Una Brigata di memoria, di cultura, di utopie,
di speranze, d'informazione, dell'uomo.
















Le Bielle interviste

Giovanna Marini: nostra Signora della Canzone popolare
di Antonio Piccolo

Che fortuna i napoletani! Continua la rassegna "Cantautori in villa" - a Villa Campolieto, Ercolano (Na) - diretta dal Club Tenco nell'ambito del 18° Festival delle Ville Vesuviane: dopo Fausto Cigliano, Giorgio Conte, Carlo Fava, Marco Ongaro e Têtes de Bois è la volta di Giovanna Marini. Giovanna Marini che arriva sul palco e canta e suona tutta da sola una buona fetta di "Vi parlo dell'America", una lunga ballata - cioè quaranta minuti e più - pubblicata nel 1965 che, tra momenti musicali assolutamente diversificati, alterna cantato e parlato senza mai interrompersi. Di seguito la raggiunge Patrizia Nasini, una delle voci del Quartetto Vocale diretto dalla Marini, che si affianca alla maestra abbagliando la platea, tra canti popolari e non, con la sua voce incantevole, delicata o prorompente, secondo le sue volontà. Dopo un'ora e quaranta di concerto la Marini e la Nasini distribuiscono i loro cd alla gente che li vuole, spiegandone vita, morte e miracoli a chi gliene domanda. Giovanna Marini è una vera forza della natura. Tanto straordinaria da passare oltre alla stanchezza e concedermi dopo il concerto, con gentilezza e disponibilità, quest'intervista. Fatto del quale mi sento onorato.

Stasera ha presentato “Vi parlo dell’America”, un lavoro che ha composto e pubblicato nel ’65. Ci racconta la sua storia e come mai lo ripropone oggi?
La storia è semplice: ero partita con mio marito e i due bambini per andare in America. Lui faceva il fisico nucleare e dovevo fare la moglie e restare tutta la vita in America con lui e i bambini, diventare americani. Però, piano piano, ci accorgemmo che la vita americana - per quanto poi abbiamo incontrato amici straordinari - era tarata: c’era qualcosa che, secondo noi, avrebbe rovinato il futuro dei nostri figli e, forse, rovinato anche quello nostro. Fatto sta che mio marito poi, in quanto fisico nucleare, prendeva lo stipendio del CNR in Italia e non è mai voluto passare agli stipendi americani della MIT che erano il quadruplo. Lo ammiro molto per aver fatto questo. Perché se no doveva lasciare tutte le eventuali “scoperte” - non so come si dica in gergo fisico - all’America. Lui lavorava sulle alte energie, i mesoni, altro che non so che voglia dire, ma poi hanno trovato cose molto interessanti e sono rimaste proprietà dell’Italia, della Sapienza, del CNR e, altrimenti, sarebbero state americane. Quindi non avevamo soldi e mi sono accorta immediatamente che, in America, senza soldi non si può stare: perdi immediatamente il saluto dalla gente, proprio non ti conoscono più. E questo mi ha fatto pensare che era meglio se venivamo in Italia: poveri fra i poveri, meglio, però con la dignità! E dopo i due anni regolamentari che lui doveva fare, invece di restare lì, siamo tornati. Quando sono tornata tutti mi chiedevano com’è l’America. Noi avevamo un’Italia, a quei tempi, che era molto diversa da adesso: non assomigliava affatto all’America. Io cominciavo a raccontare e tutti mi dicevano: «Ma va? Davvero?». E adesso penso, ascoltandomi stasera, che qua è tale e quale. Quindi ci voleva quella ventina d’anni per diventare rapidamente come l’America. È questa la malattia dell’America. Quello che vuole fare in Iraq, in Iran e in tutto il medioriente è terribile: è davvero un contagio spaventoso. Veramente, non pensavo affatto di cantarla, però m’è arrivata la richiesta precisa del signore della Provincia di Napoli che ha organizzato: mi ha chiesto espressamente la ballata dell’America. Io ho detto: «Va bene, la ripropongo». Cosa strana, pochi giorni dopo mi ha chiamato un altro da Roma dicendo: «Vorrei che tu venissi a cantarci la ballata dell’America». Quindi si vede che sta rinascendo un interesse per sapere com’è quest’America.

È ancora attuale quella ballata.
È ritornata attuale, sì. E anche quella della chiesa me la chiedono.

“Chiesa, chiesa”?
Sì, “Chiesa, chiesa”.

Lei è una colonna della musica popolare italiana, anche per il suo fondamentale apporto musicale: è diplomata al conservatorio, ha studiato con Segovia e poi è anche moderna perché ha lasciato che il suo repertorio fosse rivestito di rock con De Gregori e Guglielminetti. Di solito, si pensa che la parte musicale della canzone popolare italiana sia estremamente semplice quando, invece, non è così.
Non è così! La musica popolare italiana?

Genericamente si pensa così, come luogo comune…
Non è affatto facile: è estremamente complessa! Tutte le musiche popolari sono complesse perché sono diverse dalla nostra musicalità cittadina, della borghesia cittadina, perché sono fatti non su scala temperata e, quindi, sono ancora suoni scelti. Sono suoni che non hanno molto a che vedere con il pianoforte, con gli strumenti temperati. E poi la cosa interessante è che, malgrado usi dei suoni non trascrivibili su pentagramma, rispecchia le strutture e le armonie della musica classica perché è alla base. Mi diverte molto certa gente del pubblico che dopo che noi cantiamo pezzi popolari vengono e mi dicono: «Ah, ma quello assomiglia molto al gregoriano!». Io gli spiego: «No, guardate che è il gregoriano che assomiglia a quello, perché prima c’era la musica pastorale che è questa che vi stiamo cantando e poi è nato Gesù Cristo, la chiesa e il gregoriano! Ma molto dopo!». E questa musica, stranamente, si mantiene. In alcune parti d’Italia come il Lazio, le Marche, la Sardegna, l’interno della Sicilia, il Napoletano, l’Umbria, s’è mantenuta molto, si mantiene. Perché cantano non in scala: cantano con altre scale, insomma. È proprio difficile, perché ha un altro suono!

La straordinarietà della canzone popolare, almeno dalla Rivoluzione Francese in poi, è che era “popolare” non solo perché il popolo ne fruiva, ma perché la generava, spesso.
Questo proprio dalla Rivoluzione Francese. Direi che è un fenomeno più francese. È diventato nostro nel ‘900, c’è voluto un bel secolo ampio. Perché dalla fine ‘800 gli anarchici hanno cominciato, proprio sull’eco delle rivolte giacobine, a scrivere i testi delle canzoni e inserirli in arie d’opera, arie del Tosti, canzoni leggere, canzoni del Vaudeville e poi qualcuno ha anche fatto la melodia come Pietro Gori, che era un avvocato anarchico straordinario - l’autore dell’ “Addio, Lugano bella” e che ha scritto molte altre canzoni, parole e musica. Lui doveva essere un gran signore, io me l’immagino come un uomo estremamente colto, appassionato di musica, appassionato di storia, che scriveva le parole e le musiche…proprio in partitura! “Addio, Lugano bella” la scrisse in carcere, a Lugano. Quando uscì già la sapevano tutti: era un uomo conosciutissimo.

Lei rappresenta, all’interno della musica, il senso della memoria storica. Come reagisce davanti a chi, oggi, questa memoria cerca di cancellarla o, peggio, ribaltarla?
Ma chi è che cerca di cancellarla o di ribaltarla? Berlusconi?

Anche. Non solo, i revisionisti.
Sai come reagisco? Veramente, ti devo dire che li ascolto molto poco. Vado avanti per la mia strada perché c’ho molto da fare, non posso perder tempo. Secondo me noi dovremmo agire molto sulla scuola. Il fatto che noi abbiamo inventato nel ’75 una scuola di musica a Roma, adesso comincia a dare dei frutti sensibili, capisci? I revisionisti li lasciamo perdere, non li sto manco a sentire. Berlusconi, per carità, proprio non esiste! È vero che stanno distruggendo l’Italia però, intanto, andiamo avanti. Andiamo nelle scuole, facciamo le scuole, cerchiamo di fare molto volontariato in questo senso. Io sono arrivata quasi a settant’anni e ancora non riesco ad avere uno stipendio dalla scuola dove insegno! In realtà, siamo tutti volontari lì e, per fortuna, ho altri lavori in cui mi pagano. Ma quello va fatto, perché sul piano della cultura bisogna insistere e vedo che i frutti si hanno! Adesso, siamo riusciti a fare un film sulla scuola di Testaccio dove si vede quanto ha fruttificato questa scuola. Noi, a Roma, abbiamo dei luoghi che sono dei “centri di Resistenza culturale” e ci vuole questo: ci vogliono dei “centri di Resistenza culturale”. Quando sono venuta a fare “Urlo” abbiamo chiamato una banda napoletana e non c’era. Proprio banda organizzata non c’era, c’erano dei piccoli gruppi, delle paranze di Pomigliano D’Arco che, però, non venivano, non sapevano leggere la musica, non avevano un capo buono. Venne, invece, un gruppo di ragazzi che poi ho visto essere legato a Daniele Sepe. Erano parecchi, venticinque. In loro ho sentito la stessa aria che a scuola nostra. Ho detto: “ma guarda!”. E infatti sono un “gruppo di Resistenza culturale”, li chiamo così. Fanno la banda, parlano, discutono, insegnano agli altri, si tirano dietro la gente ed è quello l’importante: se noi volessimo costruire in Italia una rete di Resistenza, piano piano, in questo modo, si riesce a fare. Poggiandosi, per esempio, sulle scuole di musica popolare. Le scuole libere. A Roma c’è n’è qualcuna, ma anche in giro ce ne sono.

Le faccio l’ultima domanda. Sono passati trent’anni da quand’è morto Pier Paolo Pasolini, a cui lei ha dedicato una bellissima canzone (“Lamento per la morte di Pasolini”) e, recentemente, ha musicato dodici liriche tratte da “La Meglio Gioventù”. Mentre tutti stanno a commemorarlo solo concentrandosi sulle circostanze misteriose della sua morte, a lei chiedo: cosa le manca, oggi, di Pasolini?
Eh, la testa! Mi manca che tutti i venerdì compravo il Corriere della Sera - che altrimenti non avrei comprato - per sapere cosa pensava Pasolini, perché era una testa di una lucidità e di una preveggenza straordinaria. Straordinaria! Io senza Pasolini, infatti, non sapevo come pensare, capisci? Sull’aborto, per esempio, lui mi ha chiarito le idee immediatamente. Per fortuna c’era questa frequentazione, che non potevo assolutamente vantare come un’amicizia, però ci frequentavamo. E bastava una telefonata e dire: “che ne pensi?”. Leggerlo sul Corriere della Sera ti apriva mille porte! Era uno straordinario insegnante, uno straordinario teorico e, immediatamente, all’analisi univa la sintesi e aveva un’attenzione nel parlare per ogni singola parola: infatti, parlava molto lentamente perché diceva di dover scegliere le parole perché non fossero approssimative. Era tutto un insegnamento assistere a Pasolini. Impressionante! Certo la sua morte ha lasciato un vuoto che non è stato riempito. Io cerco di capire chi l’ha riempito: penso a Norberto Bobbio, grande filosofo e pensatore, ma non aveva l’immediatazza di Pasolini; Cacciari, grande filosofo anche lui, ma, sai, ha il difetto di essere mondano e anche contorto.

È della Margherita...
Ma va? Oh Signore, questa non la sapevo!
Pasolini, invece, aveva questa lucidità straordinaria: con quattro parole ti inquadrava il problema con un modo che per te era nuovo. Sfrondato di tutti i pregiudizi e i luoghi comuni: completamente nuovo. Era straordinario.

Ultimo aggiornamento: 13-07-2005
HOME