Che fortuna i napoletani! Continua la rassegna "Cantautori
in villa" - a Villa Campolieto, Ercolano (Na) - diretta
dal Club Tenco nell'ambito del 18° Festival delle
Ville Vesuviane: dopo Fausto Cigliano, Giorgio Conte,
Carlo Fava, Marco Ongaro e Têtes de Bois è la volta
di Giovanna Marini. Giovanna Marini che arriva sul
palco e canta e suona tutta da sola una buona fetta
di "Vi parlo dell'America", una lunga ballata - cioè
quaranta minuti e più - pubblicata nel 1965 che, tra
momenti musicali assolutamente diversificati, alterna
cantato e parlato senza mai interrompersi. Di seguito
la raggiunge Patrizia Nasini, una delle voci del Quartetto
Vocale diretto dalla Marini, che si affianca alla
maestra abbagliando la platea, tra canti popolari
e non, con la sua voce incantevole, delicata o prorompente,
secondo le sue volontà. Dopo un'ora e quaranta di
concerto la Marini e la Nasini distribuiscono i loro
cd alla gente che li vuole, spiegandone vita, morte
e miracoli a chi gliene domanda. Giovanna Marini è
una vera forza della natura. Tanto straordinaria da
passare oltre alla stanchezza e concedermi dopo il
concerto, con gentilezza e disponibilità, quest'intervista.
Fatto del quale mi sento onorato.
Stasera
ha presentato “Vi parlo dell’America”,
un lavoro che ha composto e pubblicato nel ’65.
Ci racconta la sua storia e come mai lo ripropone
oggi?
La storia è semplice: ero partita con mio marito
e i due bambini per andare in America. Lui faceva
il fisico nucleare e dovevo fare la moglie e restare
tutta la vita in America con lui e i bambini, diventare
americani. Però, piano piano, ci accorgemmo
che la vita americana - per quanto poi abbiamo incontrato
amici straordinari - era tarata: c’era qualcosa
che, secondo noi, avrebbe rovinato il futuro dei nostri
figli e, forse, rovinato anche quello nostro. Fatto
sta che mio marito poi, in quanto fisico nucleare,
prendeva lo stipendio del CNR in Italia e non è
mai voluto passare agli stipendi americani della MIT
che erano il quadruplo. Lo ammiro molto per aver fatto
questo. Perché se no doveva lasciare tutte
le eventuali “scoperte” - non so come
si dica in gergo fisico - all’America. Lui lavorava
sulle alte energie, i mesoni, altro che non so che
voglia dire, ma poi hanno trovato cose molto interessanti
e sono rimaste proprietà dell’Italia,
della Sapienza, del CNR e, altrimenti, sarebbero state
americane. Quindi non avevamo soldi e mi sono accorta
immediatamente che, in America, senza soldi non si
può stare: perdi immediatamente il saluto dalla
gente, proprio non ti conoscono più. E questo
mi ha fatto pensare che era meglio se venivamo in
Italia: poveri fra i poveri, meglio, però con
la dignità! E dopo i due anni regolamentari
che lui doveva fare, invece di restare lì,
siamo tornati. Quando sono tornata tutti mi chiedevano
com’è l’America. Noi avevamo un’Italia,
a quei tempi, che era molto diversa da adesso: non
assomigliava affatto all’America. Io cominciavo
a raccontare e tutti mi dicevano: «Ma va? Davvero?».
E adesso penso, ascoltandomi stasera, che qua è
tale e quale. Quindi ci voleva quella ventina d’anni
per diventare rapidamente come l’America. È
questa la malattia dell’America. Quello che
vuole fare in Iraq, in Iran e in tutto il medioriente
è terribile: è davvero un contagio spaventoso.
Veramente, non pensavo affatto di cantarla, però
m’è arrivata la richiesta precisa del
signore della Provincia di Napoli che ha organizzato:
mi ha chiesto espressamente la ballata dell’America.
Io ho detto: «Va bene, la ripropongo».
Cosa strana, pochi giorni dopo mi ha chiamato un altro
da Roma dicendo: «Vorrei che tu venissi a cantarci
la ballata dell’America». Quindi si vede
che sta rinascendo un interesse per sapere com’è
quest’America.
È ancora attuale quella
ballata.
È ritornata attuale, sì. E anche quella
della chiesa me la chiedono.
“Chiesa, chiesa”?
Sì, “Chiesa, chiesa”.
Lei è una colonna della
musica popolare italiana, anche per il suo fondamentale
apporto musicale: è diplomata al conservatorio,
ha studiato con Segovia e poi è anche moderna
perché ha lasciato che il suo repertorio fosse
rivestito di rock con De Gregori e Guglielminetti.
Di solito, si pensa che la parte musicale della canzone
popolare italiana sia estremamente semplice quando,
invece, non è così.
Non è così! La musica popolare italiana?
Genericamente
si pensa così, come luogo comune…
Non è affatto facile: è estremamente
complessa! Tutte le musiche popolari sono complesse
perché sono diverse dalla nostra musicalità
cittadina, della borghesia cittadina, perché
sono fatti non su scala temperata e, quindi, sono
ancora suoni scelti. Sono suoni che non hanno molto
a che vedere con il pianoforte, con gli strumenti
temperati. E poi la cosa interessante è che,
malgrado usi dei suoni non trascrivibili su pentagramma,
rispecchia le strutture e le armonie della musica
classica perché è alla base. Mi diverte
molto certa gente del pubblico che dopo che noi cantiamo
pezzi popolari vengono e mi dicono: «Ah, ma
quello assomiglia molto al gregoriano!». Io
gli spiego: «No, guardate che è il gregoriano
che assomiglia a quello, perché prima c’era
la musica pastorale che è questa che vi stiamo
cantando e poi è nato Gesù Cristo, la
chiesa e il gregoriano! Ma molto dopo!». E questa
musica, stranamente, si mantiene. In alcune parti
d’Italia come il Lazio, le Marche, la Sardegna,
l’interno della Sicilia, il Napoletano, l’Umbria,
s’è mantenuta molto, si mantiene. Perché
cantano non in scala: cantano con altre scale, insomma.
È proprio difficile, perché ha un altro
suono!
La straordinarietà della
canzone popolare, almeno dalla Rivoluzione Francese
in poi, è che era “popolare” non
solo perché il popolo ne fruiva, ma perché
la generava, spesso.
Questo proprio dalla Rivoluzione Francese. Direi che
è un fenomeno più francese. È
diventato nostro nel ‘900, c’è
voluto un bel secolo ampio. Perché dalla fine
‘800 gli anarchici hanno cominciato, proprio
sull’eco delle rivolte giacobine, a scrivere
i testi delle canzoni e inserirli in arie d’opera,
arie del Tosti, canzoni leggere, canzoni del Vaudeville
e poi qualcuno ha anche fatto la melodia come Pietro
Gori, che era un avvocato anarchico straordinario
- l’autore dell’ “Addio, Lugano
bella” e che ha scritto molte altre canzoni,
parole e musica. Lui doveva essere un gran signore,
io me l’immagino come un uomo estremamente colto,
appassionato di musica, appassionato di storia, che
scriveva le parole e le musiche…proprio in partitura!
“Addio, Lugano bella” la scrisse in carcere,
a Lugano. Quando uscì già la sapevano
tutti: era un uomo conosciutissimo.
Lei rappresenta, all’interno
della musica, il senso della memoria storica. Come
reagisce davanti a chi, oggi, questa memoria cerca
di cancellarla o, peggio, ribaltarla?
Ma chi è che cerca di cancellarla o di ribaltarla?
Berlusconi?
Anche. Non solo, i revisionisti.
Sai come reagisco? Veramente, ti devo dire che li
ascolto molto poco. Vado avanti per la mia strada
perché c’ho molto da fare, non posso
perder tempo. Secondo me noi dovremmo agire molto
sulla scuola. Il fatto che noi abbiamo inventato nel
’75 una scuola di musica a Roma, adesso comincia
a dare dei frutti sensibili, capisci? I revisionisti
li lasciamo perdere, non li sto manco a sentire. Berlusconi,
per carità, proprio non esiste! È vero
che stanno distruggendo l’Italia però,
intanto, andiamo avanti. Andiamo nelle scuole, facciamo
le scuole, cerchiamo di fare molto volontariato in
questo senso. Io sono arrivata quasi a settant’anni
e ancora non riesco ad avere uno stipendio dalla scuola
dove insegno! In realtà, siamo tutti volontari
lì e, per fortuna, ho altri lavori in cui mi
pagano. Ma quello va fatto, perché sul piano
della cultura bisogna insistere e vedo che i frutti
si hanno! Adesso, siamo riusciti a fare un film sulla
scuola di Testaccio dove si vede quanto ha fruttificato
questa scuola. Noi, a Roma, abbiamo dei luoghi che
sono dei “centri di Resistenza culturale”
e ci vuole questo: ci vogliono dei “centri di
Resistenza culturale”. Quando sono venuta a
fare “Urlo” abbiamo chiamato una banda
napoletana e non c’era. Proprio banda organizzata
non c’era, c’erano dei piccoli gruppi,
delle paranze di Pomigliano D’Arco che, però,
non venivano, non sapevano leggere la musica, non
avevano un capo buono. Venne, invece, un gruppo di
ragazzi che poi ho visto essere legato a Daniele Sepe.
Erano parecchi, venticinque. In loro ho sentito la
stessa aria che a scuola nostra. Ho detto: “ma
guarda!”. E infatti sono un “gruppo di
Resistenza culturale”, li chiamo così.
Fanno la banda, parlano, discutono, insegnano agli
altri, si tirano dietro la gente ed è quello
l’importante: se noi volessimo costruire in
Italia una rete di Resistenza, piano piano, in questo
modo, si riesce a fare. Poggiandosi, per esempio,
sulle scuole di musica popolare. Le scuole libere.
A Roma c’è n’è qualcuna,
ma anche in giro ce ne sono.
Le faccio l’ultima domanda.
Sono passati trent’anni da quand’è
morto Pier Paolo Pasolini, a cui lei ha dedicato una
bellissima canzone (“Lamento per la morte di
Pasolini”) e, recentemente, ha musicato dodici
liriche tratte da “La Meglio Gioventù”.
Mentre tutti stanno a commemorarlo solo concentrandosi
sulle circostanze misteriose della sua morte, a lei
chiedo: cosa le manca, oggi, di Pasolini?
Eh, la testa! Mi manca che tutti i venerdì
compravo il Corriere della Sera - che altrimenti non
avrei comprato - per sapere cosa pensava Pasolini,
perché era una testa di una lucidità
e di una preveggenza straordinaria. Straordinaria!
Io senza Pasolini, infatti, non sapevo come pensare,
capisci? Sull’aborto, per esempio, lui mi ha
chiarito le idee immediatamente. Per fortuna c’era
questa frequentazione, che non potevo assolutamente
vantare come un’amicizia, però ci frequentavamo.
E bastava una telefonata e dire: “che ne pensi?”.
Leggerlo sul Corriere della Sera ti apriva mille porte!
Era uno straordinario insegnante, uno straordinario
teorico e, immediatamente, all’analisi univa
la sintesi e aveva un’attenzione nel parlare
per ogni singola parola: infatti, parlava molto lentamente
perché diceva di dover scegliere le parole
perché non fossero approssimative. Era tutto
un insegnamento assistere a Pasolini. Impressionante!
Certo la sua morte ha lasciato un vuoto che non è
stato riempito. Io cerco di capire chi l’ha
riempito: penso a Norberto Bobbio, grande filosofo
e pensatore, ma non aveva l’immediatazza di
Pasolini; Cacciari, grande filosofo anche lui, ma,
sai, ha il difetto di essere mondano e anche contorto.
È della Margherita...
Ma va? Oh Signore, questa non la sapevo!
Pasolini, invece, aveva questa lucidità straordinaria:
con quattro parole ti inquadrava il problema con un
modo che per te era nuovo. Sfrondato di tutti i pregiudizi
e i luoghi comuni: completamente nuovo. Era straordinario.