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Le Bielle interviste

Andrea Satta (Têtes de Bois): la memoria del passato e gli stimoli del presente
di Antonio Piccolo

Si esibiscono dopo Marco Ongaro, al quarto appuntamento della rassegna "Cantautori in villa", diretta dal Club Tenco, che si tiene ad Ercolano (Na) nell'ambito del 18° Festival delle Ville Vesuviane. Si chiamano Têtes de Bois, hanno da poco pubblicato il loro quarto disco, apprezzatissimo: "Pace e male". Salgono sul palco e trasmettono tutta la loro grinta e la loro carica, in un ponte che va da Napoli e arriva a Parigi, tra Leo Ferré, Rimbaud e Baudelaire. Prima del concerto, abbiamo incontrato Andrea Satta, il cantante del gruppo.

Credo che il vostro lavoro si basi su una linea continua fra passato e presente: su un senso di memoria - musicale, ma non solo - con riferimenti agli chansonniers francesi e Leo Ferré in particolare, parallelo al linguaggio della musica moderna, con campionamenti elettronici eccetera. In un’intervista a L’Isola Che non c’era hai dichiarato: “Il passato non esiste se le emozioni che comunica appartengono all’oggi di chi vive”. E se ho ragione, in questa frase, quindi, è riassunto il significato del vostro lavoro. Ma quanta fatica costa tenere vivo questo legame?
Mah, quando ci sono festival o vetrine nazionali che ti impongono la durata dei pezzi o quando il format delle cose che devi proporre nei media è gia precostituito, è chiaro che è molto difficile. È come se tu dicessi a una persona che vuole fare l’amore con un’altra che può farla in quei due modi e non negli altri venti che gli vengono in mente. E, siccome suonare per uno che sta sul palco è come fare l’amore, è difficile che si dia retta a chi ti impone le regole e, soprattutto, è fastidioso che queste regole possano valere per tutti: tu neanche lo vuoi sapere come scopano gli altri e, infatti, lo fai a modo tuo e in questo ti senti il re del tuo cielo. Non è che è difficile, fa soffrire pensare che qualcuno possa dettare le regole dell’amore che hai per le cose.

Proprio perché il mercato cerca di creare un modello e fuggire da questo è la cosa dura.
Sì, certo. Non la cosa dura: la cosa amara! Non è che noi fuggiamo da questo modello, noi siamo un’altra cosa.

Una domanda su Leo Ferré, a cui i Têtes de Bois hanno dedicato un bellissimo cd, “Leo Ferré, l’amore e la rivolta”, che ha avuto consensi sia di pubblico che di critica e che lo ha fatto conoscere ad una generazione di giovani: perché, secondo te, i cantautori francesi rispetto a quelli americani non sono conosciuti ugualmente?
Intanto io sono italiano. Neanche Piero Ciampi è morto ricco e non ha visto nessuno dei tanti artisti che la mia generazione, la nostra generazione - o comunque una generazione che non lo ha visto suonare - ha visto reinterpretare molto bene il suo lavoro: pensa con quanta amarezza, magari, se n’è andato. Perché quando è morto, venticinque anni fa, pochi lo conoscevano. Io penso che non sia colpa né dei cantautori francesi né dei cantautori americani, penso che la società occidentale è impostata sull’anglofonia e sull’anglofilia. Siccome quando compri una lucidatrice o un aspirapolvere o un phon per i capelli le indicazioni sono intanto in inglese, e poi nella lingua del tuo paese, è chiaro che la colonizzazione parte da lì.

Mi viene da pensare a Nanni Moretti che in “Palombella rossa” rimprovera la giornalista perché usa solo termini inglesi.
E infatti non ci vuole molto, è chiaro. Personalmente penso che la cultura francese in Italia, che ha avuto grandi punte sul piano libertario, sia stata penalizzata: non è che una cultura libertaria possa far tanto comodo a chi gestisce secondo pianificazioni quinquennali la società, no? Non ha avuto fortuna da nessuna parte e, in alcuni momenti, anche il paese normale di un certo tipo di pseudo-sinistra non può amare la cultura libertaria. Questo, noi che ci sentiamo di sinistra ce lo dobbiamo dire. Per cui vedrai: essere liberi dentro è scomodo per tutti.

Parlando di libertari, allora, mi collego all’anarchia che è una cosa che vi è abbastanza cara, mi sembra, ed era cara anche a De André. In un’intervista De André metteva in dubbio che l’anarchia sia un’utopia, considerando, per esempio, che anche la democrazia così come oggi è concepita fino a 150 anni fa era vista come un sogno utopico. Che ne pensi?
Speriamo che c’avesse ragione!

Siete molto inclini a collaborare con molte persone nonostante abbiate, senz’altro, le potenzialità per fare tutto da soli: Gianni Mura, Arnoldo Foà, Nada, Ezio Vendrame eccetera. Come mai la necessità di stringere tante collaborazioni?
Sono tutti incontri molto felici e quindi, quando si realizzano, il modo più bello per stare insieme è condividere una cosa che sta in mezzo fra te e l’altro: se c’è un pallone si fa una partita di calcio, se c’è un piatto di spaghetti si mangia quello, se si sta con gli strumenti in mano e un foglio di carta si scrive e si suona. Con Gianni Mura abbiamo in comune la passione della bicicletta e del ciclismo; con Paolo Rossi il mondo surreale, le risate, una certa ironia sulla società; con Daniele Silvestri un certo modo di vedere la canzone, ma anche una bella amicizia; con Francesco Di Giacomo lo stesso. Foà mi vuole bene. Lo vedevo da bambino. Un giorno ho guardato il mio bimbetto, che ha tre anni, che giocava sotto il tavolo di Arnoldo e ho pensato che quando sarà grande gli dirò: «Tu hai rovinato tutto il tappeto persiano di Arnoldo Foà e non te ne rendi neanche conto!». Un grandissimo personaggio. Quando abbiamo fatto una cosa al Lirico di Verona, lui mi ha detto: «Sai, Andrea, io ho debuttato qua sessantacinque anni fa: uno spettacolo che mi volevano levare perché ero di origine ebrea all’epoca delle leggi razziali». E noi abbiamo fatto per la prima volta l’amplificazione della Sala Martelliana al Lirico di Verona insieme, facendo una serie di canzoni e di poesie con lui. È stato emozionante sentirsi dire da un attore: “ho debuttato qua sessantacinque anni fa”, nel 1938.

Sembra che abbiate una storia felliniana: questa galleria di personaggi da Ezio Vendrame a Mauro Pagani, i personaggi delle vostre canzoni, le storie di Leo Ferré, la storia vostra cominciata a suonare sulle scale mobili della stazione…
Be’, forse un animo comune c’è. Mi ricordo i primi concerti che facevamo, che duravano cinquanta minuti perché la benzina del gruppo elettrogeno durava esattamente cinquanta minuti e, allora, li facevamo di giorno perché, altrimenti, superavamo i quaranta e non potevamo fare i bis, perché finiva la benzina! Una volta ci chiesero il bis e uno di noi andò di corsa ad un automatico a prendere altra benzina per poter fare il bis. Anche perché poi, quando arrivava verso la fine, non è che tu la potevi aggiungere perché impazziva un po’ il riverbero: aveva cali di tensione, quindi dovevi fermare e far ripartire tutto e, a quel punto, era meglio far finire lo spettacolo. Durava cinquanta minuti di giorno e quaranta di notte, perché c’era il problema della luce che assorbiva molti watt. Siamo partiti così, fondendo il motore del camion più volte, girando l’Italia con questo vecchio attrezzo, avendo una bella mappatura di meccanici…adesso questo disco, “Pace e male”, è un pezzo grande del nostro cuore, anche con tutti questi personaggi che si affacciano e vanno in assolvenza-dissolvenza. Ma molto a cuore ci sta anche il fatto che, effettivamente, come hai detto tu, c’è una generazione di ragazzi che, oggi, conosce Leo Ferré e se il disco ha venduto ventimila copie vuol dire che ci sono ventimila ragazzi che sono andati a compare una cosa in cui si parla di poesia, dei Têtes de Bois ma, soprattutto, di Leo Ferré. E se lo hanno comprato in ventimila vuol dire che lo hanno ascoltato centomila! E siccome sappiamo che è stato acquistato molto dai ragazzi è una grande vittoria emotiva pensare che centomila ragazzi, oggi, sappiano chi è Leo Ferré e forse prima non lo sapevano. E’ una bella cosa, una grande soddisfazione.

Credo che comprare il vostro cd sia anche più facile perché, pubblicandolo con Il Manifesto, costa anche poco. Una questione che mi è cara: sembra che in Italia la musica non sia considerata come cultura, oppure in Italia la cultura è roba per ricchi e basta. Per esempio, in Spagna, è in atto una proposta di legge per abbassare l’iva sui cd. Pensi che mai in Italia si potrà fare un discorso simile?
Io credo che, quando le cose si vogliono fare, si fanno. Anche se credo che l’iva sui cd sia un motivo, ma non l’unico. Perché poi tu vedi tonnellate di ragazzi che si comprano scarpe da ginnastica da 200 euro e ti chiedi: è anche un fatto di priorità, no? Se non si offre spazio alla conoscenza delle cose, non ci può essere interesse poi a comprarla. E’ questo il motivo di fondo. E’ per questo che manifestazioni come questa, come altre che abbiamo incontrato (ma ce ne vorrebbero di più), danno la possibilità ai ragazzi di incontrare delle realtà non omogenee, non omofone, non omologhe ad altre e cercare la qualità nella differenza, nell’originalità. Invece, mi sembra che il segno sia sempre il contrario. Io mi chiedo come mai un ragazzo invece di cercare sé stesso nell’originalità, cerca sé stesso nell’uguaglianza agli altri. È un’operazione difficile da spiegarmi. Io mi ricordo che quando ero ragazzetto e vedevo tutti vestirsi in quel modo, io non mi ci vestivo! Nella mia vita ho imparato a fumare dopo, non a liceo: se non altro perché tutti fumavano io non avrei fumato! Mi sarei sentito annullato dal fatto che tutti lo facevano. Certe volte mi chiedo: perché si è così vittima di un meccanismo che ti rassicura facendoti sentire un numero e non si è più contenti di essere originali, invece, nel fare una scelta?

Forse rassicura.
Sì, ma forse io mi sentirei più rassicurato a fare una scelta personale con un piccolo gruppo di amici, piuttosto che appartenere a una moltitudine incontrollabile.

Mi viene in mente Pasolini che parlava del “fascismo della televisione” che, a differenza del fascismo vero, è riuscito ad annullare le tradizioni singole e omologare tutti con un modello preciso…
Il discorso è complicatissimo. Dico solo che levare l’iva è importante, ma se non si fanno conoscere dal vivo le cose… Noi abbiamo la fortuna di saper suonare. C’è una generazione di artisti che si mette con lo strumento e suona e canta: quello dobbiamo portare in giro, e poi ti compri il disco! Non è che non possono mettere su disco i motivetti, ma è un altro lavoro, un altro mondo, è come se fosse un'altra cosa, come mischiare il tiro con l’arco con il ciclismo: non è che uno è bravo a fare una cosa e pure l’altra; io non ho niente contro il tiro con l’arco, a me piace il ciclismo. Esiste anche il tiro con l’arco, lo ammetto, ma non è che, se sono bravo a salire in bicicletta, con l’arco tiro e faccio 10: non faccio 10, faccio 1! E’ un altro lavoro, un’altra cosa. Mi chiedo sempre: che c’entra? E’ una “musica” che si chiama allo stesso modo, ma non c’entra niente con quello che facciamo noi.

Domanda di routine: avete pubblicato da poco il cd, avete già progetti in serbo per il futuro, anche al di fuori della musica, visto che vi siete occupati anche di teatro?
Sì, abbiamo due Festival, che partiranno uno a settembre e uno a ottobre. A ottobre Stradarolo che è ormai il nostro Festival su strada: quest’anno avremo tutti cilindri colorati, dove si butteranno oggetti diversi, artisti che fanno spettacoli con materiale riciclato, trattori giganti fatti con bottiglie di plastica…traffici indescrivibili! E, invece, a settembre facciamo questo Festival alla stazione ferroviaria di Frascati, una delle più antiche d’Italia. Ma, soprattutto, per il 2006 abbiamo un progetto molto bello: ci saranno molte tappe in giro con il nostro camion e, siccome questa è la prima intervista che fai, alla seconda intervista che mi fai ti racconterò, prima degli altri, questo progetto che fino a settembre non posso rivelare.

È una tournée?
Sì, è una tournée con il camion in giro per l’Italia, con tantissimi ospiti (molti dei quali stanno sul disco) e c’è tutto un percorso, una trafila bellissima. E il nostro 2006 sarà quello.

Ultimo aggiornamento: 13-07-2005
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