| di
Gino Castaldo
Questa
intervista, pubblicata su "La Repubblica" il 9 gennaio
2004 e fino a quel momento rimasta inedita, fu realizzata il 5 aprile
1984 all'indomani dell'uscita di "Creuza de mä" negli
uffici della Ricordi a Roma.
Che cosa conta di più in
una canzone?
"La canzone è un miracolo. Certo non è è
paragonabile alla moltiplicazione dei pani e dei pesci, ma , Cristo,
come si fa a spiegare un'emozione, soprattutto se riesci a comunicarla?
Non riesci a spiegare nulla, anzi, se cerchi di spiegare se ne va
tutto affanculo, tutto quello che da un punto di vista scientifico
è imperscrutabile, immotivato".
Come è arrivato all'idea di un disco così
insolito come "Creuza de Mä"?
"Eravamo un po' stufi della narcosi che veniva fuori da questi
suoni ormai eccessivamente ripetitivi che non si sa dove possano
sfociare. Per usare una vecchia battuta, abbiamo usato un abito
talmente vecchio che sta tornando di moda. Credo che i suoni di
un bouzouki o di oud arabo siano suoni modernissimi, o almeno io
la sento così. La genesi nasce dalla reciproca stima con
Mauro Pagani. Lui è un polistrumentista, un etnologo, per
quanto riguarda la capacità di suonare certi strumenti. Avremmo
dovuto rivolgerci a un algerino per suonare l'oud arabo, a un greco
per suonare il bouzouki, ma lui sa suonare tutto. Quindi nasce dal
mio amore per la musica etnica e dall'incontro con una persona che
questa musica etnica la conosce sul serio. Poi è ovvio che
c'è scritto testi e musica di Fabrizio De André e
Mauro Pagani, perché non c'è stato rigo musicale che
lui abbia scritto senza consultarmi o un verso di testo per cui
non abbia consultato lui; qualche cosa abbiamo modificato l'uno
dell'altro, ma la musica è praticamente sua".
Perché avete scelto il genovese come lingua di
questo straordinario viaggio musicale?
"Abbiamo giocato a ping pong per sei mesi. All'inizio era un
progetto multilingue: pensavamo di utilizzare musiche catalane,
arabe, algerine, greche. Mettevamo da parte musiche che ci piacevano,
io leggevo testi, sceglievo. Poi ho pensato che l'idea giusta fosse
un'altra. Io conosco abbastanza bene il sardo dell'interno, l'occitano,
la lingua d'oc, conosco, non tanto bene, ma abbastanza da poterlo
cantare, il catalano, ma queste lingue hanno un'influenza latina,
ci sono pochissimi influssi del mediterraneo del sud in questi idiomi.
Il genovese mi sembrava stilisticamente più appropriato e
poi c'erano ragioni pratiche. Potevo anche farlo in catalano, ma
alla fine la mia lingua era il genovese. Bisognava fare attenzione
ai suoni, la voce è un suono, un fonema cantato. E avevamo
paura che nascesse un minotauro. Se su queste musiche ci avessimo
messo la lingua italiana sarebbe venuto fuori un mostro, perché
la lingua italiana, soprattutto quella che si usa per versificare
è una lingua aulica. Mettici anche che le piccole etnie,
come può essere quella genovese, usano di solito il loro
vocabolario per intero, comprese le parole cosiddette volgari o
sconce, e nessuno ha niente da ridire all'interno di queste etnie.
Se invece in italiano dici f... o c..., dicono questo vuoi fare
il furbo, usa le parolacce per vendere i dischi. Ma questi erano
espedienti che potevo usare nel 1962, poi basta. Il dialetto lo
si riferisce al dialogo, sembrerebbe che non si possa scrivere,
allora parliamo di Porta o di Belli che sono forse tra i massimi
esponenti della letteratura mondiale».
D'accordo per la scelta
stilistica, ma fuori da Genova, che succede?
«Parliamo di idioma. Sono convinto che una lingua decada a
indegnità di dialetto e un dialetto assurga a dignità
di lingua semplicemente per motivi storico-politici e non certamente
per motivi intrinseci all'idioma stesso. (perché quando un
idioma ha un numero tale di parti del discorso, quindi di sostantivi,
verbi, avverbi, preposizioni articolate e non, per esprimere non
soltanto le ragioni ma anche i sentimenti, a questo punto è
una lingua). Classico esempio è quello del Portogallo, che
è una regione iberica liberata definitivamente dal giogo
castigliano dal 1600, che si è andato a beccare il Mozambico,
l'Angola, il Brasile. Aquel punto non si poteva dire che i brasiliani
parlassero un dialetto, così il portoghese è diventato
lingua. Genova invece, venduta ai piemontesi e col regno d 'Italia
che stava sorgendo, ha dovuto dire: ohè, da oggi in poi stiamo
parlando il dialetto genovese, porca..., ma ti pare giusto? Senza
contare che poi - come tutte le lingue da veri marinai - il genovese
è entrato nel gergo marittimo. Nel linguaggio internazionale
dei marinai greci, turchi, libanesi ci sono frasi in genovese, parole
come "puggiare". Il genovese, come tutte le lingue dei
marinai, ha una memoria di cose sentite e raccontate, idiomi e fonemi,
capacità espressive che ha la lingua, cosa che la cultura
musicale genovese non ha fatto».
A proposito di mare,
c'è un rapporto col mare che percorre tutto il disco. È
solo un'evocazione o qualcosa di più viscerale?
«È un rapporto abbastanza diretto, perché io
il mare l'ho sempre preso, per andare a pescare, per fare dei viaggi,
anche per emigrare. Sono uno dei pochi esempi di emigrato ligure
in Sardegna e il mare, per quanto mi riguarda, è un posto
dove si vive malissimo. Ci si vive o per spostarsi o per commerciare.
Nessuno è più amante della terra di un navigante,
tanto è vero che il disco si chiama "Creuza de ma ",
mulattiera di mare, e c'è il ritorno di questa gente bagnata
fradicia, insalinata, che finalmente si va a fare una mangiata a
terra. E la terra per i genovesi è importante, tanto è
vero che i balconi di Genova sono pieni di basilico, di gerani,
un pezzettino grosso così te lo riempiono. Il marinaio in
effetti odia il mare, tant'è che marinai in una terra che
non aveva entroterra se la sono costruita a terrazze, arrampicandosi
sulle colline. Algeri è la stessa cosa e in fondo anche Napoli".
Ma non vi preoccupa,
visto che i dialetti sono isole chiuse, che non circolano nel resto
d'Italia, che i testi siano incomprensibili?
«No, anche perché per la prima volta forse nella mia
vita ho deciso di non fare il cantautore, ma di fare il cantante,
e quindi ci siamo preoccupati soprattutto dei suoni, compresa la
voce, compreso il fonema cantato, e siccome il genovese è
ricchissimo di iati, dittonghi, lo puoi allungare, forse addirittura
più dell'inglese. Perché devo dire marinaio, quando
c'è "mainà", lo puoi tenere una vita, "mainààààà",
oppure secco, "mainà!"".
E perché non voleva
più fare il cantautore?
«Mi sono reso conto che in fin dei conti era più divertente
realizzare una cosa che si ascolti volentieri e che comunichi delle
emozioni. E per comunicare emozioni non credo sia necessario fare
dei bei testi. Bisogna che il disco arrivi con i testi come arriva
per la musica, in fondo è musica cantata. Meglio lasciare
una parte di mistero. Perfino la Barbie te la vendono con diversi
vestiti e glieli puoi ritagliare addosso come vuoi. Al contrario
la televisione ti dà proprio tutto, sta producendo la mancanza
dello stimolo di quello che è il mondo fantastico. Non riesci
più a immaginarti niente di tuo. Mi domando se sia necessario
anche associare la persona che ha fatto il disco al disco, fino
ad arrivare al "mago" di Borges, che alla fine non dovrebbe
esistere. Alla fine quello che abbiamo fatto è cercare di
dare un calcio a una porta chiusa che era meglio aprire".
Si aspetta che diventerà
un disco di successo?
«Non venderà un c… Ma non mi disturba affatto,
oddio, dal punto di vista economico un poco mi disturba, io in banca
ne ho quaranta di milioni, con un'azienda agricola in cui ci devo
rimettere. Insomma io e Mauro siamo due straccioni. Se il mestiere
dell'artista deve essere svilito fino a questo punto, sviliamoci,
ma non andiamo a fare gli spot, i video. Comunque guarda è
molto più facile scrivere un pezzo che non promuoverlo. Per
me è addirittura una vergogna dover andar giro a promuovere.
Oh, io mi vergogno ad andare a reclamizzare il mio prodotto come
se fossi un venditore di castagne. La casa discografica voleva fare
degli spot, ma io glie l’ho proibito. Andare in televisione
meno che mai. Il problema non è Pippo Baudo, il fatto è
che quando vai lì e sei una persona lunatica, magari in quel
momento non ti senti bene, devi avere la possibilità di dirlo
al pubblico, come lo dico al concerto, lo dico subito, stasera farò
un concetto del c... perché sto male o perché sono
ubriaco, lo dico, è una cosa umana, normale... non sono un
automa».
Si ricorda il concerto
con la Pfm a Roma? Ci fu una violenta contestazione... "
Sì, c'era gente che rompeva i coglioni. Io ho detto una cosa
molto semplice, solitamente certe azioni se venivano condivise dalla
maggioranza erano considerate positive, se venivano fatte da una
minoranza erano considerate negative, e quindi consideravo un'azione
di disturbo quella di una minoranza nei confronti della maggioranza
del pubblico, ma credo di aver detto che ognuno era libero di fare
quello che gli pareva”.
Poi però lei è
sceso tra la folla ad affrontare i contestatori...
"Dopo sono sceso per picchiarli, per pestarli, perché
non mi va bene, sto lavorando, perché mi devi rompere? lo
non ce l'avevo con nessuno, non capivo perché qualcuno dovesse
avercela con me».
Sono stati anni difficili.
Qualcuno ne è uscito meglio, altri meno bene... "
De Gregori è venuto a Milano quest' anno, dopo credo sette
anni che non ci veniva più, traumatizzato da quando interruppero
il suo concerto. Francesco a Milano trema”...
Quando è
in concerto, forse perche ha iniziato tardi, lei sembra avere sempre
un rapporto teso, mai del tutto a suo agio come quelli che l'hanno
fatto da sempre. È così?
"Non sono mai tranquillo in palcoscenico, mi sento sempre sotto
esame. Questo probabilmente, senza andare tanto nel profondo, è
semplicemente dovuto alla paura di essere giudicato. In fondo non
ci ho fatto l'abitudine perche ho cominciato a 35 anni. La prima
serata l'ho fatta alla Bussola il 18 marzo de11975, il secondo concerto
è stato a Pisa per Lotta Continua e poi il terzo a Roma a
Piazza Navona per i radicali”
Intervista
realizzata il 5 aprile 1984 e pubblicata su La Repubblica il 9 gennaio
2005
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