo Fava 40, Fabrizio Consoli 40, i Sulutumana viaggiano fino ai 38 anni di Michele … Insomma i “talenti emergenti” hanno 40 anni e gli altri 50. La generazione è quella.

Io in realtà ho iniziato a18 anni, anzi a 14 come cantante. Cantavo anche con gruppi importanti.

Dimmi che hai anche tu un Sanremo nel passato!

No, no. Sanremo non l’ho mai contemplato nella mia vita. Quest’anno, invece, visto che ho deciso di occuparmi solo di musica e avendo quindi maggiore bisogno di visibilità, per potere poi fare la musica che voglio, avevo scritto un pezzo bellissimo per Sanremo, però poi è uscito quel bando di concorso che mi tagliava fuori. Però sarei andato quest’anno se ci fosse stata la possibilità, proprio per quel fatto funzionale alla continuità della carriera.

Ricordati del Festival di Mantova.

Sì, non so come funziona bene, ma lo manderò. Esce una compilation subito dopo, no? Quindi deve essere un brano inedito preparato e pronto?

No, non serve un inedito, vanno bene anche i pezzi del disco, ma tu sei andato avanti nel frattempo?

Sì, sono andato avanti. Voglio continuare a produrre. Negli ultimi tre anni ci ho dato dentro davvero. Ho tanto da dire. Ho una miniera di canzoni da fare in questo periodo.

Parliamo di Concerie …

E’ un album che mi rispecchia. Io sono un personaggio particolare: ho addosso una diversità che mi porto addosso da sempre e che risono sempre riconosciuto. Questa linea di confine tra giusto e ingiusto, tra il bene e il male che si è attenuata fino a scomparire, io l’ho sempre sentita fin da quando ero piccolo. Mi sentivo attratto dalle piccole cose, al punto da sentirsi quasi scemo. Guardare cose che gli altri non vedono: è un’attrazione, una predisposizione, di fermarmi lì a guardare negli angoli, le cose che nessuno vede. Lo so che è una stranezza, però è qualcosa che mi permette di toccare a volte anche dei livelli di poesia. Concerie nasce da questo mio modo di vedere, da questa mia urgenza di lanciare un urlo contro qualcosa…

Il titolo?

Il titolo è “fabbrica di pelli”, no? Allora, io sono nato nel sud, vicino a Salerno e lì in questo paesino c’erano diverse concerie e c’era di tutto lì... dalle selle per i cavalli... l’odore ce l’ho ancora tutto dentro. Ma non si può capire esattamente il mondo dove sono nato io, nell’entroterra del Cilento negli anni ’50. Era l’India, l’India d’Italia. Era un mondo selvaggio e bellissimo. Tra l’altro io sono nato in un carcere …

??? In un carcere?

Nel senso che mio padre, tornando dall’Africa … che tra l’altro la storia di Maddalena canterina è la storia di mia madre e mio padre, parlando più che altro della prigionia di mio padre in Egitto. Mio padre tornando in Italia ha trovato questo lavoro come carceriere. Poi ha fatto carriera, è diventato ufficiale giudiziario. Era un uomo di una bontà straordinaria. Sia lui che mia madre cucinavano per i carcerati, meglio di quanto si potesse mangiare al ristorante! Davano molto amore e molto affetto a queste persone che abitavano, in carcere, al piano terra. Poi si saliva e al piano di sopra c’era il nostro appartamento. Per cui io passavo il tempo a giocare con loro… forse è da questo che mi viene la predisposizione verso gli emarginati, il lato in ombra della vita (sorridiamo). E poi le “Concerie”, fabbrica di pelli .. c’è un sapore pirandelliano in questo album … parlo di personaggi che, bene o male, sono costretti a vivere una vita che non hanno scelto. Così come noi. Parlo dell’uomo in generale. Non voglio farne un caso mio o tuo o di altri. Quindi conceria come fabbrica di pelli, recupera il concetto della “scomodità”, come la scomodità sia più vicina alla bellezza del benessere. Mi piace citare due momenti importanti della cultura: la beat generation a cui mi sento molto vicino anche nelle scelte …

… forse se ne trova qualche traccia. Adesso che lo dici, nel tuo modo di scrivere si possono riconoscere germi di quella cultura …

Timothy Leary in quel libro che mi ha scioccato, perché mi ha impaurito “Caos e cybercultura”, dice che diventeremo “tracce di silicio sotto forma di Dna”, lui auspica come fatto positivo questa cosa. Io credo che ci sia un intreccio tra questa cosa e “la terra nuda odorante di ciclamini” di Pasolini. Un incontro tra queste due cose potrebbe dare all’uomo l’occasione di progredire in civiltà. Non nell’evoluzione tecnologica insulsa che ritengo stia fottendo proprio il popolo, perché nelle periferie oramai hanno tutto. Stanno bene: hanno il cellulare, hanno la parabola. Si sono impadroniti di tutto il benessere tecnologico e non si muovono più, non pensano, non agiscono. Dicevo che amavo di più la città, ma non come fatto nostalgico … odio la plastica e tutto ciò che ha a che fare con la plastica, però ad esempio i tram di Milano, quelli scomodi in legno, erano cento volte più belli degli autobus orribili che girano oggi e così via. Anche nell’architettura: evolvere la tecnologia che c’è nel legno, nel ferro. Noi abbiamo abbandonato il legno, i mattoni, per arrivare alla plastica. Siamo forse su una strada sbagliata e quindi in quest’album io volevo semplicemente recuperare questo bisogno, questo valore della scomodità come qualcosa che ci avvicini alla bellezza. Perché io dentro di me ho un fuoco verso la bellezza nella semplicità.

Infatti tu non fai né musiche né canzoni di plastica.

Potrei farlo, ma molto ironicamente, però non ce l’ho nelle corde. Infatti l’hip hop non saprei proprio come farlo. E il problema è di fare “tendenza”. Attualmente sto pensando a fare un video. Perché tu sai che la “Scaramuccia edizioni” è un’idea mia, sono le mie edizioni, così come la Tarantanius sono quelle di Van De Sfroos. A un certo punto stavo lì a dover scegliere un’etichetta per co-produrre con Roberto Colombo che è il produttore anche del mio primo album … apro un’altra parentesi: Roberto Colombo in realtà non ci azzecca molto con me dal punto di vista del produttore ideale, però forse è meglio, perché contrasta questo mio spirito troppo ridondante. L’album è arrivato a lui grondante di cose bellissime e lui a tolto il 70%, lasciando solo la polpa. Quel modo “Pfm” anni ’70 di mixare in diretta, perdendosi magari molte cose belle. Io ho sofferto molto a lavorare con lui, me ne volevo uscire.

Ha operato tagli chirurgici quindi …

… che in parte hanno funzionato, in parte sono stati dolorosi.

Alcune canzoni ti convincono meno?

Ha tolto troppa roba e ha lasciato troppa fisarmonica. Ma è stato positivo, perché lavorare con due teste è sempre meglio. Quindi (e qui chiudo la parentesi) dovendo scegliere la coproduzione, lui mi ha consigliato di non cedere il 50% di pezzi come “Zazzera gialla” o “Lucciola” che è un brano bellissimo del primo album che tu non conosci, ma sentirai al Matatu … “perché li devi lasciare ad altri?” mi ha detto. E allora ho fatto uno sforzo economico e abbiamo aperto queste Edizioni Scaramuccia. A questo punto io vorrei che Scaramuccia facesse ora uno sforzo per produrre qualcun altro. Ma roba di qualità. Mi sono arrivati a casa una serie di materiali … da mani nei capelli. Per adesso lavoro solo su di me. Abbiamo in progetto di fare un altro album, tra un po’, e di fare, invece subito questo video. Ho scritto già 14 brani da novembre, passando dalla fusion a tutt’altro tipo di genere, cercando una strada per fare tendenza musicale. Questo forse vi sembrerà in contrasto con tutto quello che ho detto. Ma è semplicemente per torvare una strada per comunicare. Un po’ come facevano gli architetti sotto il fascismo che facevano fesso il potere organizzando le cose in modo urbanisticamente rivoluzionario e non se ne accorgeva nessuno. E un tentativo che sia però un po’ più sincero di “Salirò” di Silvestri. Ecco quello non mi ha convinto personalmente. Però mi piacerebbe arrivare a confrontarmi col mercato, che al 90% è in mano al pop, e poter avere lo stesso potenziale di penetrazione di massa.

Senti, ma, ad esempio, secondo te la musica di Concerie che tipo di musica è? Dovendola definire? Che musica fai tu? Comunque canzone d’autore …

Sì, canzone d’autore sicuramente. Tra l’altro ho appena scoperto che se l’è inventato Enrico De Angelis questo termine. Ma non saprei risponderti. Senz’altro io amo il jazz, lo conosco e lo pratico: il panismo di Thelonius Monk e Bud Powell, sono proprio impazzito per la loro musica, per questa poesia pianistica!

Tu suoni il piano.

Sì, suono il piano e sto continuando a studiare. Diciamo che sto crescendo anche sotto questo punto di vista, anche se non ce n’è bisogno, perché esprimersi ancora meglio è una necessità. Io poi adoro il folk. Ecco, quello che ha fatto Roberto è mettere ordine, perché c’era un taglio di Lutte Berg, che è un chitarrista pazzesco, calabro-svedese, che suona con me, ma anche con gli Agricantus, che spingeva nettamente sul lato folk. E quindi c’era questo intreccio tra etnico e jazz che Roberto ha annientato, dando un taglio più jazz-pop. Prima di “Soldatino” per esempio c’era tutto un pezzo fatto con la chitarra tipo Oud, che durava dieci minuti. Era pazzesco. Era bello. E Roberto mi ha detto: “Ma chi ti ascolta? Falle dal vivo queste cose, ma non su disco”. La mia è una canzone che ha dentro di sé un certo razzismo … io, peraltro, non amo molto la musica dei cantautori. Non sono cresciuto ascoltandoli. Cantavo da cantante melodico agli inizi, un modo che volutamente non esprimo in questo album, perché la melodia ha bisogno di un modo di comporre diverso. E a me piace comporre in un altro modo per essere sincero, più vero. Me ne frego della melodia. Praticamente come cantante mi sono formato alla scuola di Wilson Pickett, Otis Redding, Avevo una voce un po’ da Demetrio Stratos, un vocione pazzesco. Sono nato come cantante e per esprimere questa mia voglia di cantare i cantautori non erano adatti! Però li apprezzavo tantissimo, rimanevo folgorato, appena sentivo qualcosa.

Trovo anche che ci sia una notevole impostazione teatrale in questi brani. Alcuni mio sembra anzi proprio di vederli in scena mentre li ascolto.

Il teatro ce l’ho proprio nelle corde, poi, sai, mio fratello è attore. Un attore anche molto importante: Massimo Venturiello. Perché Venturiello è il nostro vero nome, Rega è il cognome di mia madre.

Quindi è proprio una malattia di famiglia il teatro?

Ce l’abbiamo proprio nel sangue, nel modo di essere. I Venturiello. Non i Rega, perché i Rega fanno parte della classe artigiana del Cilento, sono costruttori, commercianti. I Venturiello invece sono una famiglia di contadini (“Zazzera gialla” in realtà è mio zio, padre di dodici figlio, uomo buonissimo e violento, al punto tale che i figli se ne sono scappati tutti da bambini). Il mondo contadino è dolce, ma allo stesso tempo è forte e i Venturiello hanno dentro questa teatralità istintiva. Aggressivo e violento perché farei contadini costa fatica, quando lavori una campagna tutta saliscendi per dodici ore al giorno … insomma è dura!

Le canzoni di “Conceria” sono tutte dell’ultimo periodo?

C’è la rivisitazione di quattro vecchi brani (Reré, Zazzera gialla, Messicano e Michelina) tutti gli altri dodici sono nati nel giro di un anno, tipo un brano al mese. E il metodo di lavoro era questo: siccome già da qualche mese suonavo live con questa band di musicisti che sono tutti jazzisti di nome e molto bravi anche, dal vivo facciamo cover molto belle: abbiamo anche una cover riarrangiata di Ivan Graziani che è diventata una specie di canzone irlandese. Paradossalmente ballano su questo brano! Dicevo che scrivevo in questo modo: io componevo la canzone, chiamavo Lutte che di armonia ne conosce un po’ più di me. E insieme a lui mettevamo un po’ d’ordine, Il fatto di lavorare con questa gente mi ha permesso anche di crescere come musicista, come compositore, imparando un sacco di cose che non conoscevo. A quel punto andavo a “provinare” il brano in sala. Le mie canzoni sono complesse, hanno dentro una ricerca continua …

Il giro di Do non lo fate insomma …

Non solo, ma neanche i quattro accordi di Vasco Rossi. E’ proprio un mondo diverso. Ho bisogno di seguire “quella” strada e la seguo con impegno. Insomma, tu prendi un’armonia regolare e il canto viene fuori melodico. E’ inevitabile. Quando l’armonia è consequenziale e la progressione armonica è giusta, viene fuori la canzone melodica. Allora io vado a spezzettarla apposta. I musicisti non riescono a memorizzarla mai, stanno sempre con la partitura aperta. Sai la musica normalmente è quella, dal primo accordo uno sa tutto. Invece con me sono “disperati” (ride). Tocca sempre ricominciare e seguire sulla carta.

Giri sempre con gli stessi musicisti?

Sempre. Di solito in sestetto. Il primo tentativo l’ho fatto ieri alla Fnac a Milano in trio. Un po’ perché siamo molto legati. Non chiamarne uno mi dispiace. Il trio con cui verrò al Matatu è pianoforte, chitarra e fiati vari.

Nuove evoluzioni? Le nuove canzoni di cosa parlano? Sono sullo stesso filone? Tu parti dalle storie? Da un’idea, dalla musica? Da dove parti?

Diciamo che parto da un’idea di testo, un qualcosa di cui vorrei parlare e il primo impatto è il pianoforte. Metto le mani sul pianoforte e puntualmente, senza saperlo, esce una musica in minore! Ma questo accadeva anche quando non sapevo nemmeno il nome degli accordi che stavo facendo. Ti assicuro: io metto le mani sul pianoforte e la prima cosa che trovo è in minore. Ma cos’è quest’accordo? E’ in minore! Tutti mi dicono “ma fai un pezzo in maggiore! Se fai una canzone deve essere un maggiore”, ma non funziona! Poi, comunque crescono insieme, un po’ il testo, un po’ la musica, si inseguono, si rincorrono, si ritrovano. Il metodo per scrivere una canzone: per esempio, la canzone che ho scritto per Sanremo ad Antonella Ruggiero, che è la compagna di Roberto Colombo, è piaciuta moltissimo e la voleva portare lei al Festival e sarebbe stata una buona cosa. Si chiamava “La tua gioventù”, ho preso lo spunto da mia figlia che è una ragazza di tredici anni, lunga lunga, alta un metro e ottantacinque, ma una bambinona, con un carattere completamente diverso dall’altra mia figlia che fa l’attrice. Lei si chiude in stanza, rifiuta di comunicare. E’ un’altra generazione, insomma. Ho scritto questa canzone che trovo molto bella. Prima la musica, poi la melodia. A quel punto dovevo metterci su le parole. Ed è un problema, per non scrivere una banalità devi soffrire le pene dell’inferno. Il solito problema delle tronche. Per non far diventare tutto “di te/ di me/ sarai / vedrai”. Ci sono riuscito. E il brano è bellissimo, mi piacerebbe fartelo sentire. Ma la Universal ha poi proposto un brano di Venuti ad Antonella e avendo la spinta della casa discografica dietro non ha potuto rifiutare. Però lei l’avrebbe voluta: era fatta praticamente! Anche Roberto era d’accordo. Questo è comunque un modo di scrivere per una canzone di successo: l’armonia, la progressione armonica azzeccata e la melodia.

Il contrario di quanto fai di solito.

Sì, il contrario, ma io sono portato per la melodia. Solo che crescendo, sia musicalmente che culturalmente, sentivo questa tendenza alla melodia come qualcosa di minore, di valore basso. Quando avevo diciassette anni stavo facendo un concorso per cantanti, ero in finale e dovevo cantare “L’amore è una cosa meravigliosa”. Era il ’68, venivo dal Castelnuovo, una scuola di Roma che mi aveva dato un’alta sensibilità politica e proprio non ce l’ho fatta. Io avevo proposto un pezzo di Aznavour, “Morire d’amore”, che era su un livello molto più alto, ma me la rifiutarono. Non sono uscito. Così smisi di cantare. E studiai architettura.

Una serie di andate e ritorni la tua carriera insomma?

Eh sì, se non sono matti non li vogliamo! (ride) Però adesso sono qua da due o tre anni e voglio fare seriamente questo lavoro.

Dicevi che hai un video in preparazione...

Sì, abbiamo anche chiesto un finanziamento all’Imaie per fare questo video, ma sarà dura perché quest’anno sono già arrivate duecento domande. Volevo costruirlo come un album di tre brani, una specie di singolo, con una traccia rom e un video. Per vedere se funziona. Sto però lavorando ora nella direzione che ti dicevo, cercando di fare un prodotto che guardi un po’ di più alle tendenze in essere della musica e che abbia un testo con anche questo valore della melodia, ma è molto difficile. Lavoro magari la sera, e la mattina dopo vorrei buttare tutto. La mattina hai un’esplosione di lucidità che non hai nel resto del giorno. La sera sono convinto di aver scritto qualcosa di bello e la mattina dopo mi alzo l’ascolto e la trovo oscena. In questo periodo sto scrivendo e buttando via tutto, perché non mi piace. Vediamo dove si arriverà.

Nel frattempo c’è da fare la promozione di “Concerie” che è ancora giovane come album.

L’abbiamo già fatta. Sai, proprio perché è nato come ti dicevo, le canzoni le abbiamo tutte suonate molto dal vivo prima di inciderle, almeno nell’area del Lazio. Quest’album ha avuto delle bellissime recensioni. La distribuzione c’è stata, il disco è in giro, distribuito da Egea, però a volte ci troviamo nello scaffale del jazz. Sai, loro fanno distribuzione mirata e il circuito è più o meno quello. Siamo il primo tentativo di Egea di aprire ai cantautori. Ma così come l’hanno iniziato l’hanno già chiuso. Loro sono conosciuti nel jazz e si fa fatica a piazzare i dischi in giro. Comunque il disco sta vendendo ragionevolmente rispetto a quelli che possono essere gli obiettivi: d’altra parte se mettono un disco in vendita a 18 euro sono pazzi, noi avevamo proposto 16 ma non c’è stato verso.

Parliamo ancora di canzone d’autore. Mi dicevi che avevi dei dubbi?

Non amo molto la canzone d’autore quando si perde nella letteratura e nelle parole. Non mi dà una grande emozione. Parliamo di Lolli. Anche se musicalmente Lolli fa parte di un’altra generazione e di un altro momento storico, però quando l’ascolto mi dà delle emozioni. Sento una grande verità, una grande sincerità. Quando la canzone d’autore è ben scritta, bella letteratura … ma allora fai il poeta o lo scrittore. La canzone, anche se non è melodica comunque ti deve passare delle emozioni, ti deve emozionare, devi leggere là dentro qualcosa che ha a che fare con l’emozione. A parte che non può esistere una graduatoria, questo primo, quello secondo, però io sono dalla parte della musica che deve emozionare, con la musica che deve avere una funzione narrante, non necessariamente teatrale, capace di evocare storie, di far pensare o ricordare. Non deve essere necessariamente sfoggio di cultura o di letteratura. .

Intervista effettuata il 07-03-2005

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