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BiELLE INTERVISTE
Edoardo Cerea: quando è normale che...

di Lucia Carenini

Sulla copertina del disco un pesce pagliaccio (modello Nemo, per capirci) cerca, sospeso a mezz'aria di sfuggire alle grinfie di un ippopotamo che tenta di azzannarlo. Nell'angolo una vecchia sedia dall'aria piuttosto scomoda. Tutto abbastanza delirante, direte voi.
Dentro un bel rock, a tratti più teso, a tratti più melodico, con testi intriganti che poco o nulla hanno a che fare con la prateria americana e le sue storie
. Il titolo, azzeccato, è "Come se fosse normale". Testi di Marco Peroni, musica di Edoardo Cerea. Ma chi sono costoro? Lo chiediamo allo stesso Cerea, che si racconta e ci racconta.

Allora, chi è Edoardo Cerea?

La mia formazione è quasi tutta rock-blues, inglese o americano che sia. Per un bel po’ di anni, diciamo fino ai 26-27 ho cantato prevalentemente in inglese, in band di blues e di rock. Per quel che riguarda invece l’approccio con il cantato in italiano, l’ho avuto una volta conosciuto Marco Peroni, l’autore dei miei testi, che ha una formazione più cantautorale rispetto alla mia e mi ha fatto innamorare di Luigi Tenco. Così abbiamo provato a fare un paio di spettacoli chitarra e voce dedicati a Tenco e da lì è iniziato il mio approccio col cantato in italiano. Grazie a lui, inoltre ho cominciato ad ascoltare meglio la produzione italiana “d’autore”. Cantare in italiano è stato anche abbastanza duro, per quanto riguarda l’emissione delle vocali e tutti gli annessi e connessi. Cantare in inglese è un po’ più facile, si maschera un po’ meglio, mentre la lingua italiana è un’attimino più dura e richiede più attenzione e precisione. Però poi una volta fatto questo passaggio, non tornerei più indietro, e poi da lì ovviamente è scattata anche la voglia di scrivere.

Tu hai alle spalle studi musicali o sei un autodidatta?

Ho studiato canto privatamente per tre anni, per quanto riguarda invece la chitarra sono un autodidatta.

Mi parli dell’incontro con Marco Peroni? Come l’hai conosciuto? Se non sbaglio tu sei di Piacenza e lui di Ivrea…

L’incontro è stata una cosa un po’ strana… lui era fidanzato con una mia carissima amica, piacentina anche lei, quindi è stato lui a capitare dalle mie parti. E l’ho conosciuto per forza: vedendo lei ho visto lui, insomma.

E la scintilla tra voi com’è scoccata? Come vi è venuta l’idea di mettervi a scrivere canzoni insieme?

Chiacchierando abbiamo visto che le passioni musicali erano molto simili, e dove non lo erano potevano integrarsi. Il nostro modo di vedere le cose era molto in sintonia. La scintilla creativa è poi scoccata una volta che io avevo un pezzo senza testo che avevo scritto per conto mio pensando di presentarlo ad uno di quei festival che ogni tanto si fanno qui nella provincia, cosa che poi non ho fatto – ma comunque ho chiesto il suo aiuto per trovare delle parole. Lui è laureato in lettere e scriveva racconti, così gli ho detto, dai, quando vieni giù a Piacenza possiamo provarci, no? Fatto sta che appena iniziato, questa cosa ci è piaciuta subito: ci accorgevamo che ci prendeva in modo molto intenso, a tratti quasi un po’ maniacale… (ride). Pensa che ci trovavamo a correggere le minime sfumature, poi ci dicevamo ”Ma tanto stiamo facendolo per divertirci” e poi ancora “ma no, dai, facciamola bene!”. Da lì da cosa nasce cosa e quando scatta un meccanismo di quel tipo, automaticamente non lo fai più così per ridere, ma lo fai seriamente, ti ci impegni.

Come se fosse normale
Cominciamo dal titolo del Cd, che non è il titolo di una canzone, ma ci sta dentro. E già non capita spesso. Poi una buffa copertina, e poi, una volta infilato nel lettore, una voce doce e matura. Lo ascolto una volta. Prende. Lo rimetto su e inforco il libretto. Musica di Edoardo Cerea, parole di Marco Peroni, produzione di Mario Congiu. Un'altra coppia musicale dedicata più il piccolo genio della scena musicale torinese....

Ma tecnicamente come nascono le vostre composizioni? Partite da un’idea musicale tua e Marco sviluppa il testo o viceversa? E a che stadio le cose si rimescolano?

Penso nella maniera più classica dei modi, sembra che tutti quelli che scrivono a quattro mani facciano così, almeno stando a quello che leggo nelle interviste… C’è un’idea armonica impostata da me con la chitarra con un’idea melodica cantata o con un la-la-la o con un inglese maccheronico buttato lì, che dà la trama della strada da percorrere. Poi, a seconda del tipo di umore che quello che io ho scritto musicalmente trasmette a Marco, lui trova l’argomento e ne discutiamo insieme. Cosa molto importante è che il nostro modo di scrivere non è assolutamente separato. Non ci sono compartimenti stagni del tipo “io faccio la musica e tu metti le parole, punto e basta, nessuna interferenza”. La nostra scrittura è dinamica, alla fine si amalgama molto, nel senso che gli argomenti a volte riguardano entrambi, quindi ne esce un prodotto che quando canto sento mio al 100%.

Nel disco si sentono molte influenze americane. Parlo di Springsteen, Tom Petty, che a mio parere tu hai” mangiato, digerito e fatto tuoi”, mettendoci dentro degli argomenti tuoi. Come autore, cosa ti appartiene delle cose che hai ascoltato e quali sono invece le cose che vuoi lasciarti alle spalle per inserirci qualcosa di assolutamente tuo? Il vostro disco mi ha colpito perché, si sente che dietro c’è questa “digestione” e lo dico nel senso positivo della parola. Ma forse se devo trovargli un difetto, pecca un po’ di disomogeneità, cosa che per altro è abbastanza normale in un’opera prima. Ecco, qual è il valore aggiunto su cui punti tu? Quale sarà il collante del tuo/vostro futuro?

Musicalmente parlando penso che la linea che si sente nel disco sarà quella che terremo. Ora magari ci si potrà spostare magari un po’ meno su una cosa e un po’ di più su un’altra. Tu dici che il disco non è omogeneo, è vero, ci sono canzoni che stanno bene assieme perché abbiamo creato un suono che le lega, ma come scrittura effettivamente ce ne sono di molto diverse una dall’altra. Tieni conto che queste dieci canzoni sono state scelte in una rosa di 30 scritte nel giro di più di tre anni. E qui fondamentale è stato l’incontro con Mario Congiu, che è riuscito a trovare una specie di colla musicale probabilmente senza di lui il disco sarebbe stato ancora più “spaiato” mentre lui ha trovato un suono che ha legato tutto e che fa star bene assieme anche cose diversissime. Comunque musicalmente io penso che la strada sia all’incirca quella che si ascolta sul cd. Probabilmente un attimino ancora più “omogeneizzata”. Per il resto non so se manterremo la linea più introspettiva o quella più vigorosa. Dipenderà anche da quello che ci succede intorno. Per quanto riguarda invece le tematiche, lì è stato fatto il lavoro più grosso: nel senso che noi ancora prima di cominciare, avevamo da subito chiaro che cosa non volevamo fare piuttosto che dove volessimo andare. E' vero che il nostro background è il rock americano, ma volevamo subito distaccarci da quei cliché che sono appunto la trasgressione, la strada, tutte queste cose che noi non abbiamo mai vissuto in prima persona. Cose che ci appartengono come ascoltatori, ma come autori non sentiamo molto nostre. Noi non volevamo ricalcare l’icona del tipico rocker, semplicemente perché noi non viviamo così. Quindi secondo me siamo riusciti a legare anche in una ballata rock come può essere “Parto da quello che c’è”, un modo di costruire le frasi per parlare di certe cose senza usare quei tipici stereotipi che nel clima americano funzionano, ma perché sono là. E alla fine siamo abbastanza contenti del risultato che abbiamo ottenuto. Chi ci ha ascoltato si è accorto del nostro tentativo di cercare di fondere un po’ meglio la canzone d’autore con il rock. Forse è un po’ presto per dire se ci stiamo riuscendo o meno, ma l’intento è quello.

Domanda da 1.000 punti: come fa un giovane autore ad emergere? Quali sono difficoltà e quali sono le strade?
Questa è una domanda da 100.000 punti, non da 1.000… Il modo in cui stiamo cercando di proporre il disco al pubblico ha molto a che fare con i tempi che corrono, nel senso che noi siamo autoprodotti, con le edizioni cedute alla Bmg e distribuiti dalla Venus che è un distributore indipendente. Inoltre ci appoggiamo ad un ufficio stampa ottimo, che è Parole e Dintorni di Milano, ma per il momento il lavoro di coordinamento è ancora tutto sul nostro groppone. Ancora prima che il disco fosse pronto, abbiamo girato tutte le etichette possibili e immaginabili, e una delle difficoltà con cui ci siamo scontrati è stata l’esigenza del mercato di puntare su dei prodotti facilmente targettizzabili. E noi non avevamo queste caratteristiche: non sei rock perché non mangi i pipistrelli, non sei d’autore perché ci sono le chitarre elettriche. In Italia c’è ancora nell’aria questo tentativo di voler etichettare a tutti i costi basandosi su delle categorie e su degli schemi rigidi. Poi, quando funzioni, il discorso cambia. Immagino però che se Ligabue non avesse avuto fortuna, magari avrebbe avuto questo problema anche lui, ecco. Diventi "una figata" solo nel momento in cui va bene, non è che “prima” qualcuno prova a uscire un po’ dai suoi schemi mentali e a pensare a qualcosa di nuovo… Noi stiamo lavorando al nostro meglio, ma per il momento stiamo facendo praticamente tutto da soli.

Musica e Internet: pensi che per gli artisti che si trovano nella vostra situazione la diffusione via internet possa essere un canale?

Attualmente sì, infatti abbiamo aggiornato il sito e aggiungeremo una sezione per la vendita on-line. La Venus ci distribuisce il disco, ma è una cosa un po’ lenta, aspettano le recensioni… sono molto cauti anche nel mandare il disco nelle varie parti d’Italia. Quindi momentaneamente c’è l’esigenza di avere un sito dove sia possibile avvicinarsi al nostro lavoro anche se ti trovi geograficamente lontano da noi.

E secondo te può funzionare mettere un paio di brani da scaricare liberamente allo scopo di avere un “assaggio”?

Sì. In realtà noi pensavamo di caricare 30 secondi di ogni brano.

E per quanto riguarda la promozione? Pensi di portare il disco nei megastore? E i concerti?

L’ufficio stampa sta lavorando anche con le radio, poi è in programma qualche show-case acustico alle Fnac in gennaio. Per quanto riguarda la band, invece ci stiamo attrezzando, ma il discorso si sposta un po’ più avanti. Il live è un’altra delle cose dure da fare in Italia, soprattutto in questo genere. Per le cover band è un altro discorso, ma con la musica d’autore è abbastanza dura trovare dei locali disposti a farti suonare.

Ultima domanda. La copertina. Cosa rappresenta questo brutto ippopotamo che cerca di mangiarsi il pesce pagliaccio?

E’ proprio una metafora. Il bestione che cerca di azzannare il pesciolino che però sembra andarsene nell’aria quasi noncurante di quello che può capitargli… Assomiglia un po’a quello che stiamo facendo noi… Nel senso che ci stiamo muovendo con una fortissima passione in mezzo ad un ambiente di squali, ma imperterriti andiamo avanti. Anche se c’è sempre qualcuno dietro che magari vuole cercare di fagocitarti, andiamo avanti. Poi simbolicamente se vuoi la metafora si può allargare: il pesce pagliaccio, che è un pesce raro, non è un pesciolino qualunque, può rappresentare tutto ciò che sono le cose belle che corrono il pericolo di essere divorate dalla mediocrità rappresentata dall’ippopotamo. Non ce l’ho con l’ippopotamo, poverino, ma gli abbiamo dato un po’ questo significato… Poi è associato anche al titolo… come se fosse normale… Ossia, vedi questa foto e leggi “come se fosse normale” . Ossia si va. Comunque.

Intervista effettuata nel novembre 2004

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