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Le Bielle interviste
Patrizio Fariselli: musica liquida dagli Area a Vecchioni
di Giorgio Maimone

Con Patrizio Fariselli, ex Area e ora solista di valore, compositore, jazzista, autore di colonne sonore, nonché “mente” e braccio pianistico, oltre che arrangiatore, dell’ultimo disco dal vivo di Roberto Vecchioni, ci sentiamo per telefono, un nebbioso pomeriggio di novembre. Aria fredda e tempo da camino, l’occasione per qualche parola in libertà: il clima è rilassato e il tono globale della conversazione vira sull’ironia: merito dell’istintiva simpatia di Fariselli e della sua “calata” romagnola che persiste, ancora dopo anni di vita a Milano e dintorni.

Parliamo di musica d’autore, Patrizio? Un termine contestato, perché ad esempio per il Club Tenco la “musica d’autore” non esiste, considerano solo la “canzone d’autore”, ossia quella con parole.

“E’ una bizzarria … ma che vuoi farci? Viviamo in un mondo di cantanti! (Ride) Poi però capita che gli stessi si commuovono se faccio qualcosa di strumentale. Quest’anno al Tenco ho suonato “Luglio agosto, settembre nero” da solo al piano ed ho raccolto reazioni entusiaste. Appunto, quasi commosse …

Partiamo dal tuo ultimo disco solistico: “Area, variazioni per piano”, un disco di una bellezza cristallina, che però mi solleva subito un dubbio: quando è uscito? Sul tuo sito c’è scritto 2004, mentre a me pareva che fosse del 2005.

Dunque: il disco è stato registrato nell’agosto 2004, l’editing è finito a novembre ma è stato pubblicato nel 2005, a maggio. Ecco risolto l’enigma. Piccolo, peraltro.

E’ più di un disco “normale”, comunque: in primo luogo è corredato da un dvd, in secondo luogo è stato registrato dal vivo in un castello …

Beh, più che dal vivo, direi dal “morto” (ridiamo). Nel senso che è stato sì registrato in presa diretta e nel castello, ma nel castello non c’era nessuno, se non noi dello staff. Successivamente, come è documentato sul dvd, ho fatto un concerto dal vivo per ringraziare il posto dell’ospitalità, ma quella performance non è rientrata nelle registrazioni. Il castello di Maenza, vicino a Latina, dove abbiamo registrato il disco, è semplicemente uno spazio che il Comune ci ha messo a disposizione. Io e i due fratelli Pettinelli, del consorzio Zoo di Berlino, ingegneri del suono in questo progetto, abbiamo deciso di farlo lì perché c’era da scegliere tra una quantità di sale impressionanti. Abbiamo spostato facilmente un piccolo studio mobile in una di queste sale. Abbiamo scelto l’ambiente che ci andava meglio. Un ambiente ad assetto variabile, perché, a seconda del tipo di brano che suonavamo, con l’utilizzo di appositi pannelli fonoassorbenti abbiamo modificato la resa sonora delle sale, per ottenere sempre e comunque il suono migliore, quello che cercavamo.

Un’approccio nuovo …

Patrizio Fariselli, da solo col suo Steinway a coda affronta da maestro il repertorio degli Area, uno dei maggiori gruppi di progressive rock italiano. Patrizio dimostra ora, a distanza di tempo, che gli Area non erano solo Demetrio Stratos. Prende 12 pezzi del repertorio storico, li scarnifica, li dissangua, il rivitalizza con un estenuante bocca-a-bocca-tasto-a-tasto e li restituisce nuovi come prima, anzi, meglio.
(segue)
E dopo la serie dei concerti di quest'estate, "Luci a San Siro questa sera" è diventato un disco: con un titolo quasi più brutto, se possibile, ossia "Il contastorie". Ma il disco è esattamente bello e valido come il concerto. E si porta pure un libricino accluso. Vale la pena. (segue)
Musica da camera, musica jazz, musica di Vecchioni, esecutori di altissima classe. Riassunto così si fa presto. Ma la serata del Teatro Dal Verme a Milano del 19 aprile non è da archiviare con poche parole. Milano vuol bene a Vecchioni. E Vecchioni ricambia. Diciamo subito che è stato un trionfo ampiamente meritato: l'inedita formazione a trio con Patrizio Fariselli (ex Area, a sinistra nella foto) al piano e Paolino della Porta (a destra) al contrabbasso e Vecchioni al canto e (a volte) chitarra ha saputo lasciare un'ottima impressione. (segue)

Abbiamo cominciato noi a farlo e lo faremo sempre di più. Non è che non apprezzi gli studi di registrazione … Io stesso ho uno studio, ma dipende dai progetti. Con gente brava e capace di risolvere i problemi negli ambienti opportuni, si possono ottenere grandi risultati. Una volta fare registrazioni in esterno era un casino, Adesso lo studio mobile è praticamente un portatile, un computer. E’ l’inizio di un trend nuovo che andrà crescendo.

Peraltro con una “location” che si prestava così tanto, anche fare il dvd aveva un senso …

Il dvd non volevamo farlo inizialmente, ma poi mi sono trovato con diverse ore di filmato a disposizione, perché i ragazzi avevano deciso di documentare tutto. E’ stata veramente una via crucis! La fatica dei facchini all’arrivo dello strumento, un’enorme pianoforte Steinway, gli errori di progettazione che hanno fatto nel trasporto, la fatica con cui hanno rimediato …

E a quel punto sul Dvd la tua fantastica uscita, rivolta ai facchini che sudavano l’anima: “Certo che se avessi suonato un flauto sarebbe stato più semplice” (ridiamo). Mentre guardavo il dvd mi dicevo “questi adesso lo menano!”. Non so se ho riso di più per quella scena o nel leggere la tua biografia romanzata sul tuo sito (www.fariselliproject.com): “Il nostro (cioè io) nacque una ridente mattina di luglio del 1951 in una ridente cittadina della ridente riviera romagnola: Cesenatico. Chi rideva un po’ meno era sua madre, dato che ci mise 12 ore a partorirlo. In virtù di questo fatto, a lui rimase una leggera claustrofobia nei confronti di ascensori, grotte e simili amenità, ed a lei una sincera diffidenza nei confronti dei musicisti”. E così via …

Senti, ma la tua, in questo caso è stata musica fatta per l’ambiente? O nell’ambiente?

Non teorizziamo. Io avevo in animo di lavorare in un posto vitale. Gli studi sono mediamente anecoici, sordi; volevo un ottimo pianoforte e quindi dovevo comunque affittarlo (ridiamo). Mi chiedevo se registrarlo dal vivo o “dal morto”. Avevo in mente anche diversi posti. Ho visto perfino un convento gotico, che sembrava di essere ancora nel medioevo, e alla fine sono andato a Latina, Quello che mi serviva era un posto che favorisse questo viaggio solitario: non solo della memoria, ma dentro me stesso. Costruire un progetto vivo al giorno d’oggi anche con musica scritta vent’anni, trent’anni prima. Una sfida personale: come quella di prendere materiale scritto per un ensemble elettroacustico e usarlo come base per una mia interpretazione e per improvvisazioni. Perché c’è molta improvvisazione in quel disco. In senso musicale …

E il risultato? Come se la cava l’oggi nei confronti di ieri?

Non ho intenzione di confrontare ieri e oggi. Siete voi che dovete farlo. Voi critici, voi pubblico. Tu che ne pensi?

A me piace di più il risultato odierno. Per carità, massimo rispetto per gli Area storicamente, ma il disco di piano solo mi ha conquistato.

E’ il tuo parere. Per me è solo una fase diversa. Questo lavoro, posso anticipartelo, fa parte di una triologia. Ho già registrato il secondo disco di questa trilogia; spero che me lo pubblichino a cavallo di questo inverno. Sono suoni completamente acustici, perché la trilogia sarà una parentesi acustica nella mia storia, prima di tornare all’elettronica. Anzi, ho già pronto un nuovo progetto elettronico.

Ecco, sempre così voi musicisti provenienti dal progressive o dal jazz: uno non fa in tempo a crogiolarsi nel suono acustico che siete subito pronti a riprendere la strada vecchia! (ridiamo). Torniamo alla trilogia …

Il primo capitolo della trilogia era sugli Area e sull’improvvisazione, mentre il secondo si intitola “Acqua liquida suite” e non è un lavoro solistico, ma per trio jazz : "suite in sette parti (più una) per trio jazz" è il sottotitolo completo.

Il trio immagino contempli Paolino Dalla Porta al contrabbasso, mentre il terzo chi è?

Massimo Manzi alla batteria. E’ musica completamente originale, in forma di suite; un’opera completa di esplorazione e composizione. In genere non si usa nel jazz questo tipo di struttura. Ma è il nostro è un jazz molto moderno, anche come lavoro sulle armonie. Sono molto contento di come è venuto. Intendiamoci, non c’entra un cazzo con quello che ho fatto prima, né con quello che farò dopo. Il secondo disco è un lavoro di studio, ma uno studio particolare. Siamo andati apposta a cercarlo a Udine, in un paese vicino, molto carino. E soprattuto c’è un pianoforte bellissimo: un Fazioli gran coda, che ha il suono adatto per quel tipo di musica. “Acqua liquida” ha un sacco di significati, ma è soprattutto un suono e il titolo dà già l’idea del prodotto che ci si potrebbe aspettare.

Ma per ogni disco un pianoforte diverso?

Ogni strumento ha la sua anima! Quindi lo Steinway andava bene come macchina da combattimento per fare gli Area. Era un pianoforte particolare. Molti lo avrebbero scartato perché ha una tastiera durissima. Ho rischiato di rompermi le dita per suonarlo (ridiamo). Per contro dà una grande precisione e un suono di una potenza devastante.

Prima parte, seconda parte … e la terza parte della trilogia? E’ già pensata? Sarà ancora una svolta.

Della terza non se ne parla per scaramanzia. C’è già tutto, ma è meglio aspettare a parlarne. Posso solo dire che sarà ancora un lavoro acustico. L’ultimo e poi torno all’elettrico.

Non ti mancano mai le parole nella tua arte?

Sai, quando hai suonato per anni e le parole erano scritte da Gianni Sassi e Frankenstein e cantate da Stratos … ho chiuso un po’ il libro su quelle cose. Mi sono dedicato a tutt’altre cose, non lavorando né con cantanti né altro. Poi è venuto “Lupi sintetici e strumenti a gas” e lì era prevista . la voce e il testo, anche perché c’era questa fantastica cantante: Angela Baggi. Un disco che mi ha dato molte soddisfazioni. L’hai sentito tu?

Macché! All’epoca in cui è uscito, nel 2000, mi è sfuggito, poi l’ho trovato in giro di recente; non l’ho presto subito e la volta dopo non l’ho più trovato!

Sì, è un disco sfuggente, che continua a fare dentro e fuori dal mercato.

La “forma canzone” comunque l’hai ritrovata di recente con Roberto Vecchioni …

Un momento: non sono “tornato” alla canzone; mi sono prestato. L’idea è stata di Velia Mantegazza, la regista, con cui avevo lavorato a lungo ai tempi dell’Albero Azzurro, prima di essere fatti fuori in questo clima di epurazioni. Velia ha proposto a Roberto di provare con una formazione diversa rispetto al solito ed era orientata verso il jazz. Li hanno commesso l’errore di coinvolgere me (ridiamo). Io vengo contattato per un lavoro su cui nessuno aveva le idee chiare.

Ascoltando il materiale di Roberto che io conoscevo superficialmente, perché non seguo la musica leggera e nemmeno quella d’autore, mi rendo conto del personaggio: Vecchioni non è un cantante: è un poeta cantastorie che scrive anche delle bellissime canzoni! Molto semplici dal punto di vista armonico, però ogni canzone ha un suo senso, anche musicale. Chiaramente sono canzoni che non c’entrano una sega col jazz e annessi e connessi. E allora ecco l’idea! Riportiamo tutto a zero, radicalizziamo il progetto, lavoriamo sull’idea voce, pianoforte e contrabbasso. E qui entra in gioco Paolino, perché serviva un bravissimo contrabbassista. Inizialmente erano tutti perplessi. Compreso Roberto, perché loro avevano pensato al jazz, sì, ma nel senso della big band, dell’orchestra, non del piccolo combo!

Noi abbiamo trattato le sue canzoni con la nostra competenza armonica e le canzoni sono diventate un'altra roba. Il disco fisicamente poi l’ho curato io, nel mio studio. E’ una roba a parte , una roba che in Italia non si sente spesso. Si è creato un qualcosa che non esiste da altre parti: questi tre musicisti che lavorano tra loro non sono sudditi della parola, ma si integrano con la narrazione e lo sviluppo della melodia cantata e recitata in una sorta di interplay, per usare un termine jazzistico (ossia le interazioni con gli altri musicisti – NdR). Il trio lavora sempre con questa parola, quello che in gergo si chiama interplay. Dove la voce risulta incastonata in uno scrigno sonoro. Lui, Roberto, ha il massimo della libertà in quanto non trova ostacoli nel canto, ma trova tutti i suoi appoggi precisi. E tra noi rimane anche sempre un discreto livello di libertà.

Su che base avete scelto i brani? Non quelli del disco. Intendo dire, quando avete iniziato a provare i pezzi per la tournee estiva.

Per quanto riguarda il disco, noi abbiamo registrato tutte le date, tutti i concerti. C’era quindi materiale per un disco doppio, ma la Universal ha deciso di farne un singolo. Sono sedici canzoni.

Hai scelto tu le canzoni o Roberto?

C’è stato un passarsi la palla. Loro (intendo dire Roberto e la sua famiglia) hanno fatto una scelta molto ampia, fino a riempire tre cd di canzoni. Da lì io ho fatto gli ascolti e ho controproposto il materiale che meglio poteva andare. Ma è stata una collaborazione molto “easy”: le controproposte sono state subito accettate. Poi Roberto ci ha preso gusto e ha recuperato cose che non faceva da anni, portandole e proponendomele e andavano benissimo.

C’è stata una canzone che per te è stata una sorpresa? Una canzone che, veramente ha mutato pelle tra una versione e l’altra o che comunque ti convince particolarmente?

Una in particolare è “La stazione di Zima”; potrebbe essere uno standard jazz col nostro trattamento. Oppure ancora “La bellezza” che viene da vivo in maniere pazzesca. Mi ha dato (e mi sta dando) molte soddisfazioni questo lavoro con Roberto. Adesso il disco è stato appena presentato e stiamo per partire per il tour invernale già dai prossimi giorni.

E per il resto?

Il disco per l’inverno c’è l’ho. E’ già pronto. Di mio, da solo, ho qualche serata di concerto che mi piace però accompagnare con spettacoli di danza.

Parliamo degli Area per concludere? Tu i conti con il tuo illustre passato l’hai fatto un po’ col tuo disco, ma per il resto? Cosa ti rimane? Le ristampe che continuano a fioccare …

Ristampe sì. Anche fraudolentemente: stanno uscendo alcuni concerti dal vivo non autorizzati. Il catalogo invece continua a essere ristampato, ma per il resto niente. E’ una storia esaurita, abbiamo fatto delle bellissime cose assieme. Anche dopo Stratos. Che era già uscito prima di morire, se non sbaglio aveva lasciato il gruppo un sei mesi prima. Il gruppo Area ha poi preso una piega veramente jazz negli anni del dopo-Demetrio. Si andò avanti così ancora un paio di stagioni, fino all’82, poi abbiamo sospeso l’attività. Per una decina d’anni anzi, io ho sospeso completamente l’attività. Ho scritto musica per cinema, teatro e danza.

La danza mi sembra sia il settore che ti interessa di più tra le altre forme di arte…

Dipende da chi è il danzatore. Ma anche in teatro è così. E pure al cinema. Adesso tengo solo questa collaborazione con Alessandro Benvenuti (tutti i film ,da “Benvenuti in casa Gori” a “Ivo il tardivo”). Ma ora basta cinema, è meglio occuparsi di musica.

Intervista telefonica dell'11 novembre 2005

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