| Con
Patrizio Fariselli, ex Area e ora solista di valore, compositore,
jazzista, autore di colonne sonore, nonché “mente”
e braccio pianistico, oltre che arrangiatore, dell’ultimo
disco dal vivo di Roberto Vecchioni, ci sentiamo per telefono, un
nebbioso pomeriggio di novembre. Aria fredda e tempo da camino,
l’occasione per qualche parola in libertà: il clima
è rilassato e il tono globale della conversazione vira sull’ironia:
merito dell’istintiva simpatia di Fariselli e della sua “calata”
romagnola che persiste, ancora dopo anni di vita a Milano e dintorni.
Parliamo
di musica d’autore, Patrizio? Un termine contestato, perché
ad esempio per il Club Tenco la “musica d’autore”
non esiste, considerano solo la “canzone d’autore”,
ossia quella con parole.
“E’
una bizzarria … ma che vuoi farci? Viviamo in un mondo di
cantanti! (Ride) Poi però capita che gli stessi si commuovono
se faccio qualcosa di strumentale. Quest’anno al Tenco ho
suonato “Luglio agosto, settembre nero” da
solo al piano ed ho raccolto reazioni entusiaste. Appunto, quasi
commosse …
Partiamo
dal tuo ultimo disco solistico: “Area, variazioni per piano”,
un disco di una bellezza cristallina, che però mi solleva
subito un dubbio: quando è uscito? Sul tuo sito c’è
scritto 2004, mentre a me pareva che fosse del 2005.
Dunque: il disco è
stato registrato nell’agosto 2004, l’editing è
finito a novembre ma è stato pubblicato nel 2005, a maggio.
Ecco risolto l’enigma. Piccolo, peraltro.
E’
più di un disco “normale”, comunque: in primo
luogo è corredato da un dvd, in secondo luogo è stato
registrato dal vivo in un castello …
Beh, più che dal
vivo, direi dal “morto” (ridiamo). Nel senso che è
stato sì registrato in presa diretta e nel castello, ma nel
castello non c’era nessuno, se non noi dello staff. Successivamente,
come è documentato sul dvd, ho fatto un concerto dal vivo
per ringraziare il posto dell’ospitalità, ma quella
performance non è rientrata nelle registrazioni. Il castello
di Maenza, vicino a Latina, dove abbiamo registrato il disco, è
semplicemente uno spazio che il Comune ci ha messo a disposizione.
Io e i due fratelli Pettinelli, del consorzio Zoo di Berlino, ingegneri
del suono in questo progetto, abbiamo deciso di farlo lì
perché c’era da scegliere tra una quantità di
sale impressionanti. Abbiamo spostato facilmente un piccolo studio
mobile in una di queste sale. Abbiamo scelto l’ambiente che
ci andava meglio. Un ambiente ad assetto variabile, perché,
a seconda del tipo di brano che suonavamo, con l’utilizzo
di appositi pannelli fonoassorbenti abbiamo modificato la resa sonora
delle sale, per ottenere sempre e comunque il suono migliore, quello
che cercavamo.
Un’approccio
nuovo …
Patrizio
Fariselli, da solo col suo Steinway a coda affronta da maestro
il repertorio degli Area, uno dei maggiori gruppi di progressive
rock italiano. Patrizio dimostra ora, a distanza di tempo, che
gli Area non erano solo Demetrio Stratos. Prende 12 pezzi del
repertorio storico, li scarnifica, li dissangua, il rivitalizza
con un estenuante bocca-a-bocca-tasto-a-tasto e li restituisce
nuovi come prima, anzi, meglio.
(segue) |
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| E dopo
la serie dei concerti di quest'estate, "Luci a San Siro
questa sera" è diventato un disco: con un titolo
quasi più brutto, se possibile, ossia "Il contastorie".
Ma il disco è esattamente bello e valido come il concerto.
E si porta pure un libricino accluso. Vale la pena. (segue) |
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| Musica
da camera, musica jazz, musica di Vecchioni, esecutori di altissima
classe. Riassunto così si fa presto. Ma la serata del
Teatro Dal Verme a Milano del 19 aprile non è da archiviare
con poche parole. Milano vuol bene a Vecchioni. E Vecchioni
ricambia. Diciamo subito che è stato un trionfo ampiamente
meritato: l'inedita formazione a trio con Patrizio Fariselli
(ex Area, a sinistra nella foto) al piano e Paolino della Porta
(a destra) al contrabbasso e Vecchioni al canto e (a volte)
chitarra ha saputo lasciare un'ottima impressione. (segue) |
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Abbiamo cominciato noi
a farlo e lo faremo sempre di più. Non è che non apprezzi
gli studi di registrazione … Io stesso ho uno studio, ma dipende
dai progetti. Con gente brava e capace di risolvere i problemi negli
ambienti opportuni, si possono ottenere grandi risultati. Una volta
fare registrazioni in esterno era un casino, Adesso lo studio mobile
è praticamente un portatile, un computer. E’ l’inizio
di un trend nuovo che andrà crescendo.
Peraltro
con una “location” che si prestava così tanto,
anche fare il dvd aveva un senso …
Il dvd non
volevamo farlo inizialmente, ma poi mi sono trovato con diverse
ore di filmato a disposizione, perché i ragazzi avevano deciso
di documentare tutto. E’ stata veramente una via crucis! La
fatica dei facchini all’arrivo dello strumento, un’enorme
pianoforte Steinway, gli errori di progettazione che hanno fatto
nel trasporto, la fatica con cui hanno rimediato …
E a
quel punto sul Dvd la tua fantastica uscita, rivolta ai facchini
che sudavano l’anima: “Certo che se avessi suonato un
flauto sarebbe stato più semplice” (ridiamo). Mentre
guardavo il dvd mi dicevo “questi adesso lo menano!”.
Non so se ho riso di più per quella scena o nel leggere la
tua biografia romanzata sul tuo sito (www.fariselliproject.com):
“Il nostro (cioè io) nacque una ridente mattina
di luglio del 1951 in una ridente cittadina della ridente riviera
romagnola: Cesenatico. Chi rideva un po’ meno era sua madre,
dato che ci mise 12 ore a partorirlo. In virtù di questo
fatto, a lui rimase una leggera claustrofobia nei confronti di ascensori,
grotte e simili amenità, ed a lei una sincera diffidenza
nei confronti dei musicisti”. E così via
…
Senti,
ma la tua, in questo caso è stata musica fatta per l’ambiente?
O nell’ambiente?
Non teorizziamo. Io avevo
in animo di lavorare in un posto vitale. Gli studi sono mediamente
anecoici, sordi; volevo un ottimo pianoforte e quindi dovevo comunque
affittarlo (ridiamo). Mi chiedevo se registrarlo dal vivo o “dal
morto”. Avevo in mente anche diversi posti. Ho visto perfino
un convento gotico, che sembrava di essere ancora nel medioevo,
e alla fine sono andato a Latina, Quello che mi serviva era un posto
che favorisse questo viaggio solitario: non solo della memoria,
ma dentro me stesso. Costruire un progetto vivo al giorno d’oggi
anche con musica scritta vent’anni, trent’anni prima.
Una sfida personale: come quella di prendere materiale scritto per
un ensemble elettroacustico e usarlo come base per una mia interpretazione
e per improvvisazioni. Perché c’è molta improvvisazione
in quel disco. In senso musicale …
E il
risultato? Come se la cava l’oggi nei confronti di ieri?
Non ho intenzione di
confrontare ieri e oggi. Siete voi che dovete farlo. Voi critici,
voi pubblico. Tu che ne pensi?
A me
piace di più il risultato odierno. Per carità, massimo
rispetto per gli Area storicamente, ma il disco di piano solo mi
ha conquistato.
E’ il tuo parere.
Per me è solo una fase diversa. Questo lavoro, posso anticipartelo,
fa parte di una triologia. Ho già registrato il secondo disco
di questa trilogia; spero che me lo pubblichino a cavallo di questo
inverno. Sono suoni completamente acustici, perché la trilogia
sarà una parentesi acustica nella mia storia, prima di tornare
all’elettronica. Anzi, ho già pronto un nuovo progetto
elettronico.
Ecco,
sempre così voi musicisti provenienti dal progressive o dal
jazz: uno non fa in tempo a crogiolarsi nel suono acustico che siete
subito pronti a riprendere la strada vecchia! (ridiamo). Torniamo
alla trilogia …
Il primo capitolo
della trilogia era sugli Area e sull’improvvisazione, mentre
il secondo si intitola “Acqua liquida suite”
e non è un lavoro solistico, ma per trio jazz :
"suite in sette parti (più una) per trio jazz"
è il sottotitolo completo.
Il
trio immagino contempli Paolino Dalla Porta al contrabbasso, mentre
il terzo chi è?
Massimo Manzi alla batteria.
E’ musica completamente originale, in forma di suite; un’opera
completa di esplorazione e composizione. In genere non si usa nel
jazz questo tipo di struttura. Ma è il nostro è un
jazz molto moderno, anche come lavoro sulle armonie. Sono molto
contento di come è venuto. Intendiamoci, non c’entra
un cazzo con quello che ho fatto prima, né con quello che
farò dopo. Il secondo disco è un lavoro di studio,
ma uno studio particolare. Siamo andati apposta a cercarlo a Udine,
in un paese vicino, molto carino. E soprattuto c’è
un pianoforte bellissimo: un Fazioli gran coda, che ha il suono
adatto per quel tipo di musica. “Acqua liquida” ha un
sacco di significati, ma è soprattutto un suono e il titolo
dà già l’idea del prodotto che ci si potrebbe
aspettare.
Ma
per ogni disco un pianoforte diverso?
Ogni strumento ha la
sua anima! Quindi lo Steinway andava bene come macchina da combattimento
per fare gli Area. Era un pianoforte particolare. Molti lo avrebbero
scartato perché ha una tastiera durissima. Ho rischiato di
rompermi le dita per suonarlo (ridiamo). Per contro dà una
grande precisione e un suono di una potenza devastante.
Prima
parte, seconda parte … e la terza parte della trilogia? E’
già pensata? Sarà ancora una svolta.
Della terza non se ne
parla per scaramanzia. C’è già tutto, ma è
meglio aspettare a parlarne. Posso solo dire che sarà ancora
un lavoro acustico. L’ultimo e poi torno all’elettrico.
Non
ti mancano mai le parole nella tua arte?
Sai, quando
hai suonato per anni e le parole erano scritte da Gianni Sassi e
Frankenstein e cantate da Stratos … ho chiuso un po’
il libro su quelle cose. Mi sono dedicato a tutt’altre cose,
non lavorando né con cantanti né altro. Poi è
venuto “Lupi sintetici e strumenti a gas” e
lì era prevista . la voce e il testo, anche perché
c’era questa fantastica cantante: Angela Baggi. Un disco che
mi ha dato molte soddisfazioni. L’hai sentito tu?
Macché!
All’epoca in cui è uscito, nel 2000, mi è sfuggito,
poi l’ho trovato in giro di recente; non l’ho presto
subito e la volta dopo non l’ho più trovato!
Sì, è un
disco sfuggente, che continua a fare dentro e fuori dal mercato.
La
“forma canzone” comunque l’hai ritrovata di recente
con Roberto Vecchioni …
Un momento:
non sono “tornato” alla canzone; mi sono prestato. L’idea
è stata di Velia Mantegazza, la regista,
con cui avevo lavorato a lungo ai tempi dell’Albero Azzurro,
prima di essere fatti fuori in questo clima di epurazioni. Velia
ha proposto a Roberto di provare con una formazione diversa rispetto
al solito ed era orientata verso il jazz. Li hanno commesso l’errore
di coinvolgere me (ridiamo). Io vengo contattato per un lavoro su
cui nessuno aveva le idee chiare.
Ascoltando il materiale di Roberto che io conoscevo superficialmente,
perché non seguo la musica leggera e nemmeno quella d’autore,
mi rendo conto del personaggio: Vecchioni non è un cantante:
è un poeta cantastorie che scrive anche delle bellissime
canzoni! Molto semplici dal punto di vista armonico, però
ogni canzone ha un suo senso, anche musicale. Chiaramente sono canzoni
che non c’entrano una sega col jazz e annessi e connessi.
E allora ecco l’idea! Riportiamo tutto a zero, radicalizziamo
il progetto, lavoriamo sull’idea voce, pianoforte e contrabbasso.
E qui entra in gioco Paolino, perché serviva un bravissimo
contrabbassista. Inizialmente erano tutti perplessi. Compreso Roberto,
perché loro avevano pensato al jazz, sì, ma nel senso
della big band, dell’orchestra, non del piccolo combo!
Noi abbiamo trattato le sue canzoni con la nostra competenza armonica
e le canzoni sono diventate un'altra roba. Il disco fisicamente
poi l’ho curato io, nel mio studio. E’ una roba a parte
, una roba che in Italia non si sente spesso. Si è creato
un qualcosa che non esiste da altre parti: questi tre musicisti
che lavorano tra loro non sono sudditi della parola, ma si integrano
con la narrazione e lo sviluppo della melodia cantata e recitata
in una sorta di interplay, per usare un termine jazzistico (ossia
le interazioni con gli altri musicisti – NdR). Il trio lavora
sempre con questa parola, quello che in gergo si chiama interplay.
Dove la voce risulta incastonata in uno scrigno sonoro. Lui, Roberto,
ha il massimo della libertà in quanto non trova ostacoli
nel canto, ma trova tutti i suoi appoggi precisi. E tra noi rimane
anche sempre un discreto livello di libertà.
Su
che base avete scelto i brani? Non quelli del disco. Intendo dire,
quando avete iniziato a provare i pezzi per la tournee estiva.
Per quanto riguarda il
disco, noi abbiamo registrato tutte le date, tutti i concerti. C’era
quindi materiale per un disco doppio, ma la Universal ha deciso
di farne un singolo. Sono sedici canzoni.
Hai
scelto tu le canzoni o Roberto?
C’è stato
un passarsi la palla. Loro (intendo dire Roberto e la sua famiglia)
hanno fatto una scelta molto ampia, fino a riempire tre cd di canzoni.
Da lì io ho fatto gli ascolti e ho controproposto il materiale
che meglio poteva andare. Ma è stata una collaborazione molto
“easy”: le controproposte sono state subito accettate.
Poi Roberto ci ha preso gusto e ha recuperato cose che non faceva
da anni, portandole e proponendomele e andavano benissimo.
C’è
stata una canzone che per te è stata una sorpresa? Una canzone
che, veramente ha mutato pelle tra una versione e l’altra
o che comunque ti convince particolarmente?
Una in particolare
è “La stazione di Zima”; potrebbe
essere uno standard jazz col nostro trattamento. Oppure ancora “La
bellezza” che viene da vivo in maniere pazzesca.
Mi ha dato (e mi sta dando) molte soddisfazioni questo lavoro con
Roberto. Adesso il disco è stato appena presentato e stiamo
per partire per il tour invernale già dai prossimi giorni.
E per il resto?
Il disco per l’inverno
c’è l’ho. E’ già pronto. Di mio,
da solo, ho qualche serata di concerto che mi piace però
accompagnare con spettacoli di danza.
Parliamo degli Area per
concludere? Tu i conti con il tuo illustre passato l’hai fatto
un po’ col tuo disco, ma per il resto? Cosa ti rimane? Le
ristampe che continuano a fioccare …
Ristampe sì. Anche
fraudolentemente: stanno uscendo alcuni concerti dal vivo non autorizzati.
Il catalogo invece continua a essere ristampato, ma per il resto
niente. E’ una storia esaurita, abbiamo fatto delle bellissime
cose assieme. Anche dopo Stratos. Che era già uscito prima
di morire, se non sbaglio aveva lasciato il gruppo un sei mesi prima.
Il gruppo Area ha poi preso una piega veramente jazz negli anni
del dopo-Demetrio. Si andò avanti così ancora un paio
di stagioni, fino all’82, poi abbiamo sospeso l’attività.
Per una decina d’anni anzi, io ho sospeso completamente l’attività.
Ho scritto musica per cinema, teatro e danza.
La
danza mi sembra sia il settore che ti interessa di più tra
le altre forme di arte…
Dipende da chi è
il danzatore. Ma anche in teatro è così. E pure al
cinema. Adesso tengo solo questa collaborazione con Alessandro Benvenuti
(tutti i film ,da “Benvenuti in casa Gori” a “Ivo
il tardivo”). Ma ora basta cinema, è meglio occuparsi
di musica.
Intervista
telefonica dell'11 novembre 2005
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