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BiELLE INTERVISTE
Massimiliano Larocca: il ritorno di molte passioni
di Giorgio Maimone

E alla fine, Massimiliano, eccoci qua. Vediamo se riusciamo a organizzare questa intervista così tanto rimandata. Volevo innanzitutto dirti che sei stata la mia colonna sonora quasi ininterrotta dal ritorno dalle vacanze. Ormai le canzoni de "Il ritorno delle passioni" me le canticchio sotto la doccia. Ho delle nette preferenze, ma credo che verranno fuori nel corso della chiacchierata.

Allora, tanto per rompere il ghiaccio, ci racconti la genesi di questo disco? Come ci sei arrivato? Tra l'altro, nonostante tutte le difficoltà del caso, sei arrivato abbastanza presto a incidere un disco. In un'epoca in cui i cantautori cosiddetti emergenti hanno tutti tra 40 e 50 anni, tu nei hai solo 29.

"Come puoi immaginarti questo disco parte da molto lontano, è un progetto discografico ma è soprattutto un progetto di vita dove inevitabilmente confluiscono esperienze, pensieri e tutto ciò che mi ha formato come persona...è un processo che forse può apparire ovvio, ma è la sintesi che è molto complessa, te l’assicuro. Comunque l’idea di incidere le mie canzoni me la portavo appresso da anni, anche perché io ho iniziato a scrivere quasi dieci anni fa, e da subito mi sono proposto per ciò che ero e per ciò che avevo di mio. Mi sono deciso al grande passo solo quando si sono create le giuste contingenze che nel mio caso erano: un valido studio di registrazione; un team di musicisti adatti ai miei scopi; un gruppo di canzoni che stessero bene assieme; ed infine una progettualità compiuta, che avesse carattere sì musicale, ma non solo, anche storico e, perché no, letterario.Forse sarò in anticipo sulla media, ma ti assicuro che per i miei tempi e le mie intenzioni, che erano chiare sin da quando ho iniziato a suonare, sono già in abbondante ritardo.

Il "ritorno delle passioni" però non è neanche il tuo primo vero disco, perché in precedenza hai pubblicato un lavoro su Dino Campana nel 2001: "Massimiliano Larocca canta Dino Campana", inciso all'home studio Guardi di Firenze e ispirato a poesie tratte da "Canti orfici e altre poesie", con musiche tue. Disco ovviamente introvabile. Ci sono somiglianze e continuità tra il primo disco e il secondo? Oppure salti e differenze? Il disco su Dino Campana era, a mio avviso, un progetto interessante, perché lì avevo preso integralmente alcune poesie dei “Canti Orfici” e le avevo trasformate in autentiche canzoni, senza intaccarne la struttura originale.

Io e Massimiliano non abitiamo a più di cinquecento metri l'uno dall'altro, eppure per mettere le mani sul suo cd lui ed io abbiamo dovuto convenire, fra e-mail e telefonate, un incontro. Il cd, uno dei primi cento stampati - gli altri arriveranno dopo - per la presentazione fatta a San Salvi, è venuto a portarmelo in Piazza Indipendenza, alla fine del suo lavoro e in un intervallo rubato del mio, quasi fosse una partita di droga. Ma forse, senza saperlo, abbiamo violato qualche legge sul contrabbando delle....gemme! Il primo disco di Massimiliano Larocca, "Il ritorno delle Passioni", non è il primo. La libertà di fare un disco come questo. Non venderà un cazzo! (segue)

Esattamente come Brassens fece con Villon e Ferrè con Rimbaud, Baudelaire, Apollinaire, Caussimon etc. Ciò che, purtroppo non è di alto livello è la registrazione, che realizzai con un vecchio TASCAM a 4 piste… Mi piacerebbe re-incidere quel disco come si deve, lo ritengo un progetto che merita maggior cura e fortuna, considerando anche la recente, ed inspiegabile, “riscoperta” di Dino Campana.

Quindi per essere sincero, caro Giorgio, il disco è introvabile sia perché le copie sono andate esaurite, sia perché, come dire......non gradisco che “giri” molto! Comunque tra i due dischi vi è sicuramente continuità, anche perché il piano di lavoro è il medesimo, ovvero coniugare cultura alta e bassa, letteratura e musica popolare, tradizione e ricerca.

Un piccolo aggancio lo indico io: la presenza di una poesia di Pasolini ne "Il ritorno", ossia "Il nini muart", indice di una passione poetica che non accenna a scemare? Come pure "Il sogno di Rimbaud" che si limita a citare un altro grande poeta. E la tua canzone “1945” parte da una poesia di Giovanni Falorni. Domanda d'obbligo: ma non sono linguaggi divergenti tra loro, la poesia e la canzone?

Non starò a dibattere su dove finisce la canzone e dove inizia la poesia e viceversa; è un dibattito irrisolto ed infinito.
Ciò che credo è che si tenda a separarle sempre da un punto di vista esclusivamente formale, quando poi, in definitiva, il loro fine è lo stesso: ovvero, molto semplicemente la Comunicazione con la C maiuscola. Sotto questo aspetto la canzone è un grandissimo veicolo per la poesia: la musica è un linguaggio universale, immediatamente decodificabile, un linguaggio che abbatte barriere di età e di cultura. Questa è una cosa che, ad esempio, un libro non riesce a fare con altrettanta immediatezza.

Tu mi hai detto che canti le mie canzoni sotto la doccia: è un buon esempio di ciò che voglio dirti......

Posso anche citarti quel famoso aneddoto secondo il quale quando Allen Ginsberg sentì “Mr. Tambourine man” alla radio per la prima volta, scoppiò di gioia perché capì che attraverso la musica la poesia poteva esplodere nelle strade, arrivare alle masse, insinuarsi quasi in modo subliminale nella coscienza delle persone. E del resto credo che negli anni Settanta, anche in Italia, si sia assistito ad un fenomeno di questo tipo: la culture e la poesia erano alla portata di tutti, ed in questo processo la canzone aveva un ruolo predominante.

Frasi di Pasolini, peraltro, sul tuo sito, accompagnano e introducono alcune canzoni. Nello specifico è un amore che viene da lontano?

Pasolini.....che dire?
Credo che oggi manchino terribilmente figure come lui......intellettuali capaci di sposare cultura alta e bassa, capaci soprattutto di creare una grande Storia, un grande retroterra comune che oggi mancano, in special modo in una paese come il nostro. Al riguardo, tempo fa, Franco Senia mi disse che, secondo lui, gli “italiani”, inteso come popolo, sono un’invenzione della televisione. Sono assolutamente d’accordo.......ma Pasolini, ad esempio, aveva rintracciato una grande Storia comune, e ne aveva fatto la sua Estetica: questa Storia era la civiltà contadina, il mondo della Tradizione a lui così caro. La Storia contadina è davvero l’unica cosa che accomuna tutto il nostro paese, dal Nord al Sud; è una cultura che ha riguardato la Valtellina come la Sicilia. Questa grande ricchezza fu distrutta dalla massiccia industrializzazione del dopoguerra, in quello che sempre il Pa’ definì un “genocidio culturale”. Qualche mese fa ho scritto una canzone al riguardo, “I giorni del pane”, che è il racconto della fine della civiltà contadina e del conseguente inizio della moderna civiltà industriale e consumistica. Detto ciò capirai perché il debito di questo disco con l’estetica e la poetica di Pasolini è così forte, e perché un mondo rurale e contadino emerge in molte canzoni dell’album.

Sempre rifacendomi alle frasi che sul sito introducono alle canzoni, ci sono citazioni di Bruce Springsteen e di Woody Guthrie. E poi tra i “numi tutelari” citi anche Bob Dylan (come poteva mancare?). Anche loro fonti di ispirazione?

Anche l’amore per Guthrie, Dylan, Springsteen e per un certo tipo di cantautorato americano rientra,se vuoi, in ciò che ti dicevo prima.
Ammiro queste figure proprio per la loro capacità di essere artisti “popolari”, cioè autentiche espressioni della loro cultura, tanto da diventarne i principali cantori. Marino Severini mi disse una volta che Springsteen è intento a scrivere il “grande romanzo americano”: straordinario, è esattamente così, ed è ciò che forse in Italia è sempre mancato....... Chi ha scritto il nostro grande romanzo, chi è stato espressione così diretta, senza mediazioni della politica, della nostra cultura popolare più vera? Non ci dimentichiamo che da noi la cultura popolare è sempre stata viva e presente, ma la politica se ne è appropriata da subito. Forse solo l’ultimo De Andrè, specialmente quello di “Anime salve”, si stava muovendo in questa direzione. Anzi sono certo che se fosse ancora vivo, avrebbe indirizzato i suoi progetti in questo senso.

Infine, già che siamo sul tema: il tuo disco è, a mio parere, quello che più mi ha ricordato Fabrizio De André, in particolare il De André degli esordi. Sia per la costruzione di brani che non sono mai banali o esageratamente intimisti, sia per la voce, ma anche per la cura degli arrangiamenti e la grande pulizia strumentale, la voglia di fare arrivare suoni e parole pulite, ché si possano interpretare al meglio. Ci sono poi un paio di canzoni che, senza nulla togliere, sembrano “aggiornamenti” di vecchi brani deandreiani. Come si fa ad ascoltare “Bassi quartieri” e non pensare alla “Città Vecchia”. E “L’anonimo sovversivo” non è perlomeno parente più giovane di un celebre “Bombarolo”? Ora tu mi dirai che sono pure coincidenze e io non ti crederò :-))) e continuerò a sostenere che il vero compito della Fondazione De André sarebbe dare una mano a giovani come te che cercano di riprendere il messaggio del maestro, di raccogliere il testimone e portarlo avanti e non a chi passa il tempo a fare cover inutili.

Beh, non starò certo a negare l’evidenza, ed è chiaro che questi due brani sono direttamente legati alla poetica deandreiana. Anche se però la chiave di lettura deve essere diversa, così come è diverso il concetto che le ha generate. Ad esempio nella “Città vecchia” si parla espressamente di Genova, mentre ne “I bassi quartieri” si parte dalle borgate di Pasolini per arrivare al Terzo Mondo e a tutte le realtà sociali emarginate come sinonimo di veridicità, di necessità e di autenticità. L’”Anonimo sovversivo” invece è una sorta di eminenza grigia della Rivoluzione, una grande anima libertaria che, da Gesù Cristo in avanti, si è incarnato in figure storiche sempre diverse, pur rimanendo sempre la stessa.

Riguardo al discorso sulla Fondazione.....beh, ti dirò Giorgio che ho apprezzato moltissimo l’istituzione su Bielle del Comitato di tutela: qui stiamo rischiando realmente, tramite un lento ma inesorabile processo di istituzionalizzazione, di impoverire l’enorme patrimonio che De Andrè ci ha lasciato.
Quella che dovrebbe essere una grande ricchezza da cui partire e attraverso la quale spiccare il volo, sta diventando,a mio avviso, un binario morto.....

Chi sono i responsabili?

Dunque, il disco lo hai prodotto con Gianfilippo Boni, che ha anche contribuito ad arrangiarlo. Dentro ci suonano Davide Giromini (a cui tu hai restituito il favore con “Anima mundi” nel suo disco “Apuamater”), poi ci sono i Del Sangre che hanno dato una mano ad entrambi (a te sia “Nella fiera della vanità” che nel “Ritorno delle passioni”, a Giromini in “Preghiera in settembre”). A Giromini hanno dato una mano pure Les Anarchistes che poi hanno inserito “Apua natia” di Giromini nel loro nuovo disco “La musica nelle strade”. Ce n’è abbastanza per parlare di una nuova “scuola musicale toscana”? Dopo la “genovese” dei primi anni ’60, “l’emiliana” del beat a fine ’60 (Nomadi, Equipe ’84, Guccini, Caselli), la “romana” degli anni ’70 (De Gregori, Venditti, Lo Cascio, Luigi Grechi) e la “napoletana” dei ‘70/80 (i due Bennato, la De Sio, Pino Daniele): in effetti la Toscana era rimasta un po’ ai margini della canzone d’autore. Diverso il discorso sul rock con Litfiba e Diaframma sugli scudi ...

Non ho mai creduto molto alle “scuole”......il fatto è che quando si creano punti di contatto, di incontro e di confronto ti accorgi che là fuori si muovono un sacco di energie. Il problema è che questi punti non ci sono: e non ci sono soprattutto a livello strutturale, che in soldoni vuol dire posti dove si faccia musica, ma la si faccia sul serio..... Luoghi in cui i musicisti possano conoscersi, collaborare, interagire: solo così si creano le “scuole”,le “scene” e via dicendo. Gli amici che hai citato sono persone che stimo....ma a questi aggiungerei anche Andrea Parodi di Cantù, che tu conosci come validissimo cantautore. Siamo un piccolo gruppo di musicisti che si “spalleggia”, collabora per amicizia ma soprattutto per stima professionale. Sono spesso ospite nei concerti dei Del Sangre o di Parodi, e loro sono ospiti nei miei: ci regaliamo reciprocamente piccoli spazi dove presentare i nostri rispettivi progetti. E’ uno scambio, una condivisione di opportunità importante in un momento dove queste sembrano scarseggiare.

Credo che se questo tipo di dinamica si ampliasse da 6 persone a 1000, la “scena” si creerebbe da sola, magari costringendo gli organi di informazione ad occuparsene. Siamo troppo “sfilacciati”, caro Giorgio.....e per fortuna che (e lo dico senza ruffianeria) Bielle, in questo senso, è un bel “collante”, perché parla indifferentemente di me e,che so, di Fossati.

Veniamo adesso alle singole canzoni: lasciando da parte quelle con debiti poetici, di cui abbiamo già parlato, mi presenti le altre? In particolare le mie tre preferite: “L’etica del viandante”, “Nel nome della bella” e “Le donne di Carrara”. Il tuo canto e le tue scelte interpretative sembrano portarti molto lontano dal presente: il tuo canzoniere potrebbe facilmente collocarsi a inizio secolo scorso. E la scelta è anche linguistica: se parli di “viandanti”, “predatori”, di “terra straniera”, dell’ “arma che chiamò”, di “fantesche in processione”, di “filande deserte” o di “consorte” e di “anima migrante” è normale che il pensiero corra in un altrove temporale a sé stante che conferisce ancor più fascino a melodie che partono dalla musica popolare e, dopo un bagno nelle acque al di là dell’Atlantico, ci ritornano ancora più nostre.

E’ una scelta voluta, come capirai. Il titolo del disco, “Il ritorno della passioni” crea le coordinate lungo cui tutto il disco si muove, ovvero la necessità di avere, o quantomeno di crearsi, un “passato”, una “memoria” e , quindi, un’identità con cui confrontarsi nel presente........altrimenti non si va da nessuna parte.

E ciò diventa di vitale importanza in una società come la nostra “affamata” di presente, di tutto ciò che è immanenza, di tutto ciò che è immediato e, dunque, futile. Le mie scelte linguistiche non mi portano lontano dal presente, ma piuttosto vanno alla ricerca di qualcosa che dia senso e identità a questo presente, che dia una direzione da seguire........sembra banale dirlo, ma se non c’è passato non c’è futuro, e resta solo un misero presente che ti si sbriciola tra le mani. “L’etica del viandante” è una canzone molto importante perché crea una filosofia in linea con ciò che ti ho appena detto.

Il viaggio diventa ricerca esistenziale di identità; ognuno di noi dovrebbe essere viandante, fare del “viaggio” un’etica di vita: ciò significa rimettersi in discussione ogni volta per la semplice necessità di camminare, capire e, di conseguenza, crescere. Invece, si sa, l’essere umano tende alla conservazione, ed è allora che arresta la propria crescita. “Nel nome della bella” è ,in sostanza, la storia di un disertore; la canzone ha la struttura di una romanza d’amore, e l’intento è ovviamente quello di denunciare le atrocità della guerra. Ciò viene fatto qui in maniera, diciamo così, “obliqua”: ovvero si può scrivere una canzone contro la guerra anche scrivendo una serenata d’amore. “Le donne di Carrara” è un episodio della Resistenza, un avvenimento “minore” e non ufficiale di cui la nostra storia è costellata.

Per i cori in dialetto mi sono avvalso della voce di una vera “carrarina”, Micaela Guerra, cantante dei Bededeum, un altro progetto folk di Davide Giromini. E’ una “suite” popolare con tre distinti momenti: il ballo, la ninna-nanna e il racconto orale.

Tanto per saperlo, sono tutte canzoni coeve o le hai scritto nel corso degli anni? E ancora: ne sono rimaste tante fuori dal disco?

Sai, Giorgio, quando si arriva a fare il primo album, specialmente se sono passati molti anni dall’inizio della tua attività, si dice sempre che tu debba fare una sorta di “best of”......e in effetti è così, perché ti trovi a dover scegliere tra moltissime canzoni.
Tanto per dirti: la più vecchia del lotto è “La fiera della vanità” che è datata 1998, mentre la più recente del disco dovrebbe essere “1945” che è del 2003, mi pare.

Ciò che però ha guidato la mia scelta è stata l’esigenza di creare una storia, un vero e proprio affresco: per fare ciò avevo bisogno di individuare il “concept” del disco, e le canzoni adatte a questo scopo. E, mutuandoli da Pasolini, i temi del disco sono quelli che ti ho già detto, cioè il rapporto con la Tradizione e la Memoria, e la ricerca dell’Identità, che nel disco è rappresentata dalle canzoni sul viaggio, “L’etica del viandante” e “Gli amori dei marinai” in primis.

In quest’ottica, le canzoni rimaste fuori dal disco in realtà non sono nessuna, proprio perché solo questo particolare gruppo di canzoni in questa particolare sequenza restituisce la storia che volevo raccontare. Poi certamente ci sono molte altre canzoni che amo, magari anche più di quelle incluse nel disco, e che avrebbero meritato una pubblicazione ufficiale, ma non rientravano in questo progetto.......sono sicuro che troveranno il loro posto nel mondo prima o poi.

Domanda di pura scrittura invece: vedo che usi molto, moltissimo la rima. Non la vivi mai come una potenziale gabbia? Pareri personali, ovviamente. Guccini ritiene, di suo, che non scrivere in rima voglia dire non divertirsi del tutto. La sfida per lui è proprio cercare la rima. Invece a me, ad esempio, la frase “La mia libertà scava oltre la morte / per donarmi il cielo come consorte” sembra forzata, nonostante tu abbia compitato due ottimi endecasillabi. Il cielo come consorte? Fa rima ... ma qual è il senso? Non pensare che sia indirizzata a te: è una fissa che ho da quando ho sentito Vecchioni cantare “Sta di fatto però / che quelli lì giocan duro / quelli mi infilano in un muro”. Muro? Mah ... :-))

La mia discriminante è sempre il “suono”, ovvero i versi mi devono “suonare” bene all’orecchio.......questo posso anche realizzarlo per assonanza.
Ci sono casi, come nei “Bassi quartieri”, in cui la rima baciata è una precisa scelta stilistica proprio perché restituisce il clima popolare e il carattere quasi fiabesco, mitico del racconto.

Odio profondamente quelle che io chiamo le “rime italiote” ovvero tutti quei versi che finiscono con “sai”, “dai”, “puoi” etc. e di cui la nostra canzone leggera è infarcita. Comunque non cerco la rima ad ogni costo. Riguardo a “La mia libertà” posso assicurarti che non ho forzato la rima, era ,in modo più o meno felice, esattamente ciò che volevo dire, intendendo una forza che abbatte le barriere tra la vita e la morte.......ma questo comunque non è poi così importante.

Domanda d’obbligo: e ora? Qual è la produzione di Massimilano Larocca odierna? Cambierà qualcosa? Hai già scritto nuove canzoni? Visto il tipo di scrittura direi “prima le parole e poi la musica”, ma scrivi anche altro che non siano canzoni? Poesie o altro?

Ho vinto un paio di concorsi di poesia qualche anno fa, ma le pagine non mi danno le stesse emozioni delle corde.......
Riguardo alla composizione, invece, ti sorprendo caro Giorgio, perché in realtà scrivo i testi solo quando la canzone ha una sua precisa struttura melodica......anzi, spesso è proprio la melodia che mi suggerisce parole che, forse, a foglio bianco, non mi verrebbero mai in mente.

Comunque non scrivo mai il testo prima, ma l’idea, il concetto e il titolo della canzone ce l’ho già:ho un quaderno pieno di decine di potenziali titoli per future canzoni. La produzione intanto continua, ho sempre la testa alle canzoni; del resto questo è il mio mezzo per relazionarmi al mondo, quindi non potrei comunque non farlo.

Posso dirti che quest’ultimo lotto di canzoni che ho composto negli ultimi due anni hanno un filo comune specifico, che chiamerei, citando Sartre, “Essere e tempo”......sì, direi che un prossimo eventuale disco ruoterebbe senz’altro intorno al dualismo Mondo dell’innocenza/Mondo dell’esperienza, con l’uomo nel mezzo a non capire da che parte voler stare.....

Beh, ci siamo passati tutti no?

Ultime due domande: trovare una strada per incidere è difficile. Farsi poi conoscere è ancora più difficile: le radio non ti passano, tv neanche a parlarne ... Che strade pensi di seguire per farti conoscere di più? La rete? I concerti?

Innanzitutto devo dirti che, tra le varie cose, c’è un altro progetto in ponte.
Con l’etichetta “Sette Ottavi” di Vince Tempera e Maurizio Martellini (che tra gli altri promuove anche Deidda e Susanna Parigi) ho realizzato un singolo in cui ho re-inciso con nuovi arrangiamenti due canzoni che già compaiono sul “Ritorno”: “Nel nome della bella” e “Gli amori dei marinai”.

Questo singolo avrà uno scopo solo promozionale, quindi radio e stampa presumo. Dalle “risposte” a questo singolo dipenderanno ovviamente i progetti futuri, sia miei sia della “Sette Ottavi”. Staremo a vedere. Comunque per ciò che riguarda la mia attività , cercherò di suonare il più possibile, ovviamente in luoghi che mi garantiranno un minimo di attenzione e di visibilità. E già dicendo ciò la cerchia si restringe......

C’è una realtà inconfutabile, Giorgio, a cui nessuno può ovviare: in Italia non si può vivere di musica ad un medio livello. Nei paesi anglosassoni, in America in particolare, si fa musica e si vive di musica a tanti livelli, dal più basso al più alto. Ad ogni livello corrisponde un apparato strutturale adeguato. Pensa solo a quanto è grande il circuito del folk; pensa a validissimi cantautori conosciuti anche in Italia che vivono di musica suonando ogni sera in club da 100 persone......Eric Andersen,Tom Russell, Townes van Zandt, John Prine, Greg Brown etc. etc.

Tutti artisti che vendono poche migliaia di dischi ma che fanno una carriera onesta ed onorevole. Certo li aiuta notevolmente il fatto che con la loro lingua hanno mercato anche all’estero. Qui da noi c’è il la vetta dove alloggiano i cantautori “storicizzati” e i divi del pop, poi c’è il fondo in cui navigano i reietti e nel mezzo, nulla. Invece dovrebbero esserci maggiore organicità e maggiore redistribuzione.

Per la promozione la rete è un ottima risorsa, ho venduto un bel numero di dischi tramite internet ed il mio sito. E devo dire che, insomma, Bielle mi ha dato una grande mano, perché più della metà delle persone che mi chiedono il disco sono vostri lettori. Di questo vi ringrazio profondamente.

Ultimissima: mi hai scritto in una mail precedente (da me molto gradita) che ti faceva impressione, dopo aver comprato dischi per anni su consigli di Bielle, essere ora tu un personaggio da Bielle. Come è il “consumatore” Larocca? Che musica senti? E che libri leggi?

Sia in musica che in letteratura sono in una perenne dimensione di “ricerca del tempo perduto”: ovvero tendo sempre a dare la precedenza ai grandi classici piuttosto che a nuove proposte.
Leggo poesia e i romanzi classici, biografie di personaggi storici e saggi di varia natura, senza soluzione di continuità. Ultimamente mi sono appassionato ai libri di Lansdale, che rinnova la tradizione del noir americano, altro filone che ho sempre apprezzato moltissimo.

Per la musica,detto del mio infinito amore per il cantautorato anglo/americano, posso dirti che la mia è una formazione rock, ed è quindi da qui che deriva una grande passione per il blues, specialmente quello rurale pre-bellico di Son House, Charlie Patton, Robert Johnson. Ho amato molto i grandi francesi, ovviamente, mentre sinceramente faccio una enorme fatica con i “nuovi” cantautori italiani.E’ nel sottobosco che vivono le proposte più interessanti, proprio negli artisti che ancora restano invisibili.Mi vengono in mente Carlo Muratori, di cui ho apprezzato molto “Plica Polonica”, e Luigi Maieron.

Attendo con ansia i nuovi lavori di Andrea Parodi e dei Del Sangre, e non perchè siano miei amici ma perché lo meritano e ce li meritiamo.Insomma, mi piace chi ancora lavora a tutto tondo nel campo del folk, anche perché questo è un terreno che qui da noi non smette mai di dare i propri frutti, e chiede solo di essere valorizzato una volta per tutte.

Direi che possa bastare ... :-)) Buon lavoro!

Intervista effettuata via e-mail il 22 settembre 2005

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