| E
alla fine, Massimiliano, eccoci qua. Vediamo se riusciamo a organizzare
questa intervista così tanto rimandata. Volevo innanzitutto
dirti che sei stata la mia colonna sonora quasi ininterrotta dal
ritorno dalle vacanze. Ormai
le canzoni de "Il ritorno delle passioni" me le canticchio
sotto la doccia. Ho delle nette preferenze, ma credo che verranno
fuori nel corso della chiacchierata.
Allora,
tanto per rompere il ghiaccio, ci racconti la genesi di questo disco?
Come ci sei arrivato? Tra l'altro, nonostante tutte le difficoltà
del caso, sei arrivato abbastanza presto a incidere un disco. In
un'epoca in cui i cantautori cosiddetti emergenti hanno tutti tra
40 e 50 anni, tu nei hai solo 29.
"Come
puoi immaginarti questo disco parte da molto lontano, è un
progetto discografico ma è soprattutto un progetto di vita
dove inevitabilmente confluiscono esperienze, pensieri e tutto ciò
che mi ha formato come persona...è un processo che forse
può apparire ovvio, ma è la sintesi che è molto
complessa, te l’assicuro. Comunque
l’idea di incidere le mie canzoni me la portavo appresso da
anni, anche perché io ho iniziato a scrivere quasi dieci
anni fa, e da subito mi sono proposto per ciò che ero e per
ciò che avevo di mio. Mi
sono deciso al grande passo solo quando si sono create le giuste
contingenze che nel mio caso erano: un valido studio di registrazione;
un team di musicisti adatti ai miei scopi; un gruppo di canzoni
che stessero bene assieme; ed infine una progettualità compiuta,
che avesse carattere sì musicale, ma non solo, anche storico
e, perché no, letterario.Forse
sarò in anticipo sulla media, ma ti assicuro che per i miei
tempi e le mie intenzioni, che erano chiare sin da quando ho iniziato
a suonare, sono già in abbondante ritardo.
Il
"ritorno delle passioni" però non è neanche
il tuo primo vero disco, perché in precedenza hai pubblicato
un lavoro su Dino Campana nel 2001: "Massimiliano Larocca canta
Dino Campana", inciso all'home studio Guardi di Firenze e ispirato
a poesie tratte da "Canti orfici e altre poesie", con
musiche tue. Disco ovviamente introvabile. Ci sono somiglianze e
continuità tra il primo disco e il secondo? Oppure salti
e differenze? Il disco su Dino Campana era, a mio avviso, un progetto
interessante, perché lì avevo preso integralmente
alcune poesie dei “Canti Orfici” e le avevo trasformate
in autentiche canzoni, senza intaccarne la struttura originale.
 |
Io e Massimiliano
non abitiamo a più di cinquecento metri l'uno dall'altro,
eppure per mettere le mani sul suo cd lui ed io abbiamo dovuto
convenire, fra e-mail e telefonate, un incontro. Il cd, uno
dei primi cento stampati - gli altri arriveranno dopo - per
la presentazione fatta a San Salvi, è venuto a portarmelo
in Piazza Indipendenza, alla fine del suo lavoro e in un intervallo
rubato del mio, quasi fosse una partita di droga. Ma forse,
senza saperlo, abbiamo violato qualche legge sul contrabbando
delle....gemme! Il primo disco di Massimiliano Larocca, "Il
ritorno delle Passioni", non è il primo. La libertà
di fare un disco come questo. Non venderà un cazzo! (segue) |
Esattamente
come Brassens fece con Villon e Ferrè con Rimbaud, Baudelaire,
Apollinaire, Caussimon etc. Ciò
che, purtroppo non è di alto livello è la registrazione,
che realizzai con un vecchio TASCAM a 4 piste… Mi piacerebbe
re-incidere quel disco come si deve, lo ritengo un progetto che
merita maggior cura e fortuna, considerando anche la recente, ed
inspiegabile, “riscoperta” di Dino Campana.
Quindi per essere sincero,
caro Giorgio, il disco è introvabile sia perché le
copie sono andate esaurite, sia perché, come dire......non
gradisco che “giri” molto! Comunque tra i due dischi
vi è sicuramente continuità, anche perché il
piano di lavoro è il medesimo, ovvero coniugare cultura alta
e bassa, letteratura e musica popolare, tradizione e ricerca.
Un
piccolo aggancio lo indico io: la presenza di una poesia di Pasolini
ne "Il ritorno", ossia "Il nini muart", indice
di una passione poetica che non accenna a scemare? Come pure "Il
sogno di Rimbaud" che si limita a citare un altro grande poeta.
E la tua canzone “1945” parte da una poesia di Giovanni
Falorni. Domanda d'obbligo: ma non sono linguaggi divergenti tra
loro, la poesia e la canzone?
Non starò a dibattere su dove finisce la canzone
e dove inizia la poesia e viceversa; è un dibattito irrisolto
ed infinito. Ciò
che credo è che si tenda a separarle sempre da un punto di
vista esclusivamente formale, quando poi, in definitiva, il loro
fine è lo stesso: ovvero, molto semplicemente la Comunicazione
con la C maiuscola. Sotto questo aspetto la canzone è un
grandissimo veicolo per la poesia: la musica è un linguaggio
universale, immediatamente decodificabile, un linguaggio che abbatte
barriere di età e di cultura. Questa
è una cosa che, ad esempio, un libro non riesce a fare con
altrettanta immediatezza.
Tu mi hai detto che canti
le mie canzoni sotto la doccia: è un buon esempio di ciò
che voglio dirti......
Posso anche
citarti quel famoso aneddoto secondo il quale quando Allen Ginsberg
sentì “Mr. Tambourine man” alla radio per la
prima volta, scoppiò di gioia perché capì che
attraverso la musica la poesia poteva esplodere nelle strade, arrivare
alle masse, insinuarsi quasi in modo subliminale nella coscienza
delle persone. E
del resto credo che negli anni Settanta, anche in Italia, si sia
assistito ad un fenomeno di questo tipo: la culture e la poesia
erano alla portata di tutti, ed in questo processo la canzone aveva
un ruolo predominante.
Frasi
di Pasolini, peraltro, sul tuo sito, accompagnano e introducono
alcune canzoni. Nello specifico è un amore che viene da lontano?
Pasolini.....che dire? Credo
che oggi manchino terribilmente figure come lui......intellettuali
capaci di sposare cultura alta e bassa, capaci soprattutto di creare
una grande Storia, un grande retroterra comune che oggi mancano,
in special modo in una paese come il nostro. Al
riguardo, tempo fa, Franco Senia mi disse che, secondo lui, gli
“italiani”, inteso come popolo, sono un’invenzione
della televisione. Sono
assolutamente d’accordo.......ma Pasolini, ad esempio, aveva
rintracciato una grande Storia comune, e ne aveva fatto la sua Estetica:
questa Storia era la civiltà contadina, il mondo della Tradizione
a lui così caro. La
Storia contadina è davvero l’unica cosa che accomuna
tutto il nostro paese, dal Nord al Sud; è una cultura che
ha riguardato la Valtellina come la Sicilia. Questa
grande ricchezza fu distrutta dalla massiccia industrializzazione
del dopoguerra, in quello che sempre il Pa’ definì
un “genocidio culturale”. Qualche
mese fa ho scritto una canzone al riguardo, “I giorni del
pane”, che è il racconto della fine della civiltà
contadina e del conseguente inizio della moderna civiltà
industriale e consumistica. Detto
ciò capirai perché il debito di questo disco con l’estetica
e la poetica di Pasolini è così forte, e perché
un mondo rurale e contadino emerge in molte canzoni dell’album.
Sempre
rifacendomi alle frasi che sul sito introducono alle canzoni, ci
sono citazioni di Bruce Springsteen e di Woody Guthrie. E poi tra
i “numi tutelari” citi anche Bob Dylan (come poteva
mancare?). Anche loro fonti di ispirazione?
Anche l’amore per Guthrie, Dylan, Springsteen e per un certo
tipo di cantautorato americano rientra,se vuoi, in ciò che
ti dicevo prima. Ammiro
queste figure proprio per la loro capacità di essere artisti
“popolari”, cioè autentiche espressioni della
loro cultura, tanto da diventarne i principali cantori. Marino
Severini mi disse una volta che Springsteen è intento a scrivere
il “grande romanzo americano”: straordinario, è
esattamente così, ed è ciò che forse in Italia
è sempre mancato....... Chi
ha scritto il nostro grande romanzo, chi è stato espressione
così diretta, senza mediazioni della politica, della nostra
cultura popolare più vera? Non
ci dimentichiamo che da noi la cultura popolare è sempre
stata viva e presente, ma la politica se ne è appropriata
da subito. Forse
solo l’ultimo De Andrè, specialmente quello di “Anime
salve”, si stava muovendo in questa direzione. Anzi
sono certo che se fosse ancora vivo, avrebbe indirizzato i suoi
progetti in questo senso.
Infine,
già che siamo sul tema: il tuo disco è, a mio parere,
quello che più mi ha ricordato Fabrizio De André,
in particolare il De André degli esordi. Sia
per la costruzione di brani che non sono mai banali o esageratamente
intimisti, sia per la voce, ma anche per la cura degli arrangiamenti
e la grande pulizia strumentale, la voglia di fare arrivare suoni
e parole pulite, ché si possano interpretare al meglio. Ci
sono poi un paio di canzoni che, senza nulla togliere, sembrano
“aggiornamenti” di vecchi brani deandreiani. Come si
fa ad ascoltare “Bassi quartieri” e non pensare alla
“Città Vecchia”. E “L’anonimo sovversivo”
non è perlomeno parente più giovane di un celebre
“Bombarolo”? Ora tu mi dirai che sono pure coincidenze
e io non ti crederò :-))) e continuerò a sostenere
che il vero compito della Fondazione De André sarebbe dare
una mano a giovani come te che cercano di riprendere il messaggio
del maestro, di raccogliere il testimone e portarlo avanti e non
a chi passa il tempo a fare cover inutili.
Beh, non starò
certo a negare l’evidenza, ed è chiaro che questi due
brani sono direttamente legati alla poetica deandreiana. Anche
se però la chiave di lettura deve essere diversa, così
come è diverso il concetto che le ha generate. Ad
esempio nella “Città vecchia” si parla espressamente
di Genova, mentre ne “I bassi quartieri” si parte dalle
borgate di Pasolini per arrivare al Terzo Mondo e a tutte le realtà
sociali emarginate come sinonimo di veridicità, di necessità
e di autenticità. L’”Anonimo
sovversivo” invece è una sorta di eminenza grigia della
Rivoluzione, una grande anima libertaria che, da Gesù Cristo
in avanti, si è incarnato in figure storiche sempre diverse,
pur rimanendo sempre la stessa.
Riguardo al discorso sulla Fondazione.....beh, ti dirò Giorgio
che ho apprezzato moltissimo l’istituzione su Bielle del Comitato
di tutela: qui stiamo rischiando realmente, tramite un lento ma
inesorabile processo di istituzionalizzazione, di impoverire l’enorme
patrimonio che De Andrè ci ha lasciato. Quella
che dovrebbe essere una grande ricchezza da cui partire e attraverso
la quale spiccare il volo, sta diventando,a mio avviso, un binario
morto.....
Chi sono i responsabili?
Dunque,
il disco lo hai prodotto con Gianfilippo Boni, che ha anche contribuito
ad arrangiarlo. Dentro ci suonano Davide Giromini (a cui tu hai
restituito il favore con “Anima mundi” nel suo disco
“Apuamater”), poi ci sono i Del Sangre che hanno dato
una mano ad entrambi (a te sia “Nella fiera della vanità”
che nel “Ritorno delle passioni”, a Giromini in “Preghiera
in settembre”). A Giromini hanno dato una mano pure Les Anarchistes
che poi hanno inserito “Apua natia” di Giromini nel
loro nuovo disco “La musica nelle strade”. Ce n’è
abbastanza per parlare di una nuova “scuola musicale toscana”?
Dopo la “genovese” dei primi anni ’60, “l’emiliana”
del beat a fine ’60 (Nomadi, Equipe ’84, Guccini, Caselli),
la “romana” degli anni ’70 (De Gregori, Venditti,
Lo Cascio, Luigi Grechi) e la “napoletana” dei ‘70/80
(i due Bennato, la De Sio, Pino Daniele): in effetti la Toscana
era rimasta un po’ ai margini della canzone d’autore.
Diverso il discorso sul rock con Litfiba e Diaframma sugli scudi
...
Non ho mai
creduto molto alle “scuole”......il fatto è che
quando si creano punti di contatto, di incontro e di confronto ti
accorgi che là fuori si muovono un sacco di energie. Il
problema è che questi punti non ci sono: e non ci sono soprattutto
a livello strutturale, che in soldoni vuol dire posti dove si faccia
musica, ma la si faccia sul serio..... Luoghi
in cui i musicisti possano conoscersi, collaborare, interagire:
solo così si creano le “scuole”,le “scene”
e via dicendo. Gli
amici che hai citato sono persone che stimo....ma a questi aggiungerei
anche Andrea Parodi di Cantù, che tu conosci come validissimo
cantautore. Siamo
un piccolo gruppo di musicisti che si “spalleggia”,
collabora per amicizia ma soprattutto per stima professionale. Sono
spesso ospite nei concerti dei Del Sangre o di Parodi, e loro sono
ospiti nei miei: ci regaliamo reciprocamente piccoli spazi dove
presentare i nostri rispettivi progetti. E’
uno scambio, una condivisione di opportunità importante in
un momento dove queste sembrano scarseggiare.
Credo che se
questo tipo di dinamica si ampliasse da 6 persone a 1000, la “scena”
si creerebbe da sola, magari costringendo gli organi di informazione
ad occuparsene. Siamo
troppo “sfilacciati”, caro Giorgio.....e per fortuna
che (e lo dico senza ruffianeria) Bielle, in questo senso, è
un bel “collante”, perché parla indifferentemente
di me e,che so, di Fossati.
Veniamo
adesso alle singole canzoni: lasciando da parte quelle con debiti
poetici, di cui abbiamo già parlato, mi presenti le altre?
In particolare le mie tre preferite: “L’etica del viandante”,
“Nel nome della bella” e “Le donne di Carrara”.
Il tuo canto e le tue scelte interpretative sembrano portarti molto
lontano dal presente: il tuo canzoniere potrebbe facilmente collocarsi
a inizio secolo scorso. E la scelta è anche linguistica:
se parli di “viandanti”, “predatori”, di
“terra straniera”, dell’ “arma che chiamò”,
di “fantesche in processione”, di “filande deserte”
o di “consorte” e di “anima migrante” è
normale che il pensiero corra in un altrove temporale a sé
stante che conferisce ancor più fascino a melodie che partono
dalla musica popolare e, dopo un bagno nelle acque al di là
dell’Atlantico, ci ritornano ancora più nostre.
E’ una
scelta voluta, come capirai. Il
titolo del disco, “Il ritorno della passioni” crea le
coordinate lungo cui tutto il disco si muove, ovvero la necessità
di avere, o quantomeno di crearsi, un “passato”, una
“memoria” e , quindi, un’identità con cui
confrontarsi nel presente........altrimenti non si va da nessuna
parte.
E ciò
diventa di vitale importanza in una società come la nostra
“affamata” di presente, di tutto ciò che è
immanenza, di tutto ciò che è immediato e, dunque,
futile. Le
mie scelte linguistiche non mi portano lontano dal presente, ma
piuttosto vanno alla ricerca di qualcosa che dia senso e identità
a questo presente, che dia una direzione da seguire........sembra
banale dirlo, ma se non c’è passato non c’è
futuro, e resta solo un misero presente che ti si sbriciola tra
le mani. “L’etica
del viandante” è una canzone molto importante perché
crea una filosofia in linea con ciò che ti ho appena detto.
Il viaggio
diventa ricerca esistenziale di identità; ognuno di noi dovrebbe
essere viandante, fare del “viaggio” un’etica
di vita: ciò significa rimettersi in discussione ogni volta
per la semplice necessità di camminare, capire e, di conseguenza,
crescere. Invece,
si sa, l’essere umano tende alla conservazione, ed è
allora che arresta la propria crescita. “Nel
nome della bella” è ,in sostanza, la storia di un disertore;
la canzone ha la struttura di una romanza d’amore, e l’intento
è ovviamente quello di denunciare le atrocità della
guerra. Ciò
viene fatto qui in maniera, diciamo così, “obliqua”:
ovvero si può scrivere una canzone contro la guerra anche
scrivendo una serenata d’amore. “Le
donne di Carrara” è un episodio della Resistenza, un
avvenimento “minore” e non ufficiale di cui la nostra
storia è costellata.
Per i cori in dialetto
mi sono avvalso della voce di una vera “carrarina”,
Micaela Guerra, cantante dei Bededeum, un altro progetto folk di
Davide Giromini. E’ una “suite” popolare con tre
distinti momenti: il ballo, la ninna-nanna e il racconto orale.
Tanto
per saperlo, sono tutte canzoni coeve o le hai scritto nel corso
degli anni? E ancora: ne sono rimaste tante fuori dal disco?
Sai, Giorgio, quando si arriva a fare il primo album, specialmente
se sono passati molti anni dall’inizio della tua attività,
si dice sempre che tu debba fare una sorta di “best of”......e
in effetti è così, perché ti trovi a dover
scegliere tra moltissime canzoni. Tanto
per dirti: la più vecchia del lotto è “La fiera
della vanità” che è datata 1998, mentre la più
recente del disco dovrebbe essere “1945” che è
del 2003, mi pare.
Ciò
che però ha guidato la mia scelta è stata l’esigenza
di creare una storia, un vero e proprio affresco: per fare ciò
avevo bisogno di individuare il “concept” del disco,
e le canzoni adatte a questo scopo. E,
mutuandoli da Pasolini, i temi del disco sono quelli che ti ho già
detto, cioè il rapporto con la Tradizione e la Memoria, e
la ricerca dell’Identità, che nel disco è rappresentata
dalle canzoni sul viaggio, “L’etica del viandante”
e “Gli amori dei marinai” in primis.
In quest’ottica,
le canzoni rimaste fuori dal disco in realtà non sono nessuna,
proprio perché solo questo particolare gruppo di canzoni
in questa particolare sequenza restituisce la storia che volevo
raccontare. Poi
certamente ci sono molte altre canzoni che amo, magari anche più
di quelle incluse nel disco, e che avrebbero meritato una pubblicazione
ufficiale, ma non rientravano in questo progetto.......sono sicuro
che troveranno il loro posto nel mondo prima o poi.
Domanda
di pura scrittura invece: vedo che usi molto, moltissimo la rima.
Non la vivi mai come una potenziale gabbia? Pareri personali, ovviamente.
Guccini ritiene, di suo, che non scrivere in rima voglia dire non
divertirsi del tutto. La sfida per lui è proprio cercare
la rima. Invece a me, ad esempio, la frase “La mia libertà
scava oltre la morte / per donarmi il cielo come consorte”
sembra forzata, nonostante tu abbia compitato due ottimi endecasillabi.
Il cielo come consorte? Fa rima ... ma qual è il senso? Non
pensare che sia indirizzata a te: è una fissa che ho da quando
ho sentito Vecchioni cantare “Sta di fatto però / che
quelli lì giocan duro / quelli mi infilano in un muro”.
Muro? Mah ... :-))
La mia discriminante è sempre il “suono”, ovvero
i versi mi devono “suonare” bene all’orecchio.......questo
posso anche realizzarlo per assonanza. Ci
sono casi, come nei “Bassi quartieri”, in cui la rima
baciata è una precisa scelta stilistica proprio perché
restituisce il clima popolare e il carattere quasi fiabesco, mitico
del racconto.
Odio profondamente
quelle che io chiamo le “rime italiote” ovvero tutti
quei versi che finiscono con “sai”, “dai”,
“puoi” etc. e di cui la nostra canzone leggera è
infarcita. Comunque
non cerco la rima ad ogni costo. Riguardo
a “La mia libertà” posso assicurarti che non
ho forzato la rima, era ,in modo più o meno felice, esattamente
ciò che volevo dire, intendendo una forza che abbatte le
barriere tra la vita e la morte.......ma questo comunque non è
poi così importante.
Domanda
d’obbligo: e ora? Qual è la produzione di Massimilano
Larocca odierna? Cambierà qualcosa? Hai già scritto
nuove canzoni? Visto il tipo di scrittura direi “prima le
parole e poi la musica”, ma scrivi anche altro che non siano
canzoni? Poesie o altro?
Ho vinto un paio di concorsi di poesia qualche anno fa, ma le pagine
non mi danno le stesse emozioni delle corde....... Riguardo
alla composizione, invece, ti sorprendo caro Giorgio, perché
in realtà scrivo i testi solo quando la canzone ha una sua
precisa struttura melodica......anzi, spesso è proprio la
melodia che mi suggerisce parole che, forse, a foglio bianco, non
mi verrebbero mai in mente.
Comunque non
scrivo mai il testo prima, ma l’idea, il concetto e il titolo
della canzone ce l’ho già:ho un quaderno pieno di decine
di potenziali titoli per future canzoni. La
produzione intanto continua, ho sempre la testa alle canzoni; del
resto questo è il mio mezzo per relazionarmi al mondo, quindi
non potrei comunque non farlo.
Posso dirti che quest’ultimo
lotto di canzoni che ho composto negli ultimi due anni hanno un
filo comune specifico, che chiamerei, citando Sartre, “Essere
e tempo”......sì, direi che un prossimo eventuale disco
ruoterebbe senz’altro intorno al dualismo Mondo dell’innocenza/Mondo
dell’esperienza, con l’uomo nel mezzo a non capire da
che parte voler stare.....
Beh, ci siamo
passati tutti no?
Ultime
due domande: trovare una strada per incidere è difficile.
Farsi poi conoscere è ancora più difficile: le radio
non ti passano, tv neanche a parlarne ... Che strade pensi di seguire
per farti conoscere di più? La rete? I concerti?
Innanzitutto devo dirti che, tra le varie cose, c’è
un altro progetto in ponte. Con
l’etichetta “Sette Ottavi” di Vince Tempera e
Maurizio Martellini (che tra gli altri promuove anche Deidda e Susanna
Parigi) ho realizzato un singolo in cui ho re-inciso con nuovi arrangiamenti
due canzoni che già compaiono sul “Ritorno”:
“Nel nome della bella” e “Gli amori dei marinai”.
Questo singolo
avrà uno scopo solo promozionale, quindi radio e stampa presumo.
Dalle
“risposte” a questo singolo dipenderanno ovviamente
i progetti futuri, sia miei sia della “Sette Ottavi”.
Staremo
a vedere. Comunque
per ciò che riguarda la mia attività , cercherò
di suonare il più possibile, ovviamente in luoghi che mi
garantiranno un minimo di attenzione e di visibilità. E
già dicendo ciò la cerchia si restringe......
C’è
una realtà inconfutabile, Giorgio, a cui nessuno può
ovviare: in Italia non si può vivere di musica ad un medio
livello. Nei
paesi anglosassoni, in America in particolare, si fa musica e si
vive di musica a tanti livelli, dal più basso al più
alto. Ad
ogni livello corrisponde un apparato strutturale adeguato.
Pensa solo a quanto è grande il circuito del folk; pensa
a validissimi cantautori conosciuti anche in Italia che vivono di
musica suonando ogni sera in club da 100 persone......Eric Andersen,Tom
Russell, Townes van Zandt, John Prine, Greg Brown etc. etc.
Tutti artisti
che vendono poche migliaia di dischi ma che fanno una carriera onesta
ed onorevole. Certo
li aiuta notevolmente il fatto che con la loro lingua hanno mercato
anche all’estero. Qui
da noi c’è il la vetta dove alloggiano i cantautori
“storicizzati” e i divi del pop, poi c’è
il fondo in cui navigano i reietti e nel mezzo, nulla. Invece
dovrebbero esserci maggiore organicità e maggiore redistribuzione.
Per la promozione
la rete è un ottima risorsa, ho venduto un bel numero di
dischi tramite internet ed il mio sito. E
devo dire che, insomma, Bielle mi ha dato una grande mano, perché
più della metà delle persone che mi chiedono il disco
sono vostri lettori. Di
questo vi ringrazio profondamente.
Ultimissima:
mi hai scritto in una mail precedente (da me molto gradita) che
ti faceva impressione, dopo aver comprato dischi per anni su consigli
di Bielle, essere ora tu un personaggio da Bielle. Come è
il “consumatore” Larocca? Che musica senti? E che libri
leggi?
Sia in musica che in letteratura sono in una perenne dimensione
di “ricerca del tempo perduto”: ovvero tendo sempre
a dare la precedenza ai grandi classici piuttosto che a nuove proposte.
Leggo
poesia e i romanzi classici, biografie di personaggi storici e saggi
di varia natura, senza soluzione di continuità. Ultimamente
mi sono appassionato ai libri di Lansdale, che rinnova la tradizione
del noir americano, altro filone che ho sempre apprezzato moltissimo.
Per la musica,detto
del mio infinito amore per il cantautorato anglo/americano, posso
dirti che la mia è una formazione rock, ed è quindi
da qui che deriva una grande passione per il blues, specialmente
quello rurale pre-bellico di Son House, Charlie Patton, Robert Johnson.
Ho amato
molto i grandi francesi, ovviamente, mentre sinceramente faccio
una enorme fatica con i “nuovi” cantautori italiani.E’
nel sottobosco che vivono le proposte più interessanti, proprio
negli artisti che ancora restano invisibili.Mi
vengono in mente Carlo Muratori, di cui ho apprezzato molto “Plica
Polonica”, e Luigi Maieron.
Attendo con
ansia i nuovi lavori di Andrea Parodi e dei Del Sangre, e non perchè
siano miei amici ma perché lo meritano e ce li meritiamo.Insomma,
mi piace chi ancora lavora a tutto tondo nel campo del folk, anche
perché questo è un terreno che qui da noi non smette
mai di dare i propri frutti, e chiede solo di essere valorizzato
una volta per tutte.
Direi
che possa bastare ... :-)) Buon lavoro!
Intervista
effettuata via e-mail il 22 settembre 2005
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