|
Il 2004, sul fronte editoriale, è stato un anno vulcanico
per Massimo Cotto che ha pubblicato con Beppe Carletti un libro sui Nomadi
e, basandosi su documenti inediti messi a disposizione da Anna Gaetano,
“Ma il cielo è sempre più blu”, incentrato sulla
figura di Rino Gaetano. È poi seguita “Le lacrime di Bob
Marley”, una monografia dedicata alla stella giamaicana del reggae.
Ora è il turno di Banbadardò. Ne parliamo con lui.
Possiamo parlare un po’ di “Vento in faccia”, il libro
che hai scritto con e su la Bandabardò?
Volentieri.
È un libro molto bello, mi è
veramente piaciuto perché sei veramente riuscito a entrare e a
farci entrare nella storia della band e a far vivere una materia che in
realtà mi sembrava molto limitata. Vale a dire Bandabardò
sono 7 anni di vita in tutto. Non è come raccontare Bob Dylan!
Bandabardò ha fatto ancora poco per adesso e riuscire a tirare
fuori un libre da una materia così spoglia è un buon risultato.
Molto bella anche l’idea di ripercorrere la discografia canzone
per canzone, raccontandone la storia, questo ti porta veramente all’interno
di un gruppo. Però notavo che hai scelto di scomparire dal punto
di vista della scrittura. Il tuo ruolo è trasparente.
Questo per la verità succede quasi sempre quando
faccio le biografie in senso classico.
Sì, l’avevo notato anche con
Guccini.
Guccini, Ruggeri, i Nomadi … Io credo che il ruolo
del biografo sia doppio: da un latto deve avere la funzione di specchio,
ossia io devo fare in modo che in qualche maniera tu ti possa specchiare
in quello che io scrivo. E naturalmente anche la funzione di pungolo.
Io devo tirarti fuori quelle cose che normalmente per pudore non tireresti
fuori. Però poi credo che la gente sia più interessata a
sapere cosa pensa la Bandabardò di se stessa e sentire la banda
che racconta piuttosto che Massimo Cotto che parla della banda. Quindi
quando posso apro le virgolette prima della prima parola e le chiudo dopo
l’ultima. In questo caso, però, qualche piccola cosa ho dovuto
aggiungerla, ma era più che altro per ragioni strutturali: essendoci
sette persone che dovevano parlare, non potevo sempre dire soltanto “io
… io … io …”. Avesse parlato soltanto Erriquez
sarebbe stato più semplice. Così ho dovuto mettere dei piccoli
raccordi, ma volutamente non ho messo proprio parti mie.
In questo modo però viene completamente a mancare
un angolo critico.
Eh sì.
Non ti poni in nessun modo all’esterno
e quindi in questo modo non aiuti il lettore a farsi un’idea di
cosa propone il gruppo. Conosci dall’interno la banda ma non hai
un parere altro su quello che suonano e cantano.
Mah … in questo caso è una scelta voluta. Volevo
che questo gruppo - gruppo molto amato dai propri fans che hanno, come
hai potuto leggere nel libro, un rapporto quasi morboso con loro, ma che
non ha invece una popolarità di massa - avesse un po’ l’opportunità
di dire: “Vabbè, noi vi raccontiamo come siamo. E poi vedremo”.
Un’analisi critica delle canzoni, secondo me, funziona meglio quando
chi legge conosce meglio l’artista. Ossia, quando l’artista
è famoso è più facile.
Pensa che a me dava quasi l’impressione
opposta. Chi conosce la Bandabardò può essere contento di
un libro così e chi non la conosceva prima … fondamentalmente
continua a non conoscerla da un punto di vista musicale. Ne conosce bene
la storia e i membri, ma manca un po’ l’occhio critico. O,
almeno manca a me.
Speriamo di no. Però può essere. Io sono rimasto
sorpreso quando in una della presentazioni che abbiamo fatto, a Montale,
in occasione del “Moon Tale festival” sono venute 7000 persone!
Dico settemila. Io ero terrorizzato perché era la presentazione
di un libro! Non c’era il concerto. Dopo 10 minuti ci siamo guardati
e hanno detto “massì, vaffanculo” e hanno preso gli
strumenti in prestito da altri gruppi che erano lì per suonare
e hanno suonato un’ora e mezza. Sennò ci menavano! Settemila
persone a sentire Massimo Cotto che domandava” Ma come è
nato questo libro” era roba da renderli furibondi! (Si ride)
Beh, in effetti è così. Come ci sono i Dead
Heads in America, noi abbiamo i Bandabardò Heads.
Esatto. Loro sono per il tutto o niente. Questo nuovo disco
è molto bello, veramente molto bello.
Nuovo intendi “Bondo Bondo”?
No, no, quello che esce adesso il 4 di settembre e si intitola
“Tre passi avanti”
Questo me lo sono perso. Viene raccontato nel libro?
No, nel libro non si dice niente perché il disco
allora non c’era. Sai loro sono molto veloci quando incidono.
Anche perché entrano in studio e “buona
la prima” come fosse dal vivo?
Fammi controllare “Tre passi avanti”, ma la
canzone di Celentano non c’entra niente. Però c’è
dentro una canzone dove citano Dario Fo. Ed è più che bello.
E soprattutto è il primo disco fatto anche per un pubblico che
non è il loro, cioè mantengono le stesse caratteristiche
di prima, ma contemporaneamente si aprono un po’ di più.
Quindi se c’è un disco con cui, senza snaturare la loro essenza,.
Si può tentare di allargare il loro bacino di pubblico è
proprio questo.
Disco, libro e magliette. L’offerta di marketing per
i concerti adesso è completa per la Bandabardò.
Speriamo. Noi ci proviamo. Io sono contento. Dovrebbe funzionare.
Altri libri in preparazione?
Dunque sto lavorando con Battiato, un libro che uscirà
per la Mondatori, però l’anno prossimo.
Sempre una biografia?
No, è una cosa particolare, però devo essere
sincero non siamo ancora riusciti a capire come strutturarlo. Perché
ogni volta che si va in una direzione con lui, dopo un giorno si va in
un’altra perché gli vengono altre idee. (Ride) e quindi sarà
un lungo lavoro! O mi suicido alle pendici dell’Etna, oppure verrà
fuori qualcosa di buono.
Esperienze come Hobo?
Sì, un secondo libro è pronto, ma non so chi
lo pubblicherà. Vorrei avere una casa editrice che lo segua. Non
vorrei darlo a Editori Riuniti perché vorrei distribuzione un po’
più capillare. Però anche lì è troppo presto
per dire. Spero in poco tempo di sapere qualcosa di più.
Intervista
effettuata il 03-09-2004
|