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Le BiELLE INTERVISTE
Alessio Lega: a ritmo di "Tenco"
di Giorgio Maimone


Siamo stati probabilmente i primi a intervistare Alessio Lega, ancora prima che si diffondesse la notizia che aveva vinto il Tenco. Infatti in quell'intervista diceva di non aspettarsi niente e che il premio sarebbe probabilmente andato a Raiz (ah, profeta frettoloso!). Siamo stati i primi a intervistarlo ... ma buoni ultimi a sbobinarlo, fino a stimolare nel paziente Alessio il desiderio di alleviarci la pena, proponendoci un "secondo tempo" via mail. Partiamo dal carteggio che è curioso e divertente (vi mostriamo un inedito poetico del Lega!)

Mio Caro Giorgio, siccome comincio a temere che la nostra intervista per bielle non verrà giammai trascritta, e che forse a questo punto è persino un po' superata dagli eventi, ti andrebbe di rifarne una, magari direttamente via mail, tanto ci conosciamo abbastanza da poterle dare un aspetto un po' vivace e così facilitiamo il lavoro di inserimento sul sito saltando a piè pari la sbobinatura... Che ne dici? A presto.
Alessio

Caro Alessio,
La bobina tua sta al caldo, / ma lo sbobo è troppo calmo. / Tante volte l’ho iniziato, / ma il discorso si è incartato / Tu me dici de rifà tutto via mail? / Peut etre, puet etre mon petite Corneille.
Ma a questo punto il rischio è Marzullo. Fatti una domanda e datti una risposta. Ci penso.
Giorgio

Non vi fu certo l'intenzione
di fare accusa a tali amici
si constatava l'infelici=
tà di quel tempo mascalzone

che fa pesare le bobine
pur registrate in leggerezza
che fa invecchiare la freschezza
delle parole settembrine

finché arrivati nel febbraio
del nostro inverno un po' tardivo
il freddo si fa più aggressivo
e la memoria sembra un guaio

di tonnellate di parole
scritte nel nastro ormai riposto
e le risposte come il mosto
vanno in aceto, stanno sole

come il merluzzo sotto sale
c'è rischio puzzino di vecchio
a scoperchiare tutto il secchio
saranno forse andate a male?

Ma Dio ci scampi (o chi per lui)
per quanto i tempi siano grigi
dal somigliare a quel tal Gigi
per quanto i tempi siano bui

ho sollevato la questione
senza malizia, per trastullo
non cederemo mai a Marzullo
resto coerente con Maimone!
Alessio

Ed eccoci all'intervista:
Non più tardi di un anno fa Alessio Lega era un cantautore di movimento, che ancora non aveva inciso un disco, nonostante da 10 anni fosse ormai sulla piazza. Risalendo a 5 mesi fa avevi invece già inciso un disco, appena uscito e già vincitore di un Premio Tenco per l’opera prima, accolto bene dalla critica e, credo, anche dal pubblico. A oggi mi pare che tu sia impegnato in un altro paio di progetti che potrebbero sfociare in nuove produzioni discografiche entro l’anno. A cosa si deve questa accelerazione?

Se prima ero un cantautore di movimento, ora sono un cantautore in movimento…

Mi parlavi di una prima tiratura esaurita?

Per quel niente che può valere, viste le piccolissime tirature della Nota, abbiamo esaurito anche la seconda.

Un po’ per celia, un po’ parlando seriamente, nella mia recensione sul tuo disco ho scritto che la tua collaborazione con i Mariposa è un’operazione che ricorda De André con la Pfm e la voglia di far sentire le “solite” canzoni con la minigonna. Il problema è che il tuo potenziale pubblico non aveva ancora sentito la versione senza minigonna! Questo capovolgere i parametri fa un po’ parte delle tua essenza? E ci sarà modo di sentire le stesse o altre canzoni senza minigonne di sorta?

Forse nel paradiso terrestre, dove tutti andavano nudi e non esisteva la vergogna, c’era anche un concetto di canzone pura; De Andrè può avere iniziato da là.
In questo sporco mondo che vivo, la nudità non è purezza, è solo un altro vestito, forse ancora più vistoso…
Io odiavo e continuo a odiare la sala di registrazione, posso affrontarla solo a patto di avere vicino dei geni creativi, gente che dia un senso di vita a quell’accrocchio di cavi, pìroli e lucine.
Se poi mi capiterà di avere a che fare con un genio che sia creativo con gli strumenti acustici, quanto i Mariposa lo sono con la loro fanfara elettronica, sarò ben lieto di fare anche quell’esperienza.

I Mariposa definiscono la loro musica “trovarobato musicale”, di te si dice che sei figlio dei Dischi del Sole e della canzone francese. Che ne pensi? Sono definizioni che chiariscono i vostri mondi musicali? Come definiresti tu, da musicologo, la tua proposta musicale?

Beh…i Mariposa hanno lo svantaggio di essersi dati da soli quella definizione, e dunque di doverla assumere a ogni costo. A me la definizione è stata assegnata d’ufficio: io me ne compiaccio e ci sguazzo, ma siccome “i poeti son brutte creature e ogni volta che parlano è una truffa”, prima che il gallo canti rinnegherò tre volte qualsiasi cosa.

“Resistenza e amore” è un disco importante, a mio modo di vedere, nel panorama musicale italiano: anche perché dischi così ce ne sono pochi, con tutto il bene e il (relativo) male che può sottintendere un’affermazione di questo genere. Ma, in quanto opera prima, soffre di scompensi, tra brani meglio riusciti e meno. Ad esempio, già ne abbiamo parlato, a me la versione su disco di “Parigi val bene una mossa” (magnifica canzone), non piace. C’è qualcosa di sbagliato nell’approccio musicale, non mi convince la voce di tua sorella (mentre con Isa al canto era un’altra cosa, proprio come maturità espressiva. E’ diverso se canta una donna fatta o una ragazza!) e ne risulta una versione moscia. “Dall’ultima galleria” invece ha nettamente guadagnato dal trattamento. Figli e figliasti, insomma. In un disco, come già detto, comunque di valore. C’è qualcosa che ti soddisfa di meno e di più?

A me personalmente disgusta riascoltarlo, i sogni mi hanno sempre imbarazzato al mattino.
Il mio disco ambisce ad essere schierato, parzialissimo. È un opera d’avanguardia e dunque, presuntuosamente, si assume il diritto all’errore come un pregio. Io l’ho vissuto come un manifesto programmatico: i vaneggiamenti di un ubriacone che ha bevuto “il vino dei poeti”.
Ferré, Rimbaud, Beethoven…
Oggi non rifarei una sola nota di quelle canzoni uguale (e infatti in concerto hanno già subito ulteriori rimaneggiamenti), come non cambierei nulla della resistenza e dell’amore di ieri.
Parafrasando Stendhal potrei dire “tutto ciò che non canto dimentico”. Mi è molto cara la memoria, ma, da ché la consegni al pubblico, non t’appartiene più.

Inspiegabile, ma già l’ho scritto, l’assenza di Isa, tua partner abituale nei concerti (e nella vita. Si può dire?), che, a mio modo di vedere, è una delle voci più interessanti emerse negli ultimi anni. Come si spiega? Eppure tu nel suo disco sei ben presente!

I Mariposa, proprio perché deflagrati musicalmente e incontenibili, possono mantenere un’unità ideale solo con un’estrema chiusura su se stessi. L’autoreferenzialità è un loro dogma. La condizione per fare insieme il disco fu che ogni minima virgola dovesse essere il risultato dello scontro delle teste creative che l’hanno composto, pensato, suonato e cantato. Tutto quello che c’è lì dentro appartiene necessariamente al mondo dei Mariposa quanto al mio. Infatti la voce di mia sorella (che è anche la morosa del Mariposa maestro Giusti) si configura come un evento teatrale – magari contestabile – ma forte. La voce di Isa come lo strumento consapevole, di un altro autore, per esprimere il suo mondo che, se in parte coincide col mio, è però, sideralmente distante da quello dei Mariposa. Nel suo disco insomma comandava lei, nel mio ha regnato l’anarchia come organizzazione.

“Resistenza e amore” il titolo, ma a pensarci bene, c’è più amore che resistenza. Per essere un cantautore che esce dal giro dei “centri sociali” alla tua anima romantica è stato dato un bello spazio. Diciamo che l’ipotetica facciata B è la più politica e la facciata A meno.

Mi fa piacere che tu dica questo, perché invece molta parte della critica ha un po’ glissato sulle canzoni che non fossero di tematica politica. In realtà il titolo del disco è composto di tre parole, due altisonanti: “resistenza”, “amore”, però, non meno importante, c’è anche una “e”.
Tre quindi erano i mondi in campo: il mondo interiore (le canzoni d’amore), il mondo esterno (i canti di rivendicazione), il rapporto fra esterno ed interno (le canzoni esistenziali). Se le vedi così tripartite le mie cantiche sono forse più omogenee.

Quale sarà l’evoluzione futura di Alessio Lega? E qui parliamo inevitabilmente dei prossimi lavori in cottura…

Non ho mica spento i fornelli sotto Resistenza e amore, sai! Come ti dicevo, per il tour, abbiamo rivoltato ancora una volta le canzoni del disco, con un suono ideologicamente coerente, ma non identico. I protagonisti di questa tela di Penelope arrangiativa sono Rocco e Gianluca dei Mariposa, e un nuovo acquisto di cui siamo più che entusiasti, Mimmo Mellace (già col Parto delle Nuvole Pesanti). È un batterista meraviglioso, un cesellatore, una potenza, un arpista colle bacchette...e io che pensai un giorno che la canzone d’autore non andasse accompagnata che con violoncelli e fisarmoniche! Fui un fesso. Mimmo è più poeta di me. Con Rocco e Gianluca forma il mio presente musicale.
Insieme lavoreremo alle canzoni francesi che ho adattato in Italiano…insomma, nessuna evoluzione: mi volgo indietro a cercare il futuro.

Ti ho sentito dire spesso, anche al Club Tenco, che tu sei a favore della libera circolazione della tua musica su internet. Credi nella rete come mezzo di comunicazione? E cosa pensi al proposito dell’idea di Elio e le Storie Tese dei concerti “pret a porter”? Pronti e cucinati appena finito di suonare? Può essere una strada?

Senza nulla togliere a Elio, che ammiro, stimo e un po’ invidio, mi disinteresso delle forme che il prodotto artistico può prendere. A me piace l’idea che le mie canzoni non siano un prodotto comprabile e vendibile. Chi vuole scaricarle, copiarle, diffonderle, cantarle lo faccia. Ha la mia approvazione e la mia gratitudine. Forse lo ha già detto qualcuno ma - reperita juvant - secondo me la proprietà privata è un furto. Questa vecchia frase è la strada. Anche per la musica.

Dicevamo prima che la critica ti ha accolto bene. Tranne qualche “utile idiota” come Andrea Scanzi sul Mucchio che ti ha trovato noioso ed ha stigmatizzato il tuo pugno chiuso sul palco. Lo stesso Andrea Scanzi che sul “Manifesto” con poca, pochissima coerenza, ha difeso il braccio teso nel saluto fascista del calciatore Di Canio dopo il derby della Lazio con la Roma. Direi che hai diritto di replica, almeno.

La descrizione cattiva che Rui Scanzi fece del mio set al Tenco ha avuto un piccolo, infausto, seguito nella corrispondenza personale fra lui e me. Riproporre qui le mie opinioni in merito lo inviterebbe a una replica in cui finiremmo, come bambini, a far dialetticamente vedere chi ce l’ha più grosso, e io, come diceva Brassens, trovo utile mostrare i miei organi procreatori solo alle mie donne e ai miei dottori.
Più in generale mi piacerebbe che si affermasse il diritto alla critica più che il potere del critico di spararle grosse. Alla fine il narcisismo negli artisti è un vezzo che, fastidioso o tenero, non danneggia nessuno, nel critico un abuso di potere che si lascia dietro morti e feriti.
Premettendo poi che non so niente di calcio, non ho letto l’articolo che citi e non conosco lo stronzo che ha fatto il saluto romano, per quanto riguarda il pugno io lo rivendico e lo rifaccio.
Non accetto nemmeno di mettere sullo stesso piano un gesto di liberazione e uno che è da stronzi (appunto!) oltre che di destra.

Per finire (o per avviarsi alla fine) cosa ascolta Alessio Lega? Quali sono, in questo momento, non storicamente, i tuoi dischi preferiti? Non solo, ma ascolti ancora “album”? Ossia un disco dall’inizio alla fine? Sai, perché credo che, in fin dei conti, la generazione degli album abbia coperto un periodo molto limitato: dalla fine del 45 giri nel 1968 (anno in cui i 33 hanno compiuto il sorpasso), all’avvento di massa degli mp3 all’alba di questo nuovo millennio. Siamo tornati a un’epoca di singoli, di ascolti accelerati, di compilation. Ma tu? Come ascolti e che musica ascolti?

Apri un problema di respiro sociologico con l’ultima parte della tua domanda. Io faccio molto poco testo perché amo cose talmente arcane…
Comunque, da quindici anni a questa parte la supremazia assoluta nei miei ascolti è occupata dalla canzone francofona (oggi Bashung e Leprest). Peraltro tale canzone ha un atteggiamento molto teatrale e io, per ovvie ragioni logistiche, ho potuto fruire di quest’atteggiamento molto poco…così mi son costruito un sogno visivo, un teatrino immaginario a suon di Brel.

Se vuoi posso provare a farti scrutare nella mia malattia: andavo e vado in giro col Walkman, poi col lettore di CD portatile, oggi con l’iPod, e mimo tutte le mosse che le canzoni mi suggeriscono. Vado in giro per la strada gesticolando e “facendo soliloqui”. La realtà virtuale della mia follia me la porto dietro da un pezzo.
Io quando ascolto, arrivo a immedesimarmi al punto di rimodellare le mie vicende personali sui versi delle canzoni, così, non solo fingo di aver scritto io tutto ciò che è mai stato prodotto, ma fingo di aver vissuto tutto ciò che è stato scritto, fino a confonderlo con la verità della mia vita. Non so se soffrirei più per una donna che lascia me, di quanto ho sofferto per “Ne me quitte pas”.
Perciò le mie canzoni, come anche quest’intervista, avanzano per citazioni: per me non c’è differenza fra le mie frasi e quelle degli altri che mi attraversano.
Non so se le canzoni siano la causa o la cura di quella schizofrenia che mi fa sentire un dio. Per fortuna sono ateo! Dunque non credo in me stesso.

Questa è l’ultima (e ti conviene prepararti perché, per quanto lunga sarà la tua carriera, te la sentirai ripetere spesso): tutti gli autori che scrivono testi particolarmente curati (e i tuoi lo sono, con una passione particolare per la rima) vengono accostati alla poesia…

Poesia è un termine abbastanza vago da poter essere accostato a molte cose…se un film di Fellini può essere qualificato come poesia, non vedo che difficoltà ci sia a sostenere che anche una canzone di Violetta Parra possa esserlo.

Però c’è un De Gregori che ogni volta che glielo dici si incazza e un Bubola che invece ritiene di aver diritto al titolo. Alcuni dicono che la canzone è la poesia della nostra epoca. Che rapporto credi ci sia tra canzone e poesia?
Bisognerebbe vedere caso per caso. Nel mio c’è l’identità dettata dal fatto che ne leggo molta e che tutto ciò che leggo filtra continuamente non solo in ciò che scrivo, ma anche in ciò che dico e penso. Per rovesciare il problema direi che i poeti sono dei cantanti senza voce, la parola è già di per se musica.

Ti senti stretto o a tuo agio nella qualifica di cantautore?

Il termine cantautore è un termine che ha dei limiti storici e territoriali. In America per esempio non avrebbe avuto senso, dal momento che quasi tutti i gruppi sono autori del proprio repertorio, pur essendo spesso lontanissimi dalla nostra percezione di autorialità in canzone. In Francia l’interprete di “canzoni d’autore” o addirittura di canzoni che derivavano da testi poetici preesistenti è diffusa da tanto tempo (Yvette Guilbert cantava testi di Verlaine, che lui era ancora vivo) che non aveva senso distinguere Juliette Greco o Catherine Sauvage, interpreti rispettivamente di Brel o di Ferré, da questi ultimi, che erano autori oltre che cantanti.
In Italia la distinzione identificava un prodotto e dava l’indicazione all’acquirente di Guccini su cosa, grosso modo, potesse assomigliargli. Oggi, che anche in Italia i gruppi sono numerosi e scrivono da se le proprie cose, e che ci sono tanti autori di pop che scrivono e cantano, la definizione di “cantautore” confonde le acque, ma non è detto che ciò sia un male.

Grazie, direi che tutto sommato possa bastare per ora.

Intervista effettuata via e-mail il 01 febbraio 2005

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