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BiELLE
INTERVISTE |
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Marco Rovelli (Les Anarchistes): politica, biopolitica, biomusica e buona
musica di Giorgio Maimone |
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Un disco alle spalle, “Figli di origine oscura” accolto da grande consenso critico e buon successo di pubblico e un disco nuovo in preparazione. Partiamo dal disco vecchio che è l’unico che ho sentito. Ha fatto un bel rumore! E’ stato molto ben accolto. E’ stato stupefacente da questo punto di vista. Il disco è stato autoprodotto con un contributo del Comune di Carrara e della Provincia, ma quello che è poi servito per imporci all’attenzione della critica e del pubblico è stata la vittoria al Premio Ciampi. Era nato, il disco, un po’ così, come un’idea, ma sai, ne nascono talmente tante … non ci aspettavamo davvero di avere tale riscontro. A quanto pare era un lavoro fatto bene. Dobbiamo comunque ringraziare il Premio Ciampi perché, anche se un lavoro è fatto bene, non è detto affatto che riesca a essere sentito. Poi dopo il premio è arrivata l’etichetta discografica (Storie di Note) che ci ha ristampato e distribuito . E anche il prossimo sarà con Storie di Note. Loro … che poi essenzialmente è Rambaldo Degli Azzoni, un ottima persona, non è solo un commerciante, sono tra i pochi che cercano di fare qualcosa per la musica d’autore. Poi Rambaldo pensa più all’Iraq che ai suoi artisti (in senso buono intendo) e mi sembra che sia un grosso segno di salute mentale. Voi siete un gruppo nuovo. Al momento del disco vi eravate appena formati e non come il solito gruppo di amici … E’ nata così. C’eravamo io e Ale che siamo i due cantanti: siamo amici da anni e ci trovavamo nelle osterie a bere e a cantare. E mai mi sarei aspettato che questo diventasse quasi un lavoro … … un lavoro beh … con quel che si guadagna … anche perché siamo 8 più il fonico. Io avevo dei gruppi rock poi mi ero stancato e mi ero ritirato nei boschi in Apuania. Poi un giorno ho reincontrato Nicola Toscano, il chitarrista; era qualche anno che non lo vedevo, con lui avevo fatto delle cose a suo tempo, dove io recitavo poesie, non ero un cantante, non pensavo nemmeno di avere una bella voce. Non lo penso tuttora però mi dicono che funziona, Nell’alchimia de Les Anarchistes indubbiamente funziona Poi io sono stato un animale politico fin dall’età della ragione o della sragione e quindi questo si è intersecato con la mia passione musicale. Ci siamo contagiati a vicenda io e Ale sul canto. Nicola è sempre stato un musicista. E anche gli altri. Solo io e Ale siamo non musicisti. Io mi limito a strimpellare al chitarra per produrre suoni d’osteria, quando c’è lo spazio acustico nei concerti, ma così … per divertimento. Senti, il nome com’è venuto? Facile o … Ci abbiamo pensato tantissimo. In realtà Les Anarchistes è stata la prima idea che aveva avuto Nicola, perché Les Anarchistes richiamava sia la tradizione anarchica di Carrara, sia Leo Ferrè. Poi dopo tanto pensare siamo ritornati lì. La scelta più che altro è stata di Nicola che è stato un po’ il regista di tutta l’operazione. Le musiche chi le scrive? Nicola? A livello di arrangiamenti e produzione del disco, Nicola e Massimo, che è ‘l’uomo elettronico’, per dir così, sono propriamente i produttori artistici. Sono loro, di solito, a riscrivere le canzoni che rivisitiamo. Nel primo cd, il procedimento è stato inverso rispetto a quello abituale: non si compone in sala prove, e poi in studio si replica, ma al contrario è in studio che si fa una sorta di montaggio, e il gruppo alle prove si adegua. Poi, è chiaro, si danno anche delle eccezioni, casi in cui il pezzo (per esempio Inno a Oberdan) è stato arrangiato collettivamente. Per quanto riguarda le canzoni originali che nel nuovo disco saranno tre o quattro, in generale io lavoro sul testo e Nicola e Massimo sulla musica, anche se in partenza anch’io lavoro sulla parte armonica e melodica, altrimenti il testo non viene fuori. Ad esempio, in un caso – ‘A parole’ – io ho fatto musica e testi, poi in studio il pezzo è stato riformulato radicalmente. Oppure sul testo di Erri de Luca ci siamo messi io e Nicola ed è uscita la musica, poi anche lì c’è stato un lavoro collettivo. In realtà di canzoni originali, finora, ne abbiamo fatte talmente poche che non so ancora quale sarà la formula definitiva. Il bello del vostro lavoro è anche il modo come affrontare il materiale già esistente. Con questo approccio coinvolgente e misto tra antico e moderno che ti tira da tutte e due le parti. Tendenza confermata nel nuovo disco? Sì, ci saranno questi quattro pezzi originali, due o tre brani della tradizione popolari italiana, brani d’autore come “Muss es sein? Es muss sein!”, un recitativo di Leo Ferrè, il Cantico dei cantici di Theodorakis, ‘Il bagno alla bianca’ di Visotsky Una volta si sarebbe detto che questo era un concept album: ogni traccia ha a che fare con un luogo di reclusione e di esclusione dalla modernità biopolitica: dal carcere fino al Cpt (Centri di Permanenza Temporanea), passando per i lager, per i gulag, per i campi di lavoro, arrivando poi alle propaggini che hanno a che fare con le guerre umanitarie (e lì c’è la canzone di Erri che parla della guerra del Kosovo), arrivando alla società dello spettacolo (e lì c’è una canzone che ho scritto io). Ovviamente poi con tutta la vaghezza dei rimandi. Evidentemente non c’è un meccanicismo che coniuga la canzone al tema. Certo, però c’è un’idea di fondo che viene perseguita in tutto il disco che sarà pronto … Che sarà pronto dopo l’estate. Settembre-ottobre. Poi, dopo di questo, ci sarà un libro con un mini cd allegato, che verrà stampato da Stampa Alternativa, che in qualche modo va a proseguire il discorso della biopolitica. Ci sarà un introduzione teorica sulla biopolitica, essenzialmente cercando di rendere accessibili in maniera divulgativa le elaborazioni di Foucalt e di Agamben e poi un insieme di scritture di una serie di storie di reclusi, carcerati o immigrati che sono stati nei Cpt… Persone reali? Sì, quella che ho concluso da poco è un autobiografia di un carcerato condannato al carcere duro, il 41 bis. Mi era capitata tra le mani questa autobiografia, attraverso Ovidio Bompressi, già un paio di anni fa. Mi è tornata fuori e ho pensato: “è fatta apposta per questo lavoro!” Così la sto riscrivendo senza aggiungere niente, senza inventare niente, ma cercando di portare alla luce quello che lui non dice. Questa è una persona che è stata trent’anni in carcere e quello che ti racconta dal didentro è davvero un altro mondo. E’ una autobiografia potente. Poi sto lavorando su un'altra di Belgrado Pedrini, ma questa non sono ancora sicuro di inserirla. Pedrini è quello che ha scritto “Il Galeone” (famosa canzone anarchica – NdR). Lui ha fatto il partigiano anarchico, ma l’ha fatto sei mesi prima degli altri e quindi si è scontato 30 anni di galera, finita la guerra. In qualche modo il nostro è un tentativo di dare i due aspetti del carcere: da un lato come repressione dell’illegalismo politico e dall’altro il carcere come produzione di devianza, come scuola di delinquenza. Adesso stiamo facendo una serie di interviste a persone che sono state nei Cpt: africani sudamericani di varie provenienze … e da queste storie cercherò di trarre la storia di un soggetto collettivo, scritto sempre in terza persona. Mi piace molto il termine che usi: biopolitica. Esiste o è elaborazione tua? Un termine acclarato, viene da Michel Focault e negli ultimi anni c’è stato Giorgio Agamben che ha dato una torsione ulteriore a questo concetto. Foucault intende la politica della modernità che diversamente dalle società tradizionali, feudali, dove il sovrano aveva un diritto di prelievo sul sottoposto … lui era proprietario della terra quindi prelevava dalle ricchezze naturali, dalla coltivazione, dagli uomini persino, ma non si ingeriva nella vita loro. Nella modernità questo si interseca con l’affermarsi della cultura capitalistica: il potere va ad inscriversi nei corpi delle persone. Prima, c’è la fase disciplinare che dà luogo agli istituti disciplinari: nasce il carcere, nasce la scuola, l’ospedale, la clinica, si forma l’esercito, le caserme. Tutte situazioni che nascono nella modernità che creano la norma e quindi anche le strutture in cui costruirla la norma e reprimere la devianza. Poi c’è l’aspetto governativo: il gestire la popolazione, la popolazione come risorsa. Poi Agamben nell’ultimo decennio fa tutta un'altra elaborazione sul termine biopolitica, in riferimento al Novecento e insieme alle origini della vicenda politica e filosofica occidentale, che mette in risalto il concetto di campo, in quanto paradigma della modernità, come luogo di esclusione in cui il diritto è sospeso; il diritto ti cattura nelle sue maglie nella misura in cui ti esclude e ti priva di ogni diritto. Forma estrema di questo paradigma, dello stato di eccezione che è il funzionamento stesso della macchina del potere occidentale, è il campo di concentramento. Ma funziona così anche il Cpt. Lì, sei come nuda vita nelle mani del potere. Siamo nel posto giusto per parlarne. All’università Statale, appena fuori dalle aule di Filosofia! Finalmente posso parlarne con qualcuno, perché quando siamo col gruppo mi dicono: “parla poco sennò annoi”. (si ride) Tornando alla musica: un tema che sta a cuore a Bielle, come può fare un gruppo nuovo a farsi conoscere? Quali sono i canali? E’ sufficiente il passaparola? Siamo riusciti a farci conoscere … anche per motivi politici, però il passaparola funziona. Qualche mese spulciavo su internet e ho trovato che a Milano il negozio Supporti Fonografici aveva messo il nostro disco decimo tra le vendite degli italiani. Stupefacente! Era peraltro passato quasi un anno da quando siamo stati distribuiti da Storie di Note, pubblicità sui giornali non ce n’era più. In Lombardia tra l’altro è la roccaforte nostra, è il posto dove siamo più conosciuti. Ma esiste ancora un circuito politico? Sì, noi andiamo a girare per i centri sociali, i festival di Liberazione. Ora andiamo a Roma a suonare per Nunzio D’Erme, l’assessore della giunta Veltroni che è stato sospeso per aver gettato la merda davanti a casa di Berlusconi. Lui si candida per Rifondazione, ma noi ci chiamiamo Les Anarchistes, e in quanto tali non possiamo né vogliamo dare indicazioni di voto. Andiamo a dare la solidarietà all’uomo, a un compagno che fa resistenza ed è stato sottoposto a un attacco politico. C’è gente che può anche criticarci per questo, ma non capiscono che suonare in un luogo non vuol dire aderire a qualcosa, far propria un’identità. A un festival dell’Unità, a Milano, sono stato anche fischiato perché parlavo dell’identità degli anarchici, dicendo che è giusto rispondere alle provocazioni anche con il pugnale. Due fischi, niente di più. Oppure sulla guerra del Kosovo quando dico che questa guerra ha aperto la strada a tutte le guerre di questo tipo, al nuovo disordine mondiale. E quella guerra l’ha fatta D’Alema. E’ innegabile! Poi dobbiamo considerare che siamo musicisti; a volte questo aspetto viene sottovalutato, anche quando parliamo coi giornalisti. Noi siamo musicisti alla fine e il lato strettamente musicale non deve essere sottovalutato. A me interessa molto il lato politico, ma tende a mettere in ombra il lato musicale. Per cui gli altri del gruppo si incazzano anche e hanno ragione. Non è che parliamo solo di politica facciamo anche della musica. Come sono i suoni in questo nuovo disco? Il precedente era un vivace ibrido Penso che sarà analogo, non te lo so dire con precisione perché ci stiamo ancora lavorando adesso. Però lo stile è quello e ancora più raffinato, non nel senso di meno energetico, ma di più curato. Le prime cose che vedo, i groove che sta facendo Massimo, gli arrangiamenti mi sembrano molto più potenti. La formazione è la stessa: sax, basso, trombone, chitarra, flauto, groove, batteria, voce. Abbiamo anche una voce femminile, quella che nel disco precedente canta “Il tuo stile” assieme a noi, che poi è Cristina Alioto la compagna di Massimo il sassofonista, a cui ha dato di recente un bambino. Nel nuovo disco fa un canto rivoluzionario angolano, ancora in riferimento situazioni di immigrazione. Poi tra gli ospiti c’è Moni Ovadia che canta in un brano in yiddish. Canta da solo perché era inutile unirsi a lui, non aveva senso metterci le nostre voci. Con Giovanna Marini invece cantiamo insieme. Ci sarà un altro ospite che è Steve Conte, un chitarrista americano che è venuto a suonare a Marina di Massa ci siamo incontrati a bere dopo un concerto, lui era chitarrista di Willy De Ville, poi ha suonato anche con Willie Nile e Paul Simon: molto roots, molto americano, c’entra poco con noi. E’ venuto da noi, ha improvvisato una canzone. Io avevo un testo che avevo scritto in inglese il giorno prima sulla prigione di Guantanamo; mi sono inventato la melodia e lui l’ha cantato. E’ venuta fuori questa cosa molto “America profonda”, con questo testo pesantemente anti-americano, cantato da un americanissimo di New York. Che tra l’altro m’ha anche detto che lui di politica non ne sa niente. Se torna in America dopo l’uscita del disco potrebbe avere grane (ride) O anche se arrivasse il vostro disco a New York … Questa la vedo improbabile. Con Giovanna Marini invece facciamo “La ballata dell’emigrante” e cantiamo con lei. C’è anche in questa canzone il Parto delle nuvole pesanti. Peppe Voltarelli canta assieme a Giovanna. Con il Parto è uno scambio di collaborazioni. Voi siete andati a cantare nel loro disco nuovo. Io e Ale abbiamo fatto degli interventi vocali in un pezzo loro. Dove peraltro ci sono diversi ospiti. Mi risulta che ci sia anche Davide Van De Sfroos. Loro escono prima di voi? No, anche il Parto ha posticipato l’uscita del disco. Loro erano già pronti, ma poi per motivi di promozione hanno deciso di rinviate anche loro all’autunno. A quello che ho sentito finora il loro album mi piace molto. Ho sentito tre pezzi: c’era anche Roy Paci. Con Roy, in un suo disco nuovo, più volte rimandato e poi ripreso, suonerà Mirko, il nostro batterista. Ma questa attività vi prende a tempo pieno? O fate tutti altro? Facciamo tutti altro. Non si campa di musica. Molti restano in ambito musicale. Nicola insegna musica alle medie, gli altri danno lezioni private. E tu? Scrivi? No, io faccio supplenze in storia e filosofia, insegno. Mi diverto. L’unica cosa è che bisogna alzarsi presto la mattina e non sono abituato. Ho fatto anche qualche lezione musicale … School of rock! School of popular music. Anche i ragazzi mi dicevano: “Così la Storia è più interessante” … Qual è la musica che vi piace? Forse tutta, visto le influenze presenti in “Figli di origine oscura” … Direi tutta. Siamo tutti diversi. E ne ascoltiamo talmente tanta. Massimo ama la musica elettronica, i fiatasti sono jazzman doc, Nicola ha fatto classica, diplomato al Conservatorio, ma ama anche il mondo latino e ha buona conoscenza di rock. E io e Ale siamo il versante del canto popolare. Però poi alla fine io sono sempre stato un rocker La musica che piace a te, invece? Cosa ascolti? Dischi non ne compro. Boh? Canto popolare, rock poco, musica classica. E’ una domanda che mi mette in difficoltà. Italiani? Non pensi quando scrivi “questa la scrivo come …” I cantautori italiani non li conosco. Li ho saltati a piedi pari. Non appartengono alla mia formazione Non credo neanche di comporre come un cantautore. Anche Claudio Lolli stesso, che quando l’ho scoperto mi è piaciuto tantissimo, l’ho scoperto solo due anni fa, prima non lo conoscevo. Il disco che ha fatto col Parto mi è piaciuto moltissimo. Io ho conosciuto prima Lolli di persona e poi le sue canzoni … Lolli mi fa venire in mente che dobbiamo ancora parlare del tuo libro. E’ appena uscito e ne farai una presentazione proprio con Claudio Lolli … Sì, è uscito da poco, “Corpo esposto” è il titolo, è pubblicato da un piccola casa editrice di Massa. E con Claudio il mese prossimo faremo una presentazione a La Spezia. Il modo migliore per trovare il libro è di mandare una mail al nostro sito. Ma ci trovi un rapporto tra le tue poesie e le canzoni? No, le mie poesie non hanno molto a che fare con le canzoni. Sono un'altra parte di me. Sono come il rovescio, la piega interiore dei canti ‘ a voce’. La poesia nel momento in cui le parole mi accadono, si mette in forma musicale da sola. C’è una forma musicale nella poesia, ma c’è una cosa che dà il senso di quanto siano distanti i due ambienti: per esempio, ho difficoltà a leggere le mie poesie. E’ come se fossero una voce interiore, un sussurro più che un canto. E’ il bisbiglio che sgorga dal vuoto che abitiamo, e che quel vuoto tenta disperatamente di dire. Non c’è una grande connessione se non che la poesia in qualche modo è già essa stessa canto. Non fai letture pubbliche delle tue poesie? Ieri sera ero a Gallarate e prima del concerto abbiamo fatto una presentazione, ma le mie poesie faccio fatica a leggerle. Provo una sorta di vergogna. La vergogna ha una radice ontologica molto forte, come dice anche Agamben nella consapevolezza della scollatura tra le due parti, quella emotiva e quella razionale … Vergogna che con le canzone non hai? Sul palco sei tranquillo? Sul palco sono perfettamente a mio agio, sai canto fin da quando ho 18 anni, sui palchetti di provincia: L’unica volta che mi è tornata alla grande la tensione è stata quando ho suonato a Genova davanti a migliaia di persone nel ricordo della morte di Carlo Giuliani. Lì, tra l’altro, eravamo solo in tre: a me tremava una gamba e ad Ale tremava la mano che teneva il microfono. Poi c’è stato il Social Forum a Firenze con diecimila persone, poi i due anni dal G8 a Genova con due migliaia di persone ma lì ero più tranquillo. Va bene. Cosa ti sembra che abbiamo lasciato indietro? Potresti chiedermi cosa significa essere anarchici. (Ride). Ieri un giornalista me l’ha chiesto. Gli ho risposto che non so rispondere in due righe, è una questione che implica molte cose… Ci vuole intelligenza sia per fare un’affermazione del genere, sia per comprenderla. Non è come dire ‘sono di Forza Italia’, è più complesso, insomma… Da come ha trascritto la mia risposta, lui non ha capito cosa volevo dire… Tutti anarchici nei Les Anarchistes? In senso stretto nessuno è anarchico. Cosa vuol dire essere anarchico? Se significa essere di un movimento che si dice anarchico, nessuno di noi lo è. Possiamo dire di essere libertari, che spiritualmente siamo libertari. Io, da un punto di vista filosofico, mi sento anarchico. Non è poi che siamo teorici politici. L’unico che ha fatto attività politica da sempre sono io: ho cominciato con gli anarchici di Carrara, poi ci trovavamo in tre o quattro e visto che volevo cambiare il mondo mi sono messo nel mare magnum della politica, Poi mi sono ritirato nell’associazionismo, poi è arrivato il movimento … In tutto questo, però, sento di aver sempre mantenuto la mia radice libertaria. Ma quanti anni hai? Io trentacinque e per gli altri si fa dai 33 ai 42. C’è una scena musicale toscana o no? C’è movimento? Mi sembra di sì: solo ultimamente dalla Toscana sono arrivati gli Acquaforte, i Del Sangre, Les Ondes Martenot, Mirco Panettoni, i Baustelle, Nicola Conforti, Luigi Carnesecchi, oltre ai nomi storici della zona … Ce n’è di musica sotto il cielo, ma non è che noi abbiamo molti contatti. Io sto facendo uno spettacolo con Maria Torrigiani, una cantante di Livorno e con Davide Giromini che è un fisarmonicista e collabora anche coi Del Sangre. Adesso andiamo a Sesto Fiorentino a cantare da Ivan Della Mea. Il nostro spettacolo si intitola “Una vita”, dalla nascita, al servizio militare, al matrimonio, alla osteria, alla morte attraverso le canzoni del canto popolare per la maggior parte toscane, prese dal repertorio di Caterina Bueno, la grande madre. Adesso a noi si è aggiunto anche l’attore Carlo Monni. E il 16 giugno verremo a proporlo a Gallarate questo spettacolo. Lo stesso giorno, tra l’altro alla Bicocca, al dipartimento di sociologia ci sarà un seminario su musica e contestazione. Hanno chiamato Ivan della Mea, Claudio Lolli e anche me tra gli altri, il 16 pomeriggio. Le canzoni nuove? Ce ne parli? C’è questa di Erri de Luca che si intitola "Il maggio di Belgrado". Ho conosciuto Erri 10 anni fa, siamo sempre rimasti in contatto e poi abbiamo un amico in comune, Ovidio Bompressi. Quindi gli ho mandato “Figli di origine oscura” chiedendogli un testo per il disco nuovo. Tre giorni dopo mi è arrivato questo. Mi sono limitato ad aggiustarlo un po’ per la metrica e poi ho aggiunto la coda finale e non so se a Erri sia piaciuta. Tra l’altro il ritornello della canzone prende un pezzo della poesia di Erri che lui ha ricavato da Holderlin: siamo forse l’unico gruppo che ha il ritornello scritto da Holderlin nella traduzione di Erri de Luca! Poi c’è “Fuochi di parole”.
E’ stata una canzone d’occasione, nel senso che c’era
un mio amico a cui piace dirsi "il fan n.1 de les anarchistes"
che ha fatto un programma su Teleliguria sui libri ed ha detto: “perché
non mi fate la sigla?” Ci penso, gli ho detto, poi qualche sera
dopo mi è venuta l’ispirazione ed è nata questa canzone.
Che parla dei roghi: dei roghi degli eretici, dei roghi di Fra Dolcino
e dei roghi dei libri. E quindi di prendersi le parole “che
sono armi puntate da chi si riprende le parole contro chi se l’era
rubate”.
Intervista effettuata il 21-05-2004 |
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