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Ivan
Della Mea, nato a Lucca nel 1940 e poi trapiantato a Milano, è
stato uno dei più attivi autori nel campo della nuova canzone
sociale e civile, prendendo spunto dagli argomenti quotidiani. Nel
1959 comincia a scrivere canzoni e tra il 1962 e il 1963 partecipa
con l’etnomusicologo Gianni Bosio alla fondazione del Nuovo
Canzoniere Italiano. Ritiratosi dalle scene, nel 1985 diventa presidente
di un Circolo Arci milanese e nel 1996 direttore dell'Istituto De
Martino, in Toscana. Riprende poi a incidere pubblicando con l’etichetta
discografica del quotidiano Il Manifesto - oggi Materiali Sonori.
Ivan Della Mea, che della musica sociale e politica italiana è
un riferimento fondamentale e da ricercatore, è avvezzo sempre
a dire pane al pane, anche in questa intervista in cui parliamo
dei "mitici" dischi del sole, della loro ristampa - a
cura di Ala Bianca - e del film di Luca Pastore.
Partiamo parlando dei Dischi
del Sole? C’è stata questa riedizione importante …
È una riedizione di una ristampa, perché
erano già stati ristampati. All’alba della fine degli
anni ‘80/ primi degli anni ’90 scattò questa
operazione con Ala Bianca, sotto l’ausilio di Bravo Records
furono ristampati 50 titoli che però al di là di una
prima tiratura rilevante, nonostante ci fossero richieste specifiche,
pochissimi furono ristampati, perché si fa fatica a ristampare
poche copie. Per cui siamo rimasti un pelino bloccati sul piano
di fornire questi materiali. Ora è scattata questa operazione
con i Megastore Feltrinelli, i negozi di musica Ricordi, in collaborazione
con Ala Bianca e i Dischi del Sole/Edizioni Bella Ciao e questo
è quello che ha consentito la riedizione della ristampa.
Non c’erano quindi da fare nuovi master.
Però
questa volta è uscita con una bella risonanza, con una promozione
che ha un senso, mentre la volta scorsa è passata un po’
sotto silenzio. E tra l’altro, a sostegno della promozione
c’è anche il film di Luca Pastore sui Dischi del Sole.
L’ho visto l’altra sera e ti ho visto l’altra
sera alla presentazione allo Spazio Oberdan di Milano. In quell’occasione
dicevi di aver dato diversi consigli al regista, che, da bravo torinese,
li aveva ignorati tutti.
Lui usa una tecnica di regia che è quella
del videoclip e secondo me, quando la abbandona, non hai l’effetto
che hai nella musica, dove per esempio hai delle cose che incalzano
- come in Verdi - che improvvisamente si allargano e vedi la pianura
Padana, allora è bello. Lì, invece, quando si allarga
si perde questo effetto di immediatezza e si rischia qualche sbrodolatura.
Io per lo meno l’ho vissuta così. Hai presente tutta
la parte che si svolge in quella specie di fattoria-cascina. Lì
avevo chiesto di accorciare un po’. Così va a finire
un po’ a tarallucci, reducismo e volemose bene. Anche se è
vero che io ho un atteggiamento abbastanza beffardo e ironico però
io mi pongo sempre dal punto di vista: “ma il cosiddetto mitico
giovane che guarda questa roba qui come cazzo la piglia?" Ho
qualche perplessità. Poi ci sono alcune cose che sono proprio
errori. È proprio un errore storico che Rudi Assuntino dica
che chi si è occupato dei dischi del Sole, chi ha fatto i
dischi del Sole, aveva un retaggio borghese, una congerie di piccoli-grandi
e medi intellettuali più qualche disperato. Vabbé,
io mi salvo perché mi metto tra i “disperati”,
ma non è così. Rudi in quel momento lì si è
dimenticato di Piadena, del Gruppo Padano, di Giovanna Daffini,
di Rosa Balistrieri. Si è dimenticato di tutta una serie
di personaggi che hanno attraversato questa storia senza essere
né piccoli, né medio borghesi.
A
proposito, visto che siamo su questo tema, nei dischi del Sole ci
artisti che cantano tutta una serie di canti popolari e altri che
invece hanno fatto canzone d’autore, come la tua. Tu hai sempre
scritto in proprio testi e musica?
Sì. Ho anche cantato quelle popolari. La forza
del discorso dei Dischi del Sole era nel riuscire a mettere insieme
tre filoni importanti - ricerca, riproposta e nuova canzone - non
come tre momenti diversi, ma come un unico momento, per cui era
possibile cogliere il significato politico proprio nel momento in
cui tu riuscirvi a mettere un filo rosso tra Peppino Marotto, il
ballo tondo eccetera eccetera passando magari da Spartaco Piceno,
piuttosto che da Pietro Gori e arrivando fino a Contessa. E affermando,
ma era un’operazione di carattere politico e quindi in una
certa misura anche di carattere etico, che tutto questo è
contemporaneo e che tu te ne servi perché vuoi fare un certo
tipo di discorso politico. Il discorso in questo senso è
sempre stato partigiano. È inutile nascondersi dietro un
dito. Il grande valore di quel film (quello sui dischi del Sole)
sta proprio nella considerazione che facevo l’altra sera,
sta nel fatto che un signore più o meno giovane o comunque
molto più giovane dei fatti raccontati e di me e di tanti
altri che hanno vissuto quella storia, ha approcciato questi materiali
per vie stravaganti, diciamo familiari. Suo padre era un compagno
comunista e gli faceva ascoltare queste canzoni. Sono tanti quelli
che ho incontrato nella mia vita che con mio grande dolore mi dicono
di essere stati cullati al suono di “O cara moglie”
(ridiamo) piuttosto di altre cose che mi terrorizzano moltissimo.
Pensa che responsabilità!
Per cui a quel punto lì questo film rappresenta
il “suo” discorso. È davvero il suo. Non si può
interferire più di tanto. Non è l’analisi, la
cronaca e la storia della vicenda dei Dischi del Sole.
È come lui ha vissuto questa situazione.
E allora considerando in questo modo, il limite che
viene fuori immediatamente è quello che il discorso si stringe
molto. Perché poi personaggi sono la Marini, Bertelli, Pietrangeli,
Della Mea, Paolo Ciarchi qualche volta, qualche volta Amodei. È
inevitabile che sia così ed è giusto in qualche maniera
che resti così. È la “sua” verità!
Nella riedizione c’è tutta la
tua discografia o ne manca una parte?
Ci sarà tutta la mia discografia, quando la
ristampa sarà terminata. Almeno per quanto riguarda i dischi
del Sole. Perché io ho fatto un Disco del Sole “underground”
che era “Carlet”, un’operazione che è andata
in porto con la facoltà di sociologia dell’Università
di Trento, in occasione del centesimo anniversario della morte di
Carlo Marx. È diventato una sorta di gadget da offrire ai
400 e passa congressisti non so più se marxisti o marxiani.
E poi non ci sono i due che ho fatto con la Vedette: “Il rosso
è diventato giallo” e “La Balorda”.
Che erano precedenti?
No, contemporanei. Io esco dai Dischi del Sole nel
1969 e nel 67-69 faccio i due dischi con la Vedette. Poi sono esclusi
anche gli ultimi due che sono i dischi che ho fatto per il Manifesto:
“Ho male all'orologio” (1997) e “La cantagranda”
(1998).
Il
tuo primo disco è stato “Io so che un giorno”?
Ho letto su una biografia che lo hai scritto a 19 anni. È
giusto?
Sì e no, l’ho scritto esattamente tre
i ventritrè e i ventiquattro anni. A 19 anni ho scritto il
primo della serie sperimentale dei dischi del Sole: “Le ballate
della violenza” con una stupenda copertina di Abe Steiner
che ha usato un disegno di un pittore famoso, un quadro astratto.
Sì., me lo ricordo. Ce lo avevo. Non
ce l’ho più ma ce l’avevo. Non mi hanno cantato
le ninne nanne dai Dischi del Sole, ma quasi (ridiamo)
Io sono stato praticamente l’inauguratore di
molte collane, nonché quello che le ha anche chiuse. E questo
dettaglio mi piace un po’ meno!
Giovanna Marini , presentano i Dischi del
Sole ha detto: “questi dischi non sono stati fatti per essere
venduti”... Ovviamente Toni Verona (il discografico di Ala
Bianca – NdR) la pensa in modo diverso, ma questo è
naturale, è dettato dal ruolo.
Era un’iperbole. La Marini spesso va per iperbole.
È più centrato il discorso che fa Pietrangeli, ripreso
anche nel film, quando è seduto sul palcoscenico di un teatro
e dice che chi faceva i dischi, gli autori, francamente non si ponevano
molto quel problema, perché se tu ti fossi posto il problema
di vendita, beh allora anche il tipo di investimento economico per
farli doveva essere un altro che noi non potevamo permetterci. Il
famoso detto “buona la prima, la seconda la teniamo di scorta”
è sempre stato drammaticamente vero. È vero quello
che dice Pietrangeli. Io ho fatto “Io so che un giorno”
esattamente in otto ore allo studio 7 di Corso Buenos Aires al numero
7. Tutto di fila. Perché, detto brutalmente, la copertura
delle nostre spese industriali era realizzare la vendita di 400-500
dischi, non di più. Sarebbe stata una vita faticosissima.
In realtà la fatica non era tutta nostra. Questo non vien
fuori dal film perché questo il buon Pastore non lo sa, ma
la fatica, tutta questa fatica dell’organizzazione culturale
era poi di Gianni Bosio. Lì non compaiono personaggi assolutamente
fondamentali di tutta questa vicenda che sono poi Giovanni Pirelli
e altri che hanno dato molto per questa attività. È
perché questo film in realtà è: “i dischi
del Sole di Luca Pastore”.
Le
vostre canzoni hanno avuto comunque un’importanza di tradizione
orale come in Italia forse non era mai successo o comunque in epoca
molto remota. Nel senso che molta gente conosce le vostre canzoni
senza aver mai sentito i dischi.
Non solo. Molta gente conosce “alcune”
delle nostre canzoni! Ci sono state tre o quattro canzoni che hanno
avuto sicuramente nel tempo un livello di conoscenza tale da paragonarsi
al livello delle canzoni della cosiddetta musica “altra”
o di consumo come la si voglia chiamare, Sanremo e dintorni. E tutto
questo è avvenuto per pura trasmissione orale, in sintonia
totale quindi con il modo di tramandarsi della cultura di tradizione.
La cosa bella è che molto spesso non sanno neanche chi le
ha scritte queste canzoni. E per alcuni passano come canzoni popolari
tout court. Io parlo per quello che conosco, per quello che mi riguarda
più da vicino. Sono state raccolte perlomeno tre o quattro
versioni di “Cara moglie” usando la stessa musica, lo
stesso incipit, l’attacco e poi uno invece è un canto
di emigrati di andata, un altro di migrazione di ritorno. Ognuno
ci ha fatto dentro un po’ quello che voleva. E questo secondo
me è il risultato di gran lunga più bello.
Sì, assolutamente. Sono cose che restano.
Io ad esempio ero convinto che Contessa fosse un canto popolare,
non pensavo che ci fosse un autore presente e attuale.
Beh, Contessa in realtà sono due canzoni:
una è il ritornello che è assolutamente popolare,
che è quello che ha sfondato …
… e che era quello che conoscevo …
“Compagni dai campi e dalle officine”.
L’altra parte “sapesse Contessa all’industria
di Aldo” le due signore che nel caffè se la menano,
è un’altra storia! E non si collegano neanche tanto
bene tra loro, detto tra noi. (Ridiamo).
Segue-
Intervista
effettuata il 27-11-2004
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