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Le Bielle interviste
GianMaria Testa: un Don Chisciotte armato di chitarra
di Luca Bartolini

Il 19 e il 20 Novembre al Teatro Sociale di Como è stato in scena lo spettacolo scritto da Erri De Luca, dal titolo “Chisciotte e gli Invincibili”, che sarà in tournèe ancora per più di un mese nei teatri di tutta Italia. Sul palco insieme allo stesso Erri De Luca ci sono Gabriele Mirabassi al clarinetto e Gian Maria Testa. I tre protagonisti sono seduti intorno a un tavolo, e lo spettacolo è un incontro suggestivo di musica e parole.

La musica, a volte popolare, a volte costituita da canzoni di Gian Maria Testa o di altri autori, si intreccia con la lettura o la messa in musica, delle poesie di Hikmet, Sarajlic, Alberti, Ungaretti, Brecht e dello stesso De Luca e si intreccia naturalmente con alcuni brani originali del Chisciotte di Cervantes.

Musica e poesia sono a volte approdo e altre spunto per delle riflessioni e dei punti di vista sulla realtà che ci circonda. Oltre al prologo iniziale, lo spettacolo si dipana attraverso tre quadri (amore, guerra e prigionia). Ma chi sono gli Invincibili e perché si parte da Chisciotte? Tutto questo ci viene spiegato proprio da Gian Maria Testa. Oltre a parlare dello spettacolo teatrale Testa ci racconta anche della sua fitta attività di concerti (ci fa capire che è anche troppo fitta..) e dei suoi progetti futuri.

Ieri sera ho avuto la fortuna di assistere allo spettacolo, se tu dovessi raccontarlo a uno che non l’ha visto con parole tue, come faresti?

“Ma, dunque già definirlo spettacolo ... non saprei… perché di spettacolare non c’è niente come hai visto. Erri De Luca ha questa infatuazione per il Don Chisciotte personaggio di Cervantes, e l’idea secondo me geniale è questa: che invincibili non sono quelli che vincono sempre ma sono quelli che mai si lasciano sconfiggere dalle sconfitte. Quelli che vincono sempre sono i vincenti e i vincenti sono una categoria di persone molto in voga in queste epoche, però sono anche quelli che poi quando cadono hanno bisogno della cocaina per sopravvivere, quindi questi sono vincenti e perdenti insieme. Invece gli invincibili sono quelli che non si arrendono mai, anche quando perdono, anche quando perdono malamente. Erri ha individuato alcune categorie di persone che possono essere così. Per esempio invincibili sono i migratori, quelli che, come è successo ancora anche in questi giorni, dal Nord Africa, dal Kurdistan, dall’Albania, partono per venire a cercare una qualche salvezza da noi. E non c’è nulla che li possa fermare, ne le leggi dello Stato, ne gli annegamenti nel Mediterraneo; niente, nessun muro li potrà mai fermare perché giustamente dice Erri: “li muove la disperazione e vanno a piedi” e quindi nessuno li può fermare, loro sono invincibili. E così ci sono altre categorie, questo è il racconto della invincibilità di una parte dell’umanità partendo da questa idea di Chisciotte che è appunto il re degli invincibili pur essendo sempre sconfitto".

Gli Invincibili sono dunque i migratori, ma anche i prigionieri e gli innamorati. Una stanza dello spettacolo infine è dedicata anche ai suicidi. Quanta emozione c’è per un deandreiano di vecchia data, nel cantare “Preghiera in Gennaio” dal palco di un teatro?

“Beh, c’è un grandissimo rispetto. Io infatti ero titubante, però Erri ha molto insistito perché inserissimo quella canzone. Ero molto titubante perché ho un grande rispetto per qualunque canzone di quel livello e non sono mai sicuro di riuscire a renderla così bene, per quanto vale. Poi mi sono detto che era inserita in un testo talmente bello che forse ne vale la pena e quindi la canto ma sempre con un po’ di sofferenza. Spero che passi l’emozione. Però la canto con un po’ di apprensione per rispetto verso chi l’ha scritta ed è veramente un capolavoro".

Durante lo spettacolo si parla della necessità di bagnarci gli occhi con un po’ di collirio “Chisciottiano”, se davvero lo facessimo in molti quali pensi che sarebbero i risultati? Forse il non volerli bagnare è una forma di protezione?

“Si ma quello che dice Erri è veramente interessante, ormai siamo abituati ad esempio alle guerre medianiche. La prima volta che è successo questo è stata la prima guerra in Iraq, quella di Bush padre, dove vedevamo i bombardamenti in televisione. Li vedevamo e sembrava un film, eravamo coinvolti come spettatori. Ed è molto bello il passaggio dove Erri dice: “Io credo che la parola indifferenza non voglia dire fregarsene, ma voglia dire non distinguere la differenza tra l’essere spettatori e l’essere invece coinvolti”. Invece quando nel mondo c’è una guerra siamo tutti coinvolti, non ci sono storie; non si può contestualmente volere la globalizzazione e poi chiamarsi fuori quando c’è una cosa che non ci piace, in questo senso non so quanto cambierebbe però se ci fosse quel collirio da qualche parte io lo comprerei e lo offrirei a molti. Non so cosa cambierebbe ma non farebbe del male di sicuro".

…Anche perché delle guerre mediatiche, come purtroppo abbiamo visto anche ultimamente, ci fanno vedere quello che conviene farci vedere…

“Si ci fanno vedere solo quello che vogliono, poi li è un’escalation dell’orrore, chissà ancora quante cose non sappiamo. Ma ci abituiamo perfino al fatto che ogni giorno in Iraq per esempio c’è un kamikaze che fa una strage e muoiono persone. Ieri per esempio cento persone, l’altro ieri trenta. Ma ormai è diventata routine, diventa una cosa normale, e quindi insomma ci vorrebbe quel collirio".

Tu sei appena tornato dalla tua prima tournèe negli Stati Uniti. Com’è andata? (Il tour americano è partito il 1° novembre dallo storico Joe’s Pub di New York, per poi toccare Chicago, Cleveland e Los Angeles)

“Eh ... è andata benissimo. Dovessi dirti perché non lo so. Forse perché la canzone è tutto sommato un linguaggio abbastanza universale. Parlo ovviamente del mondo occidentale perché non so nulla, ad esempio, delle canzoni della Cina o del Giappone. Però nel mondo occidentale la canzone è abbastanza universale come linguaggio. Quindi è andata bene; è andata molto bene! Sono partito un po’prevenuto e invece son tornato con una bella impressione di umanità; soprattutto New York mi ha molto colpito favorevolmente proprio per questo miscuglio di razze; tutto sommato insomma mi son anche trovato bene".

Adesso girerete ancora l’Italia con “Chisciotte e gli invincibili” per un mese, fino a prima di Natale. Poi ripartirai, stavolta per il Canada per altre date da solo. Ricapitolando, Stati Uniti, Europa, Canada. Immaginavi agli inizi che la tua musica avrebbe avuto una cifra così internazionale?

“No guarda però è stato abbastanza casuale, perché io ho fatto il primo disco in Francia, quindi ho cominciato da Parigi e non da Milano o da Roma. Parigi riverbera più facilmente le cose al di fuori, sia in Europa ma anche al di fuori dell’Europa; più facilmente di quanto, ad esempio, non faccia Roma. Quindi in parte è dovuto a questo. Poi io non solo non immaginavo, ma ho fatto il mio primo disco a 36 anni e prima scrivevo per me, non pensavo che interessasse proprio a nessuno. Adesso è successo questo, va bene, però devo anche dire che mi sembra fin troppo esagerato, un po’ troppo; avrei voglia di ridurre un po’ la faccenda. Perché poi la cosa estenuante sono i viaggi e soprattutto c’è anche un rischio di perdita di quel tipo di quotidianità che è quella che, in definitiva,mi permette di scrivere; non potrei certo fare come Dylan che fa il “never ending tour”. Io ho proprio bisogno di tornare a casa e tornare in fretta in una normalità che mi corrisponde, e uscire molto in fretta dalla situazione concerto, luci, amplificazioni".

In Italia di senti ancora “Extra Muros”?

“No ma non mi sono mai sentito così, mi hanno dipinto così. Il problema è tecnico, ed è questo, cioè se tu in Italia non fai televisione o non passi in radio, vale in molti paesi ma in Italia mi sembra un po’ di più soprattutto “grazie” all’avvento prepotente della cosiddetta televisione commerciale; se appunto non appari, in parte perché non accetti di fare le cose che ti chiedono, in parte perché non ti chiamano proprio, il processo per arrivare a incontrare molta gente è molto più lento e si basa sul passaparola e quindi bisogna avere la pazienza di aspettare. Però a me va benissimo così; non mi interessa avere le folle, è ovvio che come tutti sono gratificato dall’applauso ma non è certamente la cosa in assoluto più importante. Mi sono potuto permettere anche questo punto di vista grazie al fatto che ho un lavoro, non ho bisogno di vivere di canzoni, adesso poi questo lavoro lo lascerò perché non riesco più a farlo ma mi ha aiutato proprio in questo, insomma io suono però faccio un lavoro, se viene qualcuno bene se non viene nessuno fa niente, non importa".

Ho citato “Extra Muros” non a caso, perché è appena uscita una versione di “Extra Muros” rimasterizzata, sei soddisfatto del risultato?

“Guarda purtroppo, il disco soffre di questo problema, quando lo registri dai il meglio fino a quel momento preciso. Però personalmente l’avrei ricantato quel disco, le canzoni certo mi continuano a corrispondere perché licenzio solo canzoni che mi corrispondono, però passando il tempo le senti in un altro modo e le faresti in un altro modo. Non è stato possibile ricantarlo perché era un disco, come tutti gli altri, fatto dal vivo in studio, quindi non c’era la possibilità di utilizzare le basi musicali e cantarci sopra ed è stato soltanto rimasterizzato, cioè è stata fatta una pulizia tecnologica. Si sono soddisfatto ma per me è un disco datato; visto che in Italia non era praticamente quasi uscito hanno deciso di farlo uscire".

Nel libretto di “Altre Latitudini” c’era una bellissima prefazione di Erri De Luca, come nasce la vostra amicizia e ora collaborazione?

“Si mi aveva dato del Cyrano in quelle righe…Nasce così. Io ero e sono un lettore entusiasta di Erri, mi piace molto il suo stile, mi piacciono i temi che tocca. Poi mi è capitato di fare una "cosa", uno spettacolo, insomma, con Marco Paolini e Mario Brunello all’Olimpico a Vicenza, ci siamo trovati per fare uno spettacolo di beneficenza. Ci siamo chiesti cos’è che poteva unire, un’affabulatore, un attore di teatro come Marco, un grandissimo violoncellista come Mario e uno che scrive canzoni? E abbiamo scoperto che una delle cose che ci univa era Erri e le cose che scriveva Erri. Quella sera Marco aveva letto in scena delle cose di De Luca. Alla fine della serata ci siamo abbiamo deciso di provare a coinvolgerlo e così è stato. Abbiamo contattato Erri, lui si è lasciato coinvolgere ed è venuto fuori uno spettacolo che si chiama “Attraverso” in cui oltre a De Luca c’è anche Gabriele Mirabassi. Questo “Attraverso” l’abbiamo fatto per la prima volta per Mantova letteratura e a Mantova gli ho chiesto: “Senti Erri perché non ti inventi una cosa che facciamo insieme”? E lui si è dimostrato favorevole e così è venuto fuori il Chisciotte. Nel frattempo l’amicizia è aumentata quindi adesso ci sembra tutto naturale, ma fino a tre anni fa ero molto in soggezione con De Luca come lo sono sempre con le persone che dicono delle cose che vorrei essere capace di dire anch’io".

Tra tutti questi impegni tra il teatro e i concerti che tieni da solista, hai trovato il tempo di scrivere nuove canzoni?

“Si, mi sto incaponendo su un’idea di disco monotematico, appunto sulle emigrazioni moderne e una canzone la faccio anche in questo spettacolo ed è la seconda. Ho rivisto recentemente il quadro di Pellizza da Volpedo “Il quarto stato” immaginando che all’inizio del secolo scorso c’era questo andare avanti, guardare una specie di sol dell’avvenire, c’è la speranza in quel quadro. Adesso mi pare che tutto questo andare sia un andare in negativo e quindi volevo fare un disco su questo tema. E sono più o meno, o mi dico per incoraggiarmi, a metà strada. Però non so, magari la seconda metà mi prende cinque anni".

Da ammiratore di entrambi, quando ti rivedremo sullo stesso palco insieme a Marco Paolini?

“Con Marco abbiamo proprio un appuntamento fra poco per rimettere mano ad “Attraverso” e dobbiamo riparlarci un attimo. Quindi penso di si, che nell’estate faremo qualcosa insieme, almeno questo è l’intento".

Intervista effettuata il 20 novembre 2005

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