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BiELLE INTERVISTE
Davide Van De Sfroos: tutte le strade del raccontare
di Giorgio Maimone

Davide Van De Sfroos è figura controversa della nostra musica d'autore, ma indubbiamente "grande". Il suo "Akuaduulza", pur se di una stretta incollatura su "Decanter" dei Sulutumana, per noi di Bielle è il disco dell'anno, "l'imperdibile" del 2005. Lo spettacolo derivato dal disco è stato un vero pezzo di teatro e, prima ancora, al Piccolo Teatro, Davide aveva dato prova di doti attorali interessanti. Qualche anno fa è uscito un suo interessantissimo libro di racconti e ora dovrebbe essere in preparazione per l'autunno (sempre con Bompiani) il suo primo romanzo: "Il mio nome è Herbert Fanucci". L'intervista, realizzata poco dopo l'uscita di Akuaduulza, parla soprattutto del disco, ma anche di tutti gli altri aspetti di questo personaggio sfaccettato e difficile da incasellare.

Buongiorno Davide, parliamo di “Akuaduulza” pochi giorni dopo la sua uscita. Pare che abbia già spopolato. In alcuni negozi il cd è già esaurito.

"Sì, diciamolo che è partito bene. Ovviamente parlo della Lombardia e della Svizzera italiana. Però pare che stia davvero andando bene. Non so le cifre, ma mi dicono che è stato un piccolo fenomeno".

C’è questa particolarità della doppia copertina. In molti si chiedono “come mai la doppia copertina”? E’ un invito a masterizzarne una copia per gli amici?

No, oddio, (ride) questa è una cosa che noi siamo costretti a scoraggiare per non sembrare degli auto-pirati. La doppia copertina serve solo per creare una copertina più pratica e un pochino più robusta nel momento che uno vuole usare il disco in macchina, intanto che ce va in giro. Sappiamo che oggi i dischi non restano tutti a casa come una volta. C’è il ragazzino con lo skateboard, c’è in personaggio che vuole andare in giro a fare footing … E allora porta la classica custodia rigida che protegge il disco e non porta tutto il libretto. Siccome noi facciamo i libretti cartacei perché ci piacciono di più e siccome in pratica questo è venuto anche un libro molto grosso, per non portarsi dietro tutte le volte l’intero meccanismo abbiamo pensato alla doppia copertina. Anche perché serviva per creare lo spessore necessario per l’antitaccheggio.

La recensione
Davide Bernasconi diventa grande e ci regala un album maturo di musica e parole, di racconti e di sogni, di incubi e intrecci. Trasferisce la sua musica al di là dell'Atlantico e ci regala un grande album di musica americana delle radici che, miracolo, serve magnificamente a veicolare le sue storie. Siamo dalle parti di "Nebraska" di Springsteen, siamo dalle parti di Tom Waits, ci aggiriamo per i deserti assolati (o assoluti?) delle tradizione musicale U.S.A. e abbiamo tra le mani un album registrato in cantina. E registrato un gran bene. Con un dispendio di chitarra da far invidia a Duane Allmann e con un tocco da parte del nuovo pard in esplorazioni musicali del Davide (che risponde al nome di Marco "Python" Fecchio) che ricorda quello di J.J. Cale. Blues con armoniche e chitarre in pieno slide, dobro e Stratocaster. Il sogno americano di un lariano!
Le chitarre di Akuaduulza - Marco Python Fecchio
" Ne ho portate diverse durante la registrazione, ma non tutte poi le ho usate.La Fender Stratocaster Mark Knopfler Signature è stata usata per "Nona Lucia". L'avrai vista al concerto del Piccolo, a Milano, quella rossa con il battipenna leopardato. Un'altra è la Fender Telecaster Custom Shop Gold Sparkle. Strumento micidiale a cui ho montato dei pick up da leggenda: i Joe Burden, progettati da Danny Gatton, il grande chitarrista soprannominato "The Humbler". Questa è stata usata ne "Il corvo". Altro strumento utiizzato la Gretsch 6118 Anniversary, nel "Il paradiso dello scorpione"e ne "Il libro del mago". In questo pezzo ho usato anche una Gretsch Lap Steel, chitarra slide che si suona sdraiata sulle gambe, come illustra la foto del libretto di copertina".
Non è un reato nascere a Monza, città dove non a caso, si uccidono i Re? Ma nemmeno un particolare titolo di merito. Nascere sotto il segno del toro invece qualcosa potrebbe anche significare. Ma sta di fatto che ignoriamo cosa.).È forse un segno del destino nascere proprio nel mezzo delle storie e crescere sentendosele raccontare e imparando a raccontarle da sè. Se poi, dai due anni, lo sfondo diventa quello del Lago di Como (Azzano di Mezzegra) ecco che è facile che le storie prendano spessore e colori naturali, ma vivaci. Violenti a volte, come nelle belle giornate, caratterizzate da un sole che è sole, un’ombra che tende quasi al blu e un cielo così azzurro da scottare. (segue)

Una curiosità. Nel tuo canzoniere, almeno a memoria, ci sono due donne col fucile in mano. Anna e Madame Falena. Ci sono dei rapporti tra le due? C’è una storia comune? Anna da vecchia è diventata Madame Falena? O sono solo coincidenze?

Diciamo che una è la “Episode One” dell’altra! (ride) No, sono due personaggi diversi. E’ uno spettro. E’ lo spettro di una figura di donna che dalle nostre parti esiste. Di un modo di essere donna. Esisterà in tutto il mondo peraltro. Sono quelle donne che non si lasciano schiacciare dal destino, in maniera però molto dura. Anna era la donna che dopo aver subito violenza dall’uomo reagisce con la violenza e sistema i conti in un modo molto western. Sconsigliabile, ma molto western. Mentre invece Madame Falena preferisce tirare un colpo di fucile al cuore piuttosto che sentirlo per tutta la vita battere al contrario. Lei è una che dice “io mi danno, mi condanno, scelgo l’inferno di una vita, l’inferno della prigione”. E rimarrà un fantasma di se stessa. Ovviamente non amerà più nessuno, perché lei spara proprio “all’amore”, quindi la sua ballata è una “black ballad” molto dura. Questo fa riflettere su come un gesto anche stupido, momentaneo, può, nel momento sbagliato, con la persona sbagliata, uccidere l’amore in sé. Sia chiaro questa canzone non vuol dire “ragazze fate così che va bene!” Sono storie un po’ crepuscolari, alla Peckinpah, sono storie un po’ “Arizona dream”. Queste donne che le vedi che hanno un grande segreto alle spalle, che qualcosa è successo. Loro poi sono cambiate, hanno avuto il tempo forse di capire cosa era loro capitato, però dietro hanno un grande mistero.

Da un po’ di tempo in qua i tuoi dischi si chiudono coerentemente con una canzone di vento. “Breva e Tivan” in fondo al disco omonimo (addirittura “due” venti!), Ventanas in “E semm partii”, il “Prigioniero e la tramontana” in “Akuaduulza”. Se consideriamo che, nel tuo canzoniere c’è anche “Veent” che, quasi chiudeva “Viif” e “Il diluvio universale” in “Per una poma” che se c’era diluvio ci sarà stato anche vento, possiamo dire che sia una tua costante. E’ voluta? E’ una specie di firma? O anche in questo caso è solo coincidenza?

Bravissimo! Diciamo che nella simbologia mia personale il vento in qualche modo è un veicolo.

E’ una specie di tua sigla personale. Una firma, quasi.

Certo, perché il vento alla fine è quello che passa. E’ un veicolo, ma è anche un grande simbolo di libertà. E’ l’unica cosa che può entrare e uscire dalla prigione. E’ l’entità alla quale ti appelli come una preghiera, nel caso di “Ventanas”. E’ la cosa che ti permette di andare e venire e cavalcare gli eventi, come in “Breva e Tivan”. Celebrare il vento è sempre stato un qualcosa molto “Apache” nella mia testa. Il vento è uno spettatore in movimento e noi siamo comunque persone in movimento. Anche quando restiamo ferme. Quindi il vento tanto è libero, tanto ti può fare meditare ed è capace di muovere cose che altrimenti starebbero ferme. Pensa alle piante o alle foglie. Il vento le fa muovere ed è un’energia che entra dentro noi stessi e nelle cose che ci stanno attorno. E questo anche in senso metaforico.

Lo so che è sempre un argomento doloroso parlare del proprio pubblico e in particolare dei fans. Uno i fans non se li può mica scegliere e quindi non ne è responsabile, ma sul sito dei cau boi hanno fatto partire il solito sondaggio sulle canzoni più e meno amate del tuo nuovo disco. Shymtakula si piazza nettamente all’ultimo posto (o al primo tra le s-preferite) perché “cantata in italiano”, dicono i tuoi fan sulla mailing list.

Cosa vuol dire? “Il corvo” è ancora più in italiano!

Ah, penultima è ovviamente “Il corvo”. Che ne dici? La preferita è peraltro “Nonna Lucia”, molto bella e divertente, ma mi sembra che il disco proponga anche altro, no?

Va beh, questa cosa lascia un po’ il tempo trova. Io me la potevo aspettare, perché molti fans sono affezionati al fatto che “il Davide” è quello che canta in dialetto. Allora tu sei costretto a cantare in dialetto anche se devi cantare “La traviata”, no? Io però vorrei sfuggire a questo tipo di polemica. Il fatto che io sia “fanatico” di questa lingua è innegabile, perché è diventata proprio il mio modo di esprimermi, la mia firma, il mio interesse anche antropologico. Il fatto però che io non possa scrivere un libro, una canzone, una poesia in lingua italiana è abbastanza idiota, perché io sono italiano.

Tra l’altro c’è molto italiano in questo disco. Anche “La canzone del mago”, anche altri spunti …

Lo sanno tutti che “Shymmtakula” e “Il corvo” in un disco egoista come questo sono due poesia alle quali io tenevo molto: una è una tiritera che ho usato in momenti personali molto delicati e l’altra è una poesia fatta e finita che io non pensavo neanche che sarebbe diventata una canzone. Mi ci sono affezionato io, non solo io, ma tanti. Poi naturalmente il fans “duro e integralista”, quello che vuole il dialetto si sfoghi con le altre! Direi che ce ne sono a sufficienza. Io ti dico una cosa però: nei tre esperimenti “live” che abbiamo fatto finora sul disco nuovo, “Shymmtakula” ha un accompagnamento col battimano per tutta la canzone.

Io posso dirti che non riesco a levarmela della testa! E’ una delle mie preferite. Peraltro mi sembra che tu utilizzi abbastanza spesso l’italiano quando scrivi poesie, racconti … Fai un po’ il discorso che faceva Andrea Camilleri con Montalbano che dice “già è complicata la trama gialla, uso quindi una lingua semplificata, meno irta di difficoltà per il lettore”.

Ma certo! Perché uno può fare uno spettacolo teatrale parlando in dialetto. Io ho fatto Capitan Slaff tutto in dialetto, ma ho messo un disco con me che parlavo, perché altrimenti ragazzi, leggere tutta una cosa in dialetto, a parte la difficoltà, non è il caso. Se io scrivo un libro di racconti di un certo tipo non è assolutamente detto che questo libro debba essere scritto in dialetto, perché potrebbe non essere assolutamente il caso. Stiamo attenti alla parola d’ordine “dialetto a tutti i costi”! Se la storia che io racconto ha bisogno dell’italiano … l’italiano è una lingua molto ricca che ci permette di riferirci alle cose in un certo modo. Il dialetto è una lingua speciale, veloce, di servizio, contratta, piena di sfumature, radicale che va benissimo per altre cose. Facciamo una metafora con gli sci: se uno deve fare fondo metterà sci di un certo tipo, più lunghi, più leggeri. Se deve fare discesa gli occorrerà un altro tipo di sci. E se deve fare salto dal trampolino ha bisogno di altri sci ancora. Ed è giusto che scelga liberamente che tipo di sci utilizzare. Torniamo al libro: metti che io debba scrivere un romanzo un domani (ndr: è vero! Uscirà presumibilmente in autunno per Bompiani). Chi è che scrive un romanzo tutto in dialetto? Chi è che lo legge? E’ pesante!

A proposito di “scrittura”, il pregio principale di “Akuaduulza”, dimmi se sbaglio, sta nella sua unitarietà. Nell’essere non solo un insieme di canzoni, ma un insieme di canzoni che ruota attorno a un tema ben preciso. Come peraltro sempre nei tuoi dischi. Sei forse uno dei pochi rimasti a scrivere “concept album”. Vivaddio che qualcuno ancora c’è!

Guarda, ogni volta che faccio un disco io il concept ce l’ho ben preciso in testa. In tutti i dischi che ho fatto. A volte può non essere molto chiaro. Per esempio in “Breva e Tivan” uno poteva anche non accorgersene, anche se “il paese” e la gente nel paese, nella vita, nel mio microcosmo, in una sorta di “Amarcord”, costituiscono un filo conduttore. “Per una poma” è visibilmente un concept di tre canzoni di argomento biblico. In “E semm partì” tutti i personaggi partono e qualcuno arriva, qualcuno no, ma comunque sia è un altro concept di gente in movimento. “Akuaduulza” voleva essere il disco “gotico” sulle luci e le ombre delle rive e sulla libertà dei personaggi scomodi e lo è stato! Io non riesco a ideare una copertina, un titolo, una qualsiasi parte del disco e poi dopo utilizzare un singolo e per il resto “butta dentro quello che hai che arriviamo a dieci!” Io arrivo a 14 canzoni, ma avrei potuto farne anche 15 o 16 …

E’ vero, sono tutti lunghi i tuoi dischi. Un motivo in più per acquistarli: ottimo rapporto qualità/prezzo.

Se devo fare un disco io voglio che la gente ci trovi attaccato un qualcosa, che ascolti una storia e che si faccia trasportare. Sennò altrimenti mi diventa triste! Perché sai, come faccio io … dopo aver ascoltato magari una canzone di una delusione d’amore, di uno che magari va a suicidarsi, la canzone dopo magari questo parla di autogrill, tutto bello allegro! Diventa strano! Non è facile. Io credo che i grandi dischi e i grandi musicisti che li hanno fatti, generalmente questa situazione l’hanno tenuta presente. Ti posso fare un esempio: abbiamo parlato ultimamente di “Creuza de ma” di Fabrizio De André che è un disco fantastico, perché è stato quello che mi ha fatto prendere coraggio e andare avanti a fare quello che stavo appena iniziando a fare. Quello è un disco non solo fatto di bellissime canzoni, ma tutto permeato della luce che c’è nel cielo e nel mare ligure. La stessa luce riportata nella foto di copertina.

Non solo, ma i grandi dischi ti viene anche voglia di ascoltarli dall’inizio alla fine, in ordine.

Sì. E questa è anche la storia di “Rimini” e questa è anche la storia di “Elegia”, l’ultimo disco di Paolo Conte che va in questa direzione o di altri grandissimi dischi come, ad esempio, mi ricordo “Discanto” di Fossati, album che mi è piaciuto tantissimo, parla un po’ di streghe, un po’ di DonChisciotte, però ti sembra di vedere una linea di fondo che mantiene lo stesso tema. Immaginiamoci un “Discanto” con le prime tre canzoni così e poi “La mia banda suona il rock”! E guarda che “La mia banda suona il rock” è una canzone che ha fatto la storia della musica italiana! Ha fatto anche la fortuna di Fossati, ma non è un brano trascurabile. Solo che in “Discanto” sarebbe stata fuori contesto, striderebbe. Come se in “Akuaduulza” io avessi inserito, immagina, “La corriera”. O “Il figlio del Guglielmo Tell”? Non ci può stare qua.

Visto che citavi altri cantautori, io ho trovato somiglianze notevoli, sia dal punto di vista tematico che strumentale e musicale con l’ultimo (grande) lavoro di Massimo Bubola: “Segreti trasparenti”. Tematiche nere, le paure, i timori da esorcizzare, i ricordi da non perdere. Conosci questo lavoro? Ci trovi queste somiglianze?

Ma guarda, io ho conosciuto Bubola il giorno che gli ho dato un suo disco che lui non aveva più che era il suo primo disco “Nastro giallo”. Io sono cresciuto da fan di Bubola, soprattutto del primo periodo, i primi tre-quattro dischi, quando ero un ragazzino. Soprattutto “Marabel” all’epoca, non solo per una vaga somiglianza con De Gregari, era un disco straordinario! Con delle black ballad. Era l’unico a farle. Era vicino a Nick Cave.

E’ lui, infatti, in Italia l’altro che fa le “black ballad”. Siete tu e lui.

Sì, lui fa di queste cose. Quando ci siamo incontrati è sempre stato piacevole: ci siamo incontrati tre volte ed è sempre stato molto sereno e tranquillo. Lui è un grosso personaggio, ha scritto canzoni molto importanti, anche per altri. Tantissime canzoni sue purtroppo non hanno avuto la fama che avrebbero meritato. Lui stesso probabilmente si è sottratto a un discorso di presenza assidua: ha scelto un percorso personale. Ma so che tutta Italia lo conosce, perché comunque c’è stato questo lungo connubio con De André. Sicuramente è un personaggio che le sue cose le ha scritte. Insomma, una volta ero proprio un suo fan accanito e le emozioni che mi ha dato me le ricordo molto bene.

Guardando un po’ all’insieme della tua opera, sembra di vedere una sorta di cannocchiale rovesciato: partiamo da “Breva e Tivan”, dove protagonista è il paese, un protagonista collettivo, il tessuto sociale entro cui ti muovi. Passiamo a “E semm partì” dove protagonista è l’uomo con le sue azioni, i suoi viaggi, i suoi rapporti e arriviamo ad “Akuaduulza” che, sempre dell’uomo parla, ma dall’interno e soprattutto quest’uomo sei tu. E’ il disco più intimista che tu abbia mai registrato. “Rosanera” e “Il corvo” sono canzoni decisamente personali.

Hai colto nel segno, usando anche una metafora che ho usato io. Non ho parlato di cannocchiale, ma di telescopio. Questo disco va talmente vicino all’uomo che il tema sociale non si riesce a vedere, perché fa parte di un cosmo più vasto. Qui siamo “dentro” all’uomo, nell’anima della persona stessa. Per cui è verissimo quello che dici: in questo disco si cerca di andare sotto la pelle, dentro le ombre che ognuno ha. E quindi ecco “Rosanera” che è la storia di una chitarra che ci fa capire quanto lo strumento simbolico che permette di portare in giro la tua musica, “Il Corvo” pure parla del lavoro del cronista, del cantautore, del poeta, dello scrittore, che non è la causa di quello che racconta, ma lui ha la coerenza di rimanere libero da quelli che sono gli sventolamenti del momento. Il coraggio di guardarsi indietro come “il mago” che dice “porca miseria, ho imparato tutto, eppure non ho più quell’incoscienza, quella serenità di quand’ero bambino. Lì ci siamo un po’ tutti dentro. Oppure ancora il carcerato: è in galera, è dentro? Non andiamo a giudicare se è cattivo o se è buono. Diciamo semplicemente che lui parla da carcerato ed è una latitudine. E’ un disco molto denso di cose personali, perché ognuna di queste canzoni ha un significato personale così intenso per me che è spaventoso che io abbia avuto la forza di mettere dentro tutto! Ti faccio un esempio: “Shymmtakula” io la cantavo davvero tra me e me cercando coraggio in alcune situazioni, mi trovavo magari in strade di paese buie da ragazzino. “Il corvo” è una poesia che io ho scritto davvero sotto un albero sul quale c’era un corvo. “Il prigioniero e la tramontana” l’ho scritto dopo due giorni che ero stato a suonare in galera … e sono tutte cose a cui sono attaccato in modo viscerale. Addirittura a ventosa. E questo gli ascoltatori del disco lo hanno percepito: all’inizio ti trovi davanti qualcosa che non è immediatamente rassicurante, ma dopo due o tre giorni capisci che questa volta “ho dato di più”. E tutti lo hanno apprezzato. Non è immediato, ma è più profondo. Come in una stanza. Tu entri in una stanza e hai già visto tutto dopo cinque minuti: è rassicurante.
Però dopo tre giorni tu le cose che stanno in quella stanza le conosci a memoria.

E invece in Akuaduulkza bisogna andarsele a cercare

Bravo! Io credo che questa sia una stanza dove sia possibile fare man mano nuove scoperte.

Non solo, ma si scoprono particolari interessanti dopo un po’ che ascolti le canzoni.

E questa è la cosa che mi fa più piacere!

Nello specifico, quando in “Rosanera” dici: “solo chi spara a una chitarra non ha diritto a una canzone” c’è dietro il tema “non sparate sul pianista”? La rivendicazione di una tua autonomia compositiva?

Assolutamente sì! Io credo che una canzone, se cantata col cuore, sia una delle cose più pure che esistano. Io credo che il condannato a morte, piuttosto che la prostituta, il ladro, l’impresario, il buono, il brutto, il cattivo … tutti abbiano una canzone del cuore e tutti se la meritino. In quel momento forse dimenticano anche chi sono e cosa sono. E curioso vedere cosa una canzone riesce a smuovere in una persona o in un’altra. Tu puoi metterti a confronto con gli altri cantando loro delle canzoni. Allora uno dice: “Ti hanno visto cantare in una trasmissione nazional-popolare! Sei andato a “Domenica in”! Come dire “che vergogna!” Il giorno dopo dico: “sì, sono andato a suonare anche in galera. E allora?”. Probabilmente qualcuno potrebbe dire “meglio in galera che a Domenica In … ma è curioso comunque andare ovunque, perché ovunque puoi trovare qualcuno che ascolti in modo significativo una tua canzone. Anche se vai a Radio Popolare e poi vai a Radio Padania e poi vai da CL, ma chi se ne frega? Nel momento in cui io ti sto cantando queste cose che dicono chiaramente come la penso … è quello che conta!

Conta di più quello che canti che non dove lo canti

Ma certo! Ecco abbiamo deciso di cantare ovunque. Vuoi una canzone? Io te la canto. Sappi che non divento quello che vuoi tu perché te la canto! Ma ho deciso di cantare per tutti e questa è la mia linea. Poi dopo è chiaro che altri possano pensarla in maniera diversa … Però la cosa bella è che la chitarra è potente perché non si rompono le corde solo perché canti a una donna, a un uomo, a uno bianco, a uno nero … La chitarra va avanti a suonare e il cantante che vuole cantare la canzone … che “vuole” cantare la canzone … perché se ha motivi diversi che lo spingono a non cantare è un altro paio di maniche … Se io canto una canzone come “Sciur Capitan” che dice come la penso, contro la guerra, (ma non questa: tutte!) è giusto che sia cantata ovunque! Di fronte a chiunque. Io, di sicuro, non mi vergogno di cantarvela e se voi la vedete e la applaudite vuol dire che capite che c’è qualcosa dentro in cui potete riconoscervi.

Parliamo di musica adesso. Il sound del tuo nuovo disco è decisamente “americano”. Tu hai parlato di un voluto omaggio, in particolare alla Lousiana e ai suoi cantori. Tra l’altro, dopo il tuo disco, ho sentito il nuovo di Mary Gauthier, “Mercy now” e mi è sembrato parente stretto del tuo.

Ho detto Louisiana, perché molta musica che ascolto arriva da lì, ma penso che anche in Oregon possa esserci la stessa musica. A me la Louisiana non so fino a che punto è “America”. E’ America dal punto di vista geografico, ma ha dentro tante di quelle influenze disparate! Un uomo come Willy DeVille, i personaggi del rock sudista, il blues stesso, il cajun, lo zydeco, Zachary Richards … ci sono delle atmosfere che io non voglio scimmiottare a tutti i costi, ma mi piace l’idea di riprenderle, come un tributo, una citazione, trasformandolo in acqua dolce locale, senza far perdere niente di quella genuinità che è comunque legata al testo, al territorio, alle nostre esperienze.

E’ peraltro un innesto venuto benissimo. Ma non temi che qualcuno dei critici o del pubblico, possa lamentarsene? Nel senso che quella è musica “loro” e non “nostra”.

Ma guarda, io ho visto che quelli che potevano avere più voce in capitolo, gli esperti del settore, sto parlando di riviste come “Il Buscadero” ad esempio, hanno talmente accolto a braccia aperte il disco che siamo finiti persino in copertina. Quindi … le critiche poi … se uno inizia a preoccuparsene troppo. Se uno è appassionato … non è che mi sono messo a fare quello che volevo … i musicisti siamo noi, siamo italiani, siamo tutti qui. Tanto guarda: la musica folk locale, per quanto riguarda me, non esiste! Due canzoni di osteria o una ninna nanna, poi per il resto quando da noi ballano il liscio è “liscio romagnolo” e di balle non ce n’è. Quindi io un folk “locale” mio non ce l’ho. Me lo sono inventato prendendo quello che mi è piaciuto da tutto quello che ho ascoltato. Quindi se fossi un bretone potrebbero dirmi: “ma guarda, invece di fare la musica bretone, canta musica americana”. Anche lì, mi verrebbe da dire, chi se ne frega? Però, visto che qui in Lombardia non c’era niente a cui aggrapparsi, uno fa quello che vuole. E così ci sono canzoni mie di matrice reggae, metal, punk, power-folk. Questo è il disco con l’arrangiamento meno folk, ma con l’atteggiamento forse più folk di tutti gli altri.

Cambiamo genere e passiamo al tour e allo spettacolo in generale. Perché oramai tu sei un “artista multimediale”: spettacolo, canzoni, disco, libro (ridiamo).

Sono tutti modi del raccontare, in fondo …

Io ho assistito al tuo spettacolo al Piccolo che è stato veramente convincente, una grande prestazione da uomo di spettacolo.

Ecco, quello è proprio un lavoro molto “a parte”. E’ un lavoro che noi abbiamo quasi improvvisato ed è una dimensione però che mi piace molto: quella del raccontare come se fossi a casa, portando a teatro il racconto, la parola e la canzone e un po’ di poesia. Anche a me è piaciuto molto. Invece lo spettacolo dal disco è proprio uno spettacolo teatrale nel quale abbiamo voluto giocare anche con un minimo di costumi, di scenografia, le ballerine… La voglia era quella, invece di portare la canzone fuori dal disco e addosso alla gente, di obbligare quasi noi stessi e la gente ad entrare nella canzone. Quindi sono come dei piccoli flash: i vestiti di altri tempi, le luci abbastanza marcate, le ballerine in alcuni momenti che fanno due o tre movimenti … non è che sia una coreografia complessa. Non è che io faccia un musical. Però, anche il gusto di “raccontare” qualche canzone del passato, mischiata a quelle nuove, un piccolo tributo a De André con “Zirichiltaggia” in sardo, la presenza della Bandesfroos in gran parte degli spettacoli, che dà un po’ più di polpa al suono. E’ un voler giocare e ripercorre questo viaggio che è continuato fino ad ora, ma soprattutto il voler giocare (e sottolineo il “giocare”) con le dimensioni del teatro. Le canzoni hanno dentro dei colori, delle storie e mi piaceva farli risaltare.

Mi sembri molto cresciuto e mi piacerebbe vederti alla prova con qualcosa di ancora più strutturato. Anche il tour è organizzato come uno spettacolo, no? E’ un po’ la tua nuova strada? Parole e musica? Teatro e canzoni? Soprattutto nello spettacolo al Piccolo mi ha ricordato molto Dario Fo: “Ci ragiono e canto?” Può essere un tuo punto di arrivo futuro?

Dario Fo! Sembra incredibile. Ti ringrazio del paragone, anche se mi sembra ingombrante. Dario Fo, da bambino quando lui usciva e parlava in grammelot, io andavo fuori di matto e per tre giorni cominciavo a dire parole che non stravano né in cielo né in terra. Ancora oggi nei momenti di particolare rabbia o euforia comincio a improvvisare in un linguaggio che chi mi vede mi porta alla neuro! (Ridiamo) Probabilmente Dario Fo è stato contagioso per me soprattutto in questa cosa. Poi non l’ho seguito in tutta la sua storia. Così come, io ero molto giovane, e mi aveva scioccato positivamente Gaber. Ma io poi sono rimasto comunque “il Davide”, ho fatto le mie cose, la mia strada, ma mi piace quando mi guardo indietro … anche se io non mi “posso vedere”, non mi potrò mai guardare negli occhi. E’ un gioco degli specchi. Se gli specchi sono credibili lucidi e puliti fanno vedere quello che è vero. In questo caso lo specchio siete voi, pubblico e critica. Quando guardo indietro e vedo che ci sono le contaminazioni delle influenze che mi sono tanto piaciute da giovane, credo che il cerchio si chiuda nella miniera più positiva possibile.

Andiamo con un altro personaggio “imbarazzante”. Dopo Dario Fo, Jannacci. Mi sembra che ci sia una filiazione abbastanza diretta tra lui e te, perché parlate dello stesso tipo di persone e usando anche la stessa lingua. E, un paio di anni fa, alla Festa dell’Isola che non c’era, mi è sembrato che, nell’affetto con cui ti ha salutato e abbracciato alla fine delle tue canzoni, ci fosse una specie di investitura, di passaggio di consegne.

Bravo! Ecco, ecco! Guarda che quella volta è stato veramente commovente. Molti non l’hanno capita, perché pensavano magari che io e Jannacci ci conoscevamo già da tempo o se non altro il giorno stesso del premio e del concerto. Io nella mia vita fino a quel momento non avevo mai incontrato di persona Jannacci. Quando questi a mia insaputa è venuto sul palco e mi ha detto “lui sta facendo delle cose grandi” e con questa mano di ferro stringeva e stringeva la mia spalla, io mi dicevo: “ma questa qui è una cosa che neanche a pensarla! Neanche a sognarla!” E’’ stranissimo, perché Jannacci è quel cantante-non-cantante, sensibile ancora prima che furbo, che da sempre ha preso in faccia tutto, pur di raccontare le sue storie dalla latitudine scomoda da cui le voleva raccontare. Lui Milano, i Navigli e il suo mondo. Come Nanni Svampa che ancora oggi porta avanti quello che era il retaggio di tutto un tempo, un’epoca, una situazione, combinandola anche con i suoi grandi miti francesi. Però Jannacci, se vogliamo, era ancora più sciolto, perché era un “cavallo pazzo”, non catalogabile in nessun modo. Poteva ricordare il cabaret, ma non era proprio cabaret, il teatro, ma non era proprio teatro, il jazz, ma non era proprio il jazz. Un “cavallo pazzo” con questi tormentoni che però dietro hanno sempre uno spessore umano di rilievo, qualcosa che resta.
Nel disco “Come gli aeroplani” c’è “Lettera da lontano”. Ecco “Lettera da lontano” è una canzone che da sola potrebbe valere il disco. La sera dell’Isola peraltro l’ha cantata benissimo. In questa canzone mette insieme tante cose, magari assurde tra loro, ma pressanti, potenti che fan capire come sta in quel momento. Uno di quei classici prodotti che tu ascoltandolo ti rendi conto esattamente di cosa sta passando l’autore, cosa pensa, cosa vuole dire. E di fronte a una persona che si mette a nudo … tanto di cappello. Bob Dylan diceva che “un poeta è un uomo nudo davanti a uno specchio”. Jannacci fa di più: si mette nudo di fronte al primo che passa!


Ultimo capitolo, da artista multimediale a tutto tondo. I libri. Ci hai lasciato con una splendido “Le parole sognate dai pesci” edito da Bompiani e noi, divoratori ingordi, aspettiamo famelici la prossima uscita. Mi sembra di aver letto da qualche parte che hai qualcosa in preparazione e, se non sbaglio, dovrebbe trattarsi di qualcosa di più di un libro di racconti. Quasi un romanzo. Vero o non vero? Ne puoi anticipare qualcosa?

Vero, in parte. Ma ne voglio anticipare il meno possibile. Mi piacerebbe scrivere una storia che parlasse di uno scrittore che cerca di fare un libro e butta giù tanti incipit, ma il romanzo non comincia mai, fino a rendersi conto che è proprio questo il romanzo: questa serie di inizi senza conclusione. (Ndr - In effetti questa è l'assunto di base di "Il mio nome è Herbert Fanucci" il romanzo che Davide ha scritto per Bompiani e che dovrebbe uscire per l'autunno: la storia di un "signor nessuno" da bar, perseguitato dall'imperativo di "scrivere un libro", occasioni per rimettersi a fare i conti col passato che lo vede in molteplici vesti. Restiamo in fiduciosa attesa).

Intervista effettuata il 7 marzo 2005

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