Si esibiscono dopo Marco Ongaro, al quarto appuntamento
della rassegna "Cantautori in villa", diretta dal
Club Tenco, che si tiene ad Ercolano (Na) nell'ambito
del 18° Festival delle Ville Vesuviane. Si chiamano
Têtes de Bois, hanno da poco pubblicato il loro quarto
disco, apprezzatissimo: "Pace e male". Salgono sul
palco e trasmettono tutta la loro grinta e la loro
carica, in un ponte che va da Napoli e arriva a Parigi,
tra Leo Ferré, Rimbaud e Baudelaire. Prima del concerto,
abbiamo incontrato Andrea Satta, il cantante del gruppo.
Credo
che il vostro lavoro si basi su una linea continua
fra passato e presente: su un senso di memoria - musicale,
ma non solo - con riferimenti agli chansonniers francesi
e Leo Ferré in particolare, parallelo al linguaggio
della musica moderna, con campionamenti elettronici
eccetera. In un’intervista a L’Isola Che
non c’era hai dichiarato: “Il passato
non esiste se le emozioni che comunica appartengono
all’oggi di chi vive”. E se ho ragione,
in questa frase, quindi, è riassunto il significato
del vostro lavoro. Ma quanta fatica costa tenere vivo
questo legame?
Mah, quando ci sono festival o vetrine nazionali
che ti impongono la durata dei pezzi o quando il format
delle cose che devi proporre nei media è gia
precostituito, è chiaro che è molto
difficile. È come se tu dicessi a una persona
che vuole fare l’amore con un’altra che
può farla in quei due modi e non negli altri
venti che gli vengono in mente. E, siccome suonare
per uno che sta sul palco è come fare l’amore,
è difficile che si dia retta a chi ti impone
le regole e, soprattutto, è fastidioso che
queste regole possano valere per tutti: tu neanche
lo vuoi sapere come scopano gli altri e, infatti,
lo fai a modo tuo e in questo ti senti il re del tuo
cielo. Non è che è difficile, fa soffrire
pensare che qualcuno possa dettare le regole dell’amore
che hai per le cose.
Proprio perché il mercato
cerca di creare un modello e fuggire da questo è
la cosa dura.
Sì, certo. Non la cosa dura: la cosa
amara! Non è che noi fuggiamo da questo modello,
noi siamo un’altra cosa.
Una domanda su Leo Ferré,
a cui i Têtes de Bois hanno dedicato un bellissimo
cd, “Leo Ferré, l’amore e la rivolta”,
che ha avuto consensi sia di pubblico che di critica
e che lo ha fatto conoscere ad una generazione di
giovani: perché, secondo te, i cantautori francesi
rispetto a quelli americani non sono conosciuti ugualmente?
Intanto io sono italiano. Neanche Piero
Ciampi è morto ricco e non ha visto
nessuno dei tanti artisti che la mia generazione,
la nostra generazione - o comunque una generazione
che non lo ha visto suonare - ha visto reinterpretare
molto bene il suo lavoro: pensa con quanta amarezza,
magari, se n’è andato. Perché
quando è morto, venticinque anni fa, pochi
lo conoscevano. Io penso che non sia colpa né
dei cantautori francesi né dei cantautori americani,
penso che la società occidentale è impostata
sull’anglofonia e sull’anglofilia. Siccome
quando compri una lucidatrice o un aspirapolvere o
un phon per i capelli le indicazioni sono intanto
in inglese, e poi nella lingua del tuo paese, è
chiaro che la colonizzazione parte da lì.
Mi viene da pensare a Nanni
Moretti che in “Palombella rossa” rimprovera
la giornalista perché usa solo termini inglesi.
E infatti non ci vuole molto, è chiaro.
Personalmente penso che la cultura francese in Italia,
che ha avuto grandi punte sul piano libertario, sia
stata penalizzata: non è che una cultura libertaria
possa far tanto comodo a chi gestisce secondo pianificazioni
quinquennali la società, no? Non ha avuto fortuna
da nessuna parte e, in alcuni momenti, anche il paese
normale di un certo tipo di pseudo-sinistra non può
amare la cultura libertaria. Questo, noi che ci sentiamo
di sinistra ce lo dobbiamo dire. Per cui vedrai: essere
liberi dentro è scomodo per tutti.
Parlando di libertari, allora,
mi collego all’anarchia che è una cosa
che vi è abbastanza cara, mi sembra, ed era
cara anche a De André. In un’intervista
De André metteva in dubbio che l’anarchia
sia un’utopia, considerando, per esempio, che
anche la democrazia così come oggi è
concepita fino a 150 anni fa era vista come un sogno
utopico. Che ne pensi?
Speriamo che c’avesse ragione!
Siete molto inclini a collaborare
con molte persone nonostante abbiate, senz’altro,
le potenzialità per fare tutto da soli: Gianni
Mura, Arnoldo Foà, Nada, Ezio Vendrame eccetera.
Come mai la necessità di stringere tante collaborazioni?
Sono tutti incontri molto felici e quindi,
quando si realizzano, il modo più bello per
stare insieme è condividere una cosa che sta
in mezzo fra te e l’altro: se c’è
un pallone si fa una partita di calcio, se c’è
un piatto di spaghetti si mangia quello, se si sta
con gli strumenti in mano e un foglio di carta si
scrive e si suona. Con Gianni Mura abbiamo
in comune la passione della bicicletta e del ciclismo;
con Paolo Rossi il mondo surreale,
le risate, una certa ironia sulla società;
con Daniele Silvestri un certo modo
di vedere la canzone, ma anche una bella amicizia;
con Francesco Di Giacomo lo stesso. Foà
mi vuole bene. Lo vedevo da bambino. Un giorno ho
guardato il mio bimbetto, che ha tre anni, che giocava
sotto il tavolo di Arnoldo e ho pensato che quando
sarà grande gli dirò: «Tu hai
rovinato tutto il tappeto persiano di Arnoldo Foà
e non te ne rendi neanche conto!». Un grandissimo
personaggio. Quando abbiamo fatto una cosa al Lirico
di Verona, lui mi ha detto: «Sai, Andrea, io
ho debuttato qua sessantacinque anni fa: uno spettacolo
che mi volevano levare perché ero di origine
ebrea all’epoca delle leggi razziali».
E noi abbiamo fatto per la prima volta l’amplificazione
della Sala Martelliana al Lirico di Verona insieme,
facendo una serie di canzoni e di poesie con lui.
È stato emozionante sentirsi dire da un attore:
“ho debuttato qua sessantacinque anni fa”,
nel 1938.
Sembra che abbiate una storia
felliniana: questa galleria di personaggi da Ezio
Vendrame a Mauro Pagani, i personaggi delle vostre
canzoni, le storie di Leo Ferré, la storia
vostra cominciata a suonare sulle scale mobili della
stazione…
Be’, forse un animo comune c’è.
Mi ricordo i primi concerti che facevamo, che duravano
cinquanta minuti perché la benzina del gruppo
elettrogeno durava esattamente cinquanta minuti e,
allora, li facevamo di giorno perché, altrimenti,
superavamo i quaranta e non potevamo fare i bis, perché
finiva la benzina! Una volta ci chiesero il bis e
uno di noi andò di corsa ad un automatico a
prendere altra benzina per poter fare il bis. Anche
perché poi, quando arrivava verso la fine,
non è che tu la potevi aggiungere perché
impazziva un po’ il riverbero: aveva cali di
tensione, quindi dovevi fermare e far ripartire tutto
e, a quel punto, era meglio far finire lo spettacolo.
Durava cinquanta minuti di giorno e quaranta di notte,
perché c’era il problema della luce che
assorbiva molti watt. Siamo partiti così, fondendo
il motore del camion più volte, girando l’Italia
con questo vecchio attrezzo, avendo una bella mappatura
di meccanici…adesso questo disco, “Pace
e male”, è un pezzo grande del nostro
cuore, anche con tutti questi personaggi che si affacciano
e vanno in assolvenza-dissolvenza. Ma molto a cuore
ci sta anche il fatto che, effettivamente, come hai
detto tu, c’è una generazione di ragazzi
che, oggi, conosce Leo Ferré e se il disco
ha venduto ventimila copie vuol dire che ci sono ventimila
ragazzi che sono andati a compare una cosa in cui
si parla di poesia, dei Têtes de Bois ma, soprattutto,
di Leo Ferré. E se lo hanno comprato in ventimila
vuol dire che lo hanno ascoltato centomila! E siccome
sappiamo che è stato acquistato molto dai ragazzi
è una grande vittoria emotiva pensare che centomila
ragazzi, oggi, sappiano chi è Leo Ferré
e forse prima non lo sapevano. E’ una bella
cosa, una grande soddisfazione.
Credo che comprare il vostro
cd sia anche più facile perché, pubblicandolo
con Il Manifesto, costa anche poco. Una questione
che mi è cara: sembra che in Italia la musica
non sia considerata come cultura, oppure in Italia
la cultura è roba per ricchi e basta. Per esempio,
in Spagna, è in atto una proposta di legge
per abbassare l’iva sui cd. Pensi che mai in
Italia si potrà fare un discorso simile?
Io credo che, quando le cose si vogliono
fare, si fanno. Anche se credo che l’iva sui
cd sia un motivo, ma non l’unico. Perché
poi tu vedi tonnellate di ragazzi che si comprano
scarpe da ginnastica da 200 euro e ti chiedi: è
anche un fatto di priorità, no? Se non si offre
spazio alla conoscenza delle cose, non ci può
essere interesse poi a comprarla. E’ questo
il motivo di fondo. E’ per questo che manifestazioni
come questa, come altre che abbiamo incontrato (ma
ce ne vorrebbero di più), danno la possibilità
ai ragazzi di incontrare delle realtà non omogenee,
non omofone, non omologhe ad altre e cercare la qualità
nella differenza, nell’originalità. Invece,
mi sembra che il segno sia sempre il contrario. Io
mi chiedo come mai un ragazzo invece di cercare sé
stesso nell’originalità, cerca sé
stesso nell’uguaglianza agli altri. È
un’operazione difficile da spiegarmi. Io mi
ricordo che quando ero ragazzetto e vedevo tutti vestirsi
in quel modo, io non mi ci vestivo! Nella mia vita
ho imparato a fumare dopo, non a liceo: se non altro
perché tutti fumavano io non avrei fumato!
Mi sarei sentito annullato dal fatto che tutti lo
facevano. Certe volte mi chiedo: perché si
è così vittima di un meccanismo che
ti rassicura facendoti sentire un numero e non si
è più contenti di essere originali,
invece, nel fare una scelta?
Forse rassicura.
Sì, ma forse io mi sentirei più
rassicurato a fare una scelta personale con un piccolo
gruppo di amici, piuttosto che appartenere a una moltitudine
incontrollabile.
Mi viene in mente Pasolini
che parlava del “fascismo della televisione”
che, a differenza del fascismo vero, è riuscito
ad annullare le tradizioni singole e omologare tutti
con un modello preciso…
Il discorso è complicatissimo. Dico
solo che levare l’iva è importante, ma
se non si fanno conoscere dal vivo le cose…
Noi abbiamo la fortuna di saper suonare. C’è
una generazione di artisti che si mette con lo strumento
e suona e canta: quello dobbiamo portare in giro,
e poi ti compri il disco! Non è che non possono
mettere su disco i motivetti, ma è un altro
lavoro, un altro mondo, è come se fosse un'altra
cosa, come mischiare il tiro con l’arco con
il ciclismo: non è che uno è bravo a
fare una cosa e pure l’altra; io non ho niente
contro il tiro con l’arco, a me piace il ciclismo.
Esiste anche il tiro con l’arco, lo ammetto,
ma non è che, se sono bravo a salire in bicicletta,
con l’arco tiro e faccio 10: non faccio 10,
faccio 1! E’ un altro lavoro, un’altra
cosa. Mi chiedo sempre: che c’entra? E’
una “musica” che si chiama allo stesso
modo, ma non c’entra niente con quello che facciamo
noi.
Domanda di routine: avete pubblicato
da poco il cd, avete già progetti in serbo
per il futuro, anche al di fuori della musica, visto
che vi siete occupati anche di teatro?
Sì, abbiamo due Festival, che partiranno
uno a settembre e uno a ottobre. A ottobre Stradarolo
che è ormai il nostro Festival su strada: quest’anno
avremo tutti cilindri colorati, dove si butteranno
oggetti diversi, artisti che fanno spettacoli con
materiale riciclato, trattori giganti fatti con bottiglie
di plastica…traffici indescrivibili! E, invece,
a settembre facciamo questo Festival alla stazione
ferroviaria di Frascati, una delle più antiche
d’Italia. Ma, soprattutto, per il 2006 abbiamo
un progetto molto bello: ci saranno molte tappe in
giro con il nostro camion e, siccome questa è
la prima intervista che fai, alla seconda intervista
che mi fai ti racconterò, prima degli altri,
questo progetto che fino a settembre non posso rivelare.
È una tournée?
Sì, è una tournée con
il camion in giro per l’Italia, con tantissimi
ospiti (molti dei quali stanno sul disco) e c’è
tutto un percorso, una trafila bellissima. E il nostro
2006 sarà quello.