| Davide
Van De Sfroos è figura controversa della nostra musica d'autore,
ma indubbiamente "grande". Il suo "Akuaduulza",
pur se di una stretta incollatura su "Decanter" dei Sulutumana,
per noi di Bielle è il disco dell'anno, "l'imperdibile"
del 2005. Lo spettacolo derivato dal disco è stato un vero
pezzo di teatro e, prima ancora, al Piccolo Teatro, Davide aveva
dato prova di doti attorali interessanti. Qualche anno fa è
uscito un suo interessantissimo libro di racconti e ora dovrebbe
essere in preparazione per l'autunno (sempre con Bompiani) il suo
primo romanzo: "Il mio nome è Herbert Fanucci".
L'intervista, realizzata poco dopo l'uscita di Akuaduulza, parla
soprattutto del disco, ma anche di tutti gli altri aspetti di questo
personaggio sfaccettato e difficile da incasellare.
Buongiorno Davide, parliamo di “Akuaduulza” pochi giorni
dopo la sua uscita. Pare che abbia già spopolato. In alcuni
negozi il cd è già esaurito.
"Sì,
diciamolo che è partito bene. Ovviamente parlo della Lombardia
e della Svizzera italiana. Però pare che stia davvero andando
bene. Non so le cifre, ma mi dicono che è stato un piccolo
fenomeno".
C’è
questa particolarità della doppia copertina. In molti si
chiedono “come mai la doppia copertina”? E’ un
invito a masterizzarne una copia per gli amici?
No, oddio,
(ride) questa è una cosa che noi siamo costretti a scoraggiare
per non sembrare degli auto-pirati. La doppia copertina serve solo
per creare una copertina più pratica e un pochino più
robusta nel momento che uno vuole usare il disco in macchina, intanto
che ce va in giro. Sappiamo che oggi i dischi non restano tutti
a casa come una volta. C’è il ragazzino con lo skateboard,
c’è in personaggio che vuole andare in giro a fare
footing … E allora porta la classica custodia rigida che protegge
il disco e non porta tutto il libretto. Siccome noi facciamo i libretti
cartacei perché ci piacciono di più e siccome in pratica
questo è venuto anche un libro molto grosso, per non portarsi
dietro tutte le volte l’intero meccanismo abbiamo pensato
alla doppia copertina. Anche perché serviva per creare lo
spessore necessario per l’antitaccheggio.
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La
recensione
Davide Bernasconi diventa grande e ci regala un album maturo
di musica e parole, di racconti e di sogni, di incubi e intrecci.
Trasferisce la sua musica al di là dell'Atlantico e ci
regala un grande album di musica americana delle radici che,
miracolo, serve magnificamente a veicolare le sue storie. Siamo
dalle parti di "Nebraska" di Springsteen, siamo dalle
parti di Tom Waits, ci aggiriamo per i deserti assolati (o assoluti?)
delle tradizione musicale U.S.A. e abbiamo tra le mani un album
registrato in cantina. E registrato un gran bene. Con un dispendio
di chitarra da far invidia a Duane Allmann e con un tocco da
parte del nuovo pard in esplorazioni musicali del Davide (che
risponde al nome di Marco "Python" Fecchio) che ricorda
quello di J.J. Cale. Blues con armoniche e chitarre in pieno
slide, dobro e Stratocaster. Il sogno americano di un lariano!
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Le
chitarre di Akuaduulza - Marco Python Fecchio
" Ne ho portate diverse durante la registrazione, ma non
tutte poi le ho usate.La Fender Stratocaster Mark Knopfler Signature
è stata usata per "Nona Lucia". L'avrai vista
al concerto del Piccolo, a Milano, quella rossa con il battipenna
leopardato. Un'altra è la Fender Telecaster Custom Shop
Gold Sparkle. Strumento micidiale a cui ho montato dei pick
up da leggenda: i Joe Burden, progettati da Danny Gatton, il
grande chitarrista soprannominato "The Humbler". Questa
è stata usata ne "Il corvo". Altro strumento
utiizzato la Gretsch 6118 Anniversary, nel "Il paradiso
dello scorpione"e ne "Il libro del mago". In
questo pezzo ho usato anche una Gretsch Lap Steel, chitarra
slide che si suona sdraiata sulle gambe, come illustra la foto
del libretto di copertina". |
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Non è
un reato nascere a Monza, città dove non a caso, si uccidono
i Re? Ma nemmeno un particolare titolo di merito. Nascere sotto
il segno del toro invece qualcosa potrebbe anche significare.
Ma sta di fatto che ignoriamo cosa.).È forse un segno
del destino nascere proprio nel mezzo delle storie e crescere
sentendosele raccontare e imparando a raccontarle da sè.
Se poi, dai due anni, lo sfondo diventa quello del Lago di Como
(Azzano di Mezzegra) ecco che è facile che le storie
prendano spessore e colori naturali, ma vivaci. Violenti a volte,
come nelle belle giornate, caratterizzate da un sole che è
sole, un’ombra che tende quasi al blu e un cielo così
azzurro da scottare. (segue) |
Una
curiosità. Nel tuo canzoniere, almeno a memoria, ci sono
due donne col fucile in mano. Anna e Madame Falena. Ci sono dei
rapporti tra le due? C’è una storia comune? Anna da
vecchia è diventata Madame Falena? O sono solo coincidenze?
Diciamo che
una è la “Episode One” dell’altra! (ride)
No, sono due personaggi diversi. E’ uno spettro. E’
lo spettro di una figura di donna che dalle nostre parti esiste.
Di un modo di essere donna. Esisterà in tutto il mondo peraltro.
Sono quelle donne che non si lasciano schiacciare dal destino, in
maniera però molto dura. Anna era la donna che dopo aver
subito violenza dall’uomo reagisce con la violenza e sistema
i conti in un modo molto western. Sconsigliabile, ma molto western.
Mentre invece Madame Falena preferisce tirare un colpo di fucile
al cuore piuttosto che sentirlo per tutta la vita battere al contrario.
Lei è una che dice “io mi danno, mi condanno, scelgo
l’inferno di una vita, l’inferno della prigione”.
E rimarrà un fantasma di se stessa. Ovviamente non amerà
più nessuno, perché lei spara proprio “all’amore”,
quindi la sua ballata è una “black ballad” molto
dura. Questo fa riflettere su come un gesto anche stupido, momentaneo,
può, nel momento sbagliato, con la persona sbagliata, uccidere
l’amore in sé. Sia chiaro questa canzone non vuol dire
“ragazze fate così che va bene!” Sono storie
un po’ crepuscolari, alla Peckinpah, sono storie un po’
“Arizona dream”. Queste donne che le vedi che hanno
un grande segreto alle spalle, che qualcosa è successo. Loro
poi sono cambiate, hanno avuto il tempo forse di capire cosa era
loro capitato, però dietro hanno un grande mistero.
Da un po’ di tempo in qua i tuoi dischi si chiudono
coerentemente con una canzone di vento. “Breva e Tivan”
in fondo al disco omonimo (addirittura “due” venti!),
Ventanas in “E semm partii”, il “Prigioniero e
la tramontana” in “Akuaduulza”. Se consideriamo
che, nel tuo canzoniere c’è anche “Veent”
che, quasi chiudeva “Viif” e “Il diluvio universale”
in “Per una poma” che se c’era diluvio ci sarà
stato anche vento, possiamo dire che sia una tua costante. E’
voluta? E’ una specie di firma? O anche in questo caso è
solo coincidenza?
Bravissimo!
Diciamo che nella simbologia mia personale il vento in qualche modo
è un veicolo.
E’
una specie di tua sigla personale. Una firma, quasi.
Certo, perché
il vento alla fine è quello che passa. E’ un veicolo,
ma è anche un grande simbolo di libertà. E’
l’unica cosa che può entrare e uscire dalla prigione.
E’ l’entità alla quale ti appelli come una preghiera,
nel caso di “Ventanas”. E’ la cosa che ti permette
di andare e venire e cavalcare gli eventi, come in “Breva
e Tivan”. Celebrare il vento è sempre stato un qualcosa
molto “Apache” nella mia testa. Il vento è uno
spettatore in movimento e noi siamo comunque persone in movimento.
Anche quando restiamo ferme. Quindi il vento tanto è libero,
tanto ti può fare meditare ed è capace di muovere
cose che altrimenti starebbero ferme. Pensa alle piante o alle foglie.
Il vento le fa muovere ed è un’energia che entra dentro
noi stessi e nelle cose che ci stanno attorno. E questo anche in
senso metaforico.
Lo
so che è sempre un argomento doloroso parlare del proprio
pubblico e in particolare dei fans. Uno i fans non se li può
mica scegliere e quindi non ne è responsabile, ma sul sito
dei cau boi hanno fatto partire il solito sondaggio sulle canzoni
più e meno amate del tuo nuovo disco. Shymtakula si piazza
nettamente all’ultimo posto (o al primo tra le s-preferite)
perché “cantata in italiano”, dicono i tuoi fan
sulla mailing list.
Cosa vuol dire?
“Il corvo” è ancora più in italiano!
Ah,
penultima è ovviamente “Il corvo”. Che ne dici?
La preferita è peraltro “Nonna Lucia”, molto
bella e divertente, ma mi sembra che il disco proponga anche altro,
no?
Va beh, questa
cosa lascia un po’ il tempo trova. Io me la potevo aspettare,
perché molti fans sono affezionati al fatto che “il
Davide” è quello che canta in dialetto. Allora tu sei
costretto a cantare in dialetto anche se devi cantare “La
traviata”, no? Io però vorrei sfuggire a questo tipo
di polemica. Il fatto che io sia “fanatico” di questa
lingua è innegabile, perché è diventata proprio
il mio modo di esprimermi, la mia firma, il mio interesse anche
antropologico. Il fatto però che io non possa scrivere un
libro, una canzone, una poesia in lingua italiana è abbastanza
idiota, perché io sono italiano.
Tra
l’altro c’è molto italiano in questo disco. Anche
“La canzone del mago”, anche altri spunti …
Lo sanno tutti
che “Shymmtakula” e “Il corvo” in un disco
egoista come questo sono due poesia alle quali io tenevo molto:
una è una tiritera che ho usato in momenti personali molto
delicati e l’altra è una poesia fatta e finita che
io non pensavo neanche che sarebbe diventata una canzone. Mi ci
sono affezionato io, non solo io, ma tanti. Poi naturalmente il
fans “duro e integralista”, quello che vuole il dialetto
si sfoghi con le altre! Direi che ce ne sono a sufficienza. Io ti
dico una cosa però: nei tre esperimenti “live”
che abbiamo fatto finora sul disco nuovo, “Shymmtakula”
ha un accompagnamento col battimano per tutta la canzone.
Io
posso dirti che non riesco a levarmela della testa! E’ una
delle mie preferite. Peraltro mi sembra che tu utilizzi abbastanza
spesso l’italiano quando scrivi poesie, racconti … Fai
un po’ il discorso che faceva Andrea Camilleri con Montalbano
che dice “già è complicata la trama gialla,
uso quindi una lingua semplificata, meno irta di difficoltà
per il lettore”.
Ma certo! Perché
uno può fare uno spettacolo teatrale parlando in dialetto.
Io ho fatto Capitan Slaff tutto in dialetto, ma ho messo un disco
con me che parlavo, perché altrimenti ragazzi, leggere tutta
una cosa in dialetto, a parte la difficoltà, non è
il caso. Se io scrivo un libro di racconti di un certo tipo non
è assolutamente detto che questo libro debba essere scritto
in dialetto, perché potrebbe non essere assolutamente il
caso. Stiamo attenti alla parola d’ordine “dialetto
a tutti i costi”! Se la storia che io racconto ha bisogno
dell’italiano … l’italiano è una lingua
molto ricca che ci permette di riferirci alle cose in un certo modo.
Il dialetto è una lingua speciale, veloce, di servizio, contratta,
piena di sfumature, radicale che va benissimo per altre cose. Facciamo
una metafora con gli sci: se uno deve fare fondo metterà
sci di un certo tipo, più lunghi, più leggeri. Se
deve fare discesa gli occorrerà un altro tipo di sci. E se
deve fare salto dal trampolino ha bisogno di altri sci ancora. Ed
è giusto che scelga liberamente che tipo di sci utilizzare.
Torniamo al libro: metti che io debba scrivere un romanzo un domani
(ndr: è vero! Uscirà presumibilmente in autunno per
Bompiani). Chi è che scrive un romanzo tutto in dialetto?
Chi è che lo legge? E’ pesante!
A proposito
di “scrittura”, il pregio principale di “Akuaduulza”,
dimmi se sbaglio, sta nella sua unitarietà. Nell’essere
non solo un insieme di canzoni, ma un insieme di canzoni che ruota
attorno a un tema ben preciso. Come peraltro sempre nei tuoi dischi.
Sei forse uno dei pochi rimasti a scrivere “concept album”.
Vivaddio che qualcuno ancora c’è!
Guarda, ogni
volta che faccio un disco io il concept ce l’ho ben preciso
in testa. In tutti i dischi che ho fatto. A volte può non
essere molto chiaro. Per esempio in “Breva e Tivan”
uno poteva anche non accorgersene, anche se “il paese”
e la gente nel paese, nella vita, nel mio microcosmo, in una sorta
di “Amarcord”, costituiscono un filo conduttore. “Per
una poma” è visibilmente un concept di tre canzoni
di argomento biblico. In “E semm partì” tutti
i personaggi partono e qualcuno arriva, qualcuno no, ma comunque
sia è un altro concept di gente in movimento. “Akuaduulza”
voleva essere il disco “gotico” sulle luci e le ombre
delle rive e sulla libertà dei personaggi scomodi e lo è
stato! Io non riesco a ideare una copertina, un titolo, una qualsiasi
parte del disco e poi dopo utilizzare un singolo e per il resto
“butta dentro quello che hai che arriviamo a dieci!”
Io arrivo a 14 canzoni, ma avrei potuto farne anche 15 o 16 …
E’
vero, sono tutti lunghi i tuoi dischi. Un motivo in più per
acquistarli: ottimo rapporto qualità/prezzo.
Se devo fare
un disco io voglio che la gente ci trovi attaccato un qualcosa,
che ascolti una storia e che si faccia trasportare. Sennò
altrimenti mi diventa triste! Perché sai, come faccio io
… dopo aver ascoltato magari una canzone di una delusione
d’amore, di uno che magari va a suicidarsi, la canzone dopo
magari questo parla di autogrill, tutto bello allegro! Diventa strano!
Non è facile. Io credo che i grandi dischi e i grandi musicisti
che li hanno fatti, generalmente questa situazione l’hanno
tenuta presente. Ti posso fare un esempio: abbiamo parlato ultimamente
di “Creuza de ma” di Fabrizio De André che è
un disco fantastico, perché è stato quello che mi
ha fatto prendere coraggio e andare avanti a fare quello che stavo
appena iniziando a fare. Quello è un disco non solo fatto
di bellissime canzoni, ma tutto permeato della luce che c’è
nel cielo e nel mare ligure. La stessa luce riportata nella foto
di copertina.
Non
solo, ma i grandi dischi ti viene anche voglia di ascoltarli dall’inizio
alla fine, in ordine.
Sì.
E questa è anche la storia di “Rimini” e questa
è anche la storia di “Elegia”, l’ultimo
disco di Paolo Conte che va in questa direzione o di altri grandissimi
dischi come, ad esempio, mi ricordo “Discanto” di Fossati,
album che mi è piaciuto tantissimo, parla un po’ di
streghe, un po’ di DonChisciotte, però ti sembra di
vedere una linea di fondo che mantiene lo stesso tema. Immaginiamoci
un “Discanto” con le prime tre canzoni così e
poi “La mia banda suona il rock”! E guarda che “La
mia banda suona il rock” è una canzone che ha fatto
la storia della musica italiana! Ha fatto anche la fortuna di Fossati,
ma non è un brano trascurabile. Solo che in “Discanto”
sarebbe stata fuori contesto, striderebbe. Come se in “Akuaduulza”
io avessi inserito, immagina, “La corriera”. O “Il
figlio del Guglielmo Tell”? Non ci può stare qua.
Visto
che citavi altri cantautori, io ho trovato somiglianze notevoli,
sia dal punto di vista tematico che strumentale e musicale con l’ultimo
(grande) lavoro di Massimo Bubola: “Segreti trasparenti”.
Tematiche nere, le paure, i timori da esorcizzare, i ricordi da
non perdere. Conosci questo lavoro? Ci trovi queste somiglianze?
Ma guarda,
io ho conosciuto Bubola il giorno che gli ho dato un suo disco che
lui non aveva più che era il suo primo disco “Nastro
giallo”. Io sono cresciuto da fan di Bubola, soprattutto del
primo periodo, i primi tre-quattro dischi, quando ero un ragazzino.
Soprattutto “Marabel” all’epoca, non solo per
una vaga somiglianza con De Gregari, era un disco straordinario!
Con delle black ballad. Era l’unico a farle. Era vicino a
Nick Cave.
E’
lui, infatti, in Italia l’altro che fa le “black ballad”.
Siete tu e lui.
Sì,
lui fa di queste cose. Quando ci siamo incontrati è sempre
stato piacevole: ci siamo incontrati tre volte ed è sempre
stato molto sereno e tranquillo. Lui è un grosso personaggio,
ha scritto canzoni molto importanti, anche per altri. Tantissime
canzoni sue purtroppo non hanno avuto la fama che avrebbero meritato.
Lui stesso probabilmente si è sottratto a un discorso di
presenza assidua: ha scelto un percorso personale. Ma so che tutta
Italia lo conosce, perché comunque c’è stato
questo lungo connubio con De André. Sicuramente è
un personaggio che le sue cose le ha scritte. Insomma, una volta
ero proprio un suo fan accanito e le emozioni che mi ha dato me
le ricordo molto bene.
Guardando
un po’ all’insieme della tua opera, sembra di vedere
una sorta di cannocchiale rovesciato: partiamo da “Breva e
Tivan”, dove protagonista è il paese, un protagonista
collettivo, il tessuto sociale entro cui ti muovi. Passiamo a “E
semm partì” dove protagonista è l’uomo
con le sue azioni, i suoi viaggi, i suoi rapporti e arriviamo ad
“Akuaduulza” che, sempre dell’uomo parla, ma dall’interno
e soprattutto quest’uomo sei tu. E’ il disco più
intimista che tu abbia mai registrato. “Rosanera” e
“Il corvo” sono canzoni decisamente personali.
Hai colto nel
segno, usando anche una metafora che ho usato io. Non ho parlato
di cannocchiale, ma di telescopio. Questo disco va talmente vicino
all’uomo che il tema sociale non si riesce a vedere, perché
fa parte di un cosmo più vasto. Qui siamo “dentro”
all’uomo, nell’anima della persona stessa. Per cui è
verissimo quello che dici: in questo disco si cerca di andare sotto
la pelle, dentro le ombre che ognuno ha. E quindi ecco “Rosanera”
che è la storia di una chitarra che ci fa capire quanto lo
strumento simbolico che permette di portare in giro la tua musica,
“Il Corvo” pure parla del lavoro del cronista, del cantautore,
del poeta, dello scrittore, che non è la causa di quello
che racconta, ma lui ha la coerenza di rimanere libero da quelli
che sono gli sventolamenti del momento. Il coraggio di guardarsi
indietro come “il mago” che dice “porca miseria,
ho imparato tutto, eppure non ho più quell’incoscienza,
quella serenità di quand’ero bambino. Lì ci
siamo un po’ tutti dentro. Oppure ancora il carcerato: è
in galera, è dentro? Non andiamo a giudicare se è
cattivo o se è buono. Diciamo semplicemente che lui parla
da carcerato ed è una latitudine. E’ un disco molto
denso di cose personali, perché ognuna di queste canzoni
ha un significato personale così intenso per me che è
spaventoso che io abbia avuto la forza di mettere dentro tutto!
Ti faccio un esempio: “Shymmtakula” io la cantavo davvero
tra me e me cercando coraggio in alcune situazioni, mi trovavo magari
in strade di paese buie da ragazzino. “Il corvo” è
una poesia che io ho scritto davvero sotto un albero sul quale c’era
un corvo. “Il prigioniero e la tramontana” l’ho
scritto dopo due giorni che ero stato a suonare in galera …
e sono tutte cose a cui sono attaccato in modo viscerale. Addirittura
a ventosa. E questo gli ascoltatori del disco lo hanno percepito:
all’inizio ti trovi davanti qualcosa che non è immediatamente
rassicurante, ma dopo due o tre giorni capisci che questa volta
“ho dato di più”. E tutti lo hanno apprezzato.
Non è immediato, ma è più profondo. Come in
una stanza. Tu entri in una stanza e hai già visto tutto
dopo cinque minuti: è rassicurante.
Però dopo tre giorni tu le cose che stanno in quella stanza
le conosci a memoria.
E invece
in Akuaduulkza bisogna andarsele a cercare
Bravo! Io credo
che questa sia una stanza dove sia possibile fare man mano nuove
scoperte.
Non
solo, ma si scoprono particolari interessanti dopo un po’
che ascolti le canzoni.
E questa è
la cosa che mi fa più piacere!
Nello
specifico, quando in “Rosanera” dici: “solo chi
spara a una chitarra non ha diritto a una canzone” c’è
dietro il tema “non sparate sul pianista”? La rivendicazione
di una tua autonomia compositiva?
Assolutamente
sì! Io credo che una canzone, se cantata col cuore, sia una
delle cose più pure che esistano. Io credo che il condannato
a morte, piuttosto che la prostituta, il ladro, l’impresario,
il buono, il brutto, il cattivo … tutti abbiano una canzone
del cuore e tutti se la meritino. In quel momento forse dimenticano
anche chi sono e cosa sono. E curioso vedere cosa una canzone riesce
a smuovere in una persona o in un’altra. Tu puoi metterti
a confronto con gli altri cantando loro delle canzoni. Allora uno
dice: “Ti hanno visto cantare in una trasmissione nazional-popolare!
Sei andato a “Domenica in”! Come dire “che vergogna!”
Il giorno dopo dico: “sì, sono andato a suonare anche
in galera. E allora?”. Probabilmente qualcuno potrebbe dire
“meglio in galera che a Domenica In … ma è curioso
comunque andare ovunque, perché ovunque puoi trovare qualcuno
che ascolti in modo significativo una tua canzone. Anche se vai
a Radio Popolare e poi vai a Radio Padania e poi vai da CL, ma chi
se ne frega? Nel momento in cui io ti sto cantando queste cose che
dicono chiaramente come la penso … è quello che conta!
Conta
di più quello che canti che non dove lo canti
Ma certo! Ecco
abbiamo deciso di cantare ovunque. Vuoi una canzone? Io te la canto.
Sappi che non divento quello che vuoi tu perché te la canto!
Ma ho deciso di cantare per tutti e questa è la mia linea.
Poi dopo è chiaro che altri possano pensarla in maniera diversa
… Però la cosa bella è che la chitarra è
potente perché non si rompono le corde solo perché
canti a una donna, a un uomo, a uno bianco, a uno nero … La
chitarra va avanti a suonare e il cantante che vuole cantare la
canzone … che “vuole” cantare la canzone …
perché se ha motivi diversi che lo spingono a non cantare
è un altro paio di maniche … Se io canto una canzone
come “Sciur Capitan” che dice come la penso, contro
la guerra, (ma non questa: tutte!) è giusto che sia cantata
ovunque! Di fronte a chiunque. Io, di sicuro, non mi vergogno di
cantarvela e se voi la vedete e la applaudite vuol dire che capite
che c’è qualcosa dentro in cui potete riconoscervi.
Parliamo
di musica adesso. Il sound del tuo nuovo disco è decisamente
“americano”. Tu hai parlato di un voluto omaggio, in
particolare alla Lousiana e ai suoi cantori. Tra l’altro,
dopo il tuo disco, ho sentito il nuovo di Mary Gauthier, “Mercy
now” e mi è sembrato parente stretto del tuo.
Ho detto Louisiana,
perché molta musica che ascolto arriva da lì, ma penso
che anche in Oregon possa esserci la stessa musica. A me la Louisiana
non so fino a che punto è “America”. E’
America dal punto di vista geografico, ma ha dentro tante di quelle
influenze disparate! Un uomo come Willy DeVille, i personaggi del
rock sudista, il blues stesso, il cajun, lo zydeco, Zachary Richards
… ci sono delle atmosfere che io non voglio scimmiottare a
tutti i costi, ma mi piace l’idea di riprenderle, come un
tributo, una citazione, trasformandolo in acqua dolce locale, senza
far perdere niente di quella genuinità che è comunque
legata al testo, al territorio, alle nostre esperienze.
E’
peraltro un innesto venuto benissimo. Ma non temi che qualcuno dei
critici o del pubblico, possa lamentarsene? Nel senso che quella
è musica “loro” e non “nostra”.
Ma guarda,
io ho visto che quelli che potevano avere più voce in capitolo,
gli esperti del settore, sto parlando di riviste come “Il
Buscadero” ad esempio, hanno talmente accolto a braccia aperte
il disco che siamo finiti persino in copertina. Quindi … le
critiche poi … se uno inizia a preoccuparsene troppo. Se uno
è appassionato … non è che mi sono messo a fare
quello che volevo … i musicisti siamo noi, siamo italiani,
siamo tutti qui. Tanto guarda: la musica folk locale, per quanto
riguarda me, non esiste! Due canzoni di osteria o una ninna nanna,
poi per il resto quando da noi ballano il liscio è “liscio
romagnolo” e di balle non ce n’è. Quindi io un
folk “locale” mio non ce l’ho. Me lo sono inventato
prendendo quello che mi è piaciuto da tutto quello che ho
ascoltato. Quindi se fossi un bretone potrebbero dirmi: “ma
guarda, invece di fare la musica bretone, canta musica americana”.
Anche lì, mi verrebbe da dire, chi se ne frega? Però,
visto che qui in Lombardia non c’era niente a cui aggrapparsi,
uno fa quello che vuole. E così ci sono canzoni mie di matrice
reggae, metal, punk, power-folk. Questo è il disco con l’arrangiamento
meno folk, ma con l’atteggiamento forse più folk di
tutti gli altri.
Cambiamo
genere e passiamo al tour e allo spettacolo in generale. Perché
oramai tu sei un “artista multimediale”: spettacolo,
canzoni, disco, libro (ridiamo).
Sono tutti modi del raccontare, in fondo …
Io
ho assistito al tuo spettacolo al Piccolo che è stato veramente
convincente, una grande prestazione da uomo di spettacolo.
Ecco, quello
è proprio un lavoro molto “a parte”. E’
un lavoro che noi abbiamo quasi improvvisato ed è una dimensione
però che mi piace molto: quella del raccontare come se fossi
a casa, portando a teatro il racconto, la parola e la canzone e
un po’ di poesia. Anche a me è piaciuto molto. Invece
lo spettacolo dal disco è proprio uno spettacolo teatrale
nel quale abbiamo voluto giocare anche con un minimo di costumi,
di scenografia, le ballerine… La voglia era quella, invece
di portare la canzone fuori dal disco e addosso alla gente, di obbligare
quasi noi stessi e la gente ad entrare nella canzone. Quindi sono
come dei piccoli flash: i vestiti di altri tempi, le luci abbastanza
marcate, le ballerine in alcuni momenti che fanno due o tre movimenti
… non è che sia una coreografia complessa. Non è
che io faccia un musical. Però, anche il gusto di “raccontare”
qualche canzone del passato, mischiata a quelle nuove, un piccolo
tributo a De André con “Zirichiltaggia” in sardo,
la presenza della Bandesfroos in gran parte degli spettacoli, che
dà un po’ più di polpa al suono. E’ un
voler giocare e ripercorre questo viaggio che è continuato
fino ad ora, ma soprattutto il voler giocare (e sottolineo il “giocare”)
con le dimensioni del teatro. Le canzoni hanno dentro dei colori,
delle storie e mi piaceva farli risaltare.
Mi
sembri molto cresciuto e mi piacerebbe vederti alla prova con qualcosa
di ancora più strutturato. Anche il tour è organizzato
come uno spettacolo, no? E’ un po’ la tua nuova strada?
Parole e musica? Teatro e canzoni? Soprattutto nello spettacolo
al Piccolo mi ha ricordato molto Dario Fo: “Ci ragiono e canto?”
Può essere un tuo punto di arrivo futuro?
Dario Fo! Sembra
incredibile. Ti ringrazio del paragone, anche se mi sembra ingombrante.
Dario Fo, da bambino quando lui usciva e parlava in grammelot, io
andavo fuori di matto e per tre giorni cominciavo a dire parole
che non stravano né in cielo né in terra. Ancora oggi
nei momenti di particolare rabbia o euforia comincio a improvvisare
in un linguaggio che chi mi vede mi porta alla neuro! (Ridiamo)
Probabilmente Dario Fo è stato contagioso per me soprattutto
in questa cosa. Poi non l’ho seguito in tutta la sua storia.
Così come, io ero molto giovane, e mi aveva scioccato positivamente
Gaber. Ma io poi sono rimasto comunque “il Davide”,
ho fatto le mie cose, la mia strada, ma mi piace quando mi guardo
indietro … anche se io non mi “posso vedere”,
non mi potrò mai guardare negli occhi. E’ un gioco
degli specchi. Se gli specchi sono credibili lucidi e puliti fanno
vedere quello che è vero. In questo caso lo specchio siete
voi, pubblico e critica. Quando guardo indietro e vedo che ci sono
le contaminazioni delle influenze che mi sono tanto piaciute da
giovane, credo che il cerchio si chiuda nella miniera più
positiva possibile.
Andiamo
con un altro personaggio “imbarazzante”. Dopo Dario
Fo, Jannacci. Mi sembra che ci sia una filiazione abbastanza diretta
tra lui e te, perché parlate dello stesso tipo di persone
e usando anche la stessa lingua. E, un paio di anni fa, alla Festa
dell’Isola che non c’era, mi è sembrato che,
nell’affetto con cui ti ha salutato e abbracciato alla fine
delle tue canzoni, ci fosse una specie di investitura, di passaggio
di consegne.
Bravo! Ecco,
ecco! Guarda che quella volta è stato veramente commovente.
Molti non l’hanno capita, perché pensavano magari che
io e Jannacci ci conoscevamo già da tempo o se non altro
il giorno stesso del premio e del concerto. Io nella mia vita fino
a quel momento non avevo mai incontrato di persona Jannacci. Quando
questi a mia insaputa è venuto sul palco e mi ha detto “lui
sta facendo delle cose grandi” e con questa mano di ferro
stringeva e stringeva la mia spalla, io mi dicevo: “ma questa
qui è una cosa che neanche a pensarla! Neanche a sognarla!”
E’’ stranissimo, perché Jannacci è quel
cantante-non-cantante, sensibile ancora prima che furbo, che da
sempre ha preso in faccia tutto, pur di raccontare le sue storie
dalla latitudine scomoda da cui le voleva raccontare. Lui Milano,
i Navigli e il suo mondo. Come Nanni Svampa che ancora oggi porta
avanti quello che era il retaggio di tutto un tempo, un’epoca,
una situazione, combinandola anche con i suoi grandi miti francesi.
Però Jannacci, se vogliamo, era ancora più sciolto,
perché era un “cavallo pazzo”, non catalogabile
in nessun modo. Poteva ricordare il cabaret, ma non era proprio
cabaret, il teatro, ma non era proprio teatro, il jazz, ma non era
proprio il jazz. Un “cavallo pazzo” con questi tormentoni
che però dietro hanno sempre uno spessore umano di rilievo,
qualcosa che resta.
Nel disco “Come gli aeroplani” c’è “Lettera
da lontano”. Ecco “Lettera da lontano” è
una canzone che da sola potrebbe valere il disco. La sera dell’Isola
peraltro l’ha cantata benissimo. In questa canzone mette insieme
tante cose, magari assurde tra loro, ma pressanti, potenti che fan
capire come sta in quel momento. Uno di quei classici prodotti che
tu ascoltandolo ti rendi conto esattamente di cosa sta passando
l’autore, cosa pensa, cosa vuole dire. E di fronte a una persona
che si mette a nudo … tanto di cappello. Bob Dylan diceva
che “un poeta è un uomo nudo davanti a uno specchio”.
Jannacci fa di più: si mette nudo di fronte al primo che
passa!
Ultimo capitolo, da artista multimediale a tutto tondo.
I libri. Ci hai lasciato con una splendido “Le parole sognate
dai pesci” edito da Bompiani e noi, divoratori ingordi, aspettiamo
famelici la prossima uscita. Mi sembra di aver letto da qualche
parte che hai qualcosa in preparazione e, se non sbaglio, dovrebbe
trattarsi di qualcosa di più di un libro di racconti. Quasi
un romanzo. Vero o non vero? Ne puoi anticipare qualcosa?
Vero, in parte.
Ma ne voglio anticipare il meno possibile. Mi piacerebbe scrivere
una storia che parlasse di uno scrittore che cerca di fare un libro
e butta giù tanti incipit, ma il romanzo non comincia mai,
fino a rendersi conto che è proprio questo il romanzo: questa
serie di inizi senza conclusione. (Ndr - In effetti questa
è l'assunto di base di "Il mio nome è Herbert
Fanucci" il romanzo che Davide ha scritto per Bompiani e che
dovrebbe uscire per l'autunno: la storia di un "signor nessuno"
da bar, perseguitato dall'imperativo di "scrivere un libro",
occasioni per rimettersi a fare i conti col passato che lo vede
in molteplici vesti. Restiamo in fiduciosa attesa).
Intervista
effettuata il 7 marzo 2005
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